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La nuova sicurezza urbana: dalla percezione del rischio alla governance della prevenzione

di Vincenzo Testagrossa

Nel corso degli ultimi decenni, la cosiddetta “domanda di sicurezza” dei cittadini è passata da esigenza personale a tema collettivo ed invero, le città, non sono solo spazi fisici, ma spesso diventano veri e propri campi di tensione tra, percezione del pericolo, pratiche di controllo del territorio e politiche locali tese alla prevenzione.

Il bisogno di sicurezza, dallo psicologo Abraham Maslow, inteso come esigenza primaria, non è solo una questione di protezione fisica, ma si puo’ considerare – anche e soprattutto – una garanzia per la stabilità sociale e psicologica di ogni singola comunità. Però, l’insicurezza non coincide sempre con l’aumento dei reati. Come osservava il sociologo W.I. Thomas, se gli uomini definiscono come reali, determinate situazioni, esse stesse diventano reali nelle loro conseguenze; infatti, le percezioni distorte che generano la paura, producono effetti concreti, quali ad esempio, spingere le persone a chiudersi, ridurre l’uso degli spazi pubblici e influire, in ultimo, anche sulle scelte politiche locali.

Per meglio comprendere la richiesta di sicurezza che perviene dalla società civile, è necessario approfondire i concetti di pericolo, rischio e minaccia e come questi incidono nella percezione dell’opinione pubblica. In breve si possono ben evidenziare le tre dimensioni:

  • Il pericolo, quale evento naturale o esterno.
  • Il rischio, quale conseguenza di decisioni umane.
  • La minaccia, che introduce la volontà ostile dell’altro.

Spesso si crea confusione tra questi predetti concetti dimensionali e si sposta l’attenzione, dalle responsabilità sistemiche, alle figure sociali che, via via, vengono percepite – quasi sempre erroneamente – come “nemiche”; in tal modo, l’insicurezza può diventare anche, aldilà degli schieramenti posizionali ed ideologici dei partiti, uno strumento di consenso politico. A ben guardare, sin dal 1993, le città italiane hanno sviluppato strategie di sicurezza più articolate, fondate sulla collaborazione tra lo Stato e le autonomie locali, previste nella nostra Costituzione Repubblicana. Tale condizione legislativa ed istituzionale, permette di poter parlare di nuova prevenzione, con un approccio ibrido che supera la rigida distinzione ideologica tra, sicurezza sociale e sicurezza situazionale.

Volendo, sinteticamente, elencare i passaggi normativi che hanno segnato questa evoluzione, possiamo evidenziare: dapprima, la riforma del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, che li rende responsabili diretti della sicurezza locale e poi, la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che riconosce alle autonomie locali competenze in materia di ordine pubblico; in ultimo, cronologicamente, l’art. 54 del Testo Unico degli Enti Locali (riformato nel 2008), che attribuisce ai sindaci poteri contingibili e urgenti, per la tutela dell’incolumità pubblica. Con il cosiddetto Decreto Maroni del 5 agosto 2008, la sicurezza urbana è definita, per la prima volta, come bene pubblico da tutelare ed il testo normativo ha compreso, in tale siffatta accezione, la vivibilità, la coesione e la convivenza sociale.

Sostanzialmente, la prevenzione si articola su tre livelli e, precisamente:

  1. Livello sociale, incentrato sull’inclusione, il lavoro e le politiche giovanili.
  2. Livello situazionale, orientato al controllo del territorio e al decoro urbano.
  3. Livello comunitario, che chiama i cittadini ad una partecipazione diretta, nella tutela del bene ‘sicurezza’.

Pertanto, l’implementazione delle politiche di sicurezza urbana, riflette, oggi, la logica della governance, più flessibile rispetto al superato modello di government ed accanto alle istituzioni statali, devono operare necessariamente – con maggiore intensità e presenza – le regioni, gli enti locali, le forze dell’ordine, nonché gli attori privati e le associazioni civiche. Dunque, la gestione quotidiana della sicurezza non resta confinata in un monopolio dello Stato, ma diventa un sistema in cui si intrecciano interessi, competenze, pressioni normative e politiche territoriali, tese alla gestione degli spazi pubblici. Tuttavia, il rischio è quello di un’eccessiva frammentazione e di derive punitive verso categorie marginali — immigrati, senzatetto, prostitute — percepite come causa del degrado urbano. Per questo, la sfida della nuova prevenzione è duplice: coniugare efficacia operativa e tutela dei diritti, come ricorda il sociologo Fabio Battistelli, il quale sostiene che la sicurezza è un bene collettivo, ma anche il termometro del livello di democraticità di una società.

Oggi, parlare di sicurezza urbana vuol dire affrontare una tematica complessa, che intreccia psicologia sociale, politiche pubbliche e modelli di convivenza, e la vera innovazione non risiede solo nella capacità di controllo sociale ovvero nelle ordinanze sindacali, ma soprattutto nella capacità delle istituzioni pubbliche, di promuovere azioni che mantengano un adeguato livello di fiducia, di partecipazione e coesione sociale delle comunità, partendo dall’ambito locale. Le città sono sicure quando i cittadini che le abitano non hanno bisogno di difendersi gli uni dagli altri!

Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro


La piaga della ludopatia nella nostra società: un’analisi sociologica

di Franco Faggiano

La dipendenza dal gioco d’azzardo sta diventando un fenomeno dilagante. Non più relegato all’interno del casinò, ha di fatto invaso le tabaccherie, affollate sempre più di slot-machine. In queste piccole Las Vegas, succursali delle grandi case da gioco, si possono perdere anche cifre consistenti. Basterebbe ricordare il caso del Gratta e Vinci, che andrebbe ribattezzato Gratta e Perdi. (Vittorino Andreoli, I segreti della mente, 2013)

La ludopatia, o gioco d’azzardo patologico, è una dipendenza comportamentale in crescente diffusione nella società contemporanea. Questo sintetico studio analizza il fenomeno da una prospettiva sociologica, soffermandosi sulle sue cause strutturali, sui profili sociali dei soggetti colpiti, sugli effetti sistemici e sulle ambivalenze istituzionali legate al gettito fiscale che il gioco garantisce allo Stato. Il problema viene inoltre confrontato con altre dipendenze “legalizzate” e fiscalmente produttive — tabagismo e alcolismo — per mostrare come la gestione pubblica delle dipendenze rifletta le tensioni tra etica, salute e interessi economici collettivi.

Negli ultimi vent’anni, la diffusione del gioco d’azzardo ha assunto in Italia proporzioni sistemiche, con gravi ripercussioni individuali e collettive (Ministero della Salute, 2022). L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica il gioco d’azzardo patologico come “disorder due to addictive behaviours” (WHO, 2018), evidenziando la sua natura di dipendenza comportamentale non legata a sostanze. La sociologia interpreta tale fenomeno come manifestazione delle contraddizioni sociali tipiche della modernità capitalistica (Beck, 1992), dove la precarietà e l’incertezza economica amplificano la vulnerabilità individuale.

