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L’importanza sociologica del sistema pensionistico in Italia

di Franco Faggiano

Il sistema pensionistico rappresenta una delle colonne portanti della società italiana, non solo per il suo ruolo economico, ma anche per la sua funzione sociologica. È infatti uno strumento essenziale per garantire stabilità, coesione sociale e dignità agli individui nelle fasi finali della loro vita attiva. Analizzare il sistema pensionistico da una prospettiva sociologica significa esaminare come esso influenzi il comportamento sociale, le relazioni intergenerazionali, la percezione del lavoro e il patto sociale tra cittadino e Stato. In primo luogo, il sistema pensionistico svolge una fondamentale funzione di sicurezza sociale, offrendo una rete di protezione a chi ha concluso la propria carriera lavorativa. In una società che invecchia progressivamente, come quella italiana, dove l’aspettativa di vita è tra le più alte in Europa, la pensione rappresenta non solo un diritto economico acquisito, ma anche un simbolo di riconoscimento del contributo dato alla collettività. La pensione garantisce a milioni di persone anziane un tenore di vita dignitoso e una certa autonomia, riducendo il rischio di marginalizzazione sociale e povertà. Questo aspetto assume una valenza ancora più marcata in un contesto di crescente precarietà lavorativa e di trasformazioni demografiche profonde. Il sistema pensionistico, poi, è il frutto di un patto intergenerazionale: i lavoratori attivi finanziano, attraverso i contributi, le pensioni degli attuali pensionati, con l’aspettativa che le generazioni future faranno lo stesso. Questo meccanismo a ripartizione (tipico del sistema italiano) promuove un senso di solidarietà tra generazioni, rafforzando i legami sociali e il senso di appartenenza collettiva. Tuttavia, l’equilibrio di questo patto è oggi messo alla prova. Il calo delle nascite, l’aumento dell’età pensionabile e la difficoltà per molti giovani di entrare stabilmente nel mondo del lavoro minano la sostenibilità del sistema. Da qui nasce un crescente senso di insicurezza tra le nuove generazioni, che faticano a vedere nella pensione un traguardo garantito.

Il lavoro, nella cultura italiana, ha tradizionalmente rappresentato non solo una fonte di reddito, ma anche un elemento centrale nella costruzione dell’identità individuale e sociale. La pensione, in questo senso, segna un passaggio cruciale nella vita delle persone: da produttori attivi a fruitori di diritti maturati. Questo passaggio è carico di significati simbolici e sociali, e può essere vissuto in modi molto diversi a seconda del contesto culturale, familiare e personale. Una pensione dignitosa consente agli anziani di continuare a partecipare alla vita sociale, familiare e culturale. In Italia, dove il ruolo della famiglia resta centrale, i pensionati spesso svolgono funzioni di supporto fondamentale (cura dei nipoti, aiuti economici, volontariato), contribuendo a mantenere viva la coesione sociale. Il sistema pensionistico riflette e, in parte, riproduce le disuguaglianze presenti nel mondo del lavoro. Chi ha avuto carriere stabili e ben retribuite potrà godere di pensioni più elevate, mentre chi ha subìto interruzioni lavorative, ha lavorato in settori precari o sommersi, o ha svolto attività di cura non retribuite (come molte donne), rischia pensioni insufficienti. Da un punto di vista sociologico, questo solleva questioni di giustizia sociale: il sistema pensionistico dovrebbe compensare, almeno in parte, le disuguaglianze accumulate nel corso della vita lavorativa. Riforme mirate in questo senso sono cruciali per garantire equità e inclusione. Il sistema pensionistico italiano, infine, non è solo una questione di bilanci pubblici e conti previdenziali: è un elemento strutturale della società, capace di incidere profondamente sulle dinamiche sociali, sui valori condivisi e sul senso di sicurezza collettiva. In un’epoca di transizione demografica, cambiamenti nel lavoro e crisi del welfare, risulta fondamentale ripensare il sistema pensionistico non solo in termini di sostenibilità economica, ma anche come strumento per rafforzare la solidarietà, ridurre le disuguaglianze e valorizzare ogni fase della vita umana.

dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) e socio Associazione Sociologi Italiani | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Fonti immagine: Pixabay


L’importanza del Pride per il riconoscimento della parità di genere nella società

di Franco Faggiano

Fino a quando ci sarà disuguaglianza, ci sarà bisogno di Pride!

A giugno, in Italia e nel mondo, le strade si sono colorate di arcobaleno grazie al Pride, appuntamento annuale dedicato alla celebrazione dell’orgoglio LGBTQIA+ e alla rivendicazione dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e di tutte le identità di genere e orientamenti sessuali non conformi alla norma eterosessuale e cisgender. In una società in cui le norme di genere tradizionali continuano a dominare, il Pride crea uno spazio di riconoscimento pubblico per identità spesso marginalizzate. La visibilità è il primo passo verso la parità: quando le persone LGBTQIA+ vengono rappresentate nei media, nei luoghi pubblici e nelle istituzioni, si contribuisce a scardinare stereotipi e pregiudizi.

Sociologicamente, questa visibilità rompe con la “norma egemonica” ciseterosessuale, mostrando la pluralità dei vissuti umani. Il Pride non solo rende visibili le differenze, ma le legittima come parte integrante del tessuto sociale. In questo modo, contribuisce a una ridefinizione collettiva del concetto di genere, non più come binario fisso, ma come costrutto fluido e dinamico. Il Pride agisce anche come motore di trasformazione culturale. Parteciparvi – come attivisti, cittadini o semplici spettatori – significa confrontarsi con nuove narrazioni identitarie, aprirsi al dialogo e ripensare i propri pregiudizi. Questo processo, che in sociologia si può leggere attraverso il concetto di “coscienza collettiva” di Émile Durkheim, è fondamentale per l’evoluzione della società verso una maggiore inclusività. Nel tempo, eventi come il Pride hanno contribuito a rendere meno tabù temi come il cambiamento di genere, la genitorialità omosessuale, la non-binarietà. Hanno permesso alla società di prendere coscienza delle disuguaglianze esistenti e di iniziare un percorso di riconoscimento istituzionale e culturale.

