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Prestigio e disprezzo di una figura sociale: lo statale

di Patrizio Paolinelli *

In questo saggio analizziamo una figura passata nel tempo da molto popolare a molto impopolare: l’impiegato dello Stato. L’indagine si sofferma sulla combinazione di interessi che hanno determinato la caduta del prestigio di una categoria di lavoratori apostrofati negativamente come statali. Dall’analisi emerge che: la definizione di statale va ben oltre quella del semplice impiegato a cui di solito ci si riferisce; è rifiutata dall’alta burocrazia e dalle alte professioni che pure lavorano per lo Stato; il ruolo della politica è decisivo nel processo di disgregazione dell’immagine del dipendente pubblico. In conclusione, l’analisi rileva che il discredito sociale si concentra prevalentemente sulla fascia bassa dei lavoratori pubblici, i quali sono stati trasformati in un facile capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità, quando i servizi destinati ai cittadini non funzionano come dovrebbero.

L’impiegato dello Stato è oggi situato al centro di tre pressioni: mediatica, politica, imprenditoriale. Queste pressioni sono dovute alla combinazione di diversi interessi: l’interesse dei media: contenere la crisi dell’editoria additando lo statale come un peso per la società e puntando sullo scandalismo per attirare l’attenzione del pubblico; l’interesse della politica: contenere la crisi dei partiti continuando a gestire il personale delle amministrazioni pubbliche e le altre risorse dello Stato per mantenere il ruolo di arbitro della società; l’interesse dell’imprenditoria: contenere la lunga stagnazione economica causata dalle politiche neoliberiste acquisendo nuovi mercati tramite la privatizzazione dei servizi pubblici1. Per motivi diversi l’azione di questi soggetti converge nell’assediare lo statale in nome dell’efficacia e dell’efficienza della Pubblica Amministrazione. Risultato? Indebolirlo coinvolgendolo nella propria crisi.

Da tempo il sostantivo statale ha acquisito una connotazione così negativa che persino i sindacati del pubblico impiego si guardano bene dall’utilizzarlo2. E non lo utilizzano per timore di cadere all’interno di un campo semantico talmente pericoloso per la credibilità dei propri iscritti da somigliare a un campo minato. La domanda allora è: chi ha messo le mine? Se ci si limita al discorso destinato al grande pubblico, la parte del leone la recita la stampa tramite una campagna permanente volta a distruggere la reputazione dell’impiegato dello Stato prendendo a pretesto episodi di mala burocrazia3. Interdire un nome collettivo ha effetti pratici sul riconoscimento (e l’auto-riconoscimento) del gruppo interessato. Nel nostro caso si è arrivati a falsarne la soggettività e a permettere in tal modo la proliferazione di un dibattito (dentro e fuori i media) spesso superficiale e gravido di pregiudizi. Un dibattito per lo più ignaro della realtà del lavoro pubblico, per nulla attento nel distinguere i dipendenti dello Stato che hanno perso prestigio sociale da quelli che non l’hanno perso affatto, disinteressato dal verificare se chi si trova in vantaggio nella sfida per una buona immagine è davvero chi dice di essere. Interrogarsi sui limiti del dibattito pubblico è un invito a osservare la figura dello statale con occhi diversi da quelli di una narrazione diventata ormai parte del senso comune.

Secondo le rilevazioni della Ragioneria Generale dello Stato4 , aggiornate al 12 dicembre 2024, i dipendenti pubblici in servizio nel 2023 erano 3.327.854, di cui circa 3,14 milioni a tempo pieno e gli altri in part-time. La componente femminile supera largamente quella maschile (circa 1.988mila dipendenti contro 1.340mila). L’età media, seppure in leggero calo rispetto all’anno precedente, è ancora molto elevata (48,9 anni), ma con forti differenze tra un settore e l’altro (nei ministeri si superano ampiamente i 53 anni). I laureati sono circa 1,33 milioni (dato che comunque rappresenta un netto miglioramento rispetto ai meno di 800mila di vent’anni prima), ossia un terzo di tutto il personale in servizio, a cui si aggiungono circa 370mila lauree brevi (ma nelle Funzioni Centrali 5 la percentuale di laureati sale al 38% circa), con una netta prevalenza della componente femminile che sovrasta quella maschile di più del doppio (930mila contro 398mila). I diplomati, a loro volta, sono circa 1.156mila, mentre appaiono in forte calo rispetto al passato i dipendenti con titolo fino alla scuola dell’obbligo, che ora sono poco più di 304mila (vent’anni fa erano 750mila). Infine, superano di poco i 131mila coloro che possiedono una specializzazione post-laurea o un dottorato di ricerca, dei quali oltre 80mila nella sanità e circa 5.000 nei ministeri. Complessivamente il costo del lavoro nel 2023 è stato di circa 183 miliardi annui, di cui 125 miliardi circa per le retribuzioni del personale a tempo indeterminato e 4,3 miliardi circa per il personale con contratto a termine, mentre altri 2,8 miliardi sono stati spesi per retribuire personale esterno alla Pubblica Amministrazione (consulenti, agenzie di somministrazione, incarichi professionali, co.co.co. ecc.)6. La retribuzione media di un impiegato ministeriale di medio livello si aggira intorno ai 33mila euro lordi, compresa tredicesima e straordinari; quella di un dirigente ministeriale di seconda fascia è pari a 125mila euro, mentre quella di un dirigente ministeriale di prima fascia supera i 235mila. Quanto all’informatica, all’innovazione e all’uso delle nuove tecnologie, la Pubblica Amministrazione ha speso circa 4,6 miliardi di euro nel 2023, destinati a salire a circa 5,1 miliardi nel 2024 e a oltre 5,4 miliardi nel 2025 secondo le previsioni dell’Agenzia per l’Italia Digitale7. Agenzia che però – si badi bene – basa i suoi calcoli su un campione selezionato di 77 amministrazioni centrali e territoriali; il che lascia intendere che il totale effettivo per tutto il settore pubblico sia ben più elevato.

Pensare la Pubblica Amministrazione solo come un lento pachiderma è un cliché perché significa non tenere conto delle sue peculiarità, della sua storia e delle sue molteplici funzioni. Inoltre, il confronto a perdere che si fa spesso con la dinamicità dell’impresa privata, è fuorviante perché nella modernità lo Stato è tutt’altro che un soggetto passivo. Ha creato le condizioni per l’affermazione del capitalismo, definisce e applica le regole con cui funziona il mercato. Non si tratta della storia di ieri. La stessa new economy nasce e si sviluppa grazie a massicci investimenti pubblici, tutele fiscali e coperture politiche8. Queste considerazioni costituiscono la premessa necessaria per passare dall’oggetto (lo Stato) al soggetto (gli statali). Ossia, per dire che, seppure in maniera frammentaria e talvolta persino confusa, numerose e profonde trasformazioni sono intervenute negli ultimi decenni a modificare oggi più che mai lontano dalle caricature dello scrivano con le mezze maniche e del tremante Monsù Travet dinanzi al capoufficio. Certo, permangono differenze come quelle che distinguono l’impiegato dal dirigente, ma senza addentrarci in questioni definitorie per noi è sufficiente considerare statale chiunque si trovi nella condizione di dipendente della Pubblica Amministrazione9. In nome della complessità questa scelta non soddisferà molti. Per esempio: come classificare il tecnico del CED assunto a tempo determinato da una società esterna, ma da anni “somministrato” al servizio di un’amministrazione pubblica nella quale non vede l’ora di entrare ufficialmente per avere un lavoro stabile?10 A questo punto ci si arena in sottigliezze inestricabili. E così, per uscire dal ginepraio, siamo partiti dalla condizione che accomuna il pubblico impiego in generale: il contratto di lavoro subordinato. Istituto che inquadra la prestazione lavorativa in una struttura gerarchica nella quale la libertà di iniziativa e la responsabilità di ciascuno sono giuridicamente confinate entro una complessa griglia di adempimenti e regole. Adempimenti e regole la cui elasticità è inversamente proporzionale al grado di subordinazione dei loro destinatari: molto alta per le alte qualifiche, molto bassa per le basse qualifiche.

Statale sarà lei! Ambasciatore, primario dell’ospedale, docente universitario, alto magistrato, generale di corpo d’armata rappresentano alcune figure che possiamo chiamare élite professionale pubblica. Questa élite non si percepisce né è percepita come statale11. La stima sociale di alcuni di questi soggetti può risolversi nel considerarsi, e all’occasione per essere pubblicamente considerati, “Servitori dello Stato”. Categoria supportata da riti come l’inaugurazione dell’anno giudiziario o di quello accademico, la giornata nazionale delle Forze armate, la presentazione del rapporto annuale sul contenzioso tributario e così via. Ma per lo più ciò che permette all’élite professionale pubblica di godere di un forte prestigio sociale è la combinazione di tre fattori: l’alto livello di competenze che contraddistingue le attività svolte; il potere che esercitano (il docente universitario può bocciare, il magistrato condannare, il primario salvare la vita, il generale togliere la vita, l’ambasciatore favorire con la fine arte della diplomazia gli interessi del proprio Paese); infine il reddito, mediamente molto buono e comunque nettamente più elevato, rispetto a quello delle altre categorie lavorative pubbliche.

Il prestigio dell’élite professionale pubblica permette un’inquadratura di carattere più generale in relazione all’appartenenza di classe. I membri di tale élite si distribuiscono prevalentemente all’interno del ceto medio e fanno dunque dello Stato una fucina che genera, nutre e riproduce classi sociali. Non si tratta di una scoperta, ma è bene ribadire la funzione di promozione sociale che ha lo Stato per molti individui. Una funzione necessaria se si tiene conto che in larga misura il personale dello Stato altamente qualificato proviene da classi sociali abbienti, ma può avere difficoltà a trovare un’occupazione adeguata al proprio status. Per di più, in una società come quella italiana, una volta raggiunta una posizione apicale all’interno del lavoro pubblico il fenomeno del nepotismo non è trascurabile. Il che significa che nella Pubblica Amministrazione il ceto medio trova una nicchia ecologica favorevole in cui riprodursi. Ma significa anche un’altra cosa: per il rappresentante del ceto medio un posto di prestigio nell’amministrazione dello Stato è, per così dire, uno sbocco naturale in mancanza di meglio.