Il gioco, da pratica culturale, è stato progressivamente trasformato in attività economica e fonte di reddito statale. Reith (2005) mostra come la sua contemporanea “istituzionalizzazione” sia il prodotto di processi economici neoliberisti fondati sull’individualizzazione del rischio. Secondo Giddens (1991), le società tardo-moderne spingono gli individui a interiorizzare l’incertezza, alimentando il bisogno di controllo simbolico che l’azzardo promette. Analogamente, Bauman (2005) interpreta le dipendenze come risposte liquide al vuoto di senso e alla frammentazione delle relazioni sociali.

Nel 2023 gli italiani hanno speso oltre 136 miliardi di euro in giochi legali (ADM, 2024), generando per lo Stato circa 11 miliardi di gettito. Meccanismi analoghi caratterizzano tabagismo e consumo dialcol, da cui derivano rispettivamente 14 e 12 miliardi di euro di imposte annue (Ministero dell’Economia, 2023). Tali entrate configurano una “dipendenza fiscale” dello Stato da comportamenti potenzialmente patologici, un paradosso già evidenziato da Foucault (1976) nei suoi studi sul biopotere: il corpo individuale diventa risorsa economica e oggetto di governo. I tre fenomeni condividono processi di normalizzazione attraverso la pubblicità, la presenza nella cultura popolare e la regolamentazione ambigua, che consente la fruizione pur proclamando la tutela della salute pubblica (Room et al., 2010).

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2021) registra nei giocatori patologici prevalenza di soggetti con basso capitale culturale, occupazioni precarie o assenza di reti sociali. Simili profili emergono tra fumatori cronici e alcolisti problematici (ISTAT, 2022). Secondo Bourdieu (1984), questi comportamenti riflettono habitus di classe e strategie simboliche di compensazione: il rischio e il consumo diventano strumenti di distinzione o di evasione da condizioni di marginalità.

Il CNR (2022) stima in 10.000–30.000 euro annui il costo medio per ciascun giocatore patologico. Sommando i costi indiretti legati a malattie correlate all’alcol (epatopatie) e al tabacco (patologie cardiovascolari e neoplastiche), si ottiene un impatto economico di oltre 30 miliardi di euro annui (ISS, 2022). Ciò evidenzia una contraddizione strutturale: lo Stato incassa dal consumo che degrada la salute pubblica e deve poi spendere ingenti risorse per sanitari, assistenza e campagne preventive.

L’Italia presenta una densità di slot machine (una ogni 150 abitanti) tra le più alte d’Europa (ADM, 2024). In parallelo, le accise su tabacco e alcol vengono difese come strumenti “di dissuasione fiscale”, ma nei fatti costituiscono un’entrata stabile e difficilmente sostituibile nel bilancio pubblico (ISTAT, 2023). Questo duplice meccanismo — incentivazione economica e disincentivazione morale — riflette ciò che Weber (1922) definiva l’etica della razionalità strumentale: lo Stato agisce come impresa che massimizza entrate, anche a discapito della coerenza etico-sociale delle proprie politiche.

Contrastare la ludopatia (come il tabagismo e l’alcolismo) richiede una prospettiva multidimensionale:

  1. Politiche fiscali orientate alla riduzione progressiva della dipendenza dello Stato da tali gettiti.
  2. Implementazione di programmi di prevenzione primaria fondati su alfabetizzazione digitale, emotiva e finanziaria.
  3. Potenziamento dei servizi territoriali multidisciplinari per le dipendenze comportamentali.
  4. controllo stringente sulla pubblicità, come proposto dall’OMS (WHO, 2022). In una prospettiva critica (Bauman, 2005; Beck, 1992), la lotta alle dipendenze deve restituire senso, relazioni e sicurezza esistenziale ai soggetti esposti, affrontando le radici strutturali della vulnerabilità sociale.

La ludopatia è una lente privilegiata per osservare la tensione tra economia e salute pubblica nelle società post-industriali. Come per alcol e tabacco, la gestione istituzionale di questa dipendenza, mostra la difficoltà di bilanciare etica pubblica e sostenibilità fiscale. Comprendere la ludopatia come costruzione sociale e prodotto delle logiche neoliberiste, significa riconoscere che la vera dipendenza è, spesso, quella dello Stato stesso, dal consumo patologico dei suoi cittadini.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale), socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) e membro della Macrodeputazione Nordovest | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • ADM (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli). (2024). Relazione annuale sul gioco legale inItalia. Roma: ADM.
  • Bauman, Z. (2005). La società individualizzata. Bologna: Il Mulino.
  • Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. London: Sage.
  • Bourdieu, P. (1984). Distinction: A Social Critique of the Judgement of Taste. Harvard University Press.
  • CNR. (2022). Studio nazionale su gioco d’azzardo e salute mentale. Roma: CNR.
  • Donati, P., & Scardigno, F. (2019). Ludopatia e legami familiari. Milano: FrancoAngeli.
  • Foucault, M. (1976). La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli.
  • Giddens, A. (1991). Modernity and Self-Identity. Stanford University Press.
  • ISTAT. (2022). Rapporto su salute e stili di vita in Italia. Roma: ISTAT.
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze. (2023). Entrate erariali: analisi delle accise e del gioco pubblico. Roma: MEF.
  • Ministero della Salute. (2022). Piano nazionale di contrasto al gioco patologico. Roma: Ministero della Salute.
  • Reith, G. (2005). The Age of Chance: Gambling in Western Culture. London: Routledge.
  • Ricci, A. (2020). Giocati. Sociologia del gioco d’azzardo. Bari: Laterza.
  • Room, R., Babor, T., & Rehm, J. (2010). Alcohol and Public Health. The Lancet, 365(9458),519–530.
  • WHO (World Health Organization). (2018). ICD-11. Geneva: WHO.
  • WHO (World Health Organization). (2022). Global report on addictive behaviours. Geneva: WHO.

L’impatto sociologico di un ipotetico arrivo di civiltà aliene sulla Terra

di Franco Faggiano

Il 30 ottobre del 1938, Orson Wells interpretando il noto sceneggiato radiofonico “The war of the worlds” tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza, creò panico e paura nei molti radioascoltatori i quali, malgrado i comunicati trasmessi prima e dopo il programma, non si accorsero che si trattava di una palese finzione e credettero che stesse veramente avvenendo uno sbarco di extraterrestri ostili sul territorio statunitense.

L’idea del contatto con civiltà aliene ha alimentato immaginari collettivi, speculazioni scientifiche e riflessioni filosofiche per secoli. Con l’avanzamento delle scienze e della tecnologia, il concetto di incontro con entità extraterrestri è passato dall’ambito della pura fantasia alla riflessione accademica. Sebbene al momento non esistano prove empiriche di vita extraterrestre, l’eventuale arrivo di una civiltà aliena sulla Terra, sarebbe un evento di portata storica senza precedenti, in grado di scatenare profondi cambiamenti socio-culturali, economici e politici. La sociologia, come disciplina che si occupa dello studio delle dinamiche sociali e dei cambiamenti strutturali all’interno delle società umane, offre un quadro utile per esplorare le possibili reazioni e gli effetti che una simile situazione potrebbe scatenare.

