Ha senso riflettere sulla stupidità umana? Sì, perché aiuta a capire cos’è l’intelligenza. In questa direzione muove il libro di Armando Massarenti intitolato “Come siamo diventati stupidi. Una immodesta proposta per tornare intelligenti”, (Milano, Guerini e Associati, 2024, pp. 200). Prima di procedere, una nota sull’autore. Massarenti è caporedattore del Sole 24 Ore, giornalista culturale e divulgatore di filosofia per diletto. Dunque è utile occuparsi delle sue idee per l’influenza che esercitano sull’opinione pubblica tramite la testata della Confindustria; perché il suo libro fornisce un’aggiornata panoramica della psicologia umana in chiave cognitivista; e perché, come sosteneva Marx, per capire una società bisogna leggere i reazionari che produce. Ma che cos’è la stupidità? Tra i germi di questa infezione del corpo sociale Massarenti individua: una generalizzata inclinazione al pessimismo; la scarsa propensione ad affidarsi ai dati statistici per leggere la realtà; la tendenza all’esibizionismo morale (comportamento espressivo che su Internet conduce a una “corsa incontrollata verso l’indignazione”); la scarsa razionalità nell’affrontare i problemi sociali; esercitarsi in “palestre di pregiudizi e regole arbitrarie” come la sociologia e in generale le scienze umane.
Da questo pur incompleto elenco risulta chiaro che la stupidità è un modo di pensare di cui occorre sbarazzarsi. Ma come? Per rispondere prendiamo l’ultimo punto dell’elenco: è davvero necessario rinunciare alle scienze umane tout court? Nient’affatto. Bisogna buttar via solo l’acqua sporca e far proprio un “nuovo umanesimo”, ovvero una struttura del pensiero che muova dai seguenti postulati: non esiste un’età dell’oro a cui guardare; l’intelligenza è misurabile come qualsiasi altra cosa; è bene rendersi conto che il presente, pur con i suoi difetti, è meglio del passato; è necessario tenersi alla larga dalle ideologie (“basi della malvagità”); e soprattutto rendersi conto che il progresso non è finito, anzi, un radioso futuro ci attende. Il “nuovo umanesimo” di Massarenti è saldamente ancorato all’Illuminismo. Ma quale Illuminismo? Quello che ha accompagnato l’ascesa al potere della borghesia e non quello che, con i suoi ideali di uguaglianza, ha contribuito alle rivoluzioni proletarie. A questo punto siamo giunti a un passaggio cruciale: la stupidità non è causata da chi controlla la produzione del sapere, ma da chi gli si oppone. Di conseguenza, per far sì che si torni a essere intelligenti non bisogna dar retta agli “anti-illuministi”. Chi sono costoro? In pratica tutti coloro che contestano o hanno contestato quello che Michel Foucault chiamava il regime epistemologico di un’epoca. Nel nostro caso il regime epistemologico neoliberale. L’elenco è davvero lungo e ci troviamo chi non accetta la matematizzazione dell’intelligenza; chi critica il mercato e la tecno-scienza; chi si preoccupa troppo per la crisi ambientale; chi si occupa di Black Studies o di studi post-coloniali; chi per principio sta dalla parte delle vittime; chi pensa che lo sviluppo della ragione dipenda dai rapporti di forza tra classi sociali; chi pensa che nessuna disciplina scientifica sia neutrale; chi si oppone al pensiero dominante e chi adotta punti di vista eterodossi per spiegare il rapporto tra individuo e società. In sintesi: questi e altri soggetti impediscono il dispiegamento dei valori illuministi nel XXI secolo, favorendo la diffusione della stupidità nella società.
Su questa discriminante e col suffragio di una nutrita produzione culturale prevalentemente di area anglosassone, Massarenti edifica una fortezza epistemologica, al di fuori della quale pensare razionalmente è impossibile, perché all’esterno vige il disordine, la confusione, la barbarie. L’ordine, la certezza e la civiltà regnano, invece, sovrane nella mente dell’attore razionale, in sostanza nell’homo oeconomicus. Infatti, ci fa notare il giornalista del Sole 24 Ore: a che serve misurare il quoziente di intelligenza se non a migliorare il PIL? La disinvolta correlazione tra forma-merce e forma pensiero fa venire in mente un’altra domanda: dal momento che l’ideologia neoliberista è dominante perché c’è necessità di un libro come quello di Massarenti? Perché l’egemonia culturale non è mai definitivamente raggiunta. Perciò va quotidianamente sostenuta in virtù delle sue funzioni: dare spiegazioni di comodo a contraddizioni sociali come l’impressionante impoverimento culturale delle giovani generazioni; neutralizzare ogni teoria antisistema; confermare alle classi dominanti la bontà del loro stile di vita; prevenire la possibilità che i giovani borghesi si rivoltino contro la borghesia come accadde nel ’68; convincere i dominati a guardare la realtà con gli occhi dei dominatori.
Come siamo diventati stupidi è un libro che va preso in seria considerazione perché trasmette un’euristica, una visione del mondo e un modo di interpretare la realtà sociale che si presentano come scientifiche, come a-ideologiche, insomma intelligenti (nel senso attribuito a “vacanze intelligenti”) per proporre un’episteme che alla fin fine è finalizzata ad affermare la vecchia ideologia borghese, senza dichiararlo apertamente, anzi occultandola dietro un linguaggio farcito di nuove categorie. Sul piano sociologico una delle conseguenze più importanti dell’ordine del discorso “intelligente” è la rinuncia degli individui all’immaginazione sociologica; ossia, alla capacità del pensiero di connettere i problemi biografici con quelli della società. E per favorire il divorzio tra Io e Noi, la manipolazione del linguaggio è decisiva. Per esempio, i distruttori del pensiero critico si appropriano dell’espressione “pensiero critico” incoraggiandone l’uso come fa Massarenti in alcuni passaggi del suo libro. Sì, perché dopo aver proposto come positiva un’intelligenza da robot, un’intelligenza che più conformista di così non si potrebbe, il caporedattore del Sole 24 Ore concede il diritto al dissenso, sapendo bene che da un individuo forgiato dal “nuovo umanesimo” può venire una sola risposta: quella che rafforza la propria oppressione.
La società della conoscenza ha un alter ego: la società dell’ignoranza. È questa l’indovinata ipotesi di lavoro del filosofo spagnolo Daniel Innerarity contenuta nel suo libro, “La società dell’ignoranza. Sapere e potere nell’epoca dell’incertezza”, (Castelvecchi, Roma, 2024, pp. 206). Ipotesi calata nel nostro mondo ipertecnologico e con la quale siamo invitati a riflettere sulla controversa relazione tra sapere e non sapere. Poiché della società della conoscenza si scrive e si discute da anni, Innerarity pone l’enfasi sulla trascurata ignoranza in un denso libro composto da una serie di articoli e saggi brevi. Ognuno dei pezzi tratta un tema relativo alla produzione, alla fruizione e all’istituzionalizzazione del sapere in questo primo scorcio del XXI secolo.
Diciamo subito che Innerarity nobilita l’ignoranza e allo stesso tempo la mette in questione. Operazione oggi necessaria perché la proliferazione delle conoscenze è talmente consistente da obbligare gli individui a confrontarsi con l’aumento della propria mancanza di competenza, ovvero, a misurarsi col crescere della propria ignoranza. Il tema è indubbiamente all’ordine del giorno in un mondo in cui la scienza, la tecnologia e l’informazione hanno acquisito un ruolo determinante nella transizione epocale di cui tutti siamo testimoni. Il problema, come al solito, è il punto di vista con cui si leggono i cambiamenti sociali. E Innerarity chiarisce il suo: in un contesto di sovrapproduzione di contenuti, quando si parla di ignoranza dobbiamo occuparci essenzialmente dell’ignoranza “di cui nessuno è colpevole, se non le circostanze reali che, in tutto o in parte, la rendono inevitabile”. Impostato così il tema, è evidente che per il filosofo spagnolo la storia si fa da sola e l’ignoranza è figlia di nessuno, così come figlio di nessuno era il fascismo per Benedetto Croce. Ma come si fa a giustificare una storia umana che va avanti per moto, proprio incurante delle asimmetrie tra produttori e consumatori di conoscenza? Si utilizza, come fa Innerarity, un lungo repertorio concettuale affermatosi negli ultimi decenni, in netta opposizione alla logica dialettica e alla teoria del conflitto. In questo repertorio troviamo parole-chiave quali: sistema, accelerazione, rischio, incertezza, caos, riflessività, interdipendenza, disintermediazione, complessità, democrazia e altre ancora appartenenti alla stessa scuola di pensiero. Qual è questa scuola? Quella che sul piano della produzione sociale di conoscenza possiamo definire il regime epistemologico neoliberale. Il quale permette variazioni purché interne al regime. Innerarity, per esempio, nasconde (forse anche a se stesso) l’eco di un intellettuale d’altri tempi, eco che risuona tra le righe mentre si occupa con strumenti attuali del presente. E mentre parla degli effetti dell’economia digitale sulla conoscenza, propone un’idea della cultura come un’esperienza solitaria da coltivare senza clamori, in cauta opposizione alla visione utilitaristica del sapere tipica dei nostri tempi. Che questo opporsi sia vano riteniamo lo sappia lo stesso Innerarity. Ma per lui la storia è fatta di accidenti: è senza causa e senza scopo. E così la sua critica si risolve nel pensiero del singolo pensatore che degnamente rappresenta data la sua statura intellettuale.
Nel primato del pensiero individuale troviamo il punto di caduta più tipico dei filosofi liberali. I quali elaborano teorie e concetti che non mettono in discussione il modo di produzione e di riproduzione della società capitalista, schermandosi dietro parole più ricche di problemi che di soluzioni, quali libertà e democrazia; allo stesso tempo non possono fingere di non vedere alcune disfunzioni che mettono in seria difficoltà la libertà e la democrazia e che per di più non trovano mai soluzione. Popper, per esempio, si accorse del ruolo nefasto della TV dopo aver perorato per una vita la causa del neoliberismo (che ha fatto trionfare la mercificazione di ogni cosa, TV compresa: i profitti sono più facili con una TV diseducativa anziché educativa). Innerarity, che pure appartiene a pieno titolo al mondo accademico, critica con molto acume il monitoraggio quantitativo dell’attività scientifica e allo stesso tempo non ha nulla da obiettare rispetto ai rapporti di potere tra chi sa (i docenti) e chi non sa (gli studenti) all’interno dell’università. A Innerarity non sfuggono alcuni dei problemi più stringenti generati dalla società della conoscenza. Ma essi sono il frutto dell’ambivalenza delle cose. Per esempio, dinanzi al caotico scenario che caratterizza l’incalzante produzione di conoscenza, ecco che gli inesperti, talvolta riuniti in gruppi, contestano il ruolo del sapere, della scienza e della tecnologia rifugiandosi in credenze cospirative, negazioniste, fasulle. Si rifugiano cioè nelle consolatorie braccia dell’ignoranza. Essi costituiscono un problema. Ma da cosa dipende lo smarrimento dalla retta via di questi gruppi? Innerarity ha la risposta: “dal non aver trovato il giusto equilibrio tra fiducia e diffidenza, dall’oscillare tra un’eccessiva ingenuità e la critica incontrollata.”
Come si realizzi il “giusto equilibrio tra fiducia e diffidenza” quando, per esempio, da un lato abbiamo una Big Pharma e dall’altro i suoi clienti non ci è rivelato, (forse attraverso un cortese dialogo tra le parti come avviene nei convegni universitari?). Mentre sembrerebbe scontato che la “critica controllata” sia quella svolta da Innerarity. Critica grazie alla quale è possibile risolvere il conflitto tra chi conosce e chi non conosce con un compromesso: “sapere e non sapere si intrecciano” e l’ignoranza alberga negli individui, nelle istituzioni e nella società esattamente come la conoscenza. Perciò l’una non può fare a meno dell’altra e dobbiamo imparare a gestire quello che non sappiamo. Le manifestazioni di ciò che non sappiamo sono: insicurezza, probabilità, rischio e incertezza. Come si vede ritornano un paio delle parole-chiave di cui sopra alle quali se ne aggiungono altre che, nel loro insieme, concorrono a formare l’ordine del discorso liberale. Un ordine oggi talmente egemonico da non sentire il bisogno di confrontarsi con chi gli si oppone. Tanto è così che nell’orizzonte culturale di Innerarity non compaiono neppure in lontananza fenomeni come la divisione tra lavoro manuale e intellettuale, il rapporto tra forma merce e forma pensiero, la relazione tra profitto e ricerca scientifica, la disuguaglianza nell’accesso all’istruzione, lo spreco di intelligenze escluse dai circuiti istituzionali della cultura, l’interesse delle élite a rendere i cittadini sempre più ignoranti e così via.Tutto questo non esiste perché è implicitamente considerato appartenente al mondo di ieri, il mondo diviso in classi sociali. Nel mondo di oggi, le classi sociali non fanno capolino neanche per sbaglio. E allora secondo Innerarity: Internet abbatte le gerarchie; l’incertezza investe indistintamente tutti e può essere persino un’opportunità; dobbiamo imparare a vivere nell’instabilità; le strutture sociali sono reti orizzontali; i media tradizionali hanno perso il loro ruolo di guardiani dell’informazione; le nuove tecnologie dell’informazione ampliano la democrazia; la democrazia non ha bisogno della verità ma del libero dibattito; il pubblico ha preso nelle proprie mani il controllo della sua stessa attenzione; il consumatore è sovrano; nel lavoro occorre essere flessibili e avere spirito di adattamento; dallo spirito critico di un tempo si è fortunatamente passati alla creatività; l’intellettuale degli anni Sessanta è un immodesto radicale; apprendere significa cambiamento continuo; scoprire problemi è più importante che risolverli; la morale semplifica la realtà in modo eccessivo; non ci sono verità; la libertà è un sublime atto nicciano che, per esempio, consiste nel decidere come, quando e in che direzione sfogliare le pagine di un libro e via di questo passo.
Si potrebbe continuare davvero a lungo a sfogliare il vangelo di un regime epistemologico che insegna a interpretare la realtà in maniera anti-dialettica, ottimistica e funzionale al modello socio-economico neoliberista. Perciò l’importanza di un libro come La società dell’ignoranza non risiede tanto nelle sue conformiste conclusioni sulle sfide cognitive che affronta, quanto nell’affermazione di una strumentazione teorica che addestra l’intelligenza individuale e collettiva a adeguarsi alle pratiche delle élite dominanti, a non contestarle sul serio, a non immaginare alternative sociali se non quelle che il capitalismo sta preparando per se stesso.
Ovvero quanto il linguaggio verbale, gestuale e digitale delle nuove generazioni sia difficile da capire ed interpretare per le precedenti generazioni e, come questo generi incomprensioni nella comunicazione.
di Franco Faggiano
Il linguaggio delle nuove generazioni – verbale, gestuale e digitale – rappresenta oggi una delle principali fonti di incomprensione fra giovani e adulti. Questa difficoltà interpretativa si riflette in una vera e propria “generation gap” che non è solo tecnologica, ma anche culturale e simbolica. Questa breve analisi non ha di certo la pretesa di spiegare il fenomeno nel suo insieme, tuttavia può rappresentare un aiuto per comprenderlo meglio.
Linguaggio verbale: neologismi e codici
Le nuove generazioni fanno largo uso di neologismi, spesso presi dall’inglese o nati dall’interazione tra linguaggio social e dialetto locale, che risultano spesso inaccessibili per adulti, in particolare anziani. Parole come, ad esempio, “cringe”, “trigger”, “boomer”, “snitchare”, “shippare”, intrecciano significati generazionali, giudizi sociali ed elementi di cultura digitale. Circa due ragazzi su tre dichiarano di utilizzare questi nuovi termini anche in contesti formali, generando incomprensioni e sentimenti di esclusione negli adulti, i quali spesso non riescono a decifrare nemmeno il senso di base delle conversazioni. Questa dinamica riflette, non solo un naturale fenomeno evolutivo del linguaggio, ma anche un bisogno di appartenenza e distinzione sociale.
Comunicazione gestuale: differenze interpretative
Il linguaggio del corpo, nelle nuove generazioni, si trasforma: gesti, espressioni facciali e mimica, adottati dai giovani, spesso influenzati anche da media, serie TV e culture globali, possono creare fraintendimenti nei confronti degli adulti. Azioni come il sorridere a labbra chiuse, mordersi il labbro inferiore o evitare il contatto visivo, possono, infatti, assumere valori simbolici diversi rispetto alla generazione precedente, causando incomprensioni sia nella vita familiare sia in quella professionale. La velocità di mutamento e contaminazione dei segnali non verbali, rende oltretutto difficile una codifica stabile, accentuando lo scollamento comunicativo.
Come evidenziato in recenti indagini, oltre il 50% dei giovani ritiene che gli adulti non comprendano il loro modo di comunicare, mentre solo una minoranza di adulti non avverte questa difficoltà. La comunicazione tra generazioni, così si riduce spesso al minimo, con difficoltà sia nella trasmissione di valori, sia nella gestione dei conflitti intergenerazionali. Il “divario linguistico” è solo la punta dell’iceberg di una trasformazione più ampia delle identità e delle forme della socialità.