Oltre alla celebrazione, il Pride ha una forte connotazione politica. Nasce dalla rivolta di Stonewall (1969), una protesta contro la brutalità della polizia nei confronti della comunità LGBTQIA+. Ancora oggi, in molte parti del mondo – e persino in alcune aree d’Europa – marciare durante il Pride significa esporsi a discriminazione, repressione o violenza. Per questo, il Pride è anche una forma di resistenza. Dal punto di vista sociologico, si può parlare di “controspazio” (secondo la teoria di Henri Lefebvre): un luogo simbolico e reale in cui vengono sovvertite le regole della norma dominante, per creare alternative di convivenza, identità e potere. È in questi controspazi che si sperimentano modelli relazionali non oppressivi, si costruisce solidarietà tra soggetti emarginati, e si rivendica la dignità di tutte le vite. Il Pride ha anche un impatto indiretto ma concreto sulle leggi e le politiche. Le marce e le campagne di sensibilizzazione hanno accompagnato e sostenuto l’approvazione di leggi importanti, come il riconoscimento delle unioni civili, l’adozione per coppie omosessuali, la legge contro l’omotransfobia (dove presente), o l’autodeterminazione di genere.

dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani)


L’intermissus: categoria liminale tra ruolo, identità e sospensione, nell’etica delle istituzioni simboliche

di Antonio Rossello

Questo contributo propone una sistematizzazione in chiave psico-sociologica della figura dell’intermissus, recentemente emersa in forma preliminare all’interno del lessico analitico di alcuni articoli divulgativi. Assunto in via ipotetica come categoria sociologica autonoma, intermissus designa l’individuo che, in contesti organizzativi a forte codificazione rituale e rappresentativa, si colloca in uno stato di sospensione operativa non formalizzata. La figura dell’intermissus non si configura come deviante nel senso classico, bensì come esito di una frizione tra aspettative etiche di ruolo e condotte inadeguate, in assenza di infrazioni sanzionabili. Il saggio, basato anche su un caso empirico, analizza l’intermissus alla luce delle teorie dell’interazionismo simbolico (G.H. Mead) e del riconoscimento (A. Honneth), collocandolo nella cornice della devianza soft e della marginalità relazionale.

Il termine intermissus, dal latino intermittere (sospendere, frapporre, interrompere), è assunto in questo lavoro non in senso storico-letterale, bensì come costrutto euristico atemporale utile a descrivere fenomeni emergenti nelle strutture ad alta intensità simbolica, come ordini onorifici, consessi rappresentativi, corpi collettivi ritualizzati. Nel rispetto del principio metodologico espresso da Marc Bloch secondo cui “il cattivo storico è quello che, per pigrizia o per amore di generalizzazione, applica a ogni epoca gli stessi schemi”¹, si intende qui evitare impropri travasi semantici: l’intermissus non è un archetipo, né un eroe tragico o un dissidente politico, ma una configurazione relazionale contestuale e situata, derivante da tensioni non risolte tra identità individuale e regolazione collettiva.

2. L’etica attesa nei contesti rappresentativi

In contesti in cui il peso dell’identità formale (titoli, ruoli, onorificenze) è elevato, la condotta personale è soggetta a un’etica implicita di coerenza. Essa comprende riservatezza, equilibrio comunicativo, riconoscimento dei limiti statutari, e consapevolezza simbolica del proprio agire.Tali codici non sono sempre scritti, ma producono effetti normativi reali. La frattura tra comportamento e ruolo atteso — anche in assenza di trasgressioni formali — può produrre forme latenti di sospensione operativa. L’intermissus è colui che non viene espulso, ma progressivamente neutralizzato: le sue proposte non trovano più risposta, la sua presenza non è sollecitata, il suo status formale resta intatto ma la sua incidenza si azzera.

3. Il dispositivo della sospensione silenziosa

Contrariamente alle forme classiche di esclusione, l’intermissus non è oggetto di un provvedimento punitivo. Si attiva un meccanismo che potremmo definire “di diritto muto”: la persona non è rimossa, ma il suo ruolo viene svuotato di ogni funzione reale.Tale processo è coerente con logiche di autotutela collettiva: evitare conflitti, salvaguardare l’integrità simbolica dell’istituzione, proteggere la persona da un’umiliazione esplicita. Si tratta di una zona grigia di tolleranza formale e di marginalità operativa.“L’organizzazione non espelle, ma assorbe nell’indifferenza; non cancella, ma dimentica gentilmente.”

4. Maturità, identità e legittimazione

Chi occupa posizioni rappresentative è gravato da una precondizione di maturità psicosociale. Si presume che esista una coerenza tra ciò che il soggetto è (per età, formazione, competenza) e ciò che fa o dice. Quando tale coerenza viene meno per ragioni psico-relazionali — immaturità, narcisismo, scarsa consapevolezza dei contesti — si produce una rottura della legittimazione. In questo quadro, l’individuo non perde il titolo, ma perde il riconoscimento.

Secondo George H. Mead, la costruzione del sé avviene nel dialogo tra Io (sé spontaneo) e Me (sé socializzato)². L’intermissus manifesta una frattura interna tra impulso soggettivo e ruolo condiviso, tra iniziativa personale e aspettativa collettiva. Honneth, a sua volta, nella sua teoria del riconoscimento, identifica la mancata reciprocità relazionale come fonte di disfunzione sociale e psichica³. L’intermissus soffre di una mancanza di riconoscimento nelle tre sfere descritte da Honneth: affettiva (fiducia), giuridica (rispetto) e sociale (stima).

L’osservazione clinica alla base di questo contributo riguarda un individuo in possesso di titoli onorari e ruoli consultivi in una struttura rappresentativa sovra-nazionale. Dopo aver comunicato formalmente le proprie dimissioni, il soggetto ha tentato — in modo unilaterale e reiterato — di sospenderle, continuando a diffondere comunicazioni non autorizzate su canali privati e pubblici.Questo comportamento ha generato:uso disinvolto di credenziali non più operative; oscillazioni comunicative tra collaborazione e rivendicazione; reiterazione di comportamenti non in linea con l’etica del contesto. L’individuo non era formalmente sanzionabile, ma l’organizzazione ha cessato ogni interazione attiva, senza revocare i titoli onorifici: classico caso di intermissus.