La teoria della relazione interplanetaria: il mondo conosciuto infranto

L’introduzione di civiltà aliene, con le loro possibili differenze biologiche, tecnologiche e culturali, avrebbe un impatto devastante sulla percezione dell’umanità riguardo al suo posto nell’universo. La teoria della “relazione interplanetaria” suggerisce che la conoscenza dell’esistenza di civiltà intelligenti extraterrestri, potrebbe ridisegnare i concetti di identità e comunità, dissolvendo il senso di centralità della Terra nell’universo (Tarter, 2001). Dal punto di vista sociologico, ciò comporterebbe la perdita di uno dei principali “pilastri” simbolici della società umana: l’idea che la Terra sia l’unico luogo abitato nell’universo. Le reazioni a un tale evento potrebbero spaziare da uno stato di incredulità collettiva a una frenesia di curiosità e ricerca. In questo contesto, la società potrebbe affrontare un “crollo epistemologico”, in cui le conoscenze consolidate vengono messe in discussione (Bostrom, 2008). Ciò potrebbe dar luogo a un’intensa riflessione filosofica e religiosa riguardo alla posizione dell’uomo nell’universo, ma anche a una crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali, incapaci di rispondere in maniera adeguata all’evento.

La dinamica sociale e i conflitti interni

Una delle prime risposte socio-culturali a un incontro con civiltà aliene potrebbe essere la creazione di un “panico culturale” globale, un fenomeno che si verifica in circostanze straordinarie quando le strutture sociali vengono scosse da un evento imprevisto. L’arrivo di extraterrestri potrebbe generare un’escalation di paure e reazioni violente, in quanto gli individui e i gruppi sociali potrebbero sentirsi minacciati dalla novità e dall’incomprensibilità di tale incontro. La risposta delle istituzioni politiche, governative e religiose sarebbe cruciale nel determinare se l’evento innescherà una spirale di conflitti o se porterà a una cooperazione globale. Inoltre, le teorie sociologiche sulla “società del rischio” di Ulrich Beck (1992) suggeriscono che l’umanità, pur affrontando il rischio di una minaccia aliena sconosciuta, potrebbe anche cercare di integrare e sfruttare la presenza degli alieni in modo vantaggioso. Le società potrebbero dividere le loro risposte in gruppi: chi accoglie con entusiasmo l’opportunità di apprendere dalle civiltà superiori e chi, invece, si rifiuta di accettare qualsiasi contatto, alimentando il conflitto e l’isolazionismo.

Le risposte culturali e religiose: il nuovo ordine cosmico

L’arrivo di una civiltà aliena sfiderebbe le credenze religiose tradizionali e potrebbe portare a una revisione delle visioni teologiche su Dio, l’umanità e l’universo. Secondo la sociologia della religione, fenomeni di “sincretismo” religioso (Smith, 1991) potrebbero emergere, poiché le nuove conoscenze scientifiche e culturali potrebbero fondersi con le tradizioni religiose esistenti. In alcuni casi, potrebbe anche nascere una nuova religione universale che include la figura degli alieni come esseri superiori o messaggeri divini o, in alternativa, le religioni potrebbero affrontare un periodo di “crisi di fede” (Berger, 1967), in cui le risposte tradizionali non sarebbero più sufficienti a spiegare la nuova realtà cosmica. La prospettiva di un “ordine cosmico” che include altre forme di vita intelligente potrebbe persino contribuire a un senso di unità globale tra gli esseri umani. Il sociologo Peter Berger aveva suggerito che la ricerca di un senso di “significato condiviso” è fondamentale nelle società moderne e che eventi straordinari, come l’incontro con gli alieni, potrebbero catalizzare una nuova “cosmologia” condivisa che transcende le tradizioni religiose e culturali separate (Berger, 1990).

Le implicazioni economiche e politiche: il nuovo mondo intergalattico

L’incontro con civiltà aliene potrebbe avere enormi implicazioni economiche e politiche. Le risorse tecnologiche e scientifiche possedute dagli alieni potrebbero alterare le dinamiche di potere globale, creando nuove sfide in ambito geopolitico. Potrebbero emergere nuove alleanze internazionali e nuovi conflitti, a seconda delle modalità con cui l’umanità si relaziona con gli alieni e se queste entità tecnologicamente avanzate preferiranno interagire con singoli Stati o con un’organizzazione internazionale unificata. Inoltre, l’economia globale potrebbe subire cambiamenti radicali. L’accesso a tecnologie extraterrestri potrebbe modificare le industrie esistenti, favorendo l’introduzione di nuovi modelli economici basati su risorse e conoscenze sconosciute (Zuboff, 2019). D’altro canto, una possibile disuguaglianza nell’accesso a tali risorse potrebbe generare nuove forme di sfruttamento, simili a quelle coloniali del passato, ma questa volta con un’astronomica dimensione interplanetaria.

Considerazioni finali

L’ipotetico arrivo di civiltà aliene sulla Terra avrebbe un impatto profondo e multiforme sulla società umana, alterando strutture sociali, culturali, religiose ed economiche. La sociologia offre un quadro utile per analizzare i possibili cambiamenti che potrebbero verificarsi, evidenziando sia le opportunità che i rischi associati a un incontro di questa portata. Pur non essendo ancora un evento reale, la speculazione su tale scenario permette di riflettere sulla fragilità e sulla resilienza delle nostre costruzioni sociali di fronte all’ignoto. In ogni caso, il contatto con una civiltà aliena sarebbe l’evento che ridefinirebbe la storia umana. Tuttavia, come scrisse Arthur Charles Clarke, “Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo o non lo siamo. Entrambe sono ugualmente terrificanti“.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • Berger, P. (1967). The Sacred Canopy: Elements of a Sociological Theory of Religion. Doubleday.
  • Berger, P. (1990). The Social Reality of Religion. Faber & Faber.
  • Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. Sage Publications.
  • Bostrom, N. (2008). The Fable of the Dragon-Tyrant. Journal of Medical Ethics, 34(5), 311–317.
  • Smith, W. (1991). Theories of Culture: A New Agenda for the Sociology of Religion. Princeton University Press.
  • Tarter, J. (2001). The Search for Extraterrestrial Intelligence: A New Era in Science. Scientific American, 285(6), 28-35.
  • Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs.

L’ibridazione culturale e identitaria nei contesti migratori europei: una prospettiva sociologica

di Viorica Bunduc

Il presente articolo analizza il fenomeno dell’ibridazione culturale e identitaria all’interno dei processi migratori europei contemporanei, con particolare riferimento alla diaspora romena dopo il 2007. Attraverso un approccio sociologico e culturale, si esplora come la mobilità transnazionale e i processi di adattamento abbiano dato origine a identità ibride, fluide e plurali. L’analisi mostra che tali forme di appartenenza non rappresentano una perdita di identità, ma piuttosto una rielaborazione dinamica delle categorie di integrazione, cittadinanza e differenza culturale.