Metodi per analizzare gli slang e neologismi
Vediamo per sommi capi quali sono i metodi necessari ad analizzare corpus di slang e neologismi online. Essi si basano principalmente su tecniche di linguistica dei corpora e text mining, che integrano analisi lessicale, statistica, e semantica dei testi digitali.
1 – Preparazione del corpus.
Il primo passo consiste nella raccolta e preparazione del testo, includendo la pulizia, normalizzazione (esempio: spazi, apostrofi, accenti), e tagging delle parole con informazioni grammaticali e frequenze di occorrenza. È importante definire il campione rappresentativo del linguaggio giovane, presente su social media o chat online, spesso tramite software specifici o script automatizzati.
2 – Analisi lessicale e statistica.
Si procede poi con lo studio del vocabolario: conteggio di parole, identificazione di lemmi, tipologia di parole (nomi, verbi, aggettivi), frequenze e ripetizioni. Le tecniche includono:
Analisi delle concordanze per capire i contesti d’uso delle parole pivot.
Identificazione delle parole “tipiche” o esclusive di specifici sottoinsiemi del corpus, come gruppi di età o piattaforme social.
3 – Analisi semantica e pragmatica.
Tramite l’analisi contestuale, si interpreta il significato delle espressioni neologiche e dello slang, considerando anche la componente multimodale (emoji, meme, video) che accompagna spesso i testi giovanili. L’analisi qualitativa può essere affiancata da approcci quantitativi, per individuare pattern ricorrenti e mutamenti linguistici.
4 – Strumenti e software.
L’uso di software di text mining per l’analisi del linguaggio, permette di gestire grandi corpora, eseguendo statistiche, analisi delle relazioni semantiche e produzione di mappe concettuali, in modo automatizzato.
Analisi del linguaggio giovanile in lingue diverse, incluso l’italiano digitale.
Creazione di dizionari specialistici per decifrare slang generazionali e digitali.
In sintesi, l’analisi di corpus di slang e neologismi online, richiede l’integrazione di metodi quantitativi e qualitativi, l’uso di strumenti digitali per il trattamento del testo e una sensibilità sociolinguistica alla novità e variabilità del linguaggio giovanile digitale.
Quali procedure adottare?
Le procedure per la pulizia e la normalizzazione di testi provenienti da social media, sono fondamentali per rendere i dati adatti ad analisi linguistiche e computazionali accurate, soprattutto nei casi di studio di slang e neologismi.
1 – Pulizia del testo (Text Cleaning)
Si tratta dell’eliminazione o modifica di elementi indesiderati o non rilevanti come:
URL, menzioni (@username) e hashtag (#hashtag) che spesso non contribuiscono al significato lessicale primario.
Emoji, gif, e altri simboli grafici, che possono essere rimossi o convertiti in descrizioni testuali per preservare l’informazione emotiva.
Caratteri speciali, punteggiatura non necessaria, numeri e formattazioni HTML o markdown residue.
Spazi bianchi multipli, righe vuote e errori tipografici.
2 – Normalizzazione del testo.
Si interviene sul testo per uniformarne la forma con tecniche che includono:
Conversione di tutte le lettere in minuscolo o l’uso coerente delle maiuscole per evitare ambiguità.
Riduzione delle parole all’infinitivo o alla loro forma base (lemmatizzazione) per facilitare il confronto e l’aggregazione.
Sostituzione di abbreviazioni, acronimi, slang e forme dialettali con equivalenti standard o annotazioni specifiche, spesso tramite dizionari o database specializzati.
Correzione automatica di errori ortografici e di digitazione frequenti.
Gestione di ripetizioni di caratteri o parole (ad esempio: “tostoooo” → “tosto”).
3 – Tecniche e strumenti
Tokenizzazione: suddivisione del testo in unità minime (token), una fase preliminare necessaria per altre analisi.
Utilizzo di corpus di riferimento per slang e neologismi, per mappare vocaboli emergenti e contestualizzarli.
Script o software di pre-processing e tool specifici per social media, che integrano regole lessicali personalizzate.
Procedure iterative di manual validation, per garantire qualità e coerenza.
4 – Considerazioni specifiche per testi social
I testi dei social media sono particolarmente “rumorosi” e contenenti un linguaggio altamente dinamico e innovativo.
La normalizzazione deve bilanciare tra la perdita di informazioni (esempio: umori trasmessi tramite emoji) e la necessità di strutturare un dataset interpretabile.
È utile integrare metadati come la data, la piattaforma d’origine e il contesto socioculturale per un’analisi più precisa.
In sintesi, la pulizia e la normalizzazione di testi social si realizzano mediante un processo metodico, che mira a rimuovere rumore, standardizzare forme linguistiche e preservare gli elementi semantici chiave, per facilitare le successive analisi qualitative e quantitative.
Considerazioni finali
Il linguaggio delle nuove generazioni, nelle sue forme verbali, gestuali e digitali, esprime le profonde trasformazioni sociali e culturali in atto, ma crea anche nuovi muri comunicativi che alimentano una distanza generazionale crescente, di cui adulti e istituzioni devono prendere consapevolezza per favorire un dialogo davvero inclusivo. Non possiamo permettere di creare ulteriori barriere oltre a quelle già esistenti nella nostra complessa esistenza!
Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale), socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) e membro della Macrodeputazione “Nordovest” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com
Bibliografia di riferimento:
Cristalli, Beatrice. Dizionario per boomer: Come parliamo (davvero) oggi. 2024.
Coveri, Lorenzo. “Novità del/sul linguaggio giovanile”, in La lingua dei giovani, a cura di Edgar Radtke, 1996.
Pierotti, Francesca. Dialoghi impossibili tra giovani e adulti. Le parole della cura tra identità, narrazione e social, Mondadori, 2025.
“Tra cringe, boomer, trigger e shippare, il vocabolario della Generazione Z”, Skuola.net, 2022.
“Più della metà degli under 18 in Italia ritiene che gli adulti non li capiscano”, Orizzonte Scuola, 2025.
“Le nuove generazioni e il divario tra aspettative e realtà”, Forma Futuri News, 2025.
“L’importanza del linguaggio nel rapporto intergenerazionale”, BeProBePositive.com, 2024.
“Gli adulti non comprendono i ragazzi. Un’indagine”, CSVnet.it, 2024.
“Il linguaggio del corpo: cos’è e come interpretarlo”, Unobravo.com, 2025.
Il presente studio analizza la continuità teorica e metodologica tra la sociatria elaborata da Jacob Levi Moreno (1889-1974) e la Sociatria Performativa sviluppata dall’artista italiano Ivan Cuvato (n. 1954). Attraverso un’analisi comparativa dei fondamenti epistemologici, delle pratiche operative e degli obiettivi trasformativi, la ricerca dimostra come Cuvato rappresenti un prosecutore innovativo del pensiero moreniano, adattandone i principi fondamentali al contesto dell’arte contemporanea e dei social media. Lo studio evidenzia le convergenze relative ai concetti di spontaneità creativa, azione trasformativa, teatro sociale e terapia collettiva, individuando al contempo le specificità della traduzione estetica operata da Cuvato. Emerge un quadro in cui la Sociatria Performativa si configura come evoluzione necessaria della sociatria moreniana, per affrontare le patologie sociali del XXI secolo.
Parole chiave: Sociatria, Psicodramma, Sociodramma, Arte Performativa, Jacob L. Moreno, Ivan Cuvato, Terapia Sociale, Sociometria
Ivan Cuvato
1. Introduzione
1.1 Premessa storico-teorica
Il concetto di “sociatria” nella sua accezione moderna è stato formalmente coniato da Jacob Levi Moreno negli anni ’30 del Novecento, con l’ambizioso proposito di diagnosticare e curare le patologie della società, attraverso metodologie derivate dallo psicodramma e dalla sociometria (Moreno, 1953). Moreno fu definito “l’uomo che portò la gioia e il sorriso nella psichiatria” e tutte le sue innovative teorie e metodi erano basati su una nuova forma di ricerca attiva (action methods) e su un nuovo approccio sistemico della psichiatria sociale.Nel 1922 Moreno iniziò ad elaborare lo psicodramma come modalità di intervento, mirante ad intervenire sul sistema di relazioni interpersonali dei singoli o dei gruppi, introducendo nella psicologia contemporanea, i cosiddetti ‘metodi attivi’. Nel 1921 fondò il teatro della spontaneità a Vienna, e la sera del 1 aprile 1921 ebbe luogo la prima dimostrazione di sociodramma: dopo aver affittato il Komodienhaus, lasciò una poltrona vuota sul palcoscenico, invitando i presenti a sedervisi e ad agire il ruolo del re. Quasi un secolo dopo, l’artista italiano Ivan Cuvato (nato a Gela nel 1954, residente ad Albisola) ha sviluppato un approccio artistico denominato “Sociatria Performativa”, che coniuga l’arte alla terapia sociale in modo originale, ma profondamente radicato nella tradizione moreniana. La Sociatria Performativa si pone come un processo terapeutico collettivo, un’arte che non si limita all’estetica, ma agisce sulla psiche sociale, provocando reazioni emotive e stimolando riflessioni critiche.
1.2 Obiettivi della ricerca
Il presente studio si propone di:
Identificare i principi fondamentali della sociatria moreniana
Analizzare le caratteristiche della Sociatria Performativa di Cuvato
Evidenziare le continuità teoriche e metodologiche tra i due approcci
Individuare gli elementi di innovazione introdotti da Cuvato
Valutare il contributo della Sociatria Performativa all’evoluzione del paradigma sociatrico
2. Quadro Teorico: La Sociatria secondo Jacob L. Moreno
Jacob Levi Moreno
2.1 Fondamenti epistemologici
La sociatria moreniana si fonda su una concezione dell’umanità come “reale ed organica unità sociale”, che “si dispone e si ripartisce nello spazio secondo una legge di gravitazione sociale”, basata sulle affinità fra gli individui. Partendo dalla concezione secondo cui l’uomo è essenzialmente un essere sociale, la sociometria riconosce e utilizza le connessioni che si evincono dalle scelte compiute nella vita quotidiana, mediante lo studio della reciprocità dei ruoli, la telè e la catarsi. Colpito da un’idea fissa – ossia che ognuno di noi è dotato di una natura primordiale immortale e sacra, che si esprime attraverso la creatività – Moreno si dedica alla progettazione e realizzazione di un metodo, in grado di far fluire questa creatività in modo spontaneo, senza attriti con il circostante. Lo studio delle leggi che garantiscono la sopravvivenza sociale e le tecniche terapeutiche ad esse collegate, costituisce il fondamento della sociometria, disciplina che si articola in quattro componenti:
SOCIONOMIA: la scienza che studia le leggi sociali
SOCIODINAMICA: le componenti dinamiche
SOCIOMETRIA: gli aspetti quantitativi
SOCIATRIA: le dimensioni patologiche e terapeutiche
2.2 I metodi attivi: psicodramma e sociodramma
Moreno credeva che il modo migliore per un individuo di rispondere in modo creativo a una situazione fosse attraverso la spontaneità, cioè attraverso la prontezza ad improvvisare e rispondere nel qui ed ora. L’attenzione di Moreno per l’azione spontanea, venne sviluppata nel Teatro della Spontaneità, che fondò a Vienna nei primi anni venti. È significativo un episodio della vita di Jacob Moreno: nel 1912 assistette ad una lezione di Freud, al quale disse “Ebbene, dottor Freud, io comincio dove lei finisce. Lei incontra le persone nel setting artificiale del suo ufficio. Io le incontro nelle strade e nelle loro case, nel loro ambiente. Lei analizza i loro sogni. Io do loro il coraggio di sognare ancora. Lei le analizza e le scompone. Io consento loro di agire i loro ruoli conflittuali e le aiuto a comporre le parti separate”. Il sociodramma è un metodo di ricerca attiva e profonda, che analizza le relazioni tra gruppi e la formazione delle credenze collettive. La differenza con lo psicodramma risiede nel fatto che, quest’ultimo, agisce in microcosmi individuali, mentre il sociodramma agisce sul gruppo e sul modo in cui questo si forma a partire dai ruoli individuali e culturali.
2.3 La sociometria come strumento diagnostico
L’atomo sociale è la struttura infinitesima della socialità e rappresenta il nucleo di ogni rapporto; i vari rapporti costituiscono, invece, la cosiddetta rete sociometrica. Il tele è la forza innata che tiene uniti i gruppi, è struttura primaria di comunicazione tra gli individui ed è perciò un motore fondamentale della terapia. Il tele è assimilabile all’empatia, ma, mentre quest’ultima può essere anche unidirezionale, il tele è intrinsecamente bidirezionale. In collaborazione con Helen Jennings, Moreno studiò una comunità di ragazze in un istituto di detenzione, dal punto di vista sociometrico, cioè misurando le tensioni affettive e i livelli di vicinanza, distanza e reciprocità tra i membri del gruppo.
2.4 La visione utopica e politica
Moreno aspirava a creare “una specie di terapia universale per i mali che affliggono l’umanità”, utilizzando l’arte, la spontaneità e il teatro, come strumenti di trasformazione sociale. La sua ambizione includeva l’idea di un “governo sociometrico” che permettesse alla reale organizzazione della collettività, di esprimersi nella sua pienezza.
3. La Sociatria Performativa di Ivan Cuvato
3.1 Biografia e contesto artistico
Ivan Pietro Cuvato nasce a Gela (Caltanissetta) il 10 settembre 1954. Dai 6 agli 8 anni studia nel Collegio di San Pietro di Caltagirone, dove si appassiona al disegno di immagini sacre. Nel 1962 si trasferisce in Liguria, stabilendosi ad Albisola. Lavora come carrozziere dai primi anni ’70 fino all’inizio degli anni ’90, dedicandosi poi esclusivamente all’Arte. La frequentazione dei grandi maestri della ceramica ligure (Sabatelli, Salino, Sassu, Scanavino, Cherchi) e l’immersione nella tradizione artistica albisolese, hanno profondamente influenzato la sua formazione. Appartiene alla generazione hippy e adotta un approccio libero alle problematiche pittoriche, con influenze dalla Pop Art.
3.2 Definizione e caratteristiche della Sociatria Performativa
Non negando la paternità del termine a Jacob Levi Moreno, per affinità elettiva, Cuvato si avvicina sul piano internazionale alla concezione del messicano Pedro Reyes, il quale intende la sociatria come “l’arte o la scienza di curare la società”. Cuvato incarna la figura di un moderno sciamano urbano che, attraverso la sua estetica e la sua presenza, invita lo spettatore a interrogarsi su ciò che vede e su ciò che, invece, rimane nascosto. Attraverso performance e installazioni, come La Morsa del Potere (2022), Cuvato agisce sulla “psiche sociale”, configurandosi come “moderno sciamano urbano”, il cui obiettivo è provocare un risveglio critico.
3.3 Metodologie operative
La pratica artistica di Cuvato si articola su tre livelli:
Pittura informale come sociogramma emotivo. L’uso del colore come materia primaria – testimoniato dai titoli delle sue mostre (“Il colore sono io”, “Ho perso la testa nel colore”, “Ne faccio di tutti i colori”) – costituisce un linguaggio diagnostico delle tensioni sociali. L’utilizzo delle pagine di giornale come base pittorica connette direttamente l’arte all’attualità sociale.
Performance pubbliche. Negli anni, numerosi eventi, video e fotografie documentarie mostrano come l’artista abbia stupito un nutrito pubblico di appassionati, con performance in cui appare quasi trasfigurato. Le sue azioni performative trasformano spazi urbani e social media, in teatri della spontaneità contemporanei.
Attivismo sociatrico digitale. Cuvato dimostra una naturale capacità di influencer, ben supportata e sviluppata dai social media. Ha saputo cogliere l’obiettivo finale di radunare un pubblico mirato che segue ogni suo post e lo tratta come una figura emblematica. L’influenza di don Andrea Gallo, ha segnato l’impegno civile di denuncia che l’artista albisolese aveva già avviato, conferendogli maggiormente lo slancio e l’incisività grazie ai quali Cuvato è diventato un influencer molto seguito in Italia sui social media nell’ambito della sociatria.
3.4 Dimensione politica e impegno civile
Sin dagli anni ’70, il maestro Ivan Cuvato è in prima fila nelle battaglie pacifiste nei movimenti giovanili. Attraverso la sua opera “La Morsa del Potere”, piatto in ceramica ingobbiata con smalti e ossidi, dimensioni 60X60, da vero artista sociatrico, ha espresso la massima solidarietà e vicinanza ai popoli coinvolti nel conflitto, lanciando un appello universale per la Pace. Il ruolo dell’artista sociatrico, secondo Cuvato, non è quello di creare o riflettere la società, ma quello di trasformarla attraverso l’arte e la creatività in qualcosa di migliore, intendendo una società più giusta che consentirebbe un trattamento migliore di tutte le persone. Concettualizzato nella Sociatria, il benessere dell’Uomo comune diventa l’obiettivo della politica.