Nella scala del prestigio sociale si pone il problema di dove collocare il Capo di Gabinetto di un Ministero e in generale la dirigenza dello Stato di rango più elevato, ossia coloro che esercitano funzioni di gestione amministrativa. Si tratta di un mondo assai articolato ma è lecito chiedersi se, ad esempio, un direttore generale di un Ministero, il direttore di una ASL, un pubblico ministero, un avvocato dello Stato, un magistrato contabile, un prefetto, un commissario governativo si percepiscono come impiegati statali. In parte sì, in parte no. Sì per un motivo oggettivo: rappresentano la tecnocrazia che ha la responsabilità di far funzionare operativamente la macchina dello Stato di cui essi stessi sono ingranaggi. La loro funzione è strategica per far camminare le amministrazioni pubbliche. Amministrazioni, giova ricordarlo, che applicano le leggi e offrono una larghissima gamma di servizi senza i quali non sarebbero garantiti i diritti di cittadinanza e il funzionamento delle istituzioni. Dunque, sì, il dirigente di fascia alta della Pubblica Amministrazione è uno statale, ma allo stesso tempo non si percepisce come tale per gli stessi motivi che contraddistinguono l’élite professionale pubblica. E cioè: un sapere specialistico (in questo caso amministrativo); il potere decisionale (obbligare gli uffici a rispettare le variazioni di indirizzo politico); un reddito che permette un tenore di vita da ceto decisamente più alto che medio. Tre motivi essenziali per comprendere la condizione di latente alterità che contraddistingue queste figure dal novero indistinto degli altri funzionari e operatori pubblici. Tre motivi ai quali ne va aggiunto un quarto in grado di amalgamarli in un tutto organico: l’interlocuzione diretta con il potere politico, per il proprio primato in termini di status, rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici.

I punti di contatto con le professioni che nettamente non si percepiscono come statali collocano i grand commis ai piani alti del prestigio occupazionale, ma ciò non sembra sufficiente a garantire un pari livello sul piano reputazionale. Una delle cause principali è lo stretto rapporto con il potere politico, di cui i vertici dirigenziali sono diretta espressione. Persino la norma imporrebbe una netta separazione tra gestione politica e amministrativa12, ma la realtà è tutt’altra. Le ingerenze dei partiti all’interno della Pubblica Amministrazione sono sistemiche a tutti i livelli territoriali, il più delle volte interessate a ben altro che migliorare la qualità dei servizi. Non basta: i partiti sono inclini al clientelismo e quando intervengono sull’organizzazione del lavoro pubblico lo fanno quasi sempre senza cognizione di causa. Ad aggravare la situazione si aggiunge una folta schiera di “esperti” nella gestione delle risorse umane e di voracissimi consulenti esterni chiamati dai vertici delle amministrazioni (locali, regionali, nazionali), che forniscono supporto organizzativo o stendono progetti finalizzati a migliorare le performance degli uffici pubblici. Progetti infarciti di inglesorum manageriale che il più delle volte restano nel cassetto oppure, se applicati, appesantiscono gli adempimenti burocratici, generano confusione e provocano persino disservizi13.

I membri delle élite professionali pubbliche non si ritengono statali e gli alti burocrati ne ammettono l’appartenenza a mezza bocca. Ma allora chi sono gli statali contro cui la stampa aizza l’opinione pubblica? Di certo non sono coloro la cui attività richiede una forte specializzazione tecnica. Specializzazione che rappresenta un solido scudo al discredito sociale per il timore reverenziale che scatta nei confronti di chi possiede competenze elevate e, soprattutto, non facilmente reperibili sul mercato delle professioni. Tanto è così che alla gogna mediatica non sono incatenati impiegati pubblici quali archeologi, restauratori dei beni culturali, geometri del catasto, vulcanologi, demografi, astrofisici, infermieri, vigili del fuoco, carabinieri, tecnici dei laboratori di ricerca e così via. Ma allora, a furia di esclusioni, autoesclusioni ed esclusioni d’ufficio chi sono gli inclusi che portano cucito addosso l’ignominioso marchio di statali? Sono prevalentemente gli impiegati agli ultimi livelli nella scala gerarchica, a qualsiasi ente essi appartengano. Sono loro i principali bersagli dei media da offrire in pasto a cittadini incattiviti quando i servizi pubblici non funzionano. Nel mirino entrano così l’impiegato del Comune, il piccolo funzionario del ministero, l’amministrativo di fascia bassa, lo sportellista, il commesso, l’archivista, l’addetto alla portineria, il bibliotecario, l’autista, l’operatore ecologico e così via. Tutte figure la cui posizione nell’organigramma dell’ufficio potrebbe risultare, per aggravio di sventura, ulteriormente appannata dallo svolgimento di incarichi sindacali. Nonostante ciò senza queste “formiche operaie” la macchina dello Stato non sarebbe in grado di fare molta strada. Per il momento l’innovazione tecnologica non è in grado di sostituirle. Ma così ragiona il potere mediatico, politico e imprenditoriale: che sentano il peso del disprezzo collettivo e non osino alzare la testa. Oggi, trovarsi in fondo alla scala del prestigio sociale significa automaticamente trovarsi in fondo alla scala del reddito14. A questo punto siamo finalmente giunti a individuare chi è lo statale disonorato: quello con la busta-paga più leggera. Soggetto il cui ritratto esposto in pubblico è più o meno questo: un privilegiato che vive sotto l’ombrello protettivo dello Stato approfittando del posto fisso per lavorare poco e male. Di contro, il comparto del lavoro privato è sì una vera e propria giungla, ma dove si produce la ricchezza del Paese e dove tutto funziona a meraviglia. Ecco confezionato il capro espiatorio perfetto da offrire allo scontento dell’opinione pubblica: lo statale fannullone15.

Le criticità dei servizi pubblici hanno cause ben precise. Esemplare è il caso delle Funzioni Centrali16. Questa categoria è passata da 330.401 dipendenti nel 2001 (9,4% sul totale della Pubblica Amministrazione) a 205.204 nel 2023 (6,2%)17. Un drastico calo di personale originato da almeno dieci anni di riduzione, se non addirittura di blocco totale del turn over, che ha lasciato nella maggior parte degli uffici pesanti vuoti di organico. Vuoti che obbligano il personale a lavorare in condizione di perenne emergenza. Il mancato ricambio di personale per un periodo così lungo ha poi comportato un forte invecchiamento della forza-lavoro, la cui età media si attesta oggi poco al di sotto dei 50 anni, il che si traduce nel fatto che le fasce di età più rappresentative sono quelle comprese tra i 55 e i 64 anni. Non basta. Per rispondere alle richieste dell’utenza una parte di questo stesso personale è costretto a svolgere più mansioni e persino mansioni superiori che non vengono né riconosciute né retribuite. Non basta ancora. L’affidamento a società esterne di molti compiti prima eseguiti direttamente dalle amministrazioni pubbliche non è servito né serve tutt’oggi a lubrificare il processo produttivo, tanto meno a migliorare in maniera tangibile la qualità dei servizi. E la tecnologia? Può rappresentare un ancora di salvezza? Non sembrerebbe, perché nonostante cospicui investimenti l’informatizzazione non ha eliminato il cartaceo, tende a creare sovrapposizioni e ridondanze organizzative che moltiplicano la burocrazia interna, dilatando le posizioni apicali e le funzioni di responsabilità connesse ad attività di indirizzo, controllo e vigilanza con relativi audit e processi di valutazione della ‘performance’18. La dirigenza è prevalentemente assunta attraverso meccanismi di selezione pubblica che dovrebbero garantirne l’imparzialità e l’oggettività. Ma, a parte le italiche piaghe della raccomandazione e del nepotismo, le stesse norme prevedono anche la possibilità di assegnare un certo numero di incarichi dirigenziali in via fiduciaria e personale sia a dipendenti interni delle amministrazioni che a professionisti esterni, scavalcando le normali procedure selettive. Non c’è bisogno di essere esperti di Pubblica Amministrazione per prevedere quanto una simile discrezionalità possa scatenare favoritismi, clientele, camarille. Il cahiers de doléances è così lungo che talvolta viene da domandarsi come facciano certi uffici pubblici a restare aperti. Non sarà l’unica risposta, ma di sicuro restano aperti anche grazie ai bistrattati travet che giorno per giorno trovano il modo per mandare avanti la baracca. Questa è la realtà di uno spicchio del pubblico impiego. Una realtà che non è sotto i riflettori, il cui declino può essere fermato invertendo la politica tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea.

L’immagine dell’impiegato pubblico ha subito di recente alcuni scostamenti dallo stereotipo dello statale fannullone. Una causa è stata la pandemia da Covid 19 (2020-2023). Il Paese ha retto all’emergenza sanitaria anche e soprattutto perché i dipendenti pubblici hanno sorpreso tutti i loro detrattori e fatto funzionare la macchina dello Stato. Giornalisti, politici, giuslavoristi, economisti che fino al giorno prima sui quotidiani e in TV seminavano il dubbio che nel pubblico impiego non esistesse una vera corrispondenza tra lavoro e retribuzione, hanno iniziato a chiamarli “I volti della Repubblica”. Una riabilitazione tanto repentina quanto tartufesca perché passata la pandemia si è tornati alle politiche di contenimento della spesa pubblica, in particolare per scuola, sanità, welfare e ministeri, mentre sulla fronte del dipendente pubblico ritornava ad essere ben esposto il marchio dell’improduttività. Un’altra causa che ha contribuito allo scostamento dallo stereotipo va ricercata nel mutamento del mondo del lavoro. Ad eccezione della dirigenza e dei profili funzionariali più elevati, il travet pubblico ha sempre guadagnato mediamente poco. Il che per lungo tempo ha contribuito alla diffusione di una certa tolleranza rispetto all’applicazione delle regole del lavoro subordinato nel mondo statale. Così, ad esempio, nessuno ha mai indagato più di tanto sul livello di impegno degli statali durante l’attività di servizio o se nel tempo libero svolgessero un secondo lavoro in nero. Questo tacito patto è stato fortemente intaccato, se non decisamente rotto, da diversi fattori: introduzione di regole più restrittive, drastica riduzione di personale in molte amministrazioni, violente campagne stampa contro la “piaga” dell’assenteismo, esasperazione mediatica della contrapposizione tra lavoro pubblico e lavoro privato, maggiori controlli fiscali, crisi economica permanente, maggiore disponibilità per le imprese di forza-lavoro a basso costo e così via. Basse retribuzioni e prestigio sotto i tacchi hanno contribuito a generare un fenomeno nuovo. L’ondata di concorsi pubblici arrivata grazie ai finanziamenti che la Pubblica Amministrazione ha ricevuto in nome degli obiettivi del PNRR19 non ha visto il solito assalto di partecipanti e ha conosciuto qualcosa di impensabile fino a poco tempo prima: cospicue rinunce da parte dei vincitori. Evento che ha fatto gridare a una compiaciuta stampa la fine dell’attrazione per il posto fisso. In realtà per i vincitori di concorso trasferirsi da una regione all’altra comporta spese insostenibili per stipendi che si aggirano sui 1.500 euro al mese. E in generale i numerosi concorsi pubblici non hanno dato i risultati sperati perché le remunerazioni del pubblico impiego sono comunque troppo basse per la gran parte degli impiegati; allo stesso tempo il costo della vita è sempre più alto e l’economia sommersa non più in grado come in passato di assorbire forza lavoro20. Dopo aver perso l’onore, una sostanziosa fetta di impiegati pubblici a basso reddito è precipitata nel girone infernale degli working poor.