L’intermissus rappresenta un meccanismo di equilibrio implicito tra istituzioni e soggetti dissonanti. Invece di operare rotture formali, il sistema assorbe la tensione tramite la sospensione. Il soggetto non viene colpito da una sanzione, ma invisibilizzato con garbo. La sua identità viene mantenuta, ma privata di incidenza. Questa figura liminale si colloca nell’ambito della devianza soft, non criminale, ma relazionale. Essa interroga il rapporto tra ruolo e identità, tra forma e sostanza, tra appartenenza e alterità. In un’epoca in cui le organizzazioni sono sempre più chiamate a conciliare inclusività e ordine simbolico, l’intermissus si configura come una risposta sistemica alla disfunzione relazionale, un punto cieco della struttura che permette di evitare conflitti aperti, pur senza risolverli.

dott. Antonio Rossello, Sociologo e Presidente del Centro XXV Aprile, Membro del Direttivo ASI – Deputazione Nord Ovest

Note:

  1. M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1997 (ed. orig. 1949), pp. 32-34.
  2. G.H. Mead, Mind, Self and Society, Chicago: University of Chicago Press, 1934.
  3. A. Honneth, La lotta per il riconoscimento, Roma, Meltemi, 2002 (ed. orig. Kampf um Anerkennung, 1992).

Bibliografia di riferimento

  • Goffman, E. (1961). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates. New York: Anchor Books.
  • Honneth, A. (1992). Kampf um Anerkennung: Zur moralischen Grammatik sozialer Konflikte. Frankfurt a.M.: Suhrkamp.
  • Mead, G.H. (1934). Mind, Self, and Society. Chicago: University of Chicago Press.
  • Bloch, M. (1949). Apologie pour l’histoire ou métier d’historien. Paris: Armand Colin.
  • Turner, V. (1969). The Ritual Process: Structure and Anti-Structure. Chicago: Aldine.

I giochi estivi da spiaggia, tra passato e presente. Elementi di socializzazione e svago

di Franco Faggiano

L’estate, con le sue giornate lunghe e soleggiate, rappresenta da sempre il momento ideale per lasciarsi alle spalle la routine quotidiana e godersi il tempo libero all’aria aperta. Tra le mete preferite da grandi e piccoli, la spiaggia occupa un posto d’onore. Ma oltre al relax sotto l’ombrellone e alle nuotate rigeneranti, la spiaggia è anche lo scenario perfetto per un’antica tradizione di giochi che attraversano generazioni, trasformandosi nel tempo, ma conservando sempre la loro essenza: divertimento, condivisione e socialità.

Negli anni passati, i giochi da spiaggia erano spesso frutto di fantasia e improvvisazione. Bastavano pochi oggetti, o anche solo sabbia e acqua, per inventare passatempi capaci di intrattenere per ore. I castelli di sabbia, ad esempio, non erano solo un’attività per bambini, ma un vero e proprio esercizio di creatività e collaborazione. Le gare a chi costruiva la fortezza più alta o il fossato più profondo erano occasioni di incontro tra piccoli di ogni parte d’Italia (e non solo), che si univano per costruire insieme un mondo immaginario. E che dire delle biglie di plastica (spesso con delle immagini all’interno), utilizzate su piste di sabbia create ad hoc con il solo fine di giocare insieme? Un altro grande classico era poi il gioco del frisbee, spesso improvvisato con piatti di plastica o cappelli di paglia. Anche la palla, semplice e universale, diventava strumento di giochi infiniti: “palla avvelenata”, “torello”, “beach soccer”, ognuno con le sue regole, spesso reinventate sul momento. E infine poi c’erano i racchettoni, che trasformavano ogni battigia in un campo da tennis improvvisato, dove l’unico scopo era non far mai cadere la palla, in una sfida che coinvolgeva anche gli spettatori.

Oggi i giochi da spiaggia mantengono molte delle caratteristiche del passato, ma si sono arricchiti di nuovi elementi. Alcuni classici resistono, come i racchettoni o il beach volley, diventato ormai disciplina olimpica e praticato da moltissimi giovani anche in contesti amatoriali. La differenza principale, tuttavia, è l’organizzazione: tornei, attrezzature dedicate e campi delimitati rendono questi giochi più strutturati, ma non per questo meno sociali. L’innovazione ha portato con sé anche nuovi protagonisti. “Paddleball”, “spikeball”, “footvolley” o le varianti acrobatiche del “frisbee” (come l’ultimate) animano le spiagge più frequentate. Sono giochi spesso portati da appassionati, che coinvolgono velocemente curiosi e passanti, dando vita a nuove forme di aggregazione. Anche il digitale ha fatto la sua comparsa: app e social network sono usati per organizzare eventi, tornei o semplici partite tra sconosciuti. Ma la tecnologia, per nostra fortuna, non ha sostituito il valore più importante del gioco da spiaggia: l’interazione reale tra le persone. Che si tratti di scavare buche con i bambini o di sfidare amici e sconosciuti a una partita di beach volley, i giochi da spiaggia continuano a rappresentare un potente strumento di socializzazione. In un’epoca in cui le relazioni sono spesso filtrate da schermi, la spiaggia rimane uno degli ultimi luoghi in cui il contatto umano è diretto, spontaneo, spesso improvviso. I giochi permettono di superare barriere linguistiche, culturali e anagrafiche. Bastano una palla lanciata, un invito a unirsi a una squadra, un sorriso condiviso dopo un punto segnato. In questi momenti, la spiaggia si trasforma in uno spazio collettivo, dove il tempo si dilata e le differenze si annullano. Dal passato al presente, i giochi estivi da spiaggia continuano a raccontare storie di incontri, divertimento e libertà. Sono simboli di una stagione in cui si riscopre il piacere di stare insieme, di ridere, di muoversi. In un mondo in continua evoluzione, questi giochi rappresentano un ancoraggio semplice e potente alla dimensione umana del tempo libero: quella che ci ricorda quanto sia bello, ogni tanto, giocare solo per il gusto di farlo.

dott. Franco Faggiano EPS (Esperto Progettazione Sociale) e socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com


L’ingegneria sociale come paradigma metodologico per l’indagine sociologica

di Franco Faggiano

L’ingegneria sociale (social engineering) è frequentemente associata al campo della sicurezza informatica e alla manipolazione dei comportamenti individuali per fini illeciti. Tuttavia, una lettura sociologica del concetto permette di riconoscere in esso un approccio metodologico utile all’analisi e alla trasformazione dei processi sociali. Attraverso un esame dei contributi classici (Durkheim, Weber) e contemporanei (Bauman, Giddens, Bourdieu), il presente breve lavoro propone una rilettura critica dell’ingegneria sociale, evidenziandone le potenzialità euristiche per la comprensione dei processi di influenza sociale, di cambiamento culturale e di strutturazione del comportamento collettivo.