Introduzione

La globalizzazione e i movimenti migratori del XXI secolo hanno prodotto una profonda trasformazione dei concetti di appartenenza e identità. Le società contemporanee si configurano sempre più come spazi interculturali, in cui le interazioni tra culture generano forme nuove di convivenza e di riconoscimento. In questo contesto, il concetto di ibridazione culturale assume una funzione interpretativa centrale. Esso consente di leggere i processi di negoziazione identitaria che emergono nei percorsi migratori, andando oltre la contrapposizione tra assimilazione e multiculturalismo (Bhabha, 1994; Canclini, 1990). L’esperienza della diaspora romena in Europa costituisce un osservatorio privilegiato: dal 2007, anno di ingresso della Romania nell’Unione Europea, milioni di cittadini si sono spostati verso Italia, Spagna, Germania e altri Paesi dell’UE, dando vita a reti transnazionali complesse e a forme di appartenenza multiple.

L’ibridazione culturale come categoria sociologica.

Il termine ibridazione è stato introdotto nelle scienze sociali per descrivere i processi di mescolanza culturale e simbolica generati dall’incontro tra culture diverse. Homi K. Bhabha (1994) propone il concetto di third space, uno “spazio terzo” in cui le identità non si annullano, ma si reinventano attraverso la contaminazione. Analogamente, Stuart Hall (1990) sostiene che l’identità non sia un’essenza fissa, ma un processo di costruzione continua influenzato da storie, memorie e relazioni di potere. Da questa prospettiva, l’ibridazione diventa una forma di resistenza simbolica, capace di superare le rigidità delle identità nazionali e di creare nuovi orizzonti di senso. Sul piano sociologico, l’ibridazione si intreccia con le teorie del transnazionalismo (Vertovec, 1999) e della mobilità globale (Appadurai, 1996), che descrivono come i migranti mantengano relazioni simultanee tra più contesti sociali, economici e affettivi.

Ibridazione e identità nella diaspora romena

Dopo il 2007, l’adesione della Romania all’Unione Europea ha favorito una nuova fase migratoria caratterizzata da una maggiore circolazione di persone, competenze e capitali sociali. Questa mobilità ha generato trasformazioni profonde nel tessuto sociale, sia nei Paesi di origine sia in quelli di destinazione. I figli dei migranti, cresciuti tra due (o più) universi culturali, rappresentano il paradigma dell’identità ibrida. Essi sviluppano una doppia appartenenza, combinando elementi linguistici, religiosi e valoriali propri di entrambe le culture. Tale condizione non comporta necessariamente conflitto, ma spesso produce capacità di mediazione interculturale e un senso di cittadinanza più ampio e inclusivo. La nuova generazione “italo-romena” o “ispano-romena” non si definisce esclusivamente in base alla nazionalità, ma secondo una logica relazionale, dove identità e appartenenza sono processi dinamici e contestuali.

L’ibridazione come risorsa e come sfida

L’ibridazione culturale rappresenta, da un lato, una risorsa sociale, poiché favorisce apertura, curiosità e creatività. Gli individui ibridi fungono da mediatori tra culture, facilitando la comunicazione e la coesione sociale (Hall, 1990). Dall’altro lato, l’ibridazione può produrre tensioni identitarie. Il vivere “tra due mondi” può generare un senso di sospensione o di mancato riconoscimento, soprattutto in contesti caratterizzati da pregiudizi o da politiche di assimilazione forzata.Tuttavia, tali tensioni non devono essere lette come segno di crisi, bensì come momento generativo di nuove forme di appartenenza, in cui la differenza diventa un terreno di incontro e non di separazione.

Discussione e implicazioni sociologiche

Il concetto di ibridazione invita a ripensare le categorie classiche dell’integrazione e della cittadinanza. Nelle società europee, l’inclusione non può più basarsi sull’omogeneità, ma sul riconoscimento della pluralità delle identità e sulla capacità di convivenza tra culture. Nel caso della diaspora romena, l’ibridazione mostra che la “doppia appartenenza” non è un limite, ma un modello emergente di cittadinanza transnazionale. Essa riflette la possibilità di vivere la molteplicità come valore e non come anomalia, in un equilibrio dinamico tra radici e mobilità.

Conclusioni

L’ibridazione culturale è una delle chiavi interpretative più feconde per comprendere le trasformazioni identitarie nelle società globali. Nel contesto migratorio europeo, essa non rappresenta una minaccia alla coesione sociale, ma un processo di rinnovamento culturale che ridefinisce i significati dell’appartenenza e dell’identità. L’esperienza romena mostra come le migrazioni contemporanee producano identità ibride capaci di muoversi tra più mondi, generando nuove forme di cittadinanza, solidarietà e conoscenza. Riconoscere il valore dell’ibridazione significa, dunque, riconoscere la complessità della contemporaneità e la sua potenzialità di trasformazione.

Dott.ssa Viorica Bunduc, presidente Deputazione Centro Italia ASI, Consulta integrazione sociale Associazione Sociologi Italiani

  • Ambrosini M. (2020), Sociologia delle migrazioni (5^ edizione), Il Mulino, Bologna
  • Appadurai A. (1996) Modernity at Large: Cultural dimensions of Globalization, Minneapolis, Università of Minnesota Press
  • Barman Z (2000), Liquid Modernity, Cambridge Polity Press
  • Bhabha H. K. (1994), The Location of Culture, London Routledge
  • Canclini N. G. (1990) Culturas hibridas: estrategias para entrar y salir de la modernidad, Mexico, Grijalbo
  • Hall S (1990) Cultural identity and diaspora in J. Rutherford (ed), Identity: Community, Culture, Difference (pp. 222-237), London: Lawrence & Wishart
  • Vertova S. (1999) Conceiving and researching transnationalism. Ethnic and Racial Studies, 22(2) pp. 447-462

Viaggio nel potere globalizzato

di Rosario Fittante

Le moderne società contemporanee sono caratterizzate da una grande varietà di strutture politiche, economiche e sociali, con forme di governo e organizzazione sociale che influenzano la vita dei cittadini secondo regole condivise, e con relativo bilanciamento dei poteri.Queste forme di governo hanno in comune un concetto che si chiama, “Democrazia Liberale”, con i suoi limiti e con le tante incongruenze tipiche delle società democratiche, che rimangono comunque il solo baluardo a difesa di quelle libertà, che ci consentono di vivere liberamente, di poter dissentire, di scegliere e programmare il futuro, dove andare in vacanza, della libertà di voto ecc… Le nostre società oggi sono sempre più interconnesse; gli individui, attraverso “la rete”, interagiscono con altri individui di paesi e culture diverse, senza alcuna barriera, annullando qualsiasi confine geografico. In democrazia i temi ricorrenti sono i diritti umani, le questioni di genere, l’inclusività, la sostenibilità, la lotta alla povertà, l’economia, i diritti sociali ecc… Nonostante la persistenza delle disuguaglianze sociali ed economiche, la democrazia è, e resta ancora, l’unico strumento valido per mantenere intatti i valori e le conquiste sociali. Nuovi paradigmi, come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e la digitalizzazione, stanno modificando le strutture sociali, le relazioni, i modi di vivere, il lavoro e la famiglia. Il digitale produce opportunità, ma allo stesso tempo rende aleatorio il mondo del lavoro (F. Morace). Viviamo in una società sempre più “fluida”, “liquida” (Bauman), “gassosa” (F. Morace), gli individui sono sottoposti continuamente a veri e propri “stress test” sociali. Comprendere il potere globalizzato, significa riconoscere la nostra interconnessione e il ruolo che ognuno di noi gioca nel plasmare il futuro di un mondo sempre più senza confini. I sistemi di governo delle società contemporanee variano in modo significativo a seconda della storia, della cultura di riferimento e delle esigenze politiche di ciascun paese. Nei Paesi occidentali sono organizzati secondo principi democratici.