4. Analisi Comparativa: Continuità e Innovazioni
4.1 Convergenze teoriche fondamentali
4.1.1 Il primato dell’azione sulla parola
Entrambi gli approcci privilegiano l’azione come strumento terapeutico. Moreno contrapponeva lo psicodramma (terapia dell’azione) alla psicoanalisi (terapia della parola). Analogamente, Cuvato privilegia la performance, il gesto, il colore come linguaggi immediati che precedono e superano la verbalizzazione. La concezione originale del padre fondatore della sociatria, Jacob Levi Moreno, attraverso la forma dello psicodramma, trova un’attuazione concreta nell’arte informale performativa. L’arte informale performativa può essere utilizzata per aiutare le persone a esprimere le proprie emozioni e a esplorare i propri conflitti interiori.
4.1.2 La spontaneità creativa come principio trasformativo
La spontaneità può essere definita come “la capacità di dare una risposta adeguata a una situazione nuova o una risposta nuova a una situazione”. Questo principio moreniano trova piena espressione nell’approccio informale di Cuvato, che incarna nella sua pratica artistica la filosofia dell'”informale nell’arte, informale nella vita”.
4.1.3 Lo spazio pubblico come teatro terapeutico
L’approccio inter-personale di Moreno era così innovativo che prevedeva persino la possibilità di spostare il setting, dallo studio medico al luogo e al gruppo reale in cui vivono i pazienti. Cuvato estende questo principio utilizzando la strada, le piazze di Albisola e i social network come scenari performativi.
4.1.4 Il gruppo come unità funzionale della trasformazione
La convinzione di Moreno è che il gruppo costituisca l’atomo funzionale delle dinamiche sociali, e che mescolandosi con altri gruppi formi strutture sempre più complesse. Cuvato traduce questo concetto nella creazione di community virtuali, che funzionano come gruppi sociometrici digitali.
4.2 Innovazioni metodologiche
4.2.1 Dalla clinica all’estetica
Mentre Moreno lavorava principalmente in contesti clinici e istituzionali (campo profughi, carcere di Sing Sing, Hudson School for Girls), Cuvato opera prevalentemente nel campo artistico. Questa differenza segna un’evoluzione: la sociatria non è più solo una disciplina medico-psichiatrica, ma diventa una pratica estetico-politica.
4.2.2 Dal sociogramma al cromatogramma
Moreno sviluppò la sociometria per misurare e visualizzare le relazioni sociali attraverso i sociogrammi – rappresentazioni grafiche delle dinamiche di gruppo. Cuvato traduce questo approccio in linguaggio visivo: i suoi dipinti informali, con le loro esplosioni cromatiche e forme fluide, possono essere letti come sociogrammi emotivi della società contemporanea.
4.2.3 Dai gruppi ristretti alle masse digitali
Cuvato trova la sua platea nei social media e negli spazi pubblici, come dimostrato durante la pandemia COVID-19 e le proteste contro le guerre. Questa estensione rappresenta un salto di scala: dalla terapia di piccoli gruppi, alla sociatria di massa, attraverso i network digitali.
4.2.4 L’influencer come sociatrico
Significativa è la nicchia di utenza a cui si è rivolto, ben rappresentata nel gentil sesso, oltre che tra gli estimatori d’arte. Una sua community, per la quale riesce a pubblicare contenuti originali ed inediti che stimolano le reazioni e le interazioni. Ogni pubblicazione diventa un micro-evento performativo che stimola reazioni emotive e riflessioni critiche nel pubblico.
4.3 Divergenze contestuali
4.3.1 Contesto storico-sociale
Moreno operò in un’epoca caratterizzata da due guerre mondiali, migrazione di massa, nascita della psicologia sociale come disciplina. Cuvato opera nell’era della globalizzazione, dei social media, delle crisi ambientali e delle pandemie globali. Le “patologie sociali” da diagnosticare e curare sono profondamente diverse.
4.3.2 Strumenti tecnologici
Cuvato rientra di diritto fra quegli artisti definibili precursori in quanto ha percepito le opportunità del marketing online e le dinamiche dei social media. L’algoritmo crea nuove “leggi di gravitazione sociale” attraverso cui le persone si aggregano, modificando radicalmente le dinamiche sociometriche.
4.3.3 Posizionamento disciplinare
Moreno si collocava all’interno della psichiatria e della psicologia sociale, cercando legittimazione scientifica. Cuvato opera nel campo artistico, rivendicando l’autonomia dell’arte come strumento di trasformazione sociale senza necessità di validazione clinica.
5. Discussione: La Sociatria Performativa come Evoluzione Necessaria
5.1 Attualizzazione dei principi moreniani
La Sociatria Performativa di Cuvato non rappresenta una rottura con la tradizione moreniana, ma piuttosto un’attualizzazione creativa dei suoi principi fondamentali. Per Cuvato, l’artista è uno “sciamano urbano” che opera sulla psiche sociale. Le sue opere non si limitano a rappresentare la realtà: vogliono trasformarla. È una sociatria estetica e politica insieme, dove l’arte diventa terapia collettiva.
5.2 Risposta alle patologie sociali del XXI secolo
Durante la pandemia, Cuvato ha inscenato performance fotografiche sull’isolamento e l’autoritarismo, invitando a riflettere su come il potere spesso si travesta da protezione. Le sue opere affrontano le specifiche patologie della contemporaneità: virtualizzazione delle relazioni, crisi democratiche, conflitti globali, emergenze sanitarie.
5.3 Il dibattito contemporaneo sulla sociatria
Attualmente, accanto a numerosi continuatori della tradizione socioterapeutica moreniana in ambito latinoamericano, il campo sociatrico globale mostra una frammentazione in diverse correnti. La corrente performativa italiana, rappresentata da Cuvato, trasforma la sociatria in una pratica artistica e simbolica.
5.4 Limiti e criticità
L’approccio di Cuvato solleva alcune questioni critiche:
La misurabilità dell’efficacia terapeutica delle performance artistiche.
Il rischio di estetizzazione del disagio sociale.
La scalabilità degli interventi artistici rispetto alle dimensioni delle patologie sociali.
La necessità di integrazione con approcci clinici e sociologici più strutturati
6. Conclusioni
6.1 Sintesi dei risultati
La ricerca ha evidenziato una forte continuità teorica e metodologica tra la sociatria moreniana e la Sociatria Performativa di Ivan Cuvato. Entrambi gli approcci condividono: il primato dell’azione sulla parola; la centralità della spontaneità creativa; l’utilizzo dello spazio pubblico come teatro terapeutico; la concezione del gruppo come unità funzionale della trasformazione; una visione utopica della trasformazione sociale attraverso metodi attivi. Al contempo, Cuvato introduce innovazioni significative: traduzione dei principi moreniani nel linguaggio dell’arte contemporanea; estensione della sociatria dall’ambito clinico a quello estetico-politico; aggiornamento dei metodi sociometrici all’era digitale dei social media e il mantenimento della fedeltà ai principi fondamentali, pur in un contesto radicalmente diverso
6.2 Contributo originale
Ivan Cuvato si configura come prosecutore innovativo della tradizione sociatrica moreniana. Non è un semplice epigono, ma un artista-terapeuta sociale che ha saputo:
Riconoscere la validità dei principi moreniani per il XXI secoloTradurli in un linguaggio artistico contemporaneo accessibile.
Estenderne l’applicazione attraverso i nuovi media digitali.
Mantenere intatta la carica utopica e trasformativa originaria.
Come Moreno fu definito “l’uomo che portò la gioia e il sorriso nella psichiatria”, Cuvato potrebbe essere definito “l’artista che portò la terapia sociale nell’arte contemporanea”.
6.3 Prospettive future
La Sociatria Performativa apre prospettive promettenti per: l’integrazione tra arte, terapia sociale e attivismo politico; lo sviluppo di metodologie sociatriche adatte all’era digitale; la creazione di reti transnazionali di artisti-terapeuti sociali; l’applicazione dei principi sociatrici alle sfide globali contemporanee. Tuttavia, per consolidarsi come paradigma scientifico, necessita di: maggiore sistematizzazione teorica; sviluppo di strumenti di valutazione dell’efficacia; dialogo con altre discipline (sociologia, psicologia sociale, arte terapia) e di documentazione rigorosa delle pratiche e dei risultati.
6.4 Riflessione finale
In ultima analisi, sia Moreno che Cuvato condividono la stessa visione utopica: l’idea che attraverso la creatività, la spontaneità e l’azione collettiva sia possibile trasformare la società in qualcosa di migliore, più giusto, più umano. Entrambi credono che l’arte (intesa in senso lato come azione creativa) non debba solo rappresentare la realtà, ma trasformarla. Entrambi rifiutano la separazione tra vita e opera, tra teoria e prassi. Entrambi sono, nel senso più profondo, terapeuti sociali che hanno fatto della propria esistenza un atto di cura collettiva.”Il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli è la pace; ma ciò richiede che siamo disposti a morire per essa, e allora non ci sarà più nessuna guerra” – questa affermazione di Cuvato risuona profondamente con l’utopia moreniana di una società guarita attraverso la creatività e l’incontro autentico. La Sociatria Performativa rappresenta dunque non una rottura, ma un’evoluzione necessaria del pensiero moreniano per il XXI secolo: un’epoca dove le patologie sociali si manifestano nella virtualizzazione delle relazioni, nella crisi delle democrazie, nelle guerre globali e nelle pandemie. In questo contesto, l’artista-sociatrico di Cuvato opera come uno sciamano contemporaneo che usa colore, performance e social media per diagnosticare e curare il malessere collettivo, perpetuando e rinnovando la visione rivoluzionaria di Jacob L. Moreno.
Dott. Antonio Rossello
Bibliografia di riferimento:
Opere di Jacob L. Moreno
Moreno, J.L. (1953). Who Shall Survive? Foundations of Sociometry, Group Psychotherapy and Sociodrama. Beacon House.
Moreno, J.L. (2017). Chi sopravviverà? Principi di sociometria, psicoterapia di gruppo e sociodramma. Di Renzo Editore, Roma (ed. orig. 1953).
Moreno, J.L. (2011). Il teatro della spontaneità. Di Renzo Editore, Roma.
Moreno, J.L. (2005). Psicomusica. Di Renzo Editore, Roma.
Moreno, J.L. (2002). Il profeta dello psicodramma. Di Renzo Editore, Roma.
Moreno, J.L. (1973). Psicodramma e vita. Rizzoli.
Studi su Moreno e la sociometria
Schützenberger, A.A. (2008). Lo psicodramma. Di Renzo Editore, Roma.
Schützenberger, A.A. (1975). La sociometria. Armando, Roma.
Ferrarotti, F. (1972). Trattato di sociologia. UTET, Torino.
Opere e documentazione su Ivan Cuvato
Biografia ufficiale Ivan Cuvato. Disponibile su: digilander.libero.it/ivan.cuvato/biografia.htm
Profilo artistico. Disponibile su: gigarte.com/vancuv
Profilo su ArtMajeur.com. Disponibile su: www.artmajeur.com/ivan-cuvato
Articoli scientifici e critici
“Ivan Cuvato e la Sociatria Performativa: L’Arte come Terapia Sociale”. Pagina Tre, 2025.
“Sociatria e Sociurgia: La Nuova Cura della Società nel 2025”. Alessandria.Today, novembre 2025.
“Sociatria: sfide e futuro della ‘Cura della Società'”. Alessandria.Today, novembre 2025.
“Ivan Cuvato e la domanda sulla Sociatria”. Eco di Savona, 21 aprile 2022.
“Ivan Cuvato si pone come Paladino della Sociatria e dell’Arte contro la Guerra per la Pace”. Eco di Savona, 7 marzo 2022.
“Ivan Cuvato ricorda don Gallo 10 anni fa a Savona”. Il Corriere Nazionale, 5 settembre 2022.
“Albisola, Ivan Cuvato: Riflessi di Nuova Luce Sociale. Essere influencer”. Trucioli, 1 luglio 2021.
“Ivan Cuvato. Cromatica sinderesi in un sogno americano”. WeeklyMagazine, 4 luglio 2020.
“Arte informale come strumento di sociatria. Opportunità e limiti della questione”. Reteluna Italia.
Opere di riferimento generale
Bevilacqua, S. (2018). Introduzione alla sociatria. La nuova sociologia clinica di società e persone. IBUC Edizioni.
Molteni, F. (a cura di) (2009). Dizionario degli Artisti Savonesi. De Ferrari.
Bauman, Z. (2000). Liquid modernity. Polity Press.
Bourriaud, N. (2002). Relational aesthetics. Les presses du réel (ed. orig. 1998).
Negli ultimi decenni, le trasformazioni dei flussi migratori in Europa hanno reso evidente la dimensione di genere delle esperienze migratorie. Donne e uomini migranti vivono forme diverse di precarietà e sofferenza, ma condividono una radice comune: l’esposizione a vulnerabilità strutturale radicate nei sistemi economici e nelle rappresentazioni sociali dell’“altro”. Due fenomeni emblematici — la Sindrome Italia, che colpisce molte donne migranti impiegate nel lavoro di cura, e le morti sul lavoro, che coinvolgono prevalentemente uomini migranti in settori ad alta precarietà — offrono una lente potente per leggere questa doppia realtà. Dietro entrambe le esperienze si cela una sofferenza sociale (Das, Kleinman, Farmer) che si manifesta attraverso il corpo: corpi che curano, corpi che faticano, corpi che si spezzano. L’analisi congiunta di questi due fenomeni mette in luce la dimensione relazionale e simbolica del lavoro migrante, spesso invisibile nelle letture puramente economiche o politiche della migrazione. In questa analisi si assume che la vulnerabilità dei corpi migranti non sia effetto di carenze individuali, ma manifestazione di violenza strutturale e di conflitto tra sistemi di cura, produzione e riconoscimento. Questo contributo si articola in tre sezioni: il contesto migratorio europeo contemporaneo, la sofferenza femminile incarnata nella Sindrome Italia, e la sofferenza maschile nelle morti sul lavoro, concludendo con una riflessione sulle implicazioni sociali e simboliche della vulnerabilità migrante.
Il contesto migratorio europeo contemporaneo
L’Europa è oggi attraversata da flussi migratori più frammentati, circolari e plurimotivazionali rispetto alle grandi ondate degli anni ’90 e 2000. Non si tratta più solo di migrazione economica, ma anche di fattori sociali, ambientali e geopolitici. Secondo Eurostat e l’OIM (2024), l’Unione Europea ospita oltre 37 milioni di cittadini natifuori dall’UE, pari a circa il 7% della popolazione totale, con un progressivo aumento della femminilizzazione dei flussi e della diversificazione delle traiettorie migratorie. Le migrazioni intraeuropee, soprattutto dall’Est e dal Sud verso i Paesi del Nord e dell’Ovest, hanno prodotto nuove forme di stratificazione sociale, in cui la cittadinanza formale non coincide necessariamente con l’inclusione reale. Le trasformazioni dei flussi migratori sono anche il risultato di conflitti globali, economici eambientali, espressione di poteri che decidono chi è mobilizzato, su quali condizioni, e come i corpi vengano inseriti nei sistemi di lavoro e di cura. L’Italia rappresenta un laboratorio di migrazione “ibrida”, dove convivono lavoro regolare e irregolare, accoglienza ed esclusione, solidarietà e sfruttamento. La dimensione di genere emerge come cruciale: le donne migranti sono sempre più presenti nel lavoro di cura, rispondendo alla crisi del welfare e alla domanda di assistenza domestica (Ehrenreich &Hochschild, 2003), mentre gli uomini sono sovrarappresentati nei settori più a rischio —edilizia, agricoltura, logistica — dove si concentrano sfruttamento, infortuni e morti sul lavoro (INAIL, 2023).In entrambi i casi, la migrazione è spazio di vulnerabilità e di resistenza, in cui il corpo diventa la prima frontiera del contatto con la società ospitante: corpo che lavora, che cura,che soffre, che media tra culture e sistemi di valore. Comprendere questo scenario richiede uno sguardo sociologico e clinico insieme, capace di cogliere la dimensione relazionale, affettiva e simbolica delle esperienze migratorie.