L’ingegneria sociale, intesa come pratica intenzionale di modellamento dei comportamenti collettivi, trova riscontro in molteplici contesti della vita sociale contemporanea. Essa può essere concepita non solo come una tecnica di manipolazione, ma come uno strumento analitico utile a comprendere e indirizzare i processi di costruzione sociale della realtà. Nell’ambito sociologico, tale concetto può essere inserito all’interno di una più ampia riflessione sulle dinamiche di potere, controllo e regolazione dei comportamenti collettivi.

Durkheim (1895) concepisce i fatti sociali come coercizioni esterne che modellano il comportamento individuale, mentre Weber (1922) analizza il potere legittimo e i processi di razionalizzazione che strutturano la vita collettiva. Entrambi forniscono il quadro teorico per concepire la società come un sistema in grado di regolare e orientare l’agire individuale.

Zygmunt Bauman (2000) introduce il concetto di “società liquida”, in cui le strutture sociali diventano fluide e instabili, richiedendo strategie di ingegneria sociale sempre più sofisticate per mantenere forme minime di coesione e orientamento. In un contesto di crescente individualizzazione e frammentazione sociale, l’ingegneria sociale si sposta dal controllo istituzionale verso forme più sottili e pervasive di influenza culturale e comunicativa.

Anthony Giddens (1984), con la sua teoria della strutturazione, propone una visione dialettica del rapporto tra agenti e strutture: le azioni individuali producono e riproducono le strutture sociali, che a loro volta condizionano l’agire. L’ingegneria sociale può essere letta come un tentativo di intervenire su questo circolo, progettando contesti sociali che facilitano determinati comportamenti e inibiscono altri.

Pierre Bourdieu (1979) offre una lettura critica dei processi di ingegneria sociale attraverso i concetti di habitus e campo. Le istituzioni educative, culturali ed economiche operano come meccanismi di riproduzione sociale, modellando in modo invisibile le disposizioni individuali e collettive. In questo senso, l’ingegneria sociale non è solo una pratica consapevole di modellamento sociale, ma anche un effetto strutturale del potere simbolico esercitato dalle élite dominanti.

Gli esperimenti sociali controllati, quali quelli condotti da Milgram e Zimbardo, sono esempi di ingegneria sociale scientifica: creano contesti artificiali per osservare reazioni comportamentali. Più recentemente, esperimenti sul comportamento nei social network (come lo studio di Kramer et al., 2014 sul contagio emotivo di Facebook) confermano l’attualità di queste pratiche.

Le politiche pubbliche rappresentano interventi pianificati di ingegneria sociale, volti a modificare comportamenti collettivi in ambiti quali la salute, l’ambiente, l’istruzione e la sicurezza. La sociologia del cambiamento sociale studia tali processi, evidenziando sia i successi che i limiti di interventi top-down volti alla regolazione dei comportamenti.

Nell’era digitale, le piattaforme algoritmiche costituiscono nuove forme di ingegneria sociale invisibile. I social media, attraverso la selezione automatica dei contenuti, modellano le percezioni, i desideri e le interazioni degli utenti. Tale fenomeno richiama i concetti di Bourdieu sul potere simbolico e quelli di Bauman sul consumo come forma di identità.

Le pratiche di ingegneria sociale, anche quando mosse da finalità benefiche, sollevano interrogativi etici fondamentali. Qual è il limite tra influenza e manipolazione? Quali garanzie devono essere offerte ai soggetti sociali sottoposti a tali pratiche? La sociologia contemporanea richiama l’importanza del consenso informato, della trasparenza e del rispetto dell’autonomia individuale nelle pratiche di ricerca e intervento sociale.

L’ingegneria sociale, reinterpretata alla luce dei contributi contemporanei, si configura come una categoria utile per analizzare i processi di influenza e cambiamento sociale. Essa non è solo uno strumento di controllo, ma anche un campo di riflessione critica sul rapporto tra struttura e agire, potere e resistenza, pianificazione e spontaneità sociale. La sociologia, da questo punto di vista, è chiamata non solo a descrivere questi processi, ma anche a riflettere sul proprio ruolo all’interno di essi.

dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto in Progettazione Sociale), socio dell’Associazione Sociologi Italiani | Blog: retisocialienetworking.blogspot.com/

Bibliografia di riferimento:

  • Bauman, Z. (2000). Liquid Modernity. Polity Press.
  • Bourdieu, P. (1979). La distinzione: Critica sociale del gusto. Les Éditions de Minuit.
  • Durkheim, É. (1895). Le regole del metodo sociologico.
  • Giddens, A. (1984). The Constitution of Society: Outline of the Theory of Structuration. Polity Press.
  • Kramer, A. D. I., Guillory, J. E., & Hancock, J. T. (2014). Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(24), 8788–8790.
  • Milgram, S. (1963). Behavioral Study of Obedience. Journal of Abnormal and Social Psychology, 67(4), 371–378.
  • Weber, M. (1922). Economia e società.
  • Zimbardo, P. (1971). The Power and Pathology of Imprisonment. Congressional Record.


Orientamento e supporto per l’inserimento nelle categorie protette

di Andrea Autelitano e Antonio Rossello

Proposta di progetto che costituisce un’iniziativa concreta per accompagnare le persone fragili nel mondo del lavoro, semplificando i percorsi e rafforzando la rete territoriale.