Il rapporto tra potere e democrazia è un tema centrale nello studio dei fenomeni politici. È, fondamentale, comprendere le diverse forme di governo attraverso il contrasto tra autocrazia e democrazia, analizzando le società contemporanee e i loro potenziali rischi, in un rapporto antitetico.

L’autocrazia è un sistema di governo in cui un singolo individuo o un ristretto gruppo detiene il controllo assoluto, senza renderne conto alla popolazione o ad altre istituzioni politiche. Tenere un faro acceso, attraverso la lente dell’osservatore sociale, sui rischi intrinsechi, che ogni forma di governo può subire, può essere di grande aiuto.

Nel libro “Economia e società (1978), Max Weber descrive la burocrazia come uno strumento di consolidamento del potere per gli autocrati che creano sistemi burocratici ad hoc, per gestire e stabilizzare il loro regime. L’immagine tipica di uno stato autocratico, si manifesta attraverso il controllo totale, dove l’autocrate controlla l’esercito e la polizia, per sottomettere il popolo “ribelle”.

Anne Elizabeth Applebaum, giornalista e saggista, vincitrice nel 2004 del premio Pulitzer, afferma che la rappresentazione delle autocrazie nel XXI secolo, ha scarsa attinenza con la realtà, in quanto ne ignora l’evoluzione. Oggi, le autocrazie non sono governate da un solo “cattivo”, ma da reti sociali sempre più sofisticate. Queste reti connettono strutture finanziarie, servizi di sicurezza-militari, paramilitari e di polizia di vari paesi, con esperti di tecnologia che forniscono sorveglianza, propaganda e disinformazione. I membri di queste reti operano come un agglomerato di aziende, tenute insieme non dall’ideologia, ma dalla determinazione a preservare il proprio potere e la ricchezza personale da un nemico comune: “il mondo democratico e i suoi valori”. Questa rete si stringe sempre di più attorno alle moderne democrazie, insinuandosi nelle loro crepe, per disconoscerne i valori.

Il potere è uno degli strumenti più affascinanti e pericolosi nelle mani degli autocrati. Il meccanismo che alimenta il desiderio di controllo è la paura di perdere il potere, che diventa un’ossessione che spinge gli autocrati a eliminare qualsiasi forma di opposizione e a manipolare leggi e istituzioni. L’autocrate si auto-legittima attraverso gli organi d’informazione a lui favorevoli e costruisce un nemico comune. Una volta consolidati questi meccanismi, la manipolazione degli individui diventa un modus operandi per la ricerca del controllo totale.

  • La Violenza Simbolica (Bourdieu): Pierre Bourdieu ha introdotto il concetto di violenza simbolica per definire l’imposizione di una visione del mondo attraverso le istituzioni e la cultura. Nei regimi autocratici, essa è usata per mantenere l’ordine sociale attraverso il controllo delle ideologie, delle rappresentazioni collettive e delle credenze. La manipolazione culturale è un aspetto fondamentale del potere esercitato in modo sistematico da autocrazie, ma anche dai populisti.
  • Il Totalitarismo (Arendt): Hanna Arendt ha definito il totalitarismo come una forma di potere che distrugge le libertà e la capacità di agire autonomamente degli individui.
  • Il fallimento dell’Esportazione della Democrazia: per anni gli stati occidentali hanno affermato che, il modello democratico occidentale potesse essere esportato nei paesi illiberali, basandosi sulla tesi che la diffusione della democrazia nel mondo avrebbe ridotto i rischi di guerra. Questa tesi è stata confutata dai risultati storici successivi alla caduta del muro di Berlino

Il rapporto tra il potere e la democrazia è un tema centrale della sociologia politica, con la contrapposizione tra autocrazia e democrazia che è fondamentale per analizzare le società contemporanee e i loro potenziali rischi.

Oligarchia e Democrazia (Pareto, Mosca, Michels)

Secondo le teorie di Pareto, (1916) – Mosca, (1896) – Michels, (1911), In ogni società (inclusa quella democratica), il potere tende a concentrarsi nelle mani di una minoranza organizzata. Questa prospettiva evidenzia un rischio potenziale: anche i partiti politici democratici sviluppano strutture oligarchiche e la democrazia tenderebbe a degenerare in una forma di governo controllata da un’élite ristretta.

I Pericoli della Democrazia (Tocqueville)

Nel 1831 Alexis de Tocqueville (1805,1859) dopo un viaggio negli Stati Uniti nel 1831-1833, scrisse il trattato politico-sociale “La Democrazia in America”.

  1. Le Potenziali Debolezze: nel secondo volume del trattato, Tocqueville fa una riflessione sul futuro della democrazia negli Stati Uniti e sui potenziali pericoli. Egli scrive che la democrazia ha la tendenza a degenerare, descrivendola come “dispotismo addolcito” o dispotismo non tirannico”.
  2. Quattro Rischi: Secondo Tocqueville, la democrazia in America aveva alcune potenziali debolezze: Il dispotismo popolare. La tirannia della maggioranza, la centralizzazione del potere, l’assenza di libertà intellettuale, nuova Aristocrazia e Religione; aggiunge anche la scarsa assistenza ai più deboli e la paura della nascita di una nuova aristocrazia, “quella dei Tycoon”, ossia dei grandi proprietari industriali (l’aristocrazia industriale). Egli osserva che l’unico ruolo positivo che può essere giocato dalla religione è dovuto alla separazione dal governo, che deve essere “laico”. La sua analisi è una riflessione sulle tensioni tra libertà individuale e uguaglianza, elementi centrali di ogni sistema democratico.

Potere Globalizzato e Società del Rischio (Beck)

Secondo Ulrich Beck (1934-2015), il potere si è ormai globalizzato, attraverso nuove forme, che non sono facilmente controllabili dai singoli stati nazionali, in quanto nelle società contemporanee esso è sempre più diffuso e meno gerarchico.

  1. Frammentazione e Rischio: Il potere non è solo nelle mani di istituzioni statali o élite tradizionali, ma è frammentato ed esercitato attraverso reti, media e organizzazioni internazionali. Nel mondo moderno/post-moderno, il potere si lega esclusivamente alla capacità di gestire, controllare o influenzare i rischi. Chi controlla l’informazione e riesce a manipolare la percezione del pericolo esercita una forma di potere.
  2. Gestione del Rischio: le politiche pubbliche e le decisioni politiche seno sempre più orientate alla gestione dei rischi: (ambientali, tecnologici, sanitari ecc.). Il potere politico si confronta con l’incertezza di controllare completamente i fenomeni moderni.
  3. Individualizzazione: Beck parla anche di un processo di “individualizzazione”, per cui gli individui sono sempre più soli a gestire le loro vite, in un contesto di incertezza, il che porta ad una nuova relazione con il potere, dove le responsabilità si disperdono e, disuguaglianze e dipendenze, non scompaiono. Beck vede il potere non solo come dominio, e coercizione, ma anche come una complessa rete di relazioni, conoscenze e capacità di gestione del rischio, in un mondo incerto e globalizzato. (La Società del Rischio Beck 1986).