Gli scostamenti dall’immagine dello statale fannullone evidenziano come il prestigio di una categoria professionale sia elastico e, nel nostro caso, dipenda soprattutto dalla valutazione di poteri esterni: economico, mediatico, politico. Di volta in volta sono questi poteri a decretare in larga misura il disprezzo o l’apprezzamento sociale dei dipendenti pubblici. E i soggetti sottoposti a questo giudizio hanno scarse possibilità di replica. I sindacati del pubblico impiego, come peraltro quelli di tutte le altre categorie, non possiedono network televisivi né catene di giornali. Perciò fanno quello che possono, ma non hanno mezzi di comunicazione così potenti da imbastire una contro-narrazione in grado di rimuovere i pregiudizi intorno alla figura dello statale. In definitiva, sul piano dell’immagine, il dipendente pubblico è in balia di forze sulle quali ha scarsa influenza. Perciò si trova sempre sulla difensiva. Ad eccezione della parentesi pandemica, giornalisti, politici e imprenditori si accorgono di questo soggetto per gridare allo scandalo quando lo si coglie in difetto o quando i servizi pubblici non funzionano. Un martellante storytelling ruota intorno a una dicotomia tanto semplice quanto inesatta: il mondo del lavoro pubblico è il regno dell’approssimazione e dell’indifferenza per i disagi degli utenti, il mondo del lavoro privato è il regno dell’organizzazione e della ricerca di soddisfazione per i clienti.

Per quanto si trovi al vertice del prestigio sociale la figura dell’imprenditore non è affatto nitida. Cosa ha a che fare una ditta individuale col titolare di un’azienda con 200 dipendenti? Ben poco. Eppure entrambi sono considerati imprenditori: uno micro e l’altro medio. Questo paragone indica che non tutti gli imprenditori sono uguali. Ma tutti tentano la scalata sociale. Se si considera che il 79% delle imprese italiane censite dall’ISTAT ha meno di 10 dipendenti e che un altro 18,5% è compreso nella fascia tra 10 e 49 addetti21, la mobilità di questi imprenditori si esaurisce in larga misura nell’entrare a far parte della piccola e media borghesia, nel confermarne l’appartenenza o nel passare al gradino immediatamente superiore rispetto a quello di provenienza. Naturalmente possono esserci salti molto più ampi. Ma costituiscono più l’eccezione che la regola. Se poi guardiamo il popolo delle partite IVA22 molte di queste attività nascono perché non c’è lavoro e se c’è è sottopagato. Nascono cioè più per la necessità di sbarcare il lunario che per vocazione al business e questa condizione contribuisce a spiegare perché i coscritti all’imprenditorialità abbiano spesso difficoltà ad affrontare i marosi del mercato. Se il prestigio è “l’ombra del denaro e del potere”23, allora, anche il mondo dell’impresa privata ha i suoi ultimi nella gerarchia del successo sociale, come nel mondo della Pubblica Amministrazione. Ma si tratta di ultimi speciali. Non è affatto infrequente che siano laureati (avvocati, psicologi, sociologi, giornalisti, insegnanti, editor, interpreti, ricercatori ecc.), oppure professionisti (laureati e non) in possesso di un curriculum e/o di una specializzazione conseguiti alla fine di un percorso formativo di tutto rispetto (informatici, pittori, lavoratori dello spettacolo ecc.). Passando sul fronte del pubblico impiego sappiamo che anche in questo caso al suo interno sussistono grandi disomogeneità: di status, di reddito, di prestigio. Cosa ha a che fare l’addetto al protocollo col direttore generale? Ben poco, se non appartenere alla medesima amministrazione. Né più e né meno come in un’azienda privata. Dunque la scarsità di prestigio colpisce sia le fasce basse dei dipendenti pubblici sia le fasce basse degli imprenditori. Che cosa distingue i primi dai secondi? Che l’imprenditore opera in funzione del profitto personale e, almeno in potenza, può diventare milionario. Mentre l’impiegato dello Stato è al “servizio esclusivo della Nazione”24, opera in funzione dell’utilità sociale ed è rigorosamente tenuto a non servirsi della sua posizione per perseguire l’arricchimento personale. Le prospettive di avanzamento economico del dipendente pubblico sono regolate da norme di legge e la sua carriera può svilupparsi solo all’interno di percorsi disseminati di limiti, prescrizioni e controlli: il titolo di studio, i concorsi, i premi legati alla produttività e così via. Si tratta tuttavia di barriere molto porose per una serie di fattori: lo stesso titolo di studio si può ottenere leggendo ponderosi volumi o sfogliando le esili dispense di qualche università on-line; i sempre più numerosi concorsi con questionari a risposta multipla rendono la preparazione dei candidati meno necessaria della fortuna che occorre nel piazzare le crocette sulle caselle giuste; le valutazioni sulla produttività individuale risentono della concorrenza sleale dei raccomandati. In definitiva, a differenza dell’imprenditore lo statale non naviga nel mare aperto del mercato e allo stesso tempo non corre sui binari di regole sicure uguali per tutti. La sua dimensione è quella di trovarsi impantanato in una palude di prescrizioni che vanno e vengono, a volte incomprensibili, spesso insormontabili, rispetto alle quali avverte una sensazione di impotenza e di estraneità, finendo per diventare un coscritto della norma.

Quando nei talk show si parla degli statali il più delle volte si prende un grosso abbaglio perché lo statale povero e disonorato, oggetto privilegiato della discussione, non è propriamente uno statale. Non lo è su un piano essenziale: quello contrattuale. Dagli anni ’90 una parte preponderante del pubblico impiego è subordinata alle disposizioni del Libro V del Codice Civile e all’applicazione del diritto privato al rapporto di lavoro. Con importanti conseguenze in termini di disciplina della contrattazione collettiva e, soprattutto, di assegnazione al datore di lavoro pubblico (leggasi dirigenza) del potere di gestione e organizzazione del lavoro tipico del datore di lavoro privato. Per il personale non dirigente i settori interessati alla “privatizzazione” del rapporto di lavoro sono: Funzioni Centrali (205.204 dipendenti); Funzioni Locali (493.967); Sanità (701.170); Istruzione e Ricerca (1.306.941 dipendenti, di cui 1.222.015 nella Scuola)25. Ma se il personale non dirigente si è, per così dire, ibridato per effetto della privatizzazione del rapporto di lavoro, allora chi sono gli statali purosangue? Sorprendentemente sono proprio quelle categorie che appartengono alle élite professionali pubbliche e che non si percepiscono né sono percepite come statali. Categorie che hanno mantenuto le prerogative e le caratteristiche del vecchio ordinamento pubblicistico e, pertanto, non sono contaminate dai principi, tipicamente privatistici, ispirati a produttività, misurazione e valutazione della performance, adozione di meccanismi oggettivi per la verifica della corrispondenza fra qualità del lavoro e retribuzione. Ne fa parte il personale dello Stato in regime di diritto pubblico e comprende: Magistrati (10.797); Professori e ricercatori universitari (51.324); Carriera diplomatica (1.068); Carriera prefettizia (1.058); Carriera penitenziaria (282); Corpi di polizia (303.706); Forze armate (175.117); Vigili del fuoco (35.970).

Sul piano del prestigio gli statali non sono tutti uguali. Ma c’è davvero chi è più uguale degli altri e svetta sopra la massa disonorata dei colleghi: il commissario, l’agente segreto, il soldato, l’astronauta. Quattro personaggi cine-televisivi di così grande appeal da non conoscere l’usura del tempo e da apparire sotto una luce che lascia nell’ombra la loro appartenenza allo Stato. Eppure sono anch’essi dipendenti pubblici pagati coi soldi dei contribuenti. Come si conciliano questi eroi dello schermo con l’immagine dello statale fannullone? Non si conciliano. Siamo dinanzi a una contraddizione. Ma una contraddizione produttiva risolta sul piano comunicativo attraverso il romanzo, lo schermo, lo spettacolo. Il commissario, l’agente segreto, il soldato e l’astronauta non sono raccontati come lavoratori. E in effetti non timbrano il cartellino, non hanno un orario da rispettare, non scioperano. Di solito le organizzazioni di cui fanno parte rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è l’autonomia, il genio, il coraggio del singolo. Qualità che permettono di uscire dall’anonimato, di deviare dal protocollo, di affascinare. Il prestigio di questi personaggi è essenzialmente dovuto all’essere fabbricanti della propria storia e in definitiva la loro storia ha successo anche perché rappresenta al grande pubblico la negazione dell’essere statali. Si tratta di una finzione perché di fatto lo sono. D’altra parte, in una società di narcisisti come la nostra chi vorrebbe identificarsi con un oscuro impiegato dell’anagrafe?

Potere senza prestigio/1.

A prescindere dai difetti e dalle manchevolezze in cui cadono i burocrati di tutti i tempi, ci sono stati momenti storici in cui la burocrazia statale ha goduto di un forte prestigio in funzione del suo compito politico principale: cementare la nazione. È stato così nel Celeste Impero, nella Francia napoleonica, all’epoca di Bismarck. Con l’ascesa del neoliberismo (dagli anni’80 a oggi) la politica si è vista progressivamente sottrarre spazi di manovra. Nel senso che le decisioni più importanti sono dettate dall’economia. Dinanzi alla quale i partiti più grandi sono da decenni subordinati finendo per diventare sempre meno distinguibili gli uni dagli altri. Un appiattimento che ha condotto alla loro generalizzata perdita di credibilità, a urne elettorali sempre più deserte, all’aumento della povertà e alla caccia allo statale. Può la politica smettere di arretrare? Potrebbe farlo partendo dalle posizioni storicamente acquisite. I governi nazionali dirigono una massa di oltre tre milioni di dipendenti pubblici e gestiscono i proventi del gettito fiscale. In breve, lo Stato è, tra le altre cose, il più grande datore di lavoro di ogni Paese avanzato, il detentore di un enorme tesoro da distribuire nella società, il possessore di inestimabili banche-dati, il manovratore della leva fiscale, il detentore della violenza legale, il garante dell’ordine sociale. Politica e burocrazia hanno quindi ancora un ruolo strategico nella conduzione della società. Il problema è che questi poteri godono di sempre meno prestigio. E sembra che non siano interessati più di tanto a recuperarlo. Mentre di sicuro sono interessati alla propria sopravvivenza come ceto. Per questo motivo cercano di accattivarsi il potere economico smantellando la macchina dello Stato e dando il colpo di grazia all’immagine del “Servitore dello Stato” per sostituirla con quella del manager sulla scorta di quanto avviene nel mondo del lavoro privato. L’aziendalizzazione della Pubblica Amministrazione si riduce quasi sempre a tagli del personale, riduzione di investimenti, esternalizzazioni. Le vicende delle Funzioni Centrali (ma si possono aggiungere quelle della Sanità e della scuola) sono la dimostrazione lampante di un fallimento politico che manda in crisi la coesione sociale e indebolisce il Paese nel suo complesso. La Pubblica Amministrazione, mandata avanti dai bistrattati statali, non può funzionare con criteri aziendalistici a causa, o in virtù, del suo fine: soddisfare i bisogni della collettività e non le esigenze del profitto privato. Come stimare il prolungamento medio della vita grazie a una buona sanità pubblica? Come stimare un alto livello d’istruzione di studenti che escono dalla scuola e dall’università? Come stimare il salvataggio di un bosco grazie all’intervento dei Vigili del Fuoco o l’assicurazione alla giustizia di un criminale, la restaurazione di una cattedrale colpita dal terremoto, la verifica delle attrezzature antinfortunio in un cantiere edile? Niente di tutto questo si può stimare, né si può prevedere con un modello matematico, perché non tutto è misurabile, non tutto è quantificabile. Il bene della collettività è inestimabile. A questo serve la Pubblica Amministrazione. Distoglierla da tale compito significa navigare verso l’anomia26.