L’inclusione nella società, e più specificamente nella realtà lavorativa, delle persone con disabilità rappresenta un indicatore sintomatico della capacità di una comunità di trasformare i principi di giustizia ed equità in pratiche efficaci e concrete. Con particolare riferimento all’esperienza italiana, non può tacersi come, nonostante la presenza di una normativa di settore – la L. 68/99, “categorie protette”- che prevede un solido e significativo sistema di tutele, persista ancora di fatto un divario rilevante tra gli obiettivi istituzionali perseguiti e la realtà occupazionale. In tale contesto, una nota positiva da sottolineare è sicuramente l’evoluzione delle logiche sottese ai servizi di supporto, le quali si stanno indirizzando verso approcci basati sull’autonomia e la valorizzazione delle competenze individuali, il cosiddetto empowerment, anziché rimanere ancorate a sistemi e filosofie puramente assistenziali. L’obiettivo, o almeno quello dichiarato, non è più dunque il semplice collocamento, ma la costruzione di progetti professionali che permettano alle persone di esprimere le proprie potenzialità attraverso reti territoriali coordinate tra centri per l’impiego, aziende, formazione e servizi sociosanitari. Il sistema, tuttavia, mostra ancora criticità fortemente rilevanti, quali l’assenza o insufficienza di coordinamento tra i servizi coinvolti, la difficoltà di incontro tra domanda e offerta, e la carenza di adeguati strumenti di osservazione e controllo, nonché di educazione e sensibilizzazione individuale e collettiva.

Il progetto di “Orientamento e supporto per l’inserimento delle categorie protette” del Centro italiano femminile (CIF)- Comunale di Savona, sembra riconoscere e intercettare proprio queste criticità, offrendo una riflessione e una prospettiva concreta.
L’ostacolo principale rimane, in ogni modo, culturale: parte della società civile e delle aziende percepisce ancora l’inserimento di persone con disabilità nel contesto lavorativo solo come un obbligo giuridico e/o assistenziale oppure morale, anziché come un’opportunità.
Le organizzazioni più innovative, quelle che incorporano la responsabilità sociale d’impresa e la sostenibilità sociale, dimostrano invece come l’inclusione crei benefici reali: ambienti di lavoro e processi maggiormente produttivi e innovativi, nati appunto dal confronto di prospettive diverse e gruppi più coesi.
Questo suggerisce come il vero e concreto cambiamento richieda in primis una rivoluzione culturale, ovvero il passare da una visione della disabilità come problema a una che la riconosce e considera come un’opportunità e un valore aggiunto.
L’inclusione autentica, e non meramente formale, non si raggiunge infatti con obblighi normativi o incentivi, bensì costruendo culture istituzionali e organizzative che abbraccino la concezione che le differenze individuali e la diversità in generale siano risorse per soluzioni nuove e più efficaci.
L’inclusione lavorativa delle persone con disabilità è pertanto molto più di una questione sociale: è lo specchio della nostra capacità di costruire una collettività socialmente responsabile e sostenibile.
Rendere il diritto al lavoro accessibile a tutti significa creare una società più innovativa e più equa, riconoscendo in ogni differenza un contributo e una qualità da valorizzare
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L’inclusione lavorativa delle persone con disabilità è una sfida che misura il grado di maturità etica e organizzativa della nostra società. Il Centro XXV Aprile, da sempre impegnato nella promozione della giustizia sociale, sostiene con convinzione questo progetto, condividendone gli obiettivi e contribuendo alla sua diffusione attraverso la propria rete di contatti e collaborazioni. La speranza è che, per la sua concretezza e il suo valore, l’iniziativa possa uscire dai confini locali e diventare un modello replicabile a livello regionale e nazionale.

1 Dott. Avv. Andrea Autelitano, Sociologo e Antropologo. Presidente Deputazione Nord Ovest Associazione Sociologi Italiani (ASI) Presidente della Sezione d’Ambiente “Sociologi” del Centro XXV Aprile

2 Dott. Ing. Antonio Rossello, Sociologo, Presidente del Centro XXV Aprile, Membro del Direttivo ASI – Deputazione Nord Ovest


LA SOCIOLOGIA IN CAMPO: RIFLESSIONI SUL IV CONGRESSO NAZIONALE ASI

Si è svolto a Roma il IV Congresso Nazionale dell’Associazione Sociologi Italiani (ASI). Un appuntamento che ha rappresentato un momento di rilancio per la funzione della sociologia nel leggere ed interpretare le crisi globali, nel definire ulteriormente lo status professionale dei sociologi.

Il Congresso ha visto la partecipazione di studiosi, diplomatici, religiosi, rappresentanti delle istituzioni, operatori umanitari, i quali hanno evidenziato come sia urgente applicare un approccio integrato multidisciplinare, in grado di cogliere la complessità del reale.

Il tema centrale del congresso – “Guerra e/o Pace: le società in transizione” – ha fornito una chiave di lettura sociologica inerente ai conflitti armati, ponendo attenzione alle trasformazioni profonde che essi generano, in termini di migrazioni forzate, disuguaglianze sociali crescenti, riconfigurazione dei rapporti di forza, delle dinamiche geopolitiche globali, relazioni, identità. In tale contesto di discussione, è stato confermato come la sociologia sia uno strumento interpretativo critico dal quale, oggi più che mai, non si può prescindere, in quanto bussola per orientarsi nel presente, capace di tenere insieme analisi teorica, praxis e responsabilità morale.

Una parte cruciale del congresso è stata dedicata al tema “Sociologia sotto attacco”, in cui si è affrontata la difficile condizione della professione del sociologo in Italia, caratterizzata dalla mancanza di riconoscimento giuridico e da resistenze epistemologiche che ne minano la legittimità. Il rischio concreto risiede nel fatto che senza tutela normativa il sociologo rischia di perdere spazio, credibilità e impatto istituzionale, per cui, la direzione è unica: promuovere attività di lobbying creando alleanze istituzionali e normative. In tal senso, l’ASI è soddisfatta del risultato raggiunto in termini di capitale sociale creato e del credito relazionale concretizzato. In conclusione, il IV Congresso ASI ha segnato un momento di riflessione importante sull’impiego dei sociologi e della sociologia, chiamata a ridefinire la propria posizione nella società e nel sistema delle professioni, consapevole che essa stessa è soggetta a trasformazioni. In un mondo attraversato da crisi multiple e interconnesse, il sapere sociologico dimostra di avere ancora molto da dire e da fare.

di Redazione


Animali da compagnia nella vita odierna: una visione sociologica

di Franco Faggiano

Nella società contemporanea, il rapporto tra esseri umani e animali da compagnia ha assunto un’importanza sempre più centrale, trasformandosi da semplice coabitazione a un legame affettivo e simbolico complesso. Da una prospettiva sociologica, questa relazione riflette e contribuisce a modellare dinamiche culturali, economiche e psicologiche che caratterizzano la vita moderna.