La Sindrome Italia: il prezzo invisibile della cura
La Sindrome Italia è stata identificata nei primi anni Duemila da psichiatri ucraini (Kiselyov &Faifrych) in donne ucraine rientrate in patria dopo periodi di lavoro come badanti in Italia. Non si tratta di una patologia clinica in senso stretto, ma di una sindrome sociale e culturale, espressione di tensioni affettive, identitarie e relazionali legate all’esperienza migratoria femminile. I sintomi — insonnia, apatia, ansia, dolori fisici, senso di colpa — riflettono una sofferenza relazionale profonda, derivante dalla condizione di “doppia assenza” (Sayad, 1999): assenza dal proprio Paese e dalla rete affettiva, ma anche assenza simbolica nella società ospitante. Le donne migranti affrontano una contraddizione dolorosa: forniscono cura e presenza alle famiglie italiane, mentre sperimentano assenza e distanza dai propri figli e affetti. Il corpo diventa il luogo in cui questa tensione si inscrive, traducendosi in sintomi psicosomatici che parlano di amore, colpa e separazione. Molte lavoratrici migranti vivono condizioni di isolamento, carico emotivo continuo e mancanza di confini tra tempo lavorativo e vita privata. Dormono in camere anguste, spesso condivise con la persona assistita, e affrontano quotidianamente violenze psicologiche come svalutazione, controllo e minacce di licenziamento. La solitudine diventa il denominatore comune, e strategie di compensazione come alcool, farmaci o gioco d’azzardo diventano tentativi di colmare il vuoto relazionale. Il fenomeno riflette la femminilizzazione della migrazione e la crisi del welfare europeo. Le donne migranti coprono un vuoto di cura lasciato dalla società, ma restano invisibili e svalutate. Come mostrano Hochschild (2003) e Lutz (2018), le catene globali della cura producono una nuova forma di disuguaglianza affettiva: le emozioni diventano forza lavoro e, la cura, pur essendo atto d’amore, si trasforma in prestazione economica e relazionale segnata dal potere. La Sindrome Italia può essere letta come un effetto della violenza strutturale: il sistema di cura che recluta donne migranti, chiede loro una disponibilità totale, non riconosce la soggettività, isola socialmente il corpo e rende la distanza affettiva un motore di sofferenza.
Le morti sul lavoro e la vulnerabilità maschile
Se la Sindrome Italia rappresenta il volto invisibile della sofferenza femminile, le morti sul lavoro sono la sua controparte maschile. Gli uomini migranti affrontano lavori faticosi, precari e pericolosi come prova di forza, responsabilità e amore verso la famiglia rimasta lontana. In questo modello di maschilità sacrificale, la dignità si misura sulla capacità di resistere al dolore e al rischio. Il corpo maschile diventa moneta di scambio identitaria: forza e sacrificio sono simboli di valore, ma a costo altissimo. Quando questo sacrificio conduce alla malattia, all’infortunio o alla morte, la società non riconosce la vulnerabilità. Dal 2000, in Italia, si contano in media oltre 1.200 morti sul lavoro ogni anno. Nel 2024, l’INAIL ha registrato 797 decessi in occasione di lavoro e 280 “in itinere”. Circa un quarto riguarda lavoratori stranieri impiegati in settori ad alto rischio come edilizia, agricoltura, logistica e industria pesante. Le morti sul lavoro testimoniano una violenza strutturale (Farmer, 2004): un sistema che considera certi corpi più “spendibili” di altri, normalizzando il rischio e negando visibilità al dolore. La vulnerabilità maschile si esprime attraverso l’esposizione quotidiana al pericolo, in una società che ancora associa virilità a resistenza e silenzio. Donne muoiono dentro, uomini muoiono fuori. Nel contesto migratorio contemporaneo, la sofferenza si declina secondo linee di genere profondamente intrecciate ma opposte. Le donne muoiono dentro: il corpo si ammala perché non trova spazio per sé, la mente si spegne nella ripetizione della cura altrui, l’identità si dissolve nella distanza dagli affetti. Gli uomini muoiono fuori: il corpo si spezza nel lavoro, nei campi, nei magazzini, nei cantieri. Il sacrificio maschile diventa dispositivo di annullamento: essere uomo significa resistere fino alla fine, anche quando la fine arriva davvero. Entrambe le morti derivano dalle stesse disuguaglianze strutturali: un ordine simbolico che esalta la produttività e svaluta la cura, che chiede forza e nega la vulnerabilità, che misura il valore umano in termini di utilità. Riconoscere questa doppia morte — interiore e materiale — significa restituire visibilità e dignità a chi sostiene le fondamenta invisibili della società.
Conclusione
La Sindrome Italia e le morti sul lavoro rappresentano due espressioni di una stessa sofferenza sociale, prodotta dal mancato riconoscimento dell’umanità nelle relazioni di cura e di produzione. Donne che “muoiono dentro” e uomini che “muoiono fuori” incarnano la duplice faccia di un medesimo processo di disumanizzazione. Queste sofferenze non sono patologie individuali, ma sintomi collettivi di un sistema che fonda la propria stabilità sull’invisibilità di chi lo sostiene. Riconoscere il corpo che cura e il corpo che lavora come portatore di vulnerabilità è un atto politico, etico e umano. Solo quando la società saprà accogliere la fragilità come parte della dignità, la cura come forma di sapere e la fatica come esperienza di valore, sarà possibile una vera giustizia relazionale. Riconoscere queste forme significa identificare la violenza che non esplode necessariamente in aggressioni evidenti, ma che opera silenziosamente nei meccanismi del lavoro, della cura e della mobilità. Si tratta di un conflitto permanente tra la dignità dei corpi e le esigenze di un sistema che li usa, li lascia, li celebra poco — o non li celebra affatto. Fino ad allora, continueremo a contare corpi e a perdere presenze.
Dott.ssa Viorica Bunduc, presidente Deputazione ASI Centro-Italia
Bibliografia
Castel, R. (1995). Les métamorphoses de la question sociale. Paris: Fayard.
Das, V. (2007). Life and Words: Violence and the Descent into the Ordinary. Berkeley:University of California Press.
Farmer, P. (2004). Pathologies of Power: Health, Human Rights, and the New War on thePoor. Berkeley: University of California Press.
Fassin, D. (2009). La raison humanitaire: Une histoire morale du temps présent. Paris: Seuil.
Hochschild, A. R. (2003). The Commercialization of Intimate Life: Notes from Home andWork. Berkeley: University of California Press.
INAIL. (2023). Rapporto annuale sugli infortuni sul lavoro. Roma: Istituto NazionaleAssicurazione Infortuni sul Lavoro.
Kiselyov, A., & Faifrych, A. (2000). Studi sulla “Sindrome Italia”. Ospedale di Chernivtsi,Ucraina.
Lutz, H. (2018). The New Maids: Migrant Domestic Workers and the Globalization of Care.Cambridge: Polity Press.
Sayad, A. (1999). La double absence: Des illusions de l’émigré aux souffrances del’immigré. Paris: Seuil.
Eurostat. (2024). Migration and Migrant Population Statistics. https://ec.europa.eu/eurostat
Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). (2024). World Migration Report 2024.Ginevra: IOM.
Pagella Politica. (2023). Morti sul lavoro in Italia: analisi dei dati INAIL.https://www.pagellapolitica.it
In questo saggio analizziamo una figura passata nel tempo da molto popolare a molto impopolare: l’impiegato dello Stato. L’indagine si sofferma sulla combinazione di interessi che hanno determinato la caduta del prestigio di una categoria di lavoratori apostrofati negativamente come statali. Dall’analisi emerge che: la definizione di statale va ben oltre quella del semplice impiegato a cui di solito ci si riferisce; è rifiutata dall’alta burocrazia e dalle alte professioni che pure lavorano per lo Stato; il ruolo della politica è decisivo nel processo di disgregazione dell’immagine del dipendente pubblico. In conclusione, l’analisi rileva che il discredito sociale si concentra prevalentemente sulla fascia bassa dei lavoratori pubblici, i quali sono stati trasformati in un facile capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità, quando i servizi destinati ai cittadini non funzionano come dovrebbero.
Crisi chiama crisi.
L’impiegato dello Stato è oggi situato al centro di tre pressioni: mediatica, politica, imprenditoriale. Queste pressioni sono dovute alla combinazione di diversi interessi: l’interesse dei media: contenere la crisi dell’editoria additando lo statale come un peso per la società e puntando sullo scandalismo per attirare l’attenzione del pubblico; l’interesse della politica: contenere la crisi dei partiti continuando a gestire il personale delle amministrazioni pubbliche e le altre risorse dello Stato per mantenere il ruolo di arbitro della società; l’interesse dell’imprenditoria: contenere la lunga stagnazione economica causata dalle politiche neoliberiste acquisendo nuovi mercati tramite la privatizzazione dei servizi pubblici1. Per motivi diversi l’azione di questi soggetti converge nell’assediare lo statale in nome dell’efficacia e dell’efficienza della Pubblica Amministrazione. Risultato? Indebolirlo coinvolgendolo nella propria crisi.
Potere di interdizione.
Da tempo il sostantivo statale ha acquisito una connotazione così negativa che persino i sindacati del pubblico impiego si guardano bene dall’utilizzarlo2. E non lo utilizzano per timore di cadere all’interno di un campo semantico talmente pericoloso per la credibilità dei propri iscritti da somigliare a un campo minato. La domanda allora è: chi ha messo le mine? Se ci si limita al discorso destinato al grande pubblico, la parte del leone la recita la stampa tramite una campagna permanente volta a distruggere la reputazione dell’impiegato dello Stato prendendo a pretesto episodi di mala burocrazia3. Interdire un nome collettivo ha effetti pratici sul riconoscimento (e l’auto-riconoscimento) del gruppo interessato. Nel nostro caso si è arrivati a falsarne la soggettività e a permettere in tal modo la proliferazione di un dibattito (dentro e fuori i media) spesso superficiale e gravido di pregiudizi. Un dibattito per lo più ignaro della realtà del lavoro pubblico, per nulla attento nel distinguere i dipendenti dello Stato che hanno perso prestigio sociale da quelli che non l’hanno perso affatto, disinteressato dal verificare se chi si trova in vantaggio nella sfida per una buona immagine è davvero chi dice di essere. Interrogarsi sui limiti del dibattito pubblico è un invito a osservare la figura dello statale con occhi diversi da quelli di una narrazione diventata ormai parte del senso comune.
Quadro di massima del pubblico impiego.
Secondo le rilevazioni della Ragioneria Generale dello Stato4 , aggiornate al 12 dicembre 2024, i dipendenti pubblici in servizio nel 2023 erano 3.327.854, di cui circa 3,14 milioni a tempo pieno e gli altri in part-time. La componente femminile supera largamente quella maschile (circa 1.988mila dipendenti contro 1.340mila). L’età media, seppure in leggero calo rispetto all’anno precedente, è ancora molto elevata (48,9 anni), ma con forti differenze tra un settore e l’altro (nei ministeri si superano ampiamente i 53 anni). I laureati sono circa 1,33 milioni (dato che comunque rappresenta un netto miglioramento rispetto ai meno di 800mila di vent’anni prima), ossia un terzo di tutto il personale in servizio, a cui si aggiungono circa 370mila lauree brevi (ma nelle Funzioni Centrali 5 la percentuale di laureati sale al 38% circa), con una netta prevalenza della componente femminile che sovrasta quella maschile di più del doppio (930mila contro 398mila). I diplomati, a loro volta, sono circa 1.156mila, mentre appaiono in forte calo rispetto al passato i dipendenti con titolo fino alla scuola dell’obbligo, che ora sono poco più di 304mila (vent’anni fa erano 750mila). Infine, superano di poco i 131mila coloro che possiedono una specializzazione post-laurea o un dottorato di ricerca, dei quali oltre 80mila nella sanità e circa 5.000 nei ministeri. Complessivamente il costo del lavoro nel 2023 è stato di circa 183 miliardi annui, di cui 125 miliardi circa per le retribuzioni del personale a tempo indeterminato e 4,3 miliardi circa per il personale con contratto a termine, mentre altri 2,8 miliardi sono stati spesi per retribuire personale esterno alla Pubblica Amministrazione (consulenti, agenzie di somministrazione, incarichi professionali, co.co.co. ecc.)6. La retribuzione media di un impiegato ministeriale di medio livello si aggira intorno ai 33mila euro lordi, compresa tredicesima e straordinari; quella di un dirigente ministeriale di seconda fascia è pari a 125mila euro, mentre quella di un dirigente ministeriale di prima fascia supera i 235mila. Quanto all’informatica, all’innovazione e all’uso delle nuove tecnologie, la Pubblica Amministrazione ha speso circa 4,6 miliardi di euro nel 2023, destinati a salire a circa 5,1 miliardi nel 2024 e a oltre 5,4 miliardi nel 2025 secondo le previsioni dell’Agenzia per l’Italia Digitale7. Agenzia che però – si badi bene – basa i suoi calcoli su un campione selezionato di 77 amministrazioni centrali e territoriali; il che lascia intendere che il totale effettivo per tutto il settore pubblico sia ben più elevato.
Una visione allargata dello statale.
Pensare la Pubblica Amministrazione solo come un lento pachiderma è un cliché perché significa non tenere conto delle sue peculiarità, della sua storia e delle sue molteplici funzioni. Inoltre, il confronto a perdere che si fa spesso con la dinamicità dell’impresa privata, è fuorviante perché nella modernità lo Stato è tutt’altro che un soggetto passivo. Ha creato le condizioni per l’affermazione del capitalismo, definisce e applica le regole con cui funziona il mercato. Non si tratta della storia di ieri. La stessa new economy nasce e si sviluppa grazie a massicci investimenti pubblici, tutele fiscali e coperture politiche8. Queste considerazioni costituiscono la premessa necessaria per passare dall’oggetto (lo Stato) al soggetto (gli statali). Ossia, per dire che, seppure in maniera frammentaria e talvolta persino confusa, numerose e profonde trasformazioni sono intervenute negli ultimi decenni a modificare oggi più che mai lontano dalle caricature dello scrivano con le mezze maniche e del tremante Monsù Travet dinanzi al capoufficio. Certo, permangono differenze come quelle che distinguono l’impiegato dal dirigente, ma senza addentrarci in questioni definitorie per noi è sufficiente considerare statale chiunque si trovi nella condizione di dipendente della Pubblica Amministrazione9. In nome della complessità questa scelta non soddisferà molti. Per esempio: come classificare il tecnico del CED assunto a tempo determinato da una società esterna, ma da anni “somministrato” al servizio di un’amministrazione pubblica nella quale non vede l’ora di entrare ufficialmente per avere un lavoro stabile?10 A questo punto ci si arena in sottigliezze inestricabili. E così, per uscire dal ginepraio, siamo partiti dalla condizione che accomuna il pubblico impiego in generale: il contratto di lavoro subordinato. Istituto che inquadra la prestazione lavorativa in una struttura gerarchica nella quale la libertà di iniziativa e la responsabilità di ciascuno sono giuridicamente confinate entro una complessa griglia di adempimenti e regole. Adempimenti e regole la cui elasticità è inversamente proporzionale al grado di subordinazione dei loro destinatari: molto alta per le alte qualifiche, molto bassa per le basse qualifiche.
Statale sarà lei! Ambasciatore, primario dell’ospedale, docente universitario, alto magistrato, generale di corpo d’armata rappresentano alcune figure che possiamo chiamare élite professionale pubblica. Questa élite non si percepisce né è percepita come statale11. La stima sociale di alcuni di questi soggetti può risolversi nel considerarsi, e all’occasione per essere pubblicamente considerati, “Servitori dello Stato”. Categoria supportata da riti come l’inaugurazione dell’anno giudiziario o di quello accademico, la giornata nazionale delle Forze armate, la presentazione del rapporto annuale sul contenzioso tributario e così via. Ma per lo più ciò che permette all’élite professionale pubblica di godere di un forte prestigio sociale è la combinazione di tre fattori: l’alto livello di competenze che contraddistingue le attività svolte; il potere che esercitano (il docente universitario può bocciare, il magistrato condannare, il primario salvare la vita, il generale togliere la vita, l’ambasciatore favorire con la fine arte della diplomazia gli interessi del proprio Paese); infine il reddito, mediamente molto buono e comunque nettamente più elevato, rispetto a quello delle altre categorie lavorative pubbliche.
Lo Stato: una fucina del ceto medio.
Il prestigio dell’élite professionale pubblica permette un’inquadratura di carattere più generale in relazione all’appartenenza di classe. I membri di tale élite si distribuiscono prevalentemente all’interno del ceto medio e fanno dunque dello Stato una fucina che genera, nutre e riproduce classi sociali. Non si tratta di una scoperta, ma è bene ribadire la funzione di promozione sociale che ha lo Stato per molti individui. Una funzione necessaria se si tiene conto che in larga misura il personale dello Stato altamente qualificato proviene da classi sociali abbienti, ma può avere difficoltà a trovare un’occupazione adeguata al proprio status. Per di più, in una società come quella italiana, una volta raggiunta una posizione apicale all’interno del lavoro pubblico il fenomeno del nepotismo non è trascurabile. Il che significa che nella Pubblica Amministrazione il ceto medio trova una nicchia ecologica favorevole in cui riprodursi. Ma significa anche un’altra cosa: per il rappresentante del ceto medio un posto di prestigio nell’amministrazione dello Stato è, per così dire, uno sbocco naturale in mancanza di meglio.
Statale sì, ma non troppo.