Potere senza prestigio/2.

Il potere economico bussa alle porte del potere politico minacciando di sfondarle. E così il ministro di turno si inventa una riforma della Pubblica Amministrazione e del pubblico impiego27 per soddisfare le richieste delle associazioni degli imprenditori e soprattutto per passare alla storia. Infatti, tutte le grandi riforme del lavoro pubblico succedutesi negli ultimi quattro o cinque decenni portano scolpito in epigrafe il nome del ministro che le ha promosse: Giannini, Frattini, Cassese, Bassanini, Brunetta, Renzi, Madia e, ai nostri giorni, Zangrillo. Riforme puntualmente naufragate dinanzi alla complessità dei problemi accumulati nel tempo e a valle delle quali oggi rimane ben poco. Quel che resta è una Pubblica Amministrazione fatta a pezzi: riduzione del numero dei dipendenti, servizi pubblici affidati a precari, alcune fasce di lavoratori pagate il meno possibile, limitazione del diritto allo sciopero, svuotamento dell’istituto della contrattazione, aumento del potere discrezionale della dirigenza e, dulcis in fundo, crescente scontento dei cittadini. Un’opera di demolizione che è avvenuta e avviene per la mancanza di coraggio del corpo politico di rivendicare la propria autonomia. Un’autonomia che il potere economico non è più disposto a concedere, mentre corrode quel poco che resta della reputazione dei politici con l’arma della corruzione e deprimendo il ruolo dello Stato tramite una gigantesca evasione fiscale.

Le pressioni a cui è sottoposto l’impiegato dello Stato finiranno per stritolarlo? I bassi redditi della Pubblica Amministrazione potranno liberarsi dalla condizione di capro espiatorio? L’innovazione tecnologica ridurrà drasticamente i loro posti di lavoro? Non possiamo prevederlo. Possiamo però prendere atto dell’attivismo dei sindacati del pubblico impiego per tutelare i diritti dei dipendenti, per migliorare l’organizzazione del lavoro e la qualità dei servizi pubblici mentre sta prendendo sempre più piede la consapevolezza della necessità di contrattare l’algoritmo. Resta da chiedersi come i working poor della Pubblica Amministrazione possono ritrovare la loro rispettabilità nel dibattito pubblico. Una strada c’è: dargli il diritto di parola. Sembrerebbe una cosa scontata ma così non è. E così non è perché ampi settori della Pubblica Amministrazione sono ancora oggi gestiti con criteri che impediscono, per precisa volontà politica, la partecipazione dei lavoratori. Una tendenza che si sta inasprendo. Ormai non c’è decisione che non sia calata dall’alto. Persino l’organizzazione del lavoro all’interno degli uffici non è oggetto di trattativa con i sindacati. Non parliamo di decisioni che impattano in maniera duratura sull’operatività delle amministrazioni. Prendiamo il caso del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO)28 a cui devono attenersi i ministeri e il cui scopo è quello di mettere ordine nella giungla di adempimenti programmatici che gravano sulle amministrazioni pubbliche. Bene, questo Piano, così come quelli che contiene al suo interno, è frutto di decisioni prese dalla politica e dall’alta burocrazia senza il minimo coinvolgimento dei diretti interessati: coloro che lo debbono applicare. Risultato: il PIAO non semplifica l’attività amministrativa, anzi la complica, perché è avulso dalle concrete condizioni di lavoro di gran parte uffici che afferiscono ai ministeri. Il motivo? Non sono stati consultati i soggetti che conoscono, per esperirla ogni giorno sul campo, la realtà operativa degli uffici: i lavoratori e i loro rappresentanti. Si potrebbero fare decine di esempi come questo per dimostrare che la maggior parte delle criticità della Pubblica Amministrazione dipendono dalla cultura politica con cui i decisori insediati dai partiti si relazionano con i dipendenti e in particolare con quelli che si trovano nella fascia medio-bassa della scala gerarchica. Una cultura elitaria, verticistica, qualche volta sabauda, altre volte bizantina. Una cultura restia a comprendere che la convivenza tra potere politico e potere della burocrazia passa oggi per un ascolto attivo nelle relazioni industriali e per nuove forme di orizzontalità nell’organizzazione del lavoro. A guadagnarci sarebbero tutti: i politici, gli statali, le imprese e, soprattutto, i cittadini che fruiscono dei servizi pubblici.

*Desidero ringraziare il dottor Marco Biagiotti per i preziosi consigli che mi ha dato durante l’elaborazione di questo saggio e per la pazienza con cui ha letto le varie stesure.

Dott. Patrizio Paolinelli, La critica sociologica, LIX · 235 · Autunno 2025

Note:

  1. L’innovazione tecnologica è esclusa da questo elenco perché, per il momento, non è un soggetto autonomo dotato di una propria intenzionalità né portatore di propri specifici interessi. Tuttavia, costituisce un ulteriore elemento di pressione sul pubblico impiego che va menzionato sia per l’incidenza che ha sulla trasformazione e sull’organizzazione del lavoro, sia per i rischi occupazionali che comporta. ↩︎
  2. Proprio per la sua connotazione negativa da tempo il sostantivo statale è caduto abbastanza in disuso e spesso utilizzato è in senso dispregiativo. Al suo posto si preferisce la definizione “dipendente pubblico”. Definizione che però non si sottrae allo stigma perché la narrazione dominante dà per scontato che il privato sia sempre meglio del pubblico. Perciò i due termini (statale e dipendente pubblico) sono qui considerati come equivalenti. In attesa della sua definitiva scomparsa, la parola statale resta ancora in uso come aggettivo (la Statale di Milano, strada statale, incentivi statali ecc.). ↩︎
  3. Naturalmente lo stesso trattamento non è riservato agli episodi di mala imprenditoria di cui la stampa non dà notizia, o, se è costretta a darla (come nel caso delle morti sul lavoro) lo fa in maniera neutra. Allo stesso tempo la quasi totalità della stampa è impegnata in una campagna permanente di glorificazione della figura dell’imprenditore privato, di diffusione dell’ideologia neoliberista, di esaltazione dell’individualismo proprietario e così via. ↩︎
  4. Si veda la piattaforma del Conto annuale, contoannuale.rgs.mef.gov.it/en/web/sicosito/struttura-personale/occupazione ↩︎
  5. Si tratta del più piccolo fra i quattro “Comparti” in cui è suddiviso il personale delle pubbliche amministrazioni, (Funzioni Centrali, Funzioni Locali, Istruzione e Ricerca, e Sanità), al cui rapporto di lavoro, ‘privatizzato’ in seguito alle riforme degli anni ’90, si applicano le norme del Codice civile (complessivamente, i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro di natura privatistica sono oggi circa 2milioni e 700mila. Cfr., più oltre, il paragrafo: “Gli statali purosangue”). Alle Funzioni Centrali appartengono amministrazioni pubbliche quali: Ministeri, Agenzie Fiscali (Agenzia delle Entrate; Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; Agenzia del demanio) ed Enti Pubblici non economici: Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS); Automobile Club d’Italia (ACI); Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL); Croce Rossa Italiana (CRI); Ente nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ecc. ↩︎
  6. I 50,2 miliardi restanti sono destinati a spese quali oneri sociali, IRAP e altre voci. ↩︎
  7. Si veda al riguardo il recente rapporto AGID, La spesa ICT nella PA italiana. Percorsi e trend in atto 2022-2025. Reperibile in Rete: https://www.agid.gov.it/sites/agid/files/2025-05/Rapporto_La_spesa_ICT_nella_PA_2024.pdf. ↩︎
  8. Esemplare in questo senso è la vicenda della Apple. Tra le pubblicazioni non agiografiche si veda in proposito, E. Morozov, Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Codice edizioni, Torino, 2012, Sul rapporto tra Stato e mercato la letteratura è vastissima. Per restare all’oggi e al nostro argomento ci limitiamo a segnalare M. Mazzucato, Lo Stato imprenditore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato, Laterza, Bari-Roma, 2014. ↩︎
  9. In punta di diritto i dipendenti di un Comune, di una Regione, di un’Asl, di una Camera di Commercio, di un un’Azienda pubblica di servizi alla persona, di un’Agenzia per la protezione ambientale, ecc. non sono da considerare propriamente statali. I quali, invece, sono senz’altro i dipendenti delle Funzioni Centrali (vedi nota n. 5). Ma sulla stampa, nel dibattito politico sui media, nella percezione comune queste distinzioni valgono poco o nulla e non si differenzia l’impiegato di un ministero da quello di una Città Metropolitana, l’insegnante di un liceo dal tecnico di un Istituto di ricovero e cura, il professore di musica di un Conservatorio dall’ispettore di materiale rotabile ferroviario, il restauratore di monumenti dall’addetto a uno spolettificio militare. In virtù di questa generalizzazione abbiamo proposto una visione allargata dello statale al fine di smontare lo stereotipo che bolla negativamente questa figura nel discorso pubblico e nel senso comune. ↩︎
  10. Non di rado nelle amministrazioni pubbliche convivono dipendenti che svolgono segmenti complementari di attività, ma che non dipendono giuridicamente dallo stesso datore di lavoro. È il caso dei dipendenti in regime di somministrazione. Lavorano fianco a fianco con i loro omologhi statali ‘doc’, rispondano al medesimo dirigente statale e tuttavia sono formalmente dipendenti di un’agenzia esterna. ↩︎
  11. Si tratta di una élite ben più larga delle professioni appena elencate. Élite che, tra le altre, comprende la dirigenza di società a partecipazioni pubbliche e a controllo pubblico (statali, regionali, comunali ecc.). La dirigenza delle partecipate/controllate (e del personale che ci lavora) si considera a tutti gli effetti privata perché è esentata dalle regole (organizzazione del lavoro, standard di produttività, livelli retributivi ecc.) che lo Stato applica ai propri dipendenti. Tuttavia, la presenza dello Stato, delle Regioni, degli Enti Locali solleva in tutto, o in larghissima parte, queste società dal rischio di impresa rendendole attività private molto più nella forma che nella sostanza. Solo per dare un’idea della selva di cui stiamo parlando vale la pena riportare l’elenco delle partecipazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze: 1.1 Società quotate: Banca Monte Paschi di Siena S.p.A. (11,73%); Enav S.p.A. (53,28%); Enel S.p.A. (23,59%); Eni S.p.A. (4,34%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 25,76%]; Leonardo S.p.A. (30,20%); Poste italiane S.p.A. (29,26%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 35%]. 1.2 Società con strumenti finanziari quotati: Amco S.p.A. Asset management company S.p.A. (100%); Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’impresa S.p.A. (Invitalia) (100%); CDP – Cassa depositi e prestiti S.p.A. (82,77%); Fs – Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. (100%); Rai – Radio televisione italiana S.p.A. (99,56%). 1.3 Società non quotate: Arexpo S.p.A. (39,28%); Consap – Concessionaria servizi assicurativi pubblici S.p.A. (100%); Consip S.p.A. (100%); Equitalia giustizia S.p.A. (100%); Eur S.p.A. (90%); Gse – Gestore dei servizi energetici S.p.A. (100%); Invimit Sgr – Investimenti immobiliari italiani società di gestione del risparmio S.p.A. (100%); Ipzs – Istituto poligrafico e zecca dello Stato S.p.A. (100%); Istituto luce – Cinecittà srl (100%); Mefop – Società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione S.p.A. (59,05%); Ram – Rete autostrade mediterranee S.p.A. (100%); Sogei – Società generale di informatica S.p.A. (100%); Sogesid S.p.A. (100%); Sogin – Società gestione impianti nucleari S.p.A. (100%); Sose – Soluzioni per il sistema economico S.p.A. (88,8%); Sport e salute S.p.A. (100%); STMicroelectronics holding N.V. (50%); Studiare sviluppo S.r.l. (100%).https://www.de.mef.gov.it/it/attivita_istituzionali/partecipazioni/elenco_partecipazioni/index_bak.html ↩︎
  12. Articolo 4 del decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165: “Indirizzo politico-amministrativo. Funzioni e responsabilità”. ↩︎
  13. Per fare un esempio, non manca chi ha proposto di valutare l’efficienza degli impiegati che lavorano agli sportelli di contatto con il pubblico attraverso l’uso di faccine colorate (www.bollettinoadapt.it/a-tu-per-tu-con-lautore-intervista-a-pietro-ichino-sul-lavoro-pubblico/) la cui incidenza, presumibilmente, andrebbe poi utilizzata per graduare le retribuzioni. Ma un esempio meno rapido e oltremodo impegnativo è costituito dalle “Linee guida per il Sistema di Misurazione e Valutazione della performance” per i Ministeri, (n. 2, dicembre 2017) emanate dall’Ufficio per la valutazione della performance del Dipartimento della Funzione Pubblica e tutt’ora valide. Il documento contiene una piccola summa di managerialità in salsa burocratico-amministrativa che mette a dura prova la comprensione di chiunque non abbia fatto parte del team di estensori. Ciò dà l’idea di come l’iper-complessità gestionale della macchina pubblica sia spesso frutto dei tortuosi e dispersivi meccanismi di funzionamento che essa stessa si impone. (Si veda: https://performance.gov.it/system/files/LG-SMVP_29_dicembre_2017.pdf). ↩︎
  14. Fino a qualche tempo fa non era sempre così. Figure come l’insegnante, in particolare di liceo, godevano di un buon prestigio sociale anche se il reddito non era particolarmente elevato. Con la progressiva americanizzazione della società italiana il prestigio di un individuo è sempre più rapportato alla variabile economica. ↩︎
  15. Va segnalato che negli ultimi anni il tentativo di istituzionalizzare lo stereotipo statale fannullone è avvenuto indirettamente, ma inequivocabilmente, attraverso l’attacco al salario di produttività uguale per tutti (ovviamente secondo la qualifica). Attacco rappresentato dal cosiddetto ‘Ciclo della performance’. Si tratta di una lunga sequela di articoli di legge introdotti dalla c.d. “riforma Brunetta” del 2009 e poi più volte modificati, che definiscono un complicato intreccio di regole per misurare e valutare la produttività dei dipendenti pubblici, allo scopo di differenziare la retribuzione individuale. Nella sua versione originaria il meccanismo prevedeva che il 25% dei dipendenti fosse considerato d’ufficio fannullone. Allo scopo il personale fu suddiviso in tre fasce: 25% dei più bravi avrebbero ricevuto il premio di produttività per intero; per il 50% della fascia centrale il premio sarebbe stato dimezzato; il restante 25%, in fondo alla classifica, non avrebbe avuto niente. In pratica, questo aspetto del sistema di misurazione non fu mai applicato, ma l’ossessione per misurare la qualità delle prestazioni lavorative dei pubblici dipendenti e per escogitare sistemi di differenziazione dei salari individuali su base meritocratica continua a ispirare le riforme di tutti i governi, compreso l’attuale. ↩︎
  16. Sulla composizione di questo Comparto della Pubblica Amministrazione si veda la nota n. 5. ↩︎
  17. Dati della Ragioneria Generale dello Stato pubblicati sulla piattaforma del Conto annuale, (contoannuale.rgs.mef.gov.it), aggiornati al 12 dicembre 2024. ↩︎
  18. Su questo specifico aspetto ci sia consentito rinviare a P. Paolinelli, Transizioni digitali. Sindacato, lavoro privato e pubblico impiego nell’era hi-tech, Arcadia Edizioni, Roma 2019. ↩︎
  19. L’attività delle pubbliche amministrazioni è trasversale a tutte le “missioni” in cui si articola il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Le risorse stanziate sono pari a 194,4 miliardi di euro ripartite in 7 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute; REPowerEU. Il Piano promuove anche un’ambiziosa agenda di riforme, e in particolare, le quattro principali riguardano: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione, competitività. ↩︎
  20. Per colmare il vuoto di organici dei ministeri, la Legge di bilancio 2025 (L. 207/2024, art. 1, comma 165) ha previsto la possibilità di trattenere in servizio fino al compimento del settantesimo anno di età (e nel limite massimo del 10% dei posti disponibili) il “personale, dirigenziale e non dirigenziale, di cui, ad esclusiva valutazione dell’amministrazione, si renda necessario continuare ad avvalersi anche per far fronte ad attività di tutoraggio e di affiancamento ai nuovi assunti e per esigenze funzionali non diversamente assolvibili”. Per dare attuazione a tale previsione legislativa, nel gennaio 2025 il Ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha emanato disposizioni applicative che: 1) non attribuiscono al lavoratore alcun diritto o automatismo al trattenimento in servizio, né prevedono la presentazione di richieste in tal senso; 2) attribuiscono esclusivamente alle amministrazioni il potere di individuare il personale di cui ritiene necessario il trattenimento in servizio; 3) condizionano la possibilità di trattenimento alla valutazione del merito e al consenso dell’interessato. ↩︎
  21. ISTAT, Censimento permanente delle imprese 2023: primi risultati, https://www.istat.it/comunicato-stampa/censimento-permanente-delle-imprese-2023-primi-risultati/ ↩︎
  22. A dicembre 2024 erano 498.631. Fonte: MEF. Dipartimento delle Finanze, Osservatorio sulle partite IVA, “Sintesi dei dati delle aperture nell’anno 2024”. www1.finanze.gov.it/finanze/osiva/public/report_ann.php?req_classe=01&req_contrib=OSIVA&req_tema=02&req_pag=1 ↩︎
  23. C. Wright Mills, Le élite del potere, Feltrinelli, Milano, 1973, (3), pag. 84. ↩︎
  24. Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 98. ↩︎
  25. La Ragioneria Generale dello Stato conteggia poi a parte altri 41.250 dipendenti appartenenti a speciali categorie di amministrazioni dotate di particolare autonomia gestionale e amministrativa (es.: Presidenza del Consiglio, Autorità indipendenti ecc.). Dati aggiornati al 12 dicembre 2024 e riferiti al 2023. ↩︎
  26. Non necessariamente questa navigazione porta a infrangersi sugli scogli. E in una fase di transizione come l’attuale le classi dominanti utilizzano un’anomia controllata per gestire la società. Nel disordine, nell’iper-complessità, nell’incertezza elevata a sistema continuano a governare. Resta da vedere fino a che punto le classi subalterne possono sopportare di vivere e lavorare in un modello sociale dove regna la legge del più forte. ↩︎
  27. Detto in breve la riforma della Pubblica Amministrazione riguarda l’assetto e l’organizzazione delle strutture. Per esempio, il decentramento amministrativo della fine anni ’90. Mentre per riforma del pubblico impiego si intende la trasformazione delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e delle condizioni di lavoro. Per esempio l’introduzione di nuovi strumenti di valutazione della produttività. ↩︎
  28. Il PIAO riunisce in un unico documento i Piani periodici adottati dalle pubbliche amministrazioni: Piano dei fabbisogni, Piano delle azioni concrete, Piano per l’utilizzo delle dotazioni strumentali e informatiche, Piano della performance, Piano di prevenzione della corruzione, Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), Piano di azioni positive. Una quantità incalcolabile di tempo e di energie delle amministrazioni se ne va per stare dietro a tutti questi Piani, che purtroppo non rendono più efficiente la Pubblica Amministrazione. ↩︎

La nuova sicurezza urbana: dalla percezione del rischio alla governance della prevenzione

di Vincenzo Testagrossa

Nel corso degli ultimi decenni, la cosiddetta “domanda di sicurezza” dei cittadini è passata da esigenza personale a tema collettivo ed invero, le città, non sono solo spazi fisici, ma spesso diventano veri e propri campi di tensione tra, percezione del pericolo, pratiche di controllo del territorio e politiche locali tese alla prevenzione.

Il bisogno di sicurezza, dallo psicologo Abraham Maslow, inteso come esigenza primaria, non è solo una questione di protezione fisica, ma si puo’ considerare – anche e soprattutto – una garanzia per la stabilità sociale e psicologica di ogni singola comunità. Però, l’insicurezza non coincide sempre con l’aumento dei reati. Come osservava il sociologo W.I. Thomas, se gli uomini definiscono come reali, determinate situazioni, esse stesse diventano reali nelle loro conseguenze; infatti, le percezioni distorte che generano la paura, producono effetti concreti, quali ad esempio, spingere le persone a chiudersi, ridurre l’uso degli spazi pubblici e influire, in ultimo, anche sulle scelte politiche locali.

Per meglio comprendere la richiesta di sicurezza che perviene dalla società civile, è necessario approfondire i concetti di pericolo, rischio e minaccia e come questi incidono nella percezione dell’opinione pubblica. In breve si possono ben evidenziare le tre dimensioni:

  • Il pericolo, quale evento naturale o esterno.
  • Il rischio, quale conseguenza di decisioni umane.
  • La minaccia, che introduce la volontà ostile dell’altro.

Spesso si crea confusione tra questi predetti concetti dimensionali e si sposta l’attenzione, dalle responsabilità sistemiche, alle figure sociali che, via via, vengono percepite – quasi sempre erroneamente – come “nemiche”; in tal modo, l’insicurezza può diventare anche, aldilà degli schieramenti posizionali ed ideologici dei partiti, uno strumento di consenso politico. A ben guardare, sin dal 1993, le città italiane hanno sviluppato strategie di sicurezza più articolate, fondate sulla collaborazione tra lo Stato e le autonomie locali, previste nella nostra Costituzione Repubblicana. Tale condizione legislativa ed istituzionale, permette di poter parlare di nuova prevenzione, con un approccio ibrido che supera la rigida distinzione ideologica tra, sicurezza sociale e sicurezza situazionale.