Uno degli aspetti più rilevanti è la crescente tendenza a considerare l’animale domestico non solo come un compagno, ma come un vero e proprio membro della famiglia. Termini come “pet parenting” o “genitori di animali” evidenziano come cani, gatti e altri animali da compagnia vengano sempre più antropomorfizzati, ricevendo cure, attenzioni e affetto che un tempo erano riservati solo ai membri umani della famiglia. Questo fenomeno può essere letto anche come risposta a cambiamenti strutturali nelle relazioni sociali: l’aumento della solitudine urbana, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione della natalità e la maggiore mobilità individuale. In questo contesto, l’animale diventa un punto di riferimento emotivo stabile, una forma di affetto incondizionato in una realtà spesso frammentata. Un altro elemento sociologicamente interessante è l’aspetto identitario legato alla presenza di un animale da compagnia. Alcune razze, specie o modalità di cura vengono associate a determinati stili di vita, classi sociali o valori culturali. Il possesso di un determinato animale può diventare un segnale di status economico, estetico o ideologico, come nel caso di razze di cani rare o di animali “esotici”. Inoltre, la crescente industria del pet care — che include alimenti biologici, vestiti, accessori di lusso, assicurazioni veterinarie e persino psicologi per animali — riflette una società in cui anche il consumo legato agli animali da compagnia diventa parte dell’identità personale e collettiva. Altresì, gli animali da compagnia svolgono anche importanti funzioni terapeutiche e sociali. La pet therapy è ormai riconosciuta come efficace in diversi contesti clinici e scolastici, migliorando la qualità della vita di persone con disabilità, anziani e bambini. Più in generale, la presenza di un animale può ridurre lo stress, combattere la depressione e stimolare relazioni sociali, soprattutto nei contesti urbani dove l’isolamento è più frequente.

Tuttavia, l’umanizzazione degli animali pone anche interrogativi etici. Se da un lato il crescente affetto verso gli animali da compagnia ha portato a una maggiore e fondamentale attenzione verso i loro diritti e al benessere, dall’altro può sfociare in forme di consumo irresponsabile o in pratiche che non rispettano la natura dell’animale stesso. Inoltre, l’impatto ambientale legato all’allevamento, alla produzione di cibo e agli accessori per animali solleva questioni che vanno integrate nel più ampio dibattito sulla sostenibilità. In sintesi, gli animali da compagnia nella vita odierna non sono più semplici presenze affettuose all’interno delle mura domestiche: rappresentano simboli, strumenti relazionali, soggetti terapeutici e, talvolta, status symbol. L’analisi sociologica di questo fenomeno rivela le trasformazioni più profonde del nostro modo di vivere, amare, consumare e relazionarci con il mondo. In un’epoca segnata da incertezze e cambiamenti rapidi, il legame con l’animale da compagnia si fa specchio e rifugio della nostra condizione umana.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com


Un Modello innovativo di collaborazione per la valorizzazione delle Associazioni

di Antonio Rossello e Franco Faggiano

In un panorama associativo sempre più complesso e dinamico, la Convenzione tra il Centro XXV Aprile e l’Associazione Italiana Combattenti Interalleati (A.I.C.I.) emerge come un esempio significativo di come la sinergia tra enti possa generare benefici tangibili e favorire l’integrazione di scopi e finalità. L’ accordo, incentrato sull’inquadramento dei Soci Onorari Collettivi del Centro XXV Aprile come «Soci Simpatizzanti A.I.C.I.», rappresenta un modello innovativo che coniuga aspetti sociologici e normativi, con un focus sulla rete associativa e i vantaggi che ne derivano.

La convenzione, basata su un «Patto di Mutuo Riconoscimento e Alleanza» (in acronimo PMReA), testimonia una profonda comprensione delle dinamiche relazionali e identitarie che caratterizzano il mondo associativo. Essere già parte della rete fisica e virtuale del Centro XXV Aprile in quanto Socio Onorario Collettivo (enti o istituzioni, che si sono distinte per particolari meriti acquisiti nella promozione degli scopi e delle finalità dell’Associazione o per prestigio personale, oppure in grado di fornire direttamente o indirettamente supporto o contributi alle attività dell’associazione) rappresenta il punto di partenza per un’ulteriore integrazione. Dal punto di vista sociologico, l’iniziativa mira a: Rafforzare l’identità collettiva: L’affiliazione automatica, pur con le limitazioni di voto, crea un senso di appartenenza allargato, consentendo ai membri delle associazioni collettive di riconoscersi parte di una rete più ampia e consolidata. Questo favorisce lo scambio di esperienze, la condivisione di valori e la creazione di un capitale sociale diffuso. Facilitare l’aggregazione: Il meccanismo del silenzio-assenso è un elemento sociologicamente rilevante. Riduce le barriere all’ingresso, incentivando l’adesione e superando la potenziale inerzia burocratica. In un contesto in cui il tempo e le risorse sono spesso limitati, la semplificazione delle procedure di affiliazione è cruciale per l’espansione e la vitalità delle reti. L’adozione del silenzio-assenso, debitamente comunicato e con possibilità di opposizione, si configura come un atto di fiducia reciproca e di ottimizzazione delle risorse. Promuovere la partecipazione indiretta: sebbene i Soci simpatizzanti non abbiano diritto di voto o di ricoprire cariche, la possibilità di partecipare a eventi, attività e usufruire dei servizi A.I.C.I.offre un beneficio di rete significativo. Questo tipo di partecipazione indiretta consente un’interazione costante e la possibilità di influenzare, seppur non formalmente, le attività e le direzioni delle associazioni coinvolte. Creare un «effetto rete»: L’integrazione di più associazioni sotto un unico «ombrello» simbolico e operativo genera un «effetto rete» positivo. Le singole realtà, mantenendo la propria autonomia, beneficiano della visibilità, del prestigio e delle risorse condivise. Questo può tradursi in una maggiore capacità di attrazione per nuovi membri, una più ampia risonanza delle iniziative e una maggiore efficacia nell’advocacy di interessi comuni.