Byung-Chul Han, uno dei maggiori pensatori contemporanei, sostiene che la diffusione dell’informazione nell’era digitale ha trasformato le dinamiche di potere nella democrazia.

  • Dominio dell’informazione: il potere non è più esercitato attraverso il “regime disciplinare, basato sul controllo” (tipico del capitalismo industriale), ma attraverso “il dominio dell’Infocrazia, un regime dell’informazione e del capitalismo della sorveglianza”. Ciò che conta per il dominio è l’accesso e il controllo dei dati e delle informazioni, non più il possesso dei mezzi di produzione.
  • Dissoluzione della Verità: Il costante flusso incontrollato di informazioni, spesso non verificate (fake news), porta alla dissoluzione della verità fattuale. L’informazione si scollega dalla realtà, generando un universo “de-fatticcizzato” che scompare con le realtà fattuali.
  • Frammentazione e Manipolazione: La comunicazione digitale è dominata dalla velocità e dalla frammentazione (tweet e meme). Invece di un confronto di idee, si assiste a una “guerra dell’identità”, dove ognuno ascolta solo se stesso. L’individuo crede di essere libero e performante (clicca, mette like, posta ecc.), ma in realtà è manipolato e sfruttato come ”bestia da dati” nella sua prigione digitale.
  • I Potenziali Rischi del Potere Globalizzato: i rischi del potere globalizzato secondo il World Economic Forum, interessano l’economia, l’ambiente, la società e la politica. Rischio Economico e Finanziario: L’interconnessione globale amplifica e diffonde crisi, rendendo i sistemi più vulnerabili. L’aumento delle disuguaglianze alimenta il divario tra ricchezza e povertà, insieme al divario tra il nord e sud del mondo. L’interdipendenza dei mercati finanziari e delle catene di approvvigionamento globali può portare rapidamente a una crisi economica (come quella del 2008) e propagarsi in tutto il mondo. Vi è il rischio sistemico, come il fallimento di una grande banca che innescherebbe una reazione a catena, minacciando l’intero sistema finanziario globale. La concentrazione del potere economico nelle mani delle grandi corporazioni multinazionali, che acquisiscono un potere immenso, spesso superiore a quello degli Stati Sovrani. La continua ricerca di costi di produzione più bassi e di maggiori profitti spinge alla delocalizzazione delle industrie verso aree più vantaggiose, causando alti costi sociali (disoccupazione e tensioni sociali). Rischio Ambientale e Climatico: il modello del potere globalizzato, per raggiungere i propri obiettivi economici rischia di aggravare la crisi climatica e ambientale a causa della produzione intensiva su larga scala. Questo modello soddisfa il consumismo intensivo della società occidentale ma, con la crescente domanda di beni e servizi, contribuisce inconsapevolmente alla crisi climatica, con grossi rischi a lungo termine agli eco sistemi.

Dott. Rosario Fittante (Direttivo Deputazione ASI Calabria)


La criminalità economica delle imprese: un fenomeno sommerso che minaccia la legalità

di Vincenzo Testagrossa

La criminalità economica è la forma di illegalità più silenziosa e, forse, più pericolosa del nostro tempo; non si manifesta con la violenza delle armi, ma con la potenza delle frodi, dei bilanci falsi, delle fatture gonfiate, del riciclaggio. È la criminalità “dei colletti bianchi”, capace di intaccare l’etica del mercato e la fiducia nelle istituzioni, spesso senza lasciare tracce visibili; a teorizzarlo per primo fu il criminologo americano Edwin Sutherland, che nel 1939 coniò l’espressione White Collar Crime. Egli descrisse un fenomeno diffuso tra imprenditori e dirigenti che, protetti dal loro status sociale, commettono reati economici per interesse, ovvero, per potere.

Oggi, quelle intuizioni del criminologo Sutherland, restano attualissime: le imprese possono diventare strumento o vittima di condotte fraudolente, da parte di manager, soci o reti criminali più organizzate. Dalle falsificazioni di bilancio al riciclaggio, dalle frodi fiscali, fino alle estorsioni nei confronti dei lavoratori; la criminalità economica colpisce il cuore del sistema produttivo. Non è solo una questione di danno economico, ma anche di perdita di fiducia nella concorrenza leale e nella giustizia. In Italia, la normativa ha introdotto strumenti sempre più severi: dal D.lgs. 231/2001, che estende la responsabilità penale alle società, al Codice Antimafia (D.lgs. 159/2011), fino alle misure di prevenzione patrimoniali e personali.

Una domanda che la criminologia si è posta è la seguente: criminali in materia economica si nasce o si diventa? Volendo, brevemente, rispondere a questa domanda, di particolare interesse risulta essere, anche e soprattutto, il profilo psicologico dell’autore di reati economici: spesso non è un criminale per bisogno, ma per convinzione; gli studi sul disturbo antisociale di personalità, mostrano che molti “colletti bianchi” agiscono senza empatia o senso di colpa, mossi da ambizione, narcisismo e desiderio di dominio. Come spiega lo psicologo Robert Hare, il “criminale di successo” è colui che manipola regole e persone, per raggiungere i propri obiettivi, mantenendo un’apparenza di rispettabilità.

Contrastare la criminalità economica, non significa solo punire, ma anche prevenire; ed invero, le imprese possono investire in sistemi di controllo interno, trasparenza amministrativa e formazione etica del personale, al fine di creare una sorta di “difesa attiva” delle aziende che passa dalla conoscenza delle regole e dalla collaborazione con le istituzioni. Solo una cultura della legalità condivisa può proteggere l’economia sana da chi, in nome del profitto, ne mina le fondamenta. La criminalità economica non è un reato d’élite: è un furto collettivo che danneggia lavoratori, cittadini e Stato. Restituire visibilità a questo fenomeno significa difendere, non solo l’economia, ma la giustizia e la fiducia, che tengono insieme la nostra società.

dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro


La Sociurgia: un nuovo paradigma per comprendere e trasformare l’arte contemporanea

di Antonio Rossello

Negli ultimi anni, riflettendo sul senso e sulle contraddizioni dell’arte contemporanea, ho sentito l’urgenza di elaborare un concetto nuovo: la sociurgia. Non si tratta di un semplice neologismo, ma di una prospettiva teorica e pratica che nasce da un percorso personale, fatto di esperienze dirette, osservazioni partecipanti e dialoghi con artisti, critici e comunità creative. La domanda da cui tutto è partito è semplice e radicale al tempo stesso: come può l’uomo comune del nostro tempo comprendere e riconoscersi nell’arte contemporanea? Sempre più spesso l’opera d’arte appare muta, distante, opaca. Eppure, la creatività continua a vivere nei gesti quotidiani, nelle pratiche degli hobbisti, nei
laboratori informali, nelle reti associative.
Era chiaro che serviva un cambio di prospettiva. Non bastava più limitarsi a leggere l’arte attraverso categorie estetiche tradizionali o a denunciare le distorsioni del mercato. Era necessario considerare l’arte come
atto sociale, come processo comunitario che cura, interpreta e trasforma.