Volendo, sinteticamente, elencare i passaggi normativi che hanno segnato questa evoluzione, possiamo evidenziare: dapprima, la riforma del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, che li rende responsabili diretti della sicurezza locale e poi, la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che riconosce alle autonomie locali competenze in materia di ordine pubblico; in ultimo, cronologicamente, l’art. 54 del Testo Unico degli Enti Locali (riformato nel 2008), che attribuisce ai sindaci poteri contingibili e urgenti, per la tutela dell’incolumità pubblica. Con il cosiddetto Decreto Maroni del 5 agosto 2008, la sicurezza urbana è definita, per la prima volta, come bene pubblico da tutelare ed il testo normativo ha compreso, in tale siffatta accezione, la vivibilità, la coesione e la convivenza sociale.

Sostanzialmente, la prevenzione si articola su tre livelli e, precisamente:

  1. Livello sociale, incentrato sull’inclusione, il lavoro e le politiche giovanili.
  2. Livello situazionale, orientato al controllo del territorio e al decoro urbano.
  3. Livello comunitario, che chiama i cittadini ad una partecipazione diretta, nella tutela del bene ‘sicurezza’.

Pertanto, l’implementazione delle politiche di sicurezza urbana, riflette, oggi, la logica della governance, più flessibile rispetto al superato modello di government ed accanto alle istituzioni statali, devono operare necessariamente – con maggiore intensità e presenza – le regioni, gli enti locali, le forze dell’ordine, nonché gli attori privati e le associazioni civiche. Dunque, la gestione quotidiana della sicurezza non resta confinata in un monopolio dello Stato, ma diventa un sistema in cui si intrecciano interessi, competenze, pressioni normative e politiche territoriali, tese alla gestione degli spazi pubblici. Tuttavia, il rischio è quello di un’eccessiva frammentazione e di derive punitive verso categorie marginali — immigrati, senzatetto, prostitute — percepite come causa del degrado urbano. Per questo, la sfida della nuova prevenzione è duplice: coniugare efficacia operativa e tutela dei diritti, come ricorda il sociologo Fabio Battistelli, il quale sostiene che la sicurezza è un bene collettivo, ma anche il termometro del livello di democraticità di una società.

Oggi, parlare di sicurezza urbana vuol dire affrontare una tematica complessa, che intreccia psicologia sociale, politiche pubbliche e modelli di convivenza, e la vera innovazione non risiede solo nella capacità di controllo sociale ovvero nelle ordinanze sindacali, ma soprattutto nella capacità delle istituzioni pubbliche, di promuovere azioni che mantengano un adeguato livello di fiducia, di partecipazione e coesione sociale delle comunità, partendo dall’ambito locale. Le città sono sicure quando i cittadini che le abitano non hanno bisogno di difendersi gli uni dagli altri!

Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro


La piaga della ludopatia nella nostra società: un’analisi sociologica

di Franco Faggiano

La dipendenza dal gioco d’azzardo sta diventando un fenomeno dilagante. Non più relegato all’interno del casinò, ha di fatto invaso le tabaccherie, affollate sempre più di slot-machine. In queste piccole Las Vegas, succursali delle grandi case da gioco, si possono perdere anche cifre consistenti. Basterebbe ricordare il caso del Gratta e Vinci, che andrebbe ribattezzato Gratta e Perdi. (Vittorino Andreoli, I segreti della mente, 2013)

La ludopatia, o gioco d’azzardo patologico, è una dipendenza comportamentale in crescente diffusione nella società contemporanea. Questo sintetico studio analizza il fenomeno da una prospettiva sociologica, soffermandosi sulle sue cause strutturali, sui profili sociali dei soggetti colpiti, sugli effetti sistemici e sulle ambivalenze istituzionali legate al gettito fiscale che il gioco garantisce allo Stato. Il problema viene inoltre confrontato con altre dipendenze “legalizzate” e fiscalmente produttive — tabagismo e alcolismo — per mostrare come la gestione pubblica delle dipendenze rifletta le tensioni tra etica, salute e interessi economici collettivi.

Negli ultimi vent’anni, la diffusione del gioco d’azzardo ha assunto in Italia proporzioni sistemiche, con gravi ripercussioni individuali e collettive (Ministero della Salute, 2022). L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica il gioco d’azzardo patologico come “disorder due to addictive behaviours” (WHO, 2018), evidenziando la sua natura di dipendenza comportamentale non legata a sostanze. La sociologia interpreta tale fenomeno come manifestazione delle contraddizioni sociali tipiche della modernità capitalistica (Beck, 1992), dove la precarietà e l’incertezza economica amplificano la vulnerabilità individuale.

Il gioco, da pratica culturale, è stato progressivamente trasformato in attività economica e fonte di reddito statale. Reith (2005) mostra come la sua contemporanea “istituzionalizzazione” sia il prodotto di processi economici neoliberisti fondati sull’individualizzazione del rischio. Secondo Giddens (1991), le società tardo-moderne spingono gli individui a interiorizzare l’incertezza, alimentando il bisogno di controllo simbolico che l’azzardo promette. Analogamente, Bauman (2005) interpreta le dipendenze come risposte liquide al vuoto di senso e alla frammentazione delle relazioni sociali.

Nel 2023 gli italiani hanno speso oltre 136 miliardi di euro in giochi legali (ADM, 2024), generando per lo Stato circa 11 miliardi di gettito. Meccanismi analoghi caratterizzano tabagismo e consumo dialcol, da cui derivano rispettivamente 14 e 12 miliardi di euro di imposte annue (Ministero dell’Economia, 2023). Tali entrate configurano una “dipendenza fiscale” dello Stato da comportamenti potenzialmente patologici, un paradosso già evidenziato da Foucault (1976) nei suoi studi sul biopotere: il corpo individuale diventa risorsa economica e oggetto di governo. I tre fenomeni condividono processi di normalizzazione attraverso la pubblicità, la presenza nella cultura popolare e la regolamentazione ambigua, che consente la fruizione pur proclamando la tutela della salute pubblica (Room et al., 2010).

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2021) registra nei giocatori patologici prevalenza di soggetti con basso capitale culturale, occupazioni precarie o assenza di reti sociali. Simili profili emergono tra fumatori cronici e alcolisti problematici (ISTAT, 2022). Secondo Bourdieu (1984), questi comportamenti riflettono habitus di classe e strategie simboliche di compensazione: il rischio e il consumo diventano strumenti di distinzione o di evasione da condizioni di marginalità.

Il CNR (2022) stima in 10.000–30.000 euro annui il costo medio per ciascun giocatore patologico. Sommando i costi indiretti legati a malattie correlate all’alcol (epatopatie) e al tabacco (patologie cardiovascolari e neoplastiche), si ottiene un impatto economico di oltre 30 miliardi di euro annui (ISS, 2022). Ciò evidenzia una contraddizione strutturale: lo Stato incassa dal consumo che degrada la salute pubblica e deve poi spendere ingenti risorse per sanitari, assistenza e campagne preventive.

L’Italia presenta una densità di slot machine (una ogni 150 abitanti) tra le più alte d’Europa (ADM, 2024). In parallelo, le accise su tabacco e alcol vengono difese come strumenti “di dissuasione fiscale”, ma nei fatti costituiscono un’entrata stabile e difficilmente sostituibile nel bilancio pubblico (ISTAT, 2023). Questo duplice meccanismo — incentivazione economica e disincentivazione morale — riflette ciò che Weber (1922) definiva l’etica della razionalità strumentale: lo Stato agisce come impresa che massimizza entrate, anche a discapito della coerenza etico-sociale delle proprie politiche.

Contrastare la ludopatia (come il tabagismo e l’alcolismo) richiede una prospettiva multidimensionale:

  1. Politiche fiscali orientate alla riduzione progressiva della dipendenza dello Stato da tali gettiti.
  2. Implementazione di programmi di prevenzione primaria fondati su alfabetizzazione digitale, emotiva e finanziaria.
  3. Potenziamento dei servizi territoriali multidisciplinari per le dipendenze comportamentali.
  4. controllo stringente sulla pubblicità, come proposto dall’OMS (WHO, 2022). In una prospettiva critica (Bauman, 2005; Beck, 1992), la lotta alle dipendenze deve restituire senso, relazioni e sicurezza esistenziale ai soggetti esposti, affrontando le radici strutturali della vulnerabilità sociale.

La ludopatia è una lente privilegiata per osservare la tensione tra economia e salute pubblica nelle società post-industriali. Come per alcol e tabacco, la gestione istituzionale di questa dipendenza, mostra la difficoltà di bilanciare etica pubblica e sostenibilità fiscale. Comprendere la ludopatia come costruzione sociale e prodotto delle logiche neoliberiste, significa riconoscere che la vera dipendenza è, spesso, quella dello Stato stesso, dal consumo patologico dei suoi cittadini.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale), socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) e membro della Macrodeputazione Nordovest | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • ADM (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli). (2024). Relazione annuale sul gioco legale inItalia. Roma: ADM.
  • Bauman, Z. (2005). La società individualizzata. Bologna: Il Mulino.
  • Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. London: Sage.
  • Bourdieu, P. (1984). Distinction: A Social Critique of the Judgement of Taste. Harvard University Press.
  • CNR. (2022). Studio nazionale su gioco d’azzardo e salute mentale. Roma: CNR.
  • Donati, P., & Scardigno, F. (2019). Ludopatia e legami familiari. Milano: FrancoAngeli.
  • Foucault, M. (1976). La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli.
  • Giddens, A. (1991). Modernity and Self-Identity. Stanford University Press.
  • ISTAT. (2022). Rapporto su salute e stili di vita in Italia. Roma: ISTAT.
  • Ministero dell’Economia e delle Finanze. (2023). Entrate erariali: analisi delle accise e del gioco pubblico. Roma: MEF.
  • Ministero della Salute. (2022). Piano nazionale di contrasto al gioco patologico. Roma: Ministero della Salute.
  • Reith, G. (2005). The Age of Chance: Gambling in Western Culture. London: Routledge.
  • Ricci, A. (2020). Giocati. Sociologia del gioco d’azzardo. Bari: Laterza.
  • Room, R., Babor, T., & Rehm, J. (2010). Alcohol and Public Health. The Lancet, 365(9458),519–530.
  • WHO (World Health Organization). (2018). ICD-11. Geneva: WHO.
  • WHO (World Health Organization). (2022). Global report on addictive behaviours. Geneva: WHO.

L’impatto sociologico di un ipotetico arrivo di civiltà aliene sulla Terra

di Franco Faggiano

Il 30 ottobre del 1938, Orson Wells interpretando il noto sceneggiato radiofonico “The war of the worlds” tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza, creò panico e paura nei molti radioascoltatori i quali, malgrado i comunicati trasmessi prima e dopo il programma, non si accorsero che si trattava di una palese finzione e credettero che stesse veramente avvenendo uno sbarco di extraterrestri ostili sul territorio statunitense.