Nella scala del prestigio sociale si pone il problema di dove collocare il Capo di Gabinetto di un Ministero e in generale la dirigenza dello Stato di rango più elevato, ossia coloro che esercitano funzioni di gestione amministrativa. Si tratta di un mondo assai articolato ma è lecito chiedersi se, ad esempio, un direttore generale di un Ministero, il direttore di una ASL, un pubblico ministero, un avvocato dello Stato, un magistrato contabile, un prefetto, un commissario governativo si percepiscono come impiegati statali. In parte sì, in parte no. Sì per un motivo oggettivo: rappresentano la tecnocrazia che ha la responsabilità di far funzionare operativamente la macchina dello Stato di cui essi stessi sono ingranaggi. La loro funzione è strategica per far camminare le amministrazioni pubbliche. Amministrazioni, giova ricordarlo, che applicano le leggi e offrono una larghissima gamma di servizi senza i quali non sarebbero garantiti i diritti di cittadinanza e il funzionamento delle istituzioni. Dunque, sì, il dirigente di fascia alta della Pubblica Amministrazione è uno statale, ma allo stesso tempo non si percepisce come tale per gli stessi motivi che contraddistinguono l’élite professionale pubblica. E cioè: un sapere specialistico (in questo caso amministrativo); il potere decisionale (obbligare gli uffici a rispettare le variazioni di indirizzo politico); un reddito che permette un tenore di vita da ceto decisamente più alto che medio. Tre motivi essenziali per comprendere la condizione di latente alterità che contraddistingue queste figure dal novero indistinto degli altri funzionari e operatori pubblici. Tre motivi ai quali ne va aggiunto un quarto in grado di amalgamarli in un tutto organico: l’interlocuzione diretta con il potere politico, per il proprio primato in termini di status, rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici.
Il virus della cattiva politica.
I punti di contatto con le professioni che nettamente non si percepiscono come statali collocano i grand commis ai piani alti del prestigio occupazionale, ma ciò non sembra sufficiente a garantire un pari livello sul piano reputazionale. Una delle cause principali è lo stretto rapporto con il potere politico, di cui i vertici dirigenziali sono diretta espressione. Persino la norma imporrebbe una netta separazione tra gestione politica e amministrativa12, ma la realtà è tutt’altra. Le ingerenze dei partiti all’interno della Pubblica Amministrazione sono sistemiche a tutti i livelli territoriali, il più delle volte interessate a ben altro che migliorare la qualità dei servizi. Non basta: i partiti sono inclini al clientelismo e quando intervengono sull’organizzazione del lavoro pubblico lo fanno quasi sempre senza cognizione di causa. Ad aggravare la situazione si aggiunge una folta schiera di “esperti” nella gestione delle risorse umane e di voracissimi consulenti esterni chiamati dai vertici delle amministrazioni (locali, regionali, nazionali), che forniscono supporto organizzativo o stendono progetti finalizzati a migliorare le performance degli uffici pubblici. Progetti infarciti di inglesorum manageriale che il più delle volte restano nel cassetto oppure, se applicati, appesantiscono gli adempimenti burocratici, generano confusione e provocano persino disservizi13.
Il dipendente pubblico come capro espiatorio.
I membri delle élite professionali pubbliche non si ritengono statali e gli alti burocrati ne ammettono l’appartenenza a mezza bocca. Ma allora chi sono gli statali contro cui la stampa aizza l’opinione pubblica? Di certo non sono coloro la cui attività richiede una forte specializzazione tecnica. Specializzazione che rappresenta un solido scudo al discredito sociale per il timore reverenziale che scatta nei confronti di chi possiede competenze elevate e, soprattutto, non facilmente reperibili sul mercato delle professioni. Tanto è così che alla gogna mediatica non sono incatenati impiegati pubblici quali archeologi, restauratori dei beni culturali, geometri del catasto, vulcanologi, demografi, astrofisici, infermieri, vigili del fuoco, carabinieri, tecnici dei laboratori di ricerca e così via. Ma allora, a furia di esclusioni, autoesclusioni ed esclusioni d’ufficio chi sono gli inclusi che portano cucito addosso l’ignominioso marchio di statali? Sono prevalentemente gli impiegati agli ultimi livelli nella scala gerarchica, a qualsiasi ente essi appartengano. Sono loro i principali bersagli dei media da offrire in pasto a cittadini incattiviti quando i servizi pubblici non funzionano. Nel mirino entrano così l’impiegato del Comune, il piccolo funzionario del ministero, l’amministrativo di fascia bassa, lo sportellista, il commesso, l’archivista, l’addetto alla portineria, il bibliotecario, l’autista, l’operatore ecologico e così via. Tutte figure la cui posizione nell’organigramma dell’ufficio potrebbe risultare, per aggravio di sventura, ulteriormente appannata dallo svolgimento di incarichi sindacali. Nonostante ciò senza queste “formiche operaie” la macchina dello Stato non sarebbe in grado di fare molta strada. Per il momento l’innovazione tecnologica non è in grado di sostituirle. Ma così ragiona il potere mediatico, politico e imprenditoriale: che sentano il peso del disprezzo collettivo e non osino alzare la testa. Oggi, trovarsi in fondo alla scala del prestigio sociale significa automaticamente trovarsi in fondo alla scala del reddito14. A questo punto siamo finalmente giunti a individuare chi è lo statale disonorato: quello con la busta-paga più leggera. Soggetto il cui ritratto esposto in pubblico è più o meno questo: un privilegiato che vive sotto l’ombrello protettivo dello Stato approfittando del posto fisso per lavorare poco e male. Di contro, il comparto del lavoro privato è sì una vera e propria giungla, ma dove si produce la ricchezza del Paese e dove tutto funziona a meraviglia. Ecco confezionato il capro espiatorio perfetto da offrire allo scontento dell’opinione pubblica: lo statale fannullone15.
Declino della Pubblica Amministrazione.
Le criticità dei servizi pubblici hanno cause ben precise. Esemplare è il caso delle Funzioni Centrali16. Questa categoria è passata da 330.401 dipendenti nel 2001 (9,4% sul totale della Pubblica Amministrazione) a 205.204 nel 2023 (6,2%)17. Un drastico calo di personale originato da almeno dieci anni di riduzione, se non addirittura di blocco totale del turn over, che ha lasciato nella maggior parte degli uffici pesanti vuoti di organico. Vuoti che obbligano il personale a lavorare in condizione di perenne emergenza. Il mancato ricambio di personale per un periodo così lungo ha poi comportato un forte invecchiamento della forza-lavoro, la cui età media si attesta oggi poco al di sotto dei 50 anni, il che si traduce nel fatto che le fasce di età più rappresentative sono quelle comprese tra i 55 e i 64 anni. Non basta. Per rispondere alle richieste dell’utenza una parte di questo stesso personale è costretto a svolgere più mansioni e persino mansioni superiori che non vengono né riconosciute né retribuite. Non basta ancora. L’affidamento a società esterne di molti compiti prima eseguiti direttamente dalle amministrazioni pubbliche non è servito né serve tutt’oggi a lubrificare il processo produttivo, tanto meno a migliorare in maniera tangibile la qualità dei servizi. E la tecnologia? Può rappresentare un ancora di salvezza? Non sembrerebbe, perché nonostante cospicui investimenti l’informatizzazione non ha eliminato il cartaceo, tende a creare sovrapposizioni e ridondanze organizzative che moltiplicano la burocrazia interna, dilatando le posizioni apicali e le funzioni di responsabilità connesse ad attività di indirizzo, controllo e vigilanza con relativi audit e processi di valutazione della ‘performance’18. La dirigenza è prevalentemente assunta attraverso meccanismi di selezione pubblica che dovrebbero garantirne l’imparzialità e l’oggettività. Ma, a parte le italiche piaghe della raccomandazione e del nepotismo, le stesse norme prevedono anche la possibilità di assegnare un certo numero di incarichi dirigenziali in via fiduciaria e personale sia a dipendenti interni delle amministrazioni che a professionisti esterni, scavalcando le normali procedure selettive. Non c’è bisogno di essere esperti di Pubblica Amministrazione per prevedere quanto una simile discrezionalità possa scatenare favoritismi, clientele, camarille. Il cahiers de doléances è così lungo che talvolta viene da domandarsi come facciano certi uffici pubblici a restare aperti. Non sarà l’unica risposta, ma di sicuro restano aperti anche grazie ai bistrattati travet che giorno per giorno trovano il modo per mandare avanti la baracca. Questa è la realtà di uno spicchio del pubblico impiego. Una realtà che non è sotto i riflettori, il cui declino può essere fermato invertendo la politica tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea.
Scostamenti dallo stereotipo.
L’immagine dell’impiegato pubblico ha subito di recente alcuni scostamenti dallo stereotipo dello statale fannullone. Una causa è stata la pandemia da Covid 19 (2020-2023). Il Paese ha retto all’emergenza sanitaria anche e soprattutto perché i dipendenti pubblici hanno sorpreso tutti i loro detrattori e fatto funzionare la macchina dello Stato. Giornalisti, politici, giuslavoristi, economisti che fino al giorno prima sui quotidiani e in TV seminavano il dubbio che nel pubblico impiego non esistesse una vera corrispondenza tra lavoro e retribuzione, hanno iniziato a chiamarli “I volti della Repubblica”. Una riabilitazione tanto repentina quanto tartufesca perché passata la pandemia si è tornati alle politiche di contenimento della spesa pubblica, in particolare per scuola, sanità, welfare e ministeri, mentre sulla fronte del dipendente pubblico ritornava ad essere ben esposto il marchio dell’improduttività. Un’altra causa che ha contribuito allo scostamento dallo stereotipo va ricercata nel mutamento del mondo del lavoro. Ad eccezione della dirigenza e dei profili funzionariali più elevati, il travet pubblico ha sempre guadagnato mediamente poco. Il che per lungo tempo ha contribuito alla diffusione di una certa tolleranza rispetto all’applicazione delle regole del lavoro subordinato nel mondo statale. Così, ad esempio, nessuno ha mai indagato più di tanto sul livello di impegno degli statali durante l’attività di servizio o se nel tempo libero svolgessero un secondo lavoro in nero. Questo tacito patto è stato fortemente intaccato, se non decisamente rotto, da diversi fattori: introduzione di regole più restrittive, drastica riduzione di personale in molte amministrazioni, violente campagne stampa contro la “piaga” dell’assenteismo, esasperazione mediatica della contrapposizione tra lavoro pubblico e lavoro privato, maggiori controlli fiscali, crisi economica permanente, maggiore disponibilità per le imprese di forza-lavoro a basso costo e così via. Basse retribuzioni e prestigio sotto i tacchi hanno contribuito a generare un fenomeno nuovo. L’ondata di concorsi pubblici arrivata grazie ai finanziamenti che la Pubblica Amministrazione ha ricevuto in nome degli obiettivi del PNRR19 non ha visto il solito assalto di partecipanti e ha conosciuto qualcosa di impensabile fino a poco tempo prima: cospicue rinunce da parte dei vincitori. Evento che ha fatto gridare a una compiaciuta stampa la fine dell’attrazione per il posto fisso. In realtà per i vincitori di concorso trasferirsi da una regione all’altra comporta spese insostenibili per stipendi che si aggirano sui 1.500 euro al mese. E in generale i numerosi concorsi pubblici non hanno dato i risultati sperati perché le remunerazioni del pubblico impiego sono comunque troppo basse per la gran parte degli impiegati; allo stesso tempo il costo della vita è sempre più alto e l’economia sommersa non più in grado come in passato di assorbire forza lavoro20. Dopo aver perso l’onore, una sostanziosa fetta di impiegati pubblici a basso reddito è precipitata nel girone infernale degli working poor.
Il prestigio: un attributo assai elastico.
Gli scostamenti dall’immagine dello statale fannullone evidenziano come il prestigio di una categoria professionale sia elastico e, nel nostro caso, dipenda soprattutto dalla valutazione di poteri esterni: economico, mediatico, politico. Di volta in volta sono questi poteri a decretare in larga misura il disprezzo o l’apprezzamento sociale dei dipendenti pubblici. E i soggetti sottoposti a questo giudizio hanno scarse possibilità di replica. I sindacati del pubblico impiego, come peraltro quelli di tutte le altre categorie, non possiedono network televisivi né catene di giornali. Perciò fanno quello che possono, ma non hanno mezzi di comunicazione così potenti da imbastire una contro-narrazione in grado di rimuovere i pregiudizi intorno alla figura dello statale. In definitiva, sul piano dell’immagine, il dipendente pubblico è in balia di forze sulle quali ha scarsa influenza. Perciò si trova sempre sulla difensiva. Ad eccezione della parentesi pandemica, giornalisti, politici e imprenditori si accorgono di questo soggetto per gridare allo scandalo quando lo si coglie in difetto o quando i servizi pubblici non funzionano. Un martellante storytelling ruota intorno a una dicotomia tanto semplice quanto inesatta: il mondo del lavoro pubblico è il regno dell’approssimazione e dell’indifferenza per i disagi degli utenti, il mondo del lavoro privato è il regno dell’organizzazione e della ricerca di soddisfazione per i clienti.
Statali poveri e imprenditori poveri: due facce dello stesso sistema.
Per quanto si trovi al vertice del prestigio sociale la figura dell’imprenditore non è affatto nitida. Cosa ha a che fare una ditta individuale col titolare di un’azienda con 200 dipendenti? Ben poco. Eppure entrambi sono considerati imprenditori: uno micro e l’altro medio. Questo paragone indica che non tutti gli imprenditori sono uguali. Ma tutti tentano la scalata sociale. Se si considera che il 79% delle imprese italiane censite dall’ISTAT ha meno di 10 dipendenti e che un altro 18,5% è compreso nella fascia tra 10 e 49 addetti21, la mobilità di questi imprenditori si esaurisce in larga misura nell’entrare a far parte della piccola e media borghesia, nel confermarne l’appartenenza o nel passare al gradino immediatamente superiore rispetto a quello di provenienza. Naturalmente possono esserci salti molto più ampi. Ma costituiscono più l’eccezione che la regola. Se poi guardiamo il popolo delle partite IVA22 molte di queste attività nascono perché non c’è lavoro e se c’è è sottopagato. Nascono cioè più per la necessità di sbarcare il lunario che per vocazione al business e questa condizione contribuisce a spiegare perché i coscritti all’imprenditorialità abbiano spesso difficoltà ad affrontare i marosi del mercato. Se il prestigio è “l’ombra del denaro e del potere”23, allora, anche il mondo dell’impresa privata ha i suoi ultimi nella gerarchia del successo sociale, come nel mondo della Pubblica Amministrazione. Ma si tratta di ultimi speciali. Non è affatto infrequente che siano laureati (avvocati, psicologi, sociologi, giornalisti, insegnanti, editor, interpreti, ricercatori ecc.), oppure professionisti (laureati e non) in possesso di un curriculum e/o di una specializzazione conseguiti alla fine di un percorso formativo di tutto rispetto (informatici, pittori, lavoratori dello spettacolo ecc.). Passando sul fronte del pubblico impiego sappiamo che anche in questo caso al suo interno sussistono grandi disomogeneità: di status, di reddito, di prestigio. Cosa ha a che fare l’addetto al protocollo col direttore generale? Ben poco, se non appartenere alla medesima amministrazione. Né più e né meno come in un’azienda privata. Dunque la scarsità di prestigio colpisce sia le fasce basse dei dipendenti pubblici sia le fasce basse degli imprenditori. Che cosa distingue i primi dai secondi? Che l’imprenditore opera in funzione del profitto personale e, almeno in potenza, può diventare milionario. Mentre l’impiegato dello Stato è al “servizio esclusivo della Nazione”24, opera in funzione dell’utilità sociale ed è rigorosamente tenuto a non servirsi della sua posizione per perseguire l’arricchimento personale. Le prospettive di avanzamento economico del dipendente pubblico sono regolate da norme di legge e la sua carriera può svilupparsi solo all’interno di percorsi disseminati di limiti, prescrizioni e controlli: il titolo di studio, i concorsi, i premi legati alla produttività e così via. Si tratta tuttavia di barriere molto porose per una serie di fattori: lo stesso titolo di studio si può ottenere leggendo ponderosi volumi o sfogliando le esili dispense di qualche università on-line; i sempre più numerosi concorsi con questionari a risposta multipla rendono la preparazione dei candidati meno necessaria della fortuna che occorre nel piazzare le crocette sulle caselle giuste; le valutazioni sulla produttività individuale risentono della concorrenza sleale dei raccomandati. In definitiva, a differenza dell’imprenditore lo statale non naviga nel mare aperto del mercato e allo stesso tempo non corre sui binari di regole sicure uguali per tutti. La sua dimensione è quella di trovarsi impantanato in una palude di prescrizioni che vanno e vengono, a volte incomprensibili, spesso insormontabili, rispetto alle quali avverte una sensazione di impotenza e di estraneità, finendo per diventare un coscritto della norma.
Gli statali purosangue.