Dalla sociatria alla sociurgia

Il primo passo è stato riscoprire il concetto di sociatria, introdotto da Jacob Levi Moreno e ripreso in tempi recenti, che indica la “cura della società” attraverso pratiche simboliche e relazionali. In ambito artistico, la sociatria
si traduce in un’arte che offre catarsi, rimedio, guarigione interiore. Ma presto mi sono reso conto che questo non bastava. La cura interviene a posteriori, mentre oggi serve qualcosa di più: un’arte che
opera preventivamente, che non solo lenisce ferite ma apre spazi di convivenza, che costruisce relazioni e non si limita a ripararle. Da qui la sociurgia: dal greco ergon (opera), non più soltanto cura, ma opera sociale.

I riferimenti teorici

Nel mio lavoro ho intrecciato riferimenti molteplici: la fenomenologia, che ci ricorda come l’osservatore sia sempre partecipe e mai neutrale; l’ermeneutica, che insegna a leggere le opere e gli artisti come testi da interpretare; il neoplatonismo, che offre una struttura logica per passare dal molteplice all’unità concettuale; la sociologia contemporanea (da Simmel a Bauman), che evidenzia le trasformazioni antropologiche in atto nella società liquida e globalizzata.
La sociurgia nasce proprio in questo crocevia, come tentativo di dare una forma concettuale a ciò che accade nelle pratiche artistiche reali.

Motivazioni e applicazioni

Le motivazioni sono chiare: restituire all’arte una funzione sociale e spirituale in un’epoca segnata da crisi di senso, frammentazione comunitaria e mercificazione della cultura.
Le applicazioni possibili sono molteplici: nell’arte partecipativa, dove la sociurgia funge da cornice critica per distinguere ciò che è semplice coinvolgimento da ciò che diventa vera trasformazione sociale; nelle pratiche hobbistiche, che, libere da logiche di mercato, mostrano la potenza democratica della creatività diffusa; nei contesti comunitari, dove l’arte può diventare strumento di coesione, rigenerazione urbana e costruzione di memoria condivisa.

La sociurgia è ancora un concetto in divenire, ma già capace di aprire piste di riflessione. Il mio intento, con questo articolo, non è esaurire il discorso, bensì anticipare i nuclei fondamentali che saranno oggetto di una trattazione sistematica nel saggio che sto preparando e che vedrà la luce prossimamente. Spero che questo contributo possa stimolare il dibattito e suscitare l’interesse di chi, come me, ritiene che l’arte non sia solo bellezza o mercato, ma soprattutto gesto sociale vitale, capace di incidere sul nostro tempo e di generare nuove forme di convivenza.

dott. Antonio Rossello


Io, l’artista e la città: come ho scoperto la Sociurgia

di Antonio Rossello

L’arte contemporanea, per quanto vibrante e ricca di espressioni, si trova oggi a un crocevia critico. Ho passato anni a riflettere su un paradosso che mi sembra sempre più evidente: l’arte, nata come specchio dell’anima e motore di cambiamento, rischia di smarrire la sua funzione sociale, rinchiusa in mercati autoreferenziali o ridotta a puro esercizio estetico. Per me, l’arte che davvero conta è quella che si confronta con le sfide del nostro tempo e che agisce. Questo mi ha portato a un percorso di ricerca personale che ha dato vita a un concetto che ritengo fondamentale: la sociurgia.

La mia riflessione non è nata da un’astrazione teorica, ma da un percorso empirico, da un “vissuto” che si è intrecciato con le vite e le opere di alcuni artisti straordinari. Ho frequentato, ascoltato e osservato persone che, con la loro arte, non cercavano la notorietà o il successo commerciale, ma un contatto profondo e autentico con la realtà. Questo approccio, che ho chiamato “dianoetico”, mi ha permesso di unire il rigore del pensiero logico con la ricchezza dell’esperienza diretta.Nel corso di questo viaggio, ho iniziato a distinguere due forme di azione artistica. La prima, che ho chiamato “sociatria”, è un’arte che “cura” le ferite della società. È un’arte terapeutica, che interviene sulle fratture esistenti, offrendo conforto o sollievo. È importante, ma mi sono reso conto che non era sufficiente. La seconda, la sociurgia, va oltre: è un’arte che non solo ripara, ma genera nuovi tessuti sociali. È un’azione proattiva, un atto di creazione che produce nuove forme di vita comunitaria e nuove possibilità di relazione. La sociurgia non interviene sul passato, ma costruisce il futuro.

La mia comprensione della sociurgia si è cristallizzata grazie a due figure artistiche che, pur molto diverse, ne incarnano i principi fondamentali.Il primo è l’eroe solitario e visionario, un artista che con le sue opere crea mondi interiori così potenti da scuotere le coscienze. La sua arte non è immediatamente partecipativa, ma è profondamente sociurgica perché, agendo sull’individuo, innesca una trasformazione interiore che si irradia poi nella comunità. La sua opera è una pietra grezza che contiene in sé un universo di possibilità, che chiede a chi la osserva di farsi a sua volta costruttore del proprio significato e della propria visione.Il secondo è il costruttore di comunità e custode della memoria, un artista la cui pratica è intrinsecamente relazionale. La sua arte non si trova in una galleria, ma nell’incontro, nel dialogo, nella condivisione di storie e nel rafforzamento dei legami sociali. Utilizza l’arte come un veicolo per tessere relazioni e per recuperare memorie collettive che rischiano di andare perdute. Le sue opere non sono oggetti, ma processi che rigenerano il senso di appartenenza e la coesione sociale.Entrambe queste figure dimostrano che la sociurgia non è un fenomeno monolitico, ma un campo d’azione ampio, che può manifestarsi in modi diversi, ma sempre con un unico intento: generare vita.

La sociurgia è un appello a una nuova forma di arte che non si accontenta di essere un prodotto da consumare, ma si fa processo da vivere. È un’arte che non mira a essere “bella” nel senso tradizionale, ma “utile” nel senso più profondo e vitale del termine.Ho cercato di chiarire che la sociurgia non ha nulla a che fare con la propaganda o con la strumentalizzazione politica. Al contrario, è un’azione che rispetta l’autonomia della comunità in cui opera e che mira a liberarne il potenziale creativo. Essa si pone come uno strumento per quella che chiamo una “rivoluzione antropologica”: un profondo cambiamento nel modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre relazioni con gli altri. Non si tratta di curare sintomi, ma di creare le condizioni per una società più sana, più coesa e più umana.

dott. Antonio Rossello


Il trekking come fenomeno sociologico

di Franco Faggiano

Nel panorama delle attività ricreative contemporanee, il trekking non rappresenta soltanto una modalità di esplorazione della natura o un esercizio fisico, ma si configura sempre più come un fenomeno sociologico rilevante. L’aumento esponenziale di persone che si dedicano al camminare in ambienti naturali, dai sentieri di montagna alle vie storiche, ci spinge a interrogarci su cosa questa pratica dica della nostra società, dei suoi bisogni, dei suoi valori e delle sue trasformazioni. 