L’idea del contatto con civiltà aliene ha alimentato immaginari collettivi, speculazioni scientifiche e riflessioni filosofiche per secoli. Con l’avanzamento delle scienze e della tecnologia, il concetto di incontro con entità extraterrestri è passato dall’ambito della pura fantasia alla riflessione accademica. Sebbene al momento non esistano prove empiriche di vita extraterrestre, l’eventuale arrivo di una civiltà aliena sulla Terra, sarebbe un evento di portata storica senza precedenti, in grado di scatenare profondi cambiamenti socio-culturali, economici e politici. La sociologia, come disciplina che si occupa dello studio delle dinamiche sociali e dei cambiamenti strutturali all’interno delle società umane, offre un quadro utile per esplorare le possibili reazioni e gli effetti che una simile situazione potrebbe scatenare.

La teoria della relazione interplanetaria: il mondo conosciuto infranto

L’introduzione di civiltà aliene, con le loro possibili differenze biologiche, tecnologiche e culturali, avrebbe un impatto devastante sulla percezione dell’umanità riguardo al suo posto nell’universo. La teoria della “relazione interplanetaria” suggerisce che la conoscenza dell’esistenza di civiltà intelligenti extraterrestri, potrebbe ridisegnare i concetti di identità e comunità, dissolvendo il senso di centralità della Terra nell’universo (Tarter, 2001). Dal punto di vista sociologico, ciò comporterebbe la perdita di uno dei principali “pilastri” simbolici della società umana: l’idea che la Terra sia l’unico luogo abitato nell’universo. Le reazioni a un tale evento potrebbero spaziare da uno stato di incredulità collettiva a una frenesia di curiosità e ricerca. In questo contesto, la società potrebbe affrontare un “crollo epistemologico”, in cui le conoscenze consolidate vengono messe in discussione (Bostrom, 2008). Ciò potrebbe dar luogo a un’intensa riflessione filosofica e religiosa riguardo alla posizione dell’uomo nell’universo, ma anche a una crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali, incapaci di rispondere in maniera adeguata all’evento.

La dinamica sociale e i conflitti interni

Una delle prime risposte socio-culturali a un incontro con civiltà aliene potrebbe essere la creazione di un “panico culturale” globale, un fenomeno che si verifica in circostanze straordinarie quando le strutture sociali vengono scosse da un evento imprevisto. L’arrivo di extraterrestri potrebbe generare un’escalation di paure e reazioni violente, in quanto gli individui e i gruppi sociali potrebbero sentirsi minacciati dalla novità e dall’incomprensibilità di tale incontro. La risposta delle istituzioni politiche, governative e religiose sarebbe cruciale nel determinare se l’evento innescherà una spirale di conflitti o se porterà a una cooperazione globale. Inoltre, le teorie sociologiche sulla “società del rischio” di Ulrich Beck (1992) suggeriscono che l’umanità, pur affrontando il rischio di una minaccia aliena sconosciuta, potrebbe anche cercare di integrare e sfruttare la presenza degli alieni in modo vantaggioso. Le società potrebbero dividere le loro risposte in gruppi: chi accoglie con entusiasmo l’opportunità di apprendere dalle civiltà superiori e chi, invece, si rifiuta di accettare qualsiasi contatto, alimentando il conflitto e l’isolazionismo.

Le risposte culturali e religiose: il nuovo ordine cosmico

L’arrivo di una civiltà aliena sfiderebbe le credenze religiose tradizionali e potrebbe portare a una revisione delle visioni teologiche su Dio, l’umanità e l’universo. Secondo la sociologia della religione, fenomeni di “sincretismo” religioso (Smith, 1991) potrebbero emergere, poiché le nuove conoscenze scientifiche e culturali potrebbero fondersi con le tradizioni religiose esistenti. In alcuni casi, potrebbe anche nascere una nuova religione universale che include la figura degli alieni come esseri superiori o messaggeri divini o, in alternativa, le religioni potrebbero affrontare un periodo di “crisi di fede” (Berger, 1967), in cui le risposte tradizionali non sarebbero più sufficienti a spiegare la nuova realtà cosmica. La prospettiva di un “ordine cosmico” che include altre forme di vita intelligente potrebbe persino contribuire a un senso di unità globale tra gli esseri umani. Il sociologo Peter Berger aveva suggerito che la ricerca di un senso di “significato condiviso” è fondamentale nelle società moderne e che eventi straordinari, come l’incontro con gli alieni, potrebbero catalizzare una nuova “cosmologia” condivisa che transcende le tradizioni religiose e culturali separate (Berger, 1990).

Le implicazioni economiche e politiche: il nuovo mondo intergalattico

L’incontro con civiltà aliene potrebbe avere enormi implicazioni economiche e politiche. Le risorse tecnologiche e scientifiche possedute dagli alieni potrebbero alterare le dinamiche di potere globale, creando nuove sfide in ambito geopolitico. Potrebbero emergere nuove alleanze internazionali e nuovi conflitti, a seconda delle modalità con cui l’umanità si relaziona con gli alieni e se queste entità tecnologicamente avanzate preferiranno interagire con singoli Stati o con un’organizzazione internazionale unificata. Inoltre, l’economia globale potrebbe subire cambiamenti radicali. L’accesso a tecnologie extraterrestri potrebbe modificare le industrie esistenti, favorendo l’introduzione di nuovi modelli economici basati su risorse e conoscenze sconosciute (Zuboff, 2019). D’altro canto, una possibile disuguaglianza nell’accesso a tali risorse potrebbe generare nuove forme di sfruttamento, simili a quelle coloniali del passato, ma questa volta con un’astronomica dimensione interplanetaria.

Considerazioni finali

L’ipotetico arrivo di civiltà aliene sulla Terra avrebbe un impatto profondo e multiforme sulla società umana, alterando strutture sociali, culturali, religiose ed economiche. La sociologia offre un quadro utile per analizzare i possibili cambiamenti che potrebbero verificarsi, evidenziando sia le opportunità che i rischi associati a un incontro di questa portata. Pur non essendo ancora un evento reale, la speculazione su tale scenario permette di riflettere sulla fragilità e sulla resilienza delle nostre costruzioni sociali di fronte all’ignoto. In ogni caso, il contatto con una civiltà aliena sarebbe l’evento che ridefinirebbe la storia umana. Tuttavia, come scrisse Arthur Charles Clarke, “Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo o non lo siamo. Entrambe sono ugualmente terrificanti“.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • Berger, P. (1967). The Sacred Canopy: Elements of a Sociological Theory of Religion. Doubleday.
  • Berger, P. (1990). The Social Reality of Religion. Faber & Faber.
  • Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. Sage Publications.
  • Bostrom, N. (2008). The Fable of the Dragon-Tyrant. Journal of Medical Ethics, 34(5), 311–317.
  • Smith, W. (1991). Theories of Culture: A New Agenda for the Sociology of Religion. Princeton University Press.
  • Tarter, J. (2001). The Search for Extraterrestrial Intelligence: A New Era in Science. Scientific American, 285(6), 28-35.
  • Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs.

L’ibridazione culturale e identitaria nei contesti migratori europei: una prospettiva sociologica

di Viorica Bunduc

Il presente articolo analizza il fenomeno dell’ibridazione culturale e identitaria all’interno dei processi migratori europei contemporanei, con particolare riferimento alla diaspora romena dopo il 2007. Attraverso un approccio sociologico e culturale, si esplora come la mobilità transnazionale e i processi di adattamento abbiano dato origine a identità ibride, fluide e plurali. L’analisi mostra che tali forme di appartenenza non rappresentano una perdita di identità, ma piuttosto una rielaborazione dinamica delle categorie di integrazione, cittadinanza e differenza culturale.

Introduzione

La globalizzazione e i movimenti migratori del XXI secolo hanno prodotto una profonda trasformazione dei concetti di appartenenza e identità. Le società contemporanee si configurano sempre più come spazi interculturali, in cui le interazioni tra culture generano forme nuove di convivenza e di riconoscimento. In questo contesto, il concetto di ibridazione culturale assume una funzione interpretativa centrale. Esso consente di leggere i processi di negoziazione identitaria che emergono nei percorsi migratori, andando oltre la contrapposizione tra assimilazione e multiculturalismo (Bhabha, 1994; Canclini, 1990). L’esperienza della diaspora romena in Europa costituisce un osservatorio privilegiato: dal 2007, anno di ingresso della Romania nell’Unione Europea, milioni di cittadini si sono spostati verso Italia, Spagna, Germania e altri Paesi dell’UE, dando vita a reti transnazionali complesse e a forme di appartenenza multiple.

L’ibridazione culturale come categoria sociologica.

Il termine ibridazione è stato introdotto nelle scienze sociali per descrivere i processi di mescolanza culturale e simbolica generati dall’incontro tra culture diverse. Homi K. Bhabha (1994) propone il concetto di third space, uno “spazio terzo” in cui le identità non si annullano, ma si reinventano attraverso la contaminazione. Analogamente, Stuart Hall (1990) sostiene che l’identità non sia un’essenza fissa, ma un processo di costruzione continua influenzato da storie, memorie e relazioni di potere. Da questa prospettiva, l’ibridazione diventa una forma di resistenza simbolica, capace di superare le rigidità delle identità nazionali e di creare nuovi orizzonti di senso. Sul piano sociologico, l’ibridazione si intreccia con le teorie del transnazionalismo (Vertovec, 1999) e della mobilità globale (Appadurai, 1996), che descrivono come i migranti mantengano relazioni simultanee tra più contesti sociali, economici e affettivi.

Ibridazione e identità nella diaspora romena

Dopo il 2007, l’adesione della Romania all’Unione Europea ha favorito una nuova fase migratoria caratterizzata da una maggiore circolazione di persone, competenze e capitali sociali. Questa mobilità ha generato trasformazioni profonde nel tessuto sociale, sia nei Paesi di origine sia in quelli di destinazione. I figli dei migranti, cresciuti tra due (o più) universi culturali, rappresentano il paradigma dell’identità ibrida. Essi sviluppano una doppia appartenenza, combinando elementi linguistici, religiosi e valoriali propri di entrambe le culture. Tale condizione non comporta necessariamente conflitto, ma spesso produce capacità di mediazione interculturale e un senso di cittadinanza più ampio e inclusivo. La nuova generazione “italo-romena” o “ispano-romena” non si definisce esclusivamente in base alla nazionalità, ma secondo una logica relazionale, dove identità e appartenenza sono processi dinamici e contestuali.

L’ibridazione come risorsa e come sfida

L’ibridazione culturale rappresenta, da un lato, una risorsa sociale, poiché favorisce apertura, curiosità e creatività. Gli individui ibridi fungono da mediatori tra culture, facilitando la comunicazione e la coesione sociale (Hall, 1990). Dall’altro lato, l’ibridazione può produrre tensioni identitarie. Il vivere “tra due mondi” può generare un senso di sospensione o di mancato riconoscimento, soprattutto in contesti caratterizzati da pregiudizi o da politiche di assimilazione forzata.Tuttavia, tali tensioni non devono essere lette come segno di crisi, bensì come momento generativo di nuove forme di appartenenza, in cui la differenza diventa un terreno di incontro e non di separazione.