Quando nei talk show si parla degli statali il più delle volte si prende un grosso abbaglio perché lo statale povero e disonorato, oggetto privilegiato della discussione, non è propriamente uno statale. Non lo è su un piano essenziale: quello contrattuale. Dagli anni ’90 una parte preponderante del pubblico impiego è subordinata alle disposizioni del Libro V del Codice Civile e all’applicazione del diritto privato al rapporto di lavoro. Con importanti conseguenze in termini di disciplina della contrattazione collettiva e, soprattutto, di assegnazione al datore di lavoro pubblico (leggasi dirigenza) del potere di gestione e organizzazione del lavoro tipico del datore di lavoro privato. Per il personale non dirigente i settori interessati alla “privatizzazione” del rapporto di lavoro sono: Funzioni Centrali (205.204 dipendenti); Funzioni Locali (493.967); Sanità (701.170); Istruzione e Ricerca (1.306.941 dipendenti, di cui 1.222.015 nella Scuola)25. Ma se il personale non dirigente si è, per così dire, ibridato per effetto della privatizzazione del rapporto di lavoro, allora chi sono gli statali purosangue? Sorprendentemente sono proprio quelle categorie che appartengono alle élite professionali pubbliche e che non si percepiscono né sono percepite come statali. Categorie che hanno mantenuto le prerogative e le caratteristiche del vecchio ordinamento pubblicistico e, pertanto, non sono contaminate dai principi, tipicamente privatistici, ispirati a produttività, misurazione e valutazione della performance, adozione di meccanismi oggettivi per la verifica della corrispondenza fra qualità del lavoro e retribuzione. Ne fa parte il personale dello Stato in regime di diritto pubblico e comprende: Magistrati (10.797); Professori e ricercatori universitari (51.324); Carriera diplomatica (1.068); Carriera prefettizia (1.058); Carriera penitenziaria (282); Corpi di polizia (303.706); Forze armate (175.117); Vigili del fuoco (35.970).
Lo statale eroe dei media.
Sul piano del prestigio gli statali non sono tutti uguali. Ma c’è davvero chi è più uguale degli altri e svetta sopra la massa disonorata dei colleghi: il commissario, l’agente segreto, il soldato, l’astronauta. Quattro personaggi cine-televisivi di così grande appeal da non conoscere l’usura del tempo e da apparire sotto una luce che lascia nell’ombra la loro appartenenza allo Stato. Eppure sono anch’essi dipendenti pubblici pagati coi soldi dei contribuenti. Come si conciliano questi eroi dello schermo con l’immagine dello statale fannullone? Non si conciliano. Siamo dinanzi a una contraddizione. Ma una contraddizione produttiva risolta sul piano comunicativo attraverso il romanzo, lo schermo, lo spettacolo. Il commissario, l’agente segreto, il soldato e l’astronauta non sono raccontati come lavoratori. E in effetti non timbrano il cartellino, non hanno un orario da rispettare, non scioperano. Di solito le organizzazioni di cui fanno parte rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è l’autonomia, il genio, il coraggio del singolo. Qualità che permettono di uscire dall’anonimato, di deviare dal protocollo, di affascinare. Il prestigio di questi personaggi è essenzialmente dovuto all’essere fabbricanti della propria storia e in definitiva la loro storia ha successo anche perché rappresenta al grande pubblico la negazione dell’essere statali. Si tratta di una finzione perché di fatto lo sono. D’altra parte, in una società di narcisisti come la nostra chi vorrebbe identificarsi con un oscuro impiegato dell’anagrafe?
Potere senza prestigio/1.
A prescindere dai difetti e dalle manchevolezze in cui cadono i burocrati di tutti i tempi, ci sono stati momenti storici in cui la burocrazia statale ha goduto di un forte prestigio in funzione del suo compito politico principale: cementare la nazione. È stato così nel Celeste Impero, nella Francia napoleonica, all’epoca di Bismarck. Con l’ascesa del neoliberismo (dagli anni’80 a oggi) la politica si è vista progressivamente sottrarre spazi di manovra. Nel senso che le decisioni più importanti sono dettate dall’economia. Dinanzi alla quale i partiti più grandi sono da decenni subordinati finendo per diventare sempre meno distinguibili gli uni dagli altri. Un appiattimento che ha condotto alla loro generalizzata perdita di credibilità, a urne elettorali sempre più deserte, all’aumento della povertà e alla caccia allo statale. Può la politica smettere di arretrare? Potrebbe farlo partendo dalle posizioni storicamente acquisite. I governi nazionali dirigono una massa di oltre tre milioni di dipendenti pubblici e gestiscono i proventi del gettito fiscale. In breve, lo Stato è, tra le altre cose, il più grande datore di lavoro di ogni Paese avanzato, il detentore di un enorme tesoro da distribuire nella società, il possessore di inestimabili banche-dati, il manovratore della leva fiscale, il detentore della violenza legale, il garante dell’ordine sociale. Politica e burocrazia hanno quindi ancora un ruolo strategico nella conduzione della società. Il problema è che questi poteri godono di sempre meno prestigio. E sembra che non siano interessati più di tanto a recuperarlo. Mentre di sicuro sono interessati alla propria sopravvivenza come ceto. Per questo motivo cercano di accattivarsi il potere economico smantellando la macchina dello Stato e dando il colpo di grazia all’immagine del “Servitore dello Stato” per sostituirla con quella del manager sulla scorta di quanto avviene nel mondo del lavoro privato. L’aziendalizzazione della Pubblica Amministrazione si riduce quasi sempre a tagli del personale, riduzione di investimenti, esternalizzazioni. Le vicende delle Funzioni Centrali (ma si possono aggiungere quelle della Sanità e della scuola) sono la dimostrazione lampante di un fallimento politico che manda in crisi la coesione sociale e indebolisce il Paese nel suo complesso. La Pubblica Amministrazione, mandata avanti dai bistrattati statali, non può funzionare con criteri aziendalistici a causa, o in virtù, del suo fine: soddisfare i bisogni della collettività e non le esigenze del profitto privato. Come stimare il prolungamento medio della vita grazie a una buona sanità pubblica? Come stimare un alto livello d’istruzione di studenti che escono dalla scuola e dall’università? Come stimare il salvataggio di un bosco grazie all’intervento dei Vigili del Fuoco o l’assicurazione alla giustizia di un criminale, la restaurazione di una cattedrale colpita dal terremoto, la verifica delle attrezzature antinfortunio in un cantiere edile? Niente di tutto questo si può stimare, né si può prevedere con un modello matematico, perché non tutto è misurabile, non tutto è quantificabile. Il bene della collettività è inestimabile. A questo serve la Pubblica Amministrazione. Distoglierla da tale compito significa navigare verso l’anomia26.
Potere senza prestigio/2.
Il potere economico bussa alle porte del potere politico minacciando di sfondarle. E così il ministro di turno si inventa una riforma della Pubblica Amministrazione e del pubblico impiego27 per soddisfare le richieste delle associazioni degli imprenditori e soprattutto per passare alla storia. Infatti, tutte le grandi riforme del lavoro pubblico succedutesi negli ultimi quattro o cinque decenni portano scolpito in epigrafe il nome del ministro che le ha promosse: Giannini, Frattini, Cassese, Bassanini, Brunetta, Renzi, Madia e, ai nostri giorni, Zangrillo. Riforme puntualmente naufragate dinanzi alla complessità dei problemi accumulati nel tempo e a valle delle quali oggi rimane ben poco. Quel che resta è una Pubblica Amministrazione fatta a pezzi: riduzione del numero dei dipendenti, servizi pubblici affidati a precari, alcune fasce di lavoratori pagate il meno possibile, limitazione del diritto allo sciopero, svuotamento dell’istituto della contrattazione, aumento del potere discrezionale della dirigenza e, dulcis in fundo, crescente scontento dei cittadini. Un’opera di demolizione che è avvenuta e avviene per la mancanza di coraggio del corpo politico di rivendicare la propria autonomia. Un’autonomia che il potere economico non è più disposto a concedere, mentre corrode quel poco che resta della reputazione dei politici con l’arma della corruzione e deprimendo il ruolo dello Stato tramite una gigantesca evasione fiscale.
Democratizzare la Pubblica Amministrazione.
Le pressioni a cui è sottoposto l’impiegato dello Stato finiranno per stritolarlo? I bassi redditi della Pubblica Amministrazione potranno liberarsi dalla condizione di capro espiatorio? L’innovazione tecnologica ridurrà drasticamente i loro posti di lavoro? Non possiamo prevederlo. Possiamo però prendere atto dell’attivismo dei sindacati del pubblico impiego per tutelare i diritti dei dipendenti, per migliorare l’organizzazione del lavoro e la qualità dei servizi pubblici mentre sta prendendo sempre più piede la consapevolezza della necessità di contrattare l’algoritmo. Resta da chiedersi come i working poor della Pubblica Amministrazione possono ritrovare la loro rispettabilità nel dibattito pubblico. Una strada c’è: dargli il diritto di parola. Sembrerebbe una cosa scontata ma così non è. E così non è perché ampi settori della Pubblica Amministrazione sono ancora oggi gestiti con criteri che impediscono, per precisa volontà politica, la partecipazione dei lavoratori. Una tendenza che si sta inasprendo. Ormai non c’è decisione che non sia calata dall’alto. Persino l’organizzazione del lavoro all’interno degli uffici non è oggetto di trattativa con i sindacati. Non parliamo di decisioni che impattano in maniera duratura sull’operatività delle amministrazioni. Prendiamo il caso del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO)28 a cui devono attenersi i ministeri e il cui scopo è quello di mettere ordine nella giungla di adempimenti programmatici che gravano sulle amministrazioni pubbliche. Bene, questo Piano, così come quelli che contiene al suo interno, è frutto di decisioni prese dalla politica e dall’alta burocrazia senza il minimo coinvolgimento dei diretti interessati: coloro che lo debbono applicare. Risultato: il PIAO non semplifica l’attività amministrativa, anzi la complica, perché è avulso dalle concrete condizioni di lavoro di gran parte uffici che afferiscono ai ministeri. Il motivo? Non sono stati consultati i soggetti che conoscono, per esperirla ogni giorno sul campo, la realtà operativa degli uffici: i lavoratori e i loro rappresentanti. Si potrebbero fare decine di esempi come questo per dimostrare che la maggior parte delle criticità della Pubblica Amministrazione dipendono dalla cultura politica con cui i decisori insediati dai partiti si relazionano con i dipendenti e in particolare con quelli che si trovano nella fascia medio-bassa della scala gerarchica. Una cultura elitaria, verticistica, qualche volta sabauda, altre volte bizantina. Una cultura restia a comprendere che la convivenza tra potere politico e potere della burocrazia passa oggi per un ascolto attivo nelle relazioni industriali e per nuove forme di orizzontalità nell’organizzazione del lavoro. A guadagnarci sarebbero tutti: i politici, gli statali, le imprese e, soprattutto, i cittadini che fruiscono dei servizi pubblici.
*Desidero ringraziare il dottor Marco Biagiotti per i preziosi consigli che mi ha dato durante l’elaborazione di questo saggio e per la pazienza con cui ha letto le varie stesure.
L’innovazione tecnologica è esclusa da questo elenco perché, per il momento, non è un soggetto autonomo dotato di una propria intenzionalità né portatore di propri specifici interessi. Tuttavia, costituisce un ulteriore elemento di pressione sul pubblico impiego che va menzionato sia per l’incidenza che ha sulla trasformazione e sull’organizzazione del lavoro, sia per i rischi occupazionali che comporta. ↩︎
Proprio per la sua connotazione negativa da tempo il sostantivo statale è caduto abbastanza in disuso e spesso utilizzato è in senso dispregiativo. Al suo posto si preferisce la definizione “dipendente pubblico”. Definizione che però non si sottrae allo stigma perché la narrazione dominante dà per scontato che il privato sia sempre meglio del pubblico. Perciò i due termini (statale e dipendente pubblico) sono qui considerati come equivalenti. In attesa della sua definitiva scomparsa, la parola statale resta ancora in uso come aggettivo (la Statale di Milano, strada statale, incentivi statali ecc.). ↩︎
Naturalmente lo stesso trattamento non è riservato agli episodi di mala imprenditoria di cui la stampa non dà notizia, o, se è costretta a darla (come nel caso delle morti sul lavoro) lo fa in maniera neutra. Allo stesso tempo la quasi totalità della stampa è impegnata in una campagna permanente di glorificazione della figura dell’imprenditore privato, di diffusione dell’ideologia neoliberista, di esaltazione dell’individualismo proprietario e così via. ↩︎
Si veda la piattaforma del Conto annuale, contoannuale.rgs.mef.gov.it/en/web/sicosito/struttura-personale/occupazione ↩︎
Si tratta del più piccolo fra i quattro “Comparti” in cui è suddiviso il personale delle pubbliche amministrazioni, (Funzioni Centrali, Funzioni Locali, Istruzione e Ricerca, e Sanità), al cui rapporto di lavoro, ‘privatizzato’ in seguito alle riforme degli anni ’90, si applicano le norme del Codice civile (complessivamente, i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro di natura privatistica sono oggi circa 2milioni e 700mila. Cfr., più oltre, il paragrafo: “Gli statali purosangue”). Alle Funzioni Centrali appartengono amministrazioni pubbliche quali: Ministeri, Agenzie Fiscali (Agenzia delle Entrate; Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; Agenzia del demanio) ed Enti Pubblici non economici: Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS); Automobile Club d’Italia (ACI); Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL); Croce Rossa Italiana (CRI); Ente nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ecc. ↩︎
I 50,2 miliardi restanti sono destinati a spese quali oneri sociali, IRAP e altre voci. ↩︎
Si veda al riguardo il recente rapporto AGID, La spesa ICT nella PA italiana. Percorsi e trend in atto 2022-2025. Reperibile in Rete: https://www.agid.gov.it/sites/agid/files/2025-05/Rapporto_La_spesa_ICT_nella_PA_2024.pdf. ↩︎
Esemplare in questo senso è la vicenda della Apple. Tra le pubblicazioni non agiografiche si veda in proposito, E. Morozov, Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Codice edizioni, Torino, 2012, Sul rapporto tra Stato e mercato la letteratura è vastissima. Per restare all’oggi e al nostro argomento ci limitiamo a segnalare M. Mazzucato, Lo Stato imprenditore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato, Laterza, Bari-Roma, 2014. ↩︎
In punta di diritto i dipendenti di un Comune, di una Regione, di un’Asl, di una Camera di Commercio, di un un’Azienda pubblica di servizi alla persona, di un’Agenzia per la protezione ambientale, ecc. non sono da considerare propriamente statali. I quali, invece, sono senz’altro i dipendenti delle Funzioni Centrali (vedi nota n. 5). Ma sulla stampa, nel dibattito politico sui media, nella percezione comune queste distinzioni valgono poco o nulla e non si differenzia l’impiegato di un ministero da quello di una Città Metropolitana, l’insegnante di un liceo dal tecnico di un Istituto di ricovero e cura, il professore di musica di un Conservatorio dall’ispettore di materiale rotabile ferroviario, il restauratore di monumenti dall’addetto a uno spolettificio militare. In virtù di questa generalizzazione abbiamo proposto una visione allargata dello statale al fine di smontare lo stereotipo che bolla negativamente questa figura nel discorso pubblico e nel senso comune. ↩︎
Non di rado nelle amministrazioni pubbliche convivono dipendenti che svolgono segmenti complementari di attività, ma che non dipendono giuridicamente dallo stesso datore di lavoro. È il caso dei dipendenti in regime di somministrazione. Lavorano fianco a fianco con i loro omologhi statali ‘doc’, rispondano al medesimo dirigente statale e tuttavia sono formalmente dipendenti di un’agenzia esterna. ↩︎
Si tratta di una élite ben più larga delle professioni appena elencate. Élite che, tra le altre, comprende la dirigenza di società a partecipazioni pubbliche e a controllo pubblico (statali, regionali, comunali ecc.). La dirigenza delle partecipate/controllate (e del personale che ci lavora) si considera a tutti gli effetti privata perché è esentata dalle regole (organizzazione del lavoro, standard di produttività, livelli retributivi ecc.) che lo Stato applica ai propri dipendenti. Tuttavia, la presenza dello Stato, delle Regioni, degli Enti Locali solleva in tutto, o in larghissima parte, queste società dal rischio di impresa rendendole attività private molto più nella forma che nella sostanza. Solo per dare un’idea della selva di cui stiamo parlando vale la pena riportare l’elenco delle partecipazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze: 1.1 Società quotate: Banca Monte Paschi di Siena S.p.A. (11,73%); Enav S.p.A. (53,28%); Enel S.p.A. (23,59%); Eni S.p.A. (4,34%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 25,76%]; Leonardo S.p.A. (30,20%); Poste italiane S.p.A. (29,26%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 35%]. 1.2 Società con strumenti finanziari quotati: Amco S.p.A. Asset management company S.p.A. (100%); Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’impresa S.p.A. (Invitalia) (100%); CDP – Cassa depositi e prestiti S.p.A. (82,77%); Fs – Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. (100%); Rai – Radio televisione italiana S.p.A. (99,56%). 1.3 Società non quotate: Arexpo S.p.A. (39,28%); Consap – Concessionaria servizi assicurativi pubblici S.p.A. (100%); Consip S.p.A. (100%); Equitalia giustizia S.p.A. (100%); Eur S.p.A. (90%); Gse – Gestore dei servizi energetici S.p.A. (100%); Invimit Sgr – Investimenti immobiliari italiani società di gestione del risparmio S.p.A. (100%); Ipzs – Istituto poligrafico e zecca dello Stato S.p.A. (100%); Istituto luce – Cinecittà srl (100%); Mefop – Società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione S.p.A. (59,05%); Ram – Rete autostrade mediterranee S.p.A. (100%); Sogei – Società generale di informatica S.p.A. (100%); Sogesid S.p.A. (100%); Sogin – Società gestione impianti nucleari S.p.A. (100%); Sose – Soluzioni per il sistema economico S.p.A. (88,8%); Sport e salute S.p.A. (100%); STMicroelectronics holding N.V. (50%); Studiare sviluppo S.r.l. (100%).https://www.de.mef.gov.it/it/attivita_istituzionali/partecipazioni/elenco_partecipazioni/index_bak.html ↩︎