Premessa: Basandosi sullo Statuto del Centro XXV Aprile e sul Patto di Alleanza con l’A.I.C.I., che prevede l’adesione automatica (co-iscrizione) dei soci reciproci (salvo opposizione), è emersa la necessità di inquadrare normativamente i Soci Collettivi del Centro (enti/istituzioni). Dato che il regolamento A.I.C.I. ammette solo soci individuali, l’opzione più idonea per una collaborazione strutturata è stata includere tali Soci Collettivi come «Soci Simpatizzanti», nonostante alcune limitazioni operative. La convenzione è un esempio di come sia possibile conciliare l’efficienza operativa con la piena conformità normativa. Gli aspetti legali e procedurali sono stati attentamente definiti per garantire trasparenza e tutela degli interessi di tutte le parti coinvolte. La delibera del Consiglio Direttivo del Centro XXV Aprile dell’11 novembre 2024 evidenzia in particolare le ragioni di armonizzazione tra gli statuti delle due associazioni. Premesso che il Centro XXV Aprile contempla soci onorari collettivi, mentre lo statuto dell’A.I.C.I. ammette solo soci individuali, l’inquadramento dei soci collettivi del Centro come «Soci Simpatizzanti A.I.C.I.» è stata l’unica soluzione regolamentare per formalizzare la collaborazione senza alterare lo statuto dell’A.I.C.I. Questo compromesso, pur con limitazioni (assenza di elettorato attivo e passivo), permette il riconoscimento formale degli enti affiliati al Centro XXV Aprile. Atto Unilaterale Recettizio con Effetti Favorevoli: la convenzione si configura come un atto che produce effetti favorevoli dal momento in cui il destinatario ne ha conoscenza. Questa qualificazione giuridica sottolinea l’intento di facilitare e agevolare il processo di affiliazione, pur nel rispetto della volontà individuale.Tutela della Privacy (G.D.P.R.): l’attenzione alla normativa G.D.P.R. (Regolamento Ue 2016/679) è un pilastro fondamentale dell’accordo. La distinzione tra dati trattati come informazioni pubbliche (quelli delle persone giuridiche) e dati personali (in caso di opposizioni individuali) dimostra un approccio rigoroso alla protezione dei dati. L’obbligo per i Soci Collettivi di informare adeguatamente i propri membri sul loro status di Soci Simpatizzanti A.I.C.I. e sulla possibilità di opposizione rafforza il principio del consenso informato. Clausole di Aggregazione e Validità: la previsione di clausole che confermano la volontà di adesione dei singoli membri e la possibilità di nomina di un referente per il tesseramento sono espedienti normativi intelligenti per gestire il passaggio da una forma associativa collettiva a un riconoscimento individuale. La validità dell’affiliazione, subordinata all’assenza di opposizioni o alla tempestiva comunicazione delle variazioni, garantisce la costante attualità e accuratezza dei dati. Recesso e Revisione: la possibilità di recesso e la revisione annuale della convenzione sono garanzie di flessibilità e adattabilità. Queste clausole normative consentono alle parti di adeguare l’accordo a eventuali cambiamenti nel contesto associativo o normativo, assicurando la sostenibilità a lungo termine della collaborazione.

Il cuore di questa convenzione risiede nel beneficio in rete che essa genera per le associazioni coinvolte. Essere già parte della rete fisica e virtuale del Centro XXV Aprile in quanto Socio Onorario, e quindi ottenere l’automatica inclusione come «Socio Simpatizzante A.I.C.I.», offre: Amplificazione della visibilità: le associazioni collettive beneficiano di una maggiore visibilità all’interno del network Centro XXV Aprile – A.I.C.I., accedendo a un pubblico più vasto e a nuove opportunità di collaborazione e promozione delle proprie attività. Accesso a risorse e servizi: la possibilità di partecipare a eventi, attività e usufruire dei servizi riservati ai membri A.I.C.I. amplia il ventaglio di opportunità per le associazioni e i loro membri. Questo può includere l’accesso a convenzioni, formazione, spazi o piattaforme di comunicazione. Networking e scambi di esperienze: l’integrazione facilita la creazione di nuove connessioni e il rafforzamento di quelle esistenti. Questo networking informale e formale è fondamentale per la crescita e l’innovazione, permettendo lo scambio di buone pratiche, la risoluzione di problemi comuni e la creazione di progetti congiunti. Rafforzamento della rappresentatività: essere parte di una rete più ampia e riconosciuta aumenta la capacità di advocacy delle singole associazioni. Le istanze e le esigenze dei membri possono essere veicolate con maggiore forza e autorevolezza, contribuendo a influenzare le politiche pubbliche e a promuovere gli interessi del settore. Riduzione degli oneri amministrativi: l’automatismo nell’affiliazione e il riconoscimento dei documenti di identificazione dell’associazione di appartenenza snelliscono le procedure e riducono il carico amministrativo sia per le associazioni sia per i singoli membri.

In conclusione, la convenzione tra il Centro XXV Aprile e l’A.I.C.I. rappresenta un esempio virtuoso di come la collaborazione tra associazioni possa essere strutturata in modo efficace e innovativo. Attraverso un sapiente equilibrio tra obiettivi sociologici di integrazione e un’attenta regolamentazione normativa, l’accordo crea un beneficio di rete significativo, dimostrando come la solidarietà e la sinergia siano leve fondamentali per la vitalità e il progresso del terzo settore.

Di seguito si riporta una schematizzazione del modello proposto tratta dalla: 🌐 Sezione denominata LAB del Blog RETI SOCIALI & NETWORKING. Al suo interno, troverete modelli di approccio allo sviluppo di sinergie tra enti e/o sodalizi, sperimentati con ottimi risultati, tuttavia sempre in continua evoluzione e miglioramento. 