In una società segnata dalla velocità, dall’efficienza e dall’iperconnessione, il trekking assume una funzione quasi controculturale. Camminare per ore o giorni, senza scopi produttivi immediati, rappresenta un gesto di rallentamento, di disconnessione volontaria. Questo ritorno alla lentezza, al contatto diretto con il corpo e l’ambiente, è una risposta al sovraccarico informativo e alla frammentazione dell’esperienza quotidiana. È un bisogno crescente di presenza e autenticità che si esprime nel ritmo lento del passo. Per molti, il trekking non è solo sport, ma diventa una forma di esperienza esistenziale. Camminare per lunghi tragitti, come nel caso del Cammino di Santiago di Compostela o della Via Francigena assume i tratti di un moderno pellegrinaggio laico. Si cerca un senso, una riconnessione con se stessi, in un mondo che spesso appare privo di riferimenti stabili. Il cammino diventa uno spazio di riflessione interiore, dove il paesaggio esterno si intreccia con il paesaggio dell’anima. Il trekking genera forme specifiche di comunità effimere: si cammina insieme a sconosciuti, si condividono fatiche, emozioni, obiettivi. La relazione si basa su un linguaggio corporeo, essenziale, spesso non verbale, che crea un senso di solidarietà e appartenenza. In un’epoca in cui i legami sociali sono sempre più mediatizzati e virtuali, il trekking rappresenta un ritorno al legame immediato, fondato sulla condivisione di spazi e tempi reali, nei più disparati contesti. 

Il trekking è anche un’espressione di un mutato rapporto con la natura. L’ecologia non è più solo una questione politica o ideologica, ma diventa un vissuto quotidiano. Il camminatore moderno è spesso attento all’ambiente, rispetta i luoghi attraversati, li osserva con rispetto. In questo senso, il trekking è una forma di educazione ecologica attiva. Inoltre, ha un ruolo nella riscoperta delle aree interne e marginali, favorendo processi di valorizzazione culturale e identitaria.  Tuttavia, anche il trekking non è immune dai processi di mercificazione. Le esperienze naturalistiche sono sempre più pacchettizzate, vendute come prodotti emozionali. Sentieri, cammini, rifugi diventano elementi di un’economia dell’esperienza, dove il contatto con la natura rischia di essere trasformato in uno spettacolo turistico. Questo impone una riflessione critica: il trekking è libertà o è l’ennesima forma di consumo? Analizzare il trekking da un punto di vista sociologico ci consente di leggerlo non solo come attività fisica o svago, ma come specchio delle tensioni e delle aspirazioni della società contemporanea. È al tempo stesso fuga e ritorno, consumo e autenticità, solitudine e comunità. Camminare, oggi, è un gesto semplice che parla di questioni complesse: dal bisogno di senso alla sostenibilità, dal rapporto con il corpo alla costruzione dell’identità. Il trekking, in definitiva, è una metafora potente del nostro tempo.  

dott. Franco Faggiano, Esperto di Progettazione Sociale e socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com


L’importanza sociologica del sistema pensionistico in Italia

di Franco Faggiano

Il sistema pensionistico rappresenta una delle colonne portanti della società italiana, non solo per il suo ruolo economico, ma anche per la sua funzione sociologica. È infatti uno strumento essenziale per garantire stabilità, coesione sociale e dignità agli individui nelle fasi finali della loro vita attiva. Analizzare il sistema pensionistico da una prospettiva sociologica significa esaminare come esso influenzi il comportamento sociale, le relazioni intergenerazionali, la percezione del lavoro e il patto sociale tra cittadino e Stato. In primo luogo, il sistema pensionistico svolge una fondamentale funzione di sicurezza sociale, offrendo una rete di protezione a chi ha concluso la propria carriera lavorativa. In una società che invecchia progressivamente, come quella italiana, dove l’aspettativa di vita è tra le più alte in Europa, la pensione rappresenta non solo un diritto economico acquisito, ma anche un simbolo di riconoscimento del contributo dato alla collettività. La pensione garantisce a milioni di persone anziane un tenore di vita dignitoso e una certa autonomia, riducendo il rischio di marginalizzazione sociale e povertà. Questo aspetto assume una valenza ancora più marcata in un contesto di crescente precarietà lavorativa e di trasformazioni demografiche profonde. Il sistema pensionistico, poi, è il frutto di un patto intergenerazionale: i lavoratori attivi finanziano, attraverso i contributi, le pensioni degli attuali pensionati, con l’aspettativa che le generazioni future faranno lo stesso. Questo meccanismo a ripartizione (tipico del sistema italiano) promuove un senso di solidarietà tra generazioni, rafforzando i legami sociali e il senso di appartenenza collettiva. Tuttavia, l’equilibrio di questo patto è oggi messo alla prova. Il calo delle nascite, l’aumento dell’età pensionabile e la difficoltà per molti giovani di entrare stabilmente nel mondo del lavoro minano la sostenibilità del sistema. Da qui nasce un crescente senso di insicurezza tra le nuove generazioni, che faticano a vedere nella pensione un traguardo garantito.

Il lavoro, nella cultura italiana, ha tradizionalmente rappresentato non solo una fonte di reddito, ma anche un elemento centrale nella costruzione dell’identità individuale e sociale. La pensione, in questo senso, segna un passaggio cruciale nella vita delle persone: da produttori attivi a fruitori di diritti maturati. Questo passaggio è carico di significati simbolici e sociali, e può essere vissuto in modi molto diversi a seconda del contesto culturale, familiare e personale. Una pensione dignitosa consente agli anziani di continuare a partecipare alla vita sociale, familiare e culturale. In Italia, dove il ruolo della famiglia resta centrale, i pensionati spesso svolgono funzioni di supporto fondamentale (cura dei nipoti, aiuti economici, volontariato), contribuendo a mantenere viva la coesione sociale. Il sistema pensionistico riflette e, in parte, riproduce le disuguaglianze presenti nel mondo del lavoro. Chi ha avuto carriere stabili e ben retribuite potrà godere di pensioni più elevate, mentre chi ha subìto interruzioni lavorative, ha lavorato in settori precari o sommersi, o ha svolto attività di cura non retribuite (come molte donne), rischia pensioni insufficienti. Da un punto di vista sociologico, questo solleva questioni di giustizia sociale: il sistema pensionistico dovrebbe compensare, almeno in parte, le disuguaglianze accumulate nel corso della vita lavorativa. Riforme mirate in questo senso sono cruciali per garantire equità e inclusione. Il sistema pensionistico italiano, infine, non è solo una questione di bilanci pubblici e conti previdenziali: è un elemento strutturale della società, capace di incidere profondamente sulle dinamiche sociali, sui valori condivisi e sul senso di sicurezza collettiva. In un’epoca di transizione demografica, cambiamenti nel lavoro e crisi del welfare, risulta fondamentale ripensare il sistema pensionistico non solo in termini di sostenibilità economica, ma anche come strumento per rafforzare la solidarietà, ridurre le disuguaglianze e valorizzare ogni fase della vita umana.

dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) e socio Associazione Sociologi Italiani | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Fonti immagine: Pixabay


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