Articolo 4 del decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165: “Indirizzo politico-amministrativo. Funzioni e responsabilità”. ↩︎
Per fare un esempio, non manca chi ha proposto di valutare l’efficienza degli impiegati che lavorano agli sportelli di contatto con il pubblico attraverso l’uso di faccine colorate (www.bollettinoadapt.it/a-tu-per-tu-con-lautore-intervista-a-pietro-ichino-sul-lavoro-pubblico/) la cui incidenza, presumibilmente, andrebbe poi utilizzata per graduare le retribuzioni. Ma un esempio meno rapido e oltremodo impegnativo è costituito dalle “Linee guida per il Sistema di Misurazione e Valutazione della performance” per i Ministeri, (n. 2, dicembre 2017) emanate dall’Ufficio per la valutazione della performance del Dipartimento della Funzione Pubblica e tutt’ora valide. Il documento contiene una piccola summa di managerialità in salsa burocratico-amministrativa che mette a dura prova la comprensione di chiunque non abbia fatto parte del team di estensori. Ciò dà l’idea di come l’iper-complessità gestionale della macchina pubblica sia spesso frutto dei tortuosi e dispersivi meccanismi di funzionamento che essa stessa si impone. (Si veda: https://performance.gov.it/system/files/LG-SMVP_29_dicembre_2017.pdf). ↩︎
Fino a qualche tempo fa non era sempre così. Figure come l’insegnante, in particolare di liceo, godevano di un buon prestigio sociale anche se il reddito non era particolarmente elevato. Con la progressiva americanizzazione della società italiana il prestigio di un individuo è sempre più rapportato alla variabile economica. ↩︎
Va segnalato che negli ultimi anni il tentativo di istituzionalizzare lo stereotipo statale fannullone è avvenuto indirettamente, ma inequivocabilmente, attraverso l’attacco al salario di produttività uguale per tutti (ovviamente secondo la qualifica). Attacco rappresentato dal cosiddetto ‘Ciclo della performance’. Si tratta di una lunga sequela di articoli di legge introdotti dalla c.d. “riforma Brunetta” del 2009 e poi più volte modificati, che definiscono un complicato intreccio di regole per misurare e valutare la produttività dei dipendenti pubblici, allo scopo di differenziare la retribuzione individuale. Nella sua versione originaria il meccanismo prevedeva che il 25% dei dipendenti fosse considerato d’ufficio fannullone. Allo scopo il personale fu suddiviso in tre fasce: 25% dei più bravi avrebbero ricevuto il premio di produttività per intero; per il 50% della fascia centrale il premio sarebbe stato dimezzato; il restante 25%, in fondo alla classifica, non avrebbe avuto niente. In pratica, questo aspetto del sistema di misurazione non fu mai applicato, ma l’ossessione per misurare la qualità delle prestazioni lavorative dei pubblici dipendenti e per escogitare sistemi di differenziazione dei salari individuali su base meritocratica continua a ispirare le riforme di tutti i governi, compreso l’attuale. ↩︎
Sulla composizione di questo Comparto della Pubblica Amministrazione si veda la nota n. 5. ↩︎
Dati della Ragioneria Generale dello Stato pubblicati sulla piattaforma del Conto annuale, (contoannuale.rgs.mef.gov.it), aggiornati al 12 dicembre 2024. ↩︎
Su questo specifico aspetto ci sia consentito rinviare a P. Paolinelli, Transizioni digitali. Sindacato, lavoro privato e pubblico impiego nell’era hi-tech, Arcadia Edizioni, Roma 2019. ↩︎
L’attività delle pubbliche amministrazioni è trasversale a tutte le “missioni” in cui si articola il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Le risorse stanziate sono pari a 194,4 miliardi di euro ripartite in 7 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute; REPowerEU. Il Piano promuove anche un’ambiziosa agenda di riforme, e in particolare, le quattro principali riguardano: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione, competitività. ↩︎
Per colmare il vuoto di organici dei ministeri, la Legge di bilancio 2025 (L. 207/2024, art. 1, comma 165) ha previsto la possibilità di trattenere in servizio fino al compimento del settantesimo anno di età (e nel limite massimo del 10% dei posti disponibili) il “personale, dirigenziale e non dirigenziale, di cui, ad esclusiva valutazione dell’amministrazione, si renda necessario continuare ad avvalersi anche per far fronte ad attività di tutoraggio e di affiancamento ai nuovi assunti e per esigenze funzionali non diversamente assolvibili”. Per dare attuazione a tale previsione legislativa, nel gennaio 2025 il Ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha emanato disposizioni applicative che: 1) non attribuiscono al lavoratore alcun diritto o automatismo al trattenimento in servizio, né prevedono la presentazione di richieste in tal senso; 2) attribuiscono esclusivamente alle amministrazioni il potere di individuare il personale di cui ritiene necessario il trattenimento in servizio; 3) condizionano la possibilità di trattenimento alla valutazione del merito e al consenso dell’interessato. ↩︎
ISTAT, Censimento permanente delle imprese 2023: primi risultati, https://www.istat.it/comunicato-stampa/censimento-permanente-delle-imprese-2023-primi-risultati/ ↩︎
A dicembre 2024 erano 498.631. Fonte: MEF. Dipartimento delle Finanze, Osservatorio sulle partite IVA, “Sintesi dei dati delle aperture nell’anno 2024”. www1.finanze.gov.it/finanze/osiva/public/report_ann.php?req_classe=01&req_contrib=OSIVA&req_tema=02&req_pag=1 ↩︎
C. Wright Mills, Le élite del potere, Feltrinelli, Milano, 1973, (3), pag. 84. ↩︎
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 98. ↩︎
La Ragioneria Generale dello Stato conteggia poi a parte altri 41.250 dipendenti appartenenti a speciali categorie di amministrazioni dotate di particolare autonomia gestionale e amministrativa (es.: Presidenza del Consiglio, Autorità indipendenti ecc.). Dati aggiornati al 12 dicembre 2024 e riferiti al 2023. ↩︎
Non necessariamente questa navigazione porta a infrangersi sugli scogli. E in una fase di transizione come l’attuale le classi dominanti utilizzano un’anomia controllata per gestire la società. Nel disordine, nell’iper-complessità, nell’incertezza elevata a sistema continuano a governare. Resta da vedere fino a che punto le classi subalterne possono sopportare di vivere e lavorare in un modello sociale dove regna la legge del più forte. ↩︎
Detto in breve la riforma della Pubblica Amministrazione riguarda l’assetto e l’organizzazione delle strutture. Per esempio, il decentramento amministrativo della fine anni ’90. Mentre per riforma del pubblico impiego si intende la trasformazione delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e delle condizioni di lavoro. Per esempio l’introduzione di nuovi strumenti di valutazione della produttività. ↩︎
Il PIAO riunisce in un unico documento i Piani periodici adottati dalle pubbliche amministrazioni: Piano dei fabbisogni, Piano delle azioni concrete, Piano per l’utilizzo delle dotazioni strumentali e informatiche, Piano della performance, Piano di prevenzione della corruzione, Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), Piano di azioni positive. Una quantità incalcolabile di tempo e di energie delle amministrazioni se ne va per stare dietro a tutti questi Piani, che purtroppo non rendono più efficiente la Pubblica Amministrazione. ↩︎
Nel corso degli ultimi decenni, la cosiddetta “domanda di sicurezza” dei cittadini è passata da esigenza personale a tema collettivo ed invero, le città, non sono solo spazi fisici, ma spesso diventano veri e propri campi di tensione tra, percezione del pericolo, pratiche di controllo del territorio e politiche locali tese alla prevenzione.
Il bisogno di sicurezza, dallo psicologo Abraham Maslow, inteso come esigenza primaria, non è solo una questione di protezione fisica, ma si puo’ considerare – anche e soprattutto – una garanzia per la stabilità sociale e psicologica di ogni singola comunità. Però, l’insicurezza non coincide sempre con l’aumento dei reati. Come osservava il sociologo W.I. Thomas, se gli uomini definiscono come reali, determinate situazioni, esse stesse diventano reali nelle loro conseguenze; infatti, le percezioni distorte che generano la paura, producono effetti concreti, quali ad esempio, spingere le persone a chiudersi, ridurre l’uso degli spazi pubblici e influire, in ultimo, anche sulle scelte politiche locali.
Per meglio comprendere la richiesta di sicurezza che perviene dalla società civile, è necessario approfondire i concetti di pericolo, rischio e minaccia e come questi incidono nella percezione dell’opinione pubblica. In breve si possono ben evidenziare le tre dimensioni:
Il pericolo, quale evento naturale o esterno.
Il rischio, quale conseguenza di decisioni umane.
La minaccia, che introduce la volontà ostile dell’altro.
Spesso si crea confusione tra questi predetti concetti dimensionali e si sposta l’attenzione, dalle responsabilità sistemiche, alle figure sociali che, via via, vengono percepite – quasi sempre erroneamente – come “nemiche”; in tal modo, l’insicurezza può diventare anche, aldilà degli schieramenti posizionali ed ideologici dei partiti, uno strumento di consenso politico. A ben guardare, sin dal 1993, le città italiane hanno sviluppato strategie di sicurezza più articolate, fondate sulla collaborazione tra lo Stato e le autonomie locali, previste nella nostra Costituzione Repubblicana. Tale condizione legislativa ed istituzionale, permette di poter parlare di nuova prevenzione, con un approccio ibrido che supera la rigida distinzione ideologica tra, sicurezza sociale e sicurezza situazionale.
Volendo, sinteticamente, elencare i passaggi normativi che hanno segnato questa evoluzione, possiamo evidenziare: dapprima, la riforma del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, che li rende responsabili diretti della sicurezza locale e poi, la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che riconosce alle autonomie locali competenze in materia di ordine pubblico; in ultimo, cronologicamente, l’art. 54 del Testo Unico degli Enti Locali (riformato nel 2008), che attribuisce ai sindaci poteri contingibili e urgenti, per la tutela dell’incolumità pubblica. Con il cosiddetto Decreto Maroni del 5 agosto 2008, la sicurezza urbana è definita, per la prima volta, come bene pubblico da tutelare ed il testo normativo ha compreso, in tale siffatta accezione, la vivibilità, la coesione e la convivenza sociale.
Sostanzialmente, la prevenzione si articola su tre livelli e, precisamente:
Livello sociale, incentrato sull’inclusione, il lavoro e le politiche giovanili.
Livello situazionale, orientato al controllo del territorio e al decoro urbano.
Livello comunitario, che chiama i cittadini ad una partecipazione diretta, nella tutela del bene ‘sicurezza’.
Pertanto, l’implementazione delle politiche di sicurezza urbana, riflette, oggi, la logica della governance, più flessibile rispetto al superato modello di government ed accanto alle istituzioni statali, devono operare necessariamente – con maggiore intensità e presenza – le regioni, gli enti locali, le forze dell’ordine, nonché gli attori privati e le associazioni civiche. Dunque, la gestione quotidiana della sicurezza non resta confinata in un monopolio dello Stato, ma diventa un sistema in cui si intrecciano interessi, competenze, pressioni normative e politiche territoriali, tese alla gestione degli spazi pubblici. Tuttavia, il rischio è quello di un’eccessiva frammentazione e di derive punitive verso categorie marginali — immigrati, senzatetto, prostitute — percepite come causa del degrado urbano. Per questo, la sfida della nuova prevenzione è duplice: coniugare efficacia operativa e tutela dei diritti, come ricorda il sociologo Fabio Battistelli, il quale sostiene che la sicurezza è un bene collettivo, ma anche il termometro del livello di democraticità di una società.
Oggi, parlare di sicurezza urbana vuol dire affrontare una tematica complessa, che intreccia psicologia sociale, politiche pubbliche e modelli di convivenza, e la vera innovazione non risiede solo nella capacità di controllo sociale ovvero nelle ordinanze sindacali, ma soprattutto nella capacità delle istituzioni pubbliche, di promuovere azioni che mantengano un adeguato livello di fiducia, di partecipazione e coesione sociale delle comunità, partendo dall’ambito locale. Le città sono sicure quando i cittadini che le abitano non hanno bisogno di difendersi gli uni dagli altri!
Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro
La dipendenza dal gioco d’azzardo sta diventando un fenomeno dilagante. Non più relegato all’interno del casinò, ha di fatto invaso le tabaccherie, affollate sempre più di slot-machine. In queste piccole Las Vegas, succursali delle grandi case da gioco, si possono perdere anche cifre consistenti. Basterebbe ricordare il caso del Gratta e Vinci, che andrebbe ribattezzato Gratta e Perdi. (Vittorino Andreoli, I segreti della mente, 2013)
La ludopatia, o gioco d’azzardo patologico, è una dipendenza comportamentale in crescente diffusione nella società contemporanea. Questo sintetico studio analizza il fenomeno da una prospettiva sociologica, soffermandosi sulle sue cause strutturali, sui profili sociali dei soggetti colpiti, sugli effetti sistemici e sulle ambivalenze istituzionali legate al gettito fiscale che il gioco garantisce allo Stato. Il problema viene inoltre confrontato con altre dipendenze “legalizzate” e fiscalmente produttive — tabagismo e alcolismo — per mostrare come la gestione pubblica delle dipendenze rifletta le tensioni tra etica, salute e interessi economici collettivi.
Negli ultimi vent’anni, la diffusione del gioco d’azzardo ha assunto in Italia proporzioni sistemiche, con gravi ripercussioni individuali e collettive (Ministero della Salute, 2022). L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica il gioco d’azzardo patologico come “disorder due to addictive behaviours” (WHO, 2018), evidenziando la sua natura di dipendenza comportamentale non legata a sostanze. La sociologia interpreta tale fenomeno come manifestazione delle contraddizioni sociali tipiche della modernità capitalistica (Beck, 1992), dove la precarietà e l’incertezza economica amplificano la vulnerabilità individuale.
Quadro teorico: il gioco come costruzione sociale
Il gioco, da pratica culturale, è stato progressivamente trasformato in attività economica e fonte di reddito statale. Reith (2005) mostra come la sua contemporanea “istituzionalizzazione” sia il prodotto di processi economici neoliberisti fondati sull’individualizzazione del rischio. Secondo Giddens (1991), le società tardo-moderne spingono gli individui a interiorizzare l’incertezza, alimentando il bisogno di controllo simbolico che l’azzardo promette. Analogamente, Bauman (2005) interpreta le dipendenze come risposte liquide al vuoto di senso e alla frammentazione delle relazioni sociali.
Normalizzazione del gioco e delle altre dipendenze legalizzate
Nel 2023 gli italiani hanno speso oltre 136 miliardi di euro in giochi legali (ADM, 2024), generando per lo Stato circa 11 miliardi di gettito. Meccanismi analoghi caratterizzano tabagismo e consumo dialcol, da cui derivano rispettivamente 14 e 12 miliardi di euro di imposte annue (Ministero dell’Economia, 2023). Tali entrate configurano una “dipendenza fiscale” dello Stato da comportamenti potenzialmente patologici, un paradosso già evidenziato da Foucault (1976) nei suoi studi sul biopotere: il corpo individuale diventa risorsa economica e oggetto di governo. I tre fenomeni condividono processi di normalizzazione attraverso la pubblicità, la presenza nella cultura popolare e la regolamentazione ambigua, che consente la fruizione pur proclamando la tutela della salute pubblica (Room et al., 2010).
Profili sociologici e vulnerabilità sociali
L’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2021) registra nei giocatori patologici prevalenza di soggetti con basso capitale culturale, occupazioni precarie o assenza di reti sociali. Simili profili emergono tra fumatori cronici e alcolisti problematici (ISTAT, 2022). Secondo Bourdieu (1984), questi comportamenti riflettono habitus di classe e strategie simboliche di compensazione: il rischio e il consumo diventano strumenti di distinzione o di evasione da condizioni di marginalità.