La convenzione tra il Centro XXV Aprile e l’Associazione Italiana Combattenti Interalleati (A.I.C.I.) istituisce un modello di cooperazione innovativo, fondato su un Patto di Mutuo Riconoscimento e Alleanza. L’accordo consente l’integrazione automatica degli enti Soci Onorari Collettivi del CXXVA come Soci Simpatizzanti A.I.C.I., rafforzando la rete, promuovendo l’identità condivisa e creando valore sia sociologico che normativo. Punti chiave del modello:

  1. Aspetti sociologici:- Rafforza l’identità collettiva e il senso di appartenenza.- Introduce il silenzio-assenso per semplificare l’adesione e superare barriere burocratiche.- Promuove una partecipazione indiretta a eventi e servizi A.I.C.I.- Crea un effetto rete sinergico, mantenendo l’autonomia dei singoli enti.
  2. Aspetti normativi:- L’accordo armonizza gli statuti: A.I.C.I. accetta solo soci individuali; perciò, i collettivi del CXXVA diventano Soci Simpatizzanti.- È un atto unilaterale recettizio, efficace alla conoscenza del destinatario.- Rispetta il GDPR: tutela i dati personali e informa sui diritti di opposizione.- Prevede strumenti di adattamento come recesso, revisione annuale e nomina di referenti.
  3. Benefici per le associazioni coinvolte:- Maggiore visibilità nel network condiviso.- Accesso a risorse e servizi A.I.C.I.- Opportunità di networking e collaborazione progettuale.- Rappresentatività potenziata nelle sedi istituzionali.- Semplificazione amministrativa grazie all’affiliazione automatica.ConclusioneLa convenzione rappresenta un modello replicabile per le realtà del Terzo Settore che desiderano crescere in rete, coniugando efficienza normativa, inclusione sociologica e valorizzazione reciproca.

Ing. Antonio Rossello, Dr. Hc in Sociologia e Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) soci dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) 

Bibliografia di riferimento

  1. Convenzione tra il Centro XXV Aprile e l’Associazione Italiana Combattenti Interalleati (A.I.C.I.) «SOCI ONORARI COLLETTIVI CENTRO XXV APRILE E SOCI SIMPATIZZANTI A.I.C.I.».
  2. Statuto del Centro XXV Aprile (in particolare l’Art. 4 sui Soci Onorari).
  3. Regolamento A.I.C.I. (in particolare l’Art. 9, Comma I.V. sui Soci Simpatizzanti).
  4. Patto di Mutuo Riconoscimento e Alleanza del 2 febbraio 2020.
  5. Disposizioni attuative del 21 aprile 2023.
  6. Delibera del Consiglio Direttivo del Centro del 11 novembre 2024.
  7. Verbale di Approvazione della Delibera del 11 novembre 2024 del Centro XXV Aprile.
  8. Accettazione del Comitato Esecutivo di A.I.C.I. del 23 novembre 2024.
  9. Regolamento Ue 2016/679 (G.D.P.R.).
  10. Art. 1334 Codice civile.

Sitografia

Blog RETI SOCIALI & NETWORKING Sezione LAB https://retisocialienetworking.blogspot.com/p/lab.html

Sito del Centro XXV Aprile, pagina “Un modello innovativo” https://centroxxvaprile.blogspot.com/p/un-modello-innovativo.html 


L’impatto nella società per l’utilizzo degli androidi nel mondo del lavoro

di Franco Faggiano

Una macchina può fare il lavoro di cinquanta uomini ordinari, ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario. (Elbert Green Hubbard)

Negli ultimi decenni, l’evoluzione tecnologica ha introdotto innovazioni radicali nei processi produttivi e nei servizi. Tra queste, l’impiego di androidi nel mondo del lavoro rappresenta una delle trasformazioni più significative e controverse. Gli androidi, robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale avanzata, stanno iniziando a occupare ruoli tradizionalmente riservati agli esseri umani. Questo fenomeno solleva interrogativi cruciali sull’impatto che avranno sulla società, sul lavoro e sulle relazioni umane. Uno degli effetti immediati dell’introduzione degli androidi è l’aumento della produttività. Gli androidi possono lavorare 24 ore su 24 senza bisogno di pause, ferie o retribuzione. Nei settori industriali, logistici e perfino nei servizi al cliente, i robot umanoidi garantiscono efficienza, precisione e affidabilità. Ciò comporta vantaggi economici significativi per le aziende, che possono ridurre i costi operativi e migliorare la competitività. L’aspetto più dibattuto riguarda però l’impatto occupazionale. Se da un lato l’automazione consente la creazione di nuovi ruoli altamente specializzati (come ingegneri robotici o programmatori di IA), dall’altro minaccia milioni di posti di lavoro tradizionali, soprattutto quelli ripetitivi o manuali. La sostituzione della manodopera umana con androidi potrebbe accentuare le disuguaglianze sociali, creando una spaccatura tra chi ha competenze tecnologiche avanzate e chi ne è privo.

L’ingresso degli androidi impone una riflessione sul significato stesso del lavoro. L’essere umano sarà spinto verso attività che richiedono creatività, empatia, pensiero critico e capacità relazionali — ambiti in cui, almeno per ora, gli androidi non possono competere pienamente. Questo potrebbe rappresentare un’opportunità per valorizzare aspetti del lavoro oggi poco riconosciuti e per sviluppare una nuova economia basata sull’intelligenza emotiva e culturale. L’utilizzo di androidi pone però sfide etiche complesse. Chi è responsabile se un androide commette un errore? Come garantire che non si sviluppino forme di discriminazione algoritmica? È giusto affidare l’assistenza agli anziani o l’educazione dei bambini a esseri artificiali? Questi interrogativi richiedono un quadro normativo chiaro e aggiornato, capace di proteggere i diritti umani e di regolamentare lo sviluppo e l’impiego dell’intelligenza artificiale.

Dal punto di vista sociale, la presenza crescente di androidi potrebbe modificare le dinamiche relazionali. In alcuni casi, potrebbero ridurre la solitudine, ad esempio attraverso la compagnia offerta agli anziani. In altri, però, potrebbero aumentare l’alienazione, sostituendo il contatto umano con interazioni artificiali. Il rischio è una progressiva perdita di coesione sociale e di empatia collettiva. L’integrazione degli androidi nel mondo del lavoro è una realtà sempre più concreta. Sebbene porti con sé benefici tangibili in termini di efficienza e innovazione, solleva interrogativi cruciali sull’equilibrio tra progresso tecnologico e benessere umano. Sarà fondamentale affrontare questa trasformazione con politiche lungimiranti, investimenti nella formazione e un’etica condivisa che metta l’essere umano al centro. Solo così potremo costruire una società in cui tecnologia e umanità possano evolvere insieme.

Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com


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