Costi collettivi e sostenibilità sociale
Il CNR (2022) stima in 10.000–30.000 euro annui il costo medio per ciascun giocatore patologico. Sommando i costi indiretti legati a malattie correlate all’alcol (epatopatie) e al tabacco (patologie cardiovascolari e neoplastiche), si ottiene un impatto economico di oltre 30 miliardi di euro annui (ISS, 2022). Ciò evidenzia una contraddizione strutturale: lo Stato incassa dal consumo che degrada la salute pubblica e deve poi spendere ingenti risorse per sanitari, assistenza e campagne preventive.
Responsabilità istituzionali e conflitto d’interesse fiscale
L’Italia presenta una densità di slot machine (una ogni 150 abitanti) tra le più alte d’Europa (ADM, 2024). In parallelo, le accise su tabacco e alcol vengono difese come strumenti “di dissuasione fiscale”, ma nei fatti costituiscono un’entrata stabile e difficilmente sostituibile nel bilancio pubblico (ISTAT, 2023). Questo duplice meccanismo — incentivazione economica e disincentivazione morale — riflette ciò che Weber (1922) definiva l’etica della razionalità strumentale: lo Stato agisce come impresa che massimizza entrate, anche a discapito della coerenza etico-sociale delle proprie politiche.
Prospettive sociologiche per un cambiamento sistemico
Contrastare la ludopatia (come il tabagismo e l’alcolismo) richiede una prospettiva multidimensionale:
Politiche fiscali orientate alla riduzione progressiva della dipendenza dello Stato da tali gettiti.
Implementazione di programmi di prevenzione primaria fondati su alfabetizzazione digitale, emotiva e finanziaria.
Potenziamento dei servizi territoriali multidisciplinari per le dipendenze comportamentali.
controllo stringente sulla pubblicità, come proposto dall’OMS (WHO, 2022). In una prospettiva critica (Bauman, 2005; Beck, 1992), la lotta alle dipendenze deve restituire senso, relazioni e sicurezza esistenziale ai soggetti esposti, affrontando le radici strutturali della vulnerabilità sociale.
La ludopatia è una lente privilegiata per osservare la tensione tra economia e salute pubblica nelle società post-industriali. Come per alcol e tabacco, la gestione istituzionale di questa dipendenza, mostra la difficoltà di bilanciare etica pubblica e sostenibilità fiscale. Comprendere la ludopatia come costruzione sociale e prodotto delle logiche neoliberiste, significa riconoscere che la vera dipendenza è, spesso, quella dello Stato stesso, dal consumo patologico dei suoi cittadini.
Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale), socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) e membro della Macrodeputazione Nordovest | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com
Bibliografia di riferimento
ADM (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli). (2024). Relazione annuale sul gioco legale inItalia. Roma: ADM.
Bauman, Z. (2005). La società individualizzata. Bologna: Il Mulino.
Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. London: Sage.
Bourdieu, P. (1984). Distinction: A Social Critique of the Judgement of Taste. Harvard University Press.
CNR. (2022). Studio nazionale su gioco d’azzardo e salute mentale. Roma: CNR.
Donati, P., & Scardigno, F. (2019). Ludopatia e legami familiari. Milano: FrancoAngeli.
Foucault, M. (1976). La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli.
Giddens, A. (1991). Modernity and Self-Identity. Stanford University Press.
ISTAT. (2022). Rapporto su salute e stili di vita in Italia. Roma: ISTAT.
Ministero dell’Economia e delle Finanze. (2023). Entrate erariali: analisi delle accise e del gioco pubblico. Roma: MEF.
Ministero della Salute. (2022). Piano nazionale di contrasto al gioco patologico. Roma: Ministero della Salute.
Reith, G. (2005). The Age of Chance: Gambling in Western Culture. London: Routledge.
Ricci, A. (2020). Giocati. Sociologia del gioco d’azzardo. Bari: Laterza.
Room, R., Babor, T., & Rehm, J. (2010). Alcohol and Public Health. The Lancet, 365(9458),519–530.
WHO (World Health Organization). (2018). ICD-11. Geneva: WHO.
WHO (World Health Organization). (2022). Global report on addictive behaviours. Geneva: WHO.
Il 30 ottobre del 1938, Orson Wells interpretando il noto sceneggiato radiofonico “The war of the worlds” tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza, creò panico e paura nei molti radioascoltatori i quali, malgrado i comunicati trasmessi prima e dopo il programma, non si accorsero che si trattava di una palese finzione e credettero che stesse veramente avvenendo uno sbarco di extraterrestri ostili sul territorio statunitense.
L’idea del contatto con civiltà aliene ha alimentato immaginari collettivi, speculazioni scientifiche e riflessioni filosofiche per secoli. Con l’avanzamento delle scienze e della tecnologia, il concetto di incontro con entità extraterrestri è passato dall’ambito della pura fantasia alla riflessione accademica. Sebbene al momento non esistano prove empiriche di vita extraterrestre, l’eventuale arrivo di una civiltà aliena sulla Terra, sarebbe un evento di portata storica senza precedenti, in grado di scatenare profondi cambiamenti socio-culturali, economici e politici. La sociologia, come disciplina che si occupa dello studio delle dinamiche sociali e dei cambiamenti strutturali all’interno delle società umane, offre un quadro utile per esplorare le possibili reazioni e gli effetti che una simile situazione potrebbe scatenare.
La teoria della relazione interplanetaria: il mondo conosciuto infranto
L’introduzione di civiltà aliene, con le loro possibili differenze biologiche, tecnologiche e culturali, avrebbe un impatto devastante sulla percezione dell’umanità riguardo al suo posto nell’universo. La teoria della “relazione interplanetaria” suggerisce che la conoscenza dell’esistenza di civiltà intelligenti extraterrestri, potrebbe ridisegnare i concetti di identità e comunità, dissolvendo il senso di centralità della Terra nell’universo (Tarter, 2001). Dal punto di vista sociologico, ciò comporterebbe la perdita di uno dei principali “pilastri” simbolici della società umana: l’idea che la Terra sia l’unico luogo abitato nell’universo. Le reazioni a un tale evento potrebbero spaziare da uno stato di incredulità collettiva a una frenesia di curiosità e ricerca. In questo contesto, la società potrebbe affrontare un “crollo epistemologico”, in cui le conoscenze consolidate vengono messe in discussione (Bostrom, 2008). Ciò potrebbe dar luogo a un’intensa riflessione filosofica e religiosa riguardo alla posizione dell’uomo nell’universo, ma anche a una crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali, incapaci di rispondere in maniera adeguata all’evento.
La dinamica sociale e i conflitti interni
Una delle prime risposte socio-culturali a un incontro con civiltà aliene potrebbe essere la creazione di un “panico culturale” globale, un fenomeno che si verifica in circostanze straordinarie quando le strutture sociali vengono scosse da un evento imprevisto. L’arrivo di extraterrestri potrebbe generare un’escalation di paure e reazioni violente, in quanto gli individui e i gruppi sociali potrebbero sentirsi minacciati dalla novità e dall’incomprensibilità di tale incontro. La risposta delle istituzioni politiche, governative e religiose sarebbe cruciale nel determinare se l’evento innescherà una spirale di conflitti o se porterà a una cooperazione globale. Inoltre, le teorie sociologiche sulla “società del rischio” di Ulrich Beck (1992) suggeriscono che l’umanità, pur affrontando il rischio di una minaccia aliena sconosciuta, potrebbe anche cercare di integrare e sfruttare la presenza degli alieni in modo vantaggioso. Le società potrebbero dividere le loro risposte in gruppi: chi accoglie con entusiasmo l’opportunità di apprendere dalle civiltà superiori e chi, invece, si rifiuta di accettare qualsiasi contatto, alimentando il conflitto e l’isolazionismo.
Le risposte culturali e religiose: il nuovo ordine cosmico
L’arrivo di una civiltà aliena sfiderebbe le credenze religiose tradizionali e potrebbe portare a una revisione delle visioni teologiche su Dio, l’umanità e l’universo. Secondo la sociologia della religione, fenomeni di “sincretismo” religioso (Smith, 1991) potrebbero emergere, poiché le nuove conoscenze scientifiche e culturali potrebbero fondersi con le tradizioni religiose esistenti. In alcuni casi, potrebbe anche nascere una nuova religione universale che include la figura degli alieni come esseri superiori o messaggeri divini o, in alternativa, le religioni potrebbero affrontare un periodo di “crisi di fede” (Berger, 1967), in cui le risposte tradizionali non sarebbero più sufficienti a spiegare la nuova realtà cosmica. La prospettiva di un “ordine cosmico” che include altre forme di vita intelligente potrebbe persino contribuire a un senso di unità globale tra gli esseri umani. Il sociologo Peter Berger aveva suggerito che la ricerca di un senso di “significato condiviso” è fondamentale nelle società moderne e che eventi straordinari, come l’incontro con gli alieni, potrebbero catalizzare una nuova “cosmologia” condivisa che transcende le tradizioni religiose e culturali separate (Berger, 1990).
Le implicazioni economiche e politiche: il nuovo mondo intergalattico
L’incontro con civiltà aliene potrebbe avere enormi implicazioni economiche e politiche. Le risorse tecnologiche e scientifiche possedute dagli alieni potrebbero alterare le dinamiche di potere globale, creando nuove sfide in ambito geopolitico. Potrebbero emergere nuove alleanze internazionali e nuovi conflitti, a seconda delle modalità con cui l’umanità si relaziona con gli alieni e se queste entità tecnologicamente avanzate preferiranno interagire con singoli Stati o con un’organizzazione internazionale unificata. Inoltre, l’economia globale potrebbe subire cambiamenti radicali. L’accesso a tecnologie extraterrestri potrebbe modificare le industrie esistenti, favorendo l’introduzione di nuovi modelli economici basati su risorse e conoscenze sconosciute (Zuboff, 2019). D’altro canto, una possibile disuguaglianza nell’accesso a tali risorse potrebbe generare nuove forme di sfruttamento, simili a quelle coloniali del passato, ma questa volta con un’astronomica dimensione interplanetaria.
Considerazioni finali
L’ipotetico arrivo di civiltà aliene sulla Terra avrebbe un impatto profondo e multiforme sulla società umana, alterando strutture sociali, culturali, religiose ed economiche. La sociologia offre un quadro utile per analizzare i possibili cambiamenti che potrebbero verificarsi, evidenziando sia le opportunità che i rischi associati a un incontro di questa portata. Pur non essendo ancora un evento reale, la speculazione su tale scenario permette di riflettere sulla fragilità e sulla resilienza delle nostre costruzioni sociali di fronte all’ignoto. In ogni caso, il contatto con una civiltà aliena sarebbe l’evento che ridefinirebbe la storia umana. Tuttavia, come scrisse Arthur Charles Clarke, “Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo o non lo siamo. Entrambe sono ugualmente terrificanti“.
Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com
Bibliografia di riferimento
Berger, P. (1967). The Sacred Canopy: Elements of a Sociological Theory of Religion. Doubleday.
Berger, P. (1990). The Social Reality of Religion. Faber & Faber.
Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. Sage Publications.
Bostrom, N. (2008). The Fable of the Dragon-Tyrant. Journal of Medical Ethics, 34(5), 311–317.
Smith, W. (1991). Theories of Culture: A New Agenda for the Sociology of Religion. Princeton University Press.
Tarter, J. (2001). The Search for Extraterrestrial Intelligence: A New Era in Science. Scientific American, 285(6), 28-35.
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs.
Il presente articolo analizza il fenomeno dell’ibridazione culturale e identitaria all’interno dei processi migratori europei contemporanei, con particolare riferimento alla diaspora romena dopo il 2007. Attraverso un approccio sociologico e culturale, si esplora come la mobilità transnazionale e i processi di adattamento abbiano dato origine a identità ibride, fluide e plurali. L’analisi mostra che tali forme di appartenenza non rappresentano una perdita di identità, ma piuttosto una rielaborazione dinamica delle categorie di integrazione, cittadinanza e differenza culturale.
Introduzione
La globalizzazione e i movimenti migratori del XXI secolo hanno prodotto una profonda trasformazione dei concetti di appartenenza e identità. Le società contemporanee si configurano sempre più come spazi interculturali, in cui le interazioni tra culture generano forme nuove di convivenza e di riconoscimento. In questo contesto, il concetto di ibridazione culturale assume una funzione interpretativa centrale. Esso consente di leggere i processi di negoziazione identitaria che emergono nei percorsi migratori, andando oltre la contrapposizione tra assimilazione e multiculturalismo (Bhabha, 1994; Canclini, 1990). L’esperienza della diaspora romena in Europa costituisce un osservatorio privilegiato: dal 2007, anno di ingresso della Romania nell’Unione Europea, milioni di cittadini si sono spostati verso Italia, Spagna, Germania e altri Paesi dell’UE, dando vita a reti transnazionali complesse e a forme di appartenenza multiple.
L’ibridazione culturale come categoria sociologica.
Il termine ibridazione è stato introdotto nelle scienze sociali per descrivere i processi di mescolanza culturale e simbolica generati dall’incontro tra culture diverse. Homi K. Bhabha (1994) propone il concetto di third space, uno “spazio terzo” in cui le identità non si annullano, ma si reinventano attraverso la contaminazione. Analogamente, Stuart Hall (1990) sostiene che l’identità non sia un’essenza fissa, ma un processo di costruzione continua influenzato da storie, memorie e relazioni di potere. Da questa prospettiva, l’ibridazione diventa una forma di resistenza simbolica, capace di superare le rigidità delle identità nazionali e di creare nuovi orizzonti di senso. Sul piano sociologico, l’ibridazione si intreccia con le teorie del transnazionalismo (Vertovec, 1999) e della mobilità globale (Appadurai, 1996), che descrivono come i migranti mantengano relazioni simultanee tra più contesti sociali, economici e affettivi.
Ibridazione e identità nella diaspora romena
Dopo il 2007, l’adesione della Romania all’Unione Europea ha favorito una nuova fase migratoria caratterizzata da una maggiore circolazione di persone, competenze e capitali sociali. Questa mobilità ha generato trasformazioni profonde nel tessuto sociale, sia nei Paesi di origine sia in quelli di destinazione. I figli dei migranti, cresciuti tra due (o più) universi culturali, rappresentano il paradigma dell’identità ibrida. Essi sviluppano una doppia appartenenza, combinando elementi linguistici, religiosi e valoriali propri di entrambe le culture. Tale condizione non comporta necessariamente conflitto, ma spesso produce capacità di mediazione interculturale e un senso di cittadinanza più ampio e inclusivo. La nuova generazione “italo-romena” o “ispano-romena” non si definisce esclusivamente in base alla nazionalità, ma secondo una logica relazionale, dove identità e appartenenza sono processi dinamici e contestuali.
L’ibridazione come risorsa e come sfida
L’ibridazione culturale rappresenta, da un lato, una risorsa sociale, poiché favorisce apertura, curiosità e creatività. Gli individui ibridi fungono da mediatori tra culture, facilitando la comunicazione e la coesione sociale (Hall, 1990). Dall’altro lato, l’ibridazione può produrre tensioni identitarie. Il vivere “tra due mondi” può generare un senso di sospensione o di mancato riconoscimento, soprattutto in contesti caratterizzati da pregiudizi o da politiche di assimilazione forzata.Tuttavia, tali tensioni non devono essere lette come segno di crisi, bensì come momento generativo di nuove forme di appartenenza, in cui la differenza diventa un terreno di incontro e non di separazione.
Discussione e implicazioni sociologiche
Il concetto di ibridazione invita a ripensare le categorie classiche dell’integrazione e della cittadinanza. Nelle società europee, l’inclusione non può più basarsi sull’omogeneità, ma sul riconoscimento della pluralità delle identità e sulla capacità di convivenza tra culture. Nel caso della diaspora romena, l’ibridazione mostra che la “doppia appartenenza” non è un limite, ma un modello emergente di cittadinanza transnazionale. Essa riflette la possibilità di vivere la molteplicità come valore e non come anomalia, in un equilibrio dinamico tra radici e mobilità.
Conclusioni
L’ibridazione culturale è una delle chiavi interpretative più feconde per comprendere le trasformazioni identitarie nelle società globali. Nel contesto migratorio europeo, essa non rappresenta una minaccia alla coesione sociale, ma un processo di rinnovamento culturale che ridefinisce i significati dell’appartenenza e dell’identità. L’esperienza romena mostra come le migrazioni contemporanee producano identità ibride capaci di muoversi tra più mondi, generando nuove forme di cittadinanza, solidarietà e conoscenza. Riconoscere il valore dell’ibridazione significa, dunque, riconoscere la complessità della contemporaneità e la sua potenzialità di trasformazione.
Dott.ssa Viorica Bunduc, presidente Deputazione Centro Italia ASI, Consulta integrazione sociale Associazione Sociologi Italiani
Riferimenti bibliografici:
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Appadurai A. (1996) Modernity at Large: Cultural dimensions of Globalization, Minneapolis, Università of Minnesota Press
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Bhabha H. K. (1994), The Location of Culture, London Routledge
Canclini N. G. (1990) Culturas hibridas: estrategias para entrar y salir de la modernidad, Mexico, Grijalbo
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Vertova S. (1999) Conceiving and researching transnationalism. Ethnic and Racial Studies, 22(2) pp. 447-462