Discussione e implicazioni sociologiche

Il concetto di ibridazione invita a ripensare le categorie classiche dell’integrazione e della cittadinanza. Nelle società europee, l’inclusione non può più basarsi sull’omogeneità, ma sul riconoscimento della pluralità delle identità e sulla capacità di convivenza tra culture. Nel caso della diaspora romena, l’ibridazione mostra che la “doppia appartenenza” non è un limite, ma un modello emergente di cittadinanza transnazionale. Essa riflette la possibilità di vivere la molteplicità come valore e non come anomalia, in un equilibrio dinamico tra radici e mobilità.

Conclusioni

L’ibridazione culturale è una delle chiavi interpretative più feconde per comprendere le trasformazioni identitarie nelle società globali. Nel contesto migratorio europeo, essa non rappresenta una minaccia alla coesione sociale, ma un processo di rinnovamento culturale che ridefinisce i significati dell’appartenenza e dell’identità. L’esperienza romena mostra come le migrazioni contemporanee producano identità ibride capaci di muoversi tra più mondi, generando nuove forme di cittadinanza, solidarietà e conoscenza. Riconoscere il valore dell’ibridazione significa, dunque, riconoscere la complessità della contemporaneità e la sua potenzialità di trasformazione.

Dott.ssa Viorica Bunduc, presidente Deputazione Centro Italia ASI, Consulta integrazione sociale Associazione Sociologi Italiani

  • Ambrosini M. (2020), Sociologia delle migrazioni (5^ edizione), Il Mulino, Bologna
  • Appadurai A. (1996) Modernity at Large: Cultural dimensions of Globalization, Minneapolis, Università of Minnesota Press
  • Barman Z (2000), Liquid Modernity, Cambridge Polity Press
  • Bhabha H. K. (1994), The Location of Culture, London Routledge
  • Canclini N. G. (1990) Culturas hibridas: estrategias para entrar y salir de la modernidad, Mexico, Grijalbo
  • Hall S (1990) Cultural identity and diaspora in J. Rutherford (ed), Identity: Community, Culture, Difference (pp. 222-237), London: Lawrence & Wishart
  • Vertova S. (1999) Conceiving and researching transnationalism. Ethnic and Racial Studies, 22(2) pp. 447-462

Viaggio nel potere globalizzato

di Rosario Fittante

Le moderne società contemporanee sono caratterizzate da una grande varietà di strutture politiche, economiche e sociali, con forme di governo e organizzazione sociale che influenzano la vita dei cittadini secondo regole condivise, e con relativo bilanciamento dei poteri.Queste forme di governo hanno in comune un concetto che si chiama, “Democrazia Liberale”, con i suoi limiti e con le tante incongruenze tipiche delle società democratiche, che rimangono comunque il solo baluardo a difesa di quelle libertà, che ci consentono di vivere liberamente, di poter dissentire, di scegliere e programmare il futuro, dove andare in vacanza, della libertà di voto ecc… Le nostre società oggi sono sempre più interconnesse; gli individui, attraverso “la rete”, interagiscono con altri individui di paesi e culture diverse, senza alcuna barriera, annullando qualsiasi confine geografico. In democrazia i temi ricorrenti sono i diritti umani, le questioni di genere, l’inclusività, la sostenibilità, la lotta alla povertà, l’economia, i diritti sociali ecc… Nonostante la persistenza delle disuguaglianze sociali ed economiche, la democrazia è, e resta ancora, l’unico strumento valido per mantenere intatti i valori e le conquiste sociali. Nuovi paradigmi, come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e la digitalizzazione, stanno modificando le strutture sociali, le relazioni, i modi di vivere, il lavoro e la famiglia. Il digitale produce opportunità, ma allo stesso tempo rende aleatorio il mondo del lavoro (F. Morace). Viviamo in una società sempre più “fluida”, “liquida” (Bauman), “gassosa” (F. Morace), gli individui sono sottoposti continuamente a veri e propri “stress test” sociali. Comprendere il potere globalizzato, significa riconoscere la nostra interconnessione e il ruolo che ognuno di noi gioca nel plasmare il futuro di un mondo sempre più senza confini. I sistemi di governo delle società contemporanee variano in modo significativo a seconda della storia, della cultura di riferimento e delle esigenze politiche di ciascun paese. Nei Paesi occidentali sono organizzati secondo principi democratici.

Il rapporto tra potere e democrazia è un tema centrale nello studio dei fenomeni politici. È, fondamentale, comprendere le diverse forme di governo attraverso il contrasto tra autocrazia e democrazia, analizzando le società contemporanee e i loro potenziali rischi, in un rapporto antitetico.

L’autocrazia è un sistema di governo in cui un singolo individuo o un ristretto gruppo detiene il controllo assoluto, senza renderne conto alla popolazione o ad altre istituzioni politiche. Tenere un faro acceso, attraverso la lente dell’osservatore sociale, sui rischi intrinsechi, che ogni forma di governo può subire, può essere di grande aiuto.

Nel libro “Economia e società (1978), Max Weber descrive la burocrazia come uno strumento di consolidamento del potere per gli autocrati che creano sistemi burocratici ad hoc, per gestire e stabilizzare il loro regime. L’immagine tipica di uno stato autocratico, si manifesta attraverso il controllo totale, dove l’autocrate controlla l’esercito e la polizia, per sottomettere il popolo “ribelle”.

Anne Elizabeth Applebaum, giornalista e saggista, vincitrice nel 2004 del premio Pulitzer, afferma che la rappresentazione delle autocrazie nel XXI secolo, ha scarsa attinenza con la realtà, in quanto ne ignora l’evoluzione. Oggi, le autocrazie non sono governate da un solo “cattivo”, ma da reti sociali sempre più sofisticate. Queste reti connettono strutture finanziarie, servizi di sicurezza-militari, paramilitari e di polizia di vari paesi, con esperti di tecnologia che forniscono sorveglianza, propaganda e disinformazione. I membri di queste reti operano come un agglomerato di aziende, tenute insieme non dall’ideologia, ma dalla determinazione a preservare il proprio potere e la ricchezza personale da un nemico comune: “il mondo democratico e i suoi valori”. Questa rete si stringe sempre di più attorno alle moderne democrazie, insinuandosi nelle loro crepe, per disconoscerne i valori.

Il potere è uno degli strumenti più affascinanti e pericolosi nelle mani degli autocrati. Il meccanismo che alimenta il desiderio di controllo è la paura di perdere il potere, che diventa un’ossessione che spinge gli autocrati a eliminare qualsiasi forma di opposizione e a manipolare leggi e istituzioni. L’autocrate si auto-legittima attraverso gli organi d’informazione a lui favorevoli e costruisce un nemico comune. Una volta consolidati questi meccanismi, la manipolazione degli individui diventa un modus operandi per la ricerca del controllo totale.

  • La Violenza Simbolica (Bourdieu): Pierre Bourdieu ha introdotto il concetto di violenza simbolica per definire l’imposizione di una visione del mondo attraverso le istituzioni e la cultura. Nei regimi autocratici, essa è usata per mantenere l’ordine sociale attraverso il controllo delle ideologie, delle rappresentazioni collettive e delle credenze. La manipolazione culturale è un aspetto fondamentale del potere esercitato in modo sistematico da autocrazie, ma anche dai populisti.
  • Il Totalitarismo (Arendt): Hanna Arendt ha definito il totalitarismo come una forma di potere che distrugge le libertà e la capacità di agire autonomamente degli individui.
  • Il fallimento dell’Esportazione della Democrazia: per anni gli stati occidentali hanno affermato che, il modello democratico occidentale potesse essere esportato nei paesi illiberali, basandosi sulla tesi che la diffusione della democrazia nel mondo avrebbe ridotto i rischi di guerra. Questa tesi è stata confutata dai risultati storici successivi alla caduta del muro di Berlino

Il rapporto tra il potere e la democrazia è un tema centrale della sociologia politica, con la contrapposizione tra autocrazia e democrazia che è fondamentale per analizzare le società contemporanee e i loro potenziali rischi.

Oligarchia e Democrazia (Pareto, Mosca, Michels)

Secondo le teorie di Pareto, (1916) – Mosca, (1896) – Michels, (1911), In ogni società (inclusa quella democratica), il potere tende a concentrarsi nelle mani di una minoranza organizzata. Questa prospettiva evidenzia un rischio potenziale: anche i partiti politici democratici sviluppano strutture oligarchiche e la democrazia tenderebbe a degenerare in una forma di governo controllata da un’élite ristretta.

I Pericoli della Democrazia (Tocqueville)

Nel 1831 Alexis de Tocqueville (1805,1859) dopo un viaggio negli Stati Uniti nel 1831-1833, scrisse il trattato politico-sociale “La Democrazia in America”.

  1. Le Potenziali Debolezze: nel secondo volume del trattato, Tocqueville fa una riflessione sul futuro della democrazia negli Stati Uniti e sui potenziali pericoli. Egli scrive che la democrazia ha la tendenza a degenerare, descrivendola come “dispotismo addolcito” o dispotismo non tirannico”.
  2. Quattro Rischi: Secondo Tocqueville, la democrazia in America aveva alcune potenziali debolezze: Il dispotismo popolare. La tirannia della maggioranza, la centralizzazione del potere, l’assenza di libertà intellettuale, nuova Aristocrazia e Religione; aggiunge anche la scarsa assistenza ai più deboli e la paura della nascita di una nuova aristocrazia, “quella dei Tycoon”, ossia dei grandi proprietari industriali (l’aristocrazia industriale). Egli osserva che l’unico ruolo positivo che può essere giocato dalla religione è dovuto alla separazione dal governo, che deve essere “laico”. La sua analisi è una riflessione sulle tensioni tra libertà individuale e uguaglianza, elementi centrali di ogni sistema democratico.

Potere Globalizzato e Società del Rischio (Beck)

Secondo Ulrich Beck (1934-2015), il potere si è ormai globalizzato, attraverso nuove forme, che non sono facilmente controllabili dai singoli stati nazionali, in quanto nelle società contemporanee esso è sempre più diffuso e meno gerarchico.

  1. Frammentazione e Rischio: Il potere non è solo nelle mani di istituzioni statali o élite tradizionali, ma è frammentato ed esercitato attraverso reti, media e organizzazioni internazionali. Nel mondo moderno/post-moderno, il potere si lega esclusivamente alla capacità di gestire, controllare o influenzare i rischi. Chi controlla l’informazione e riesce a manipolare la percezione del pericolo esercita una forma di potere.
  2. Gestione del Rischio: le politiche pubbliche e le decisioni politiche seno sempre più orientate alla gestione dei rischi: (ambientali, tecnologici, sanitari ecc.). Il potere politico si confronta con l’incertezza di controllare completamente i fenomeni moderni.
  3. Individualizzazione: Beck parla anche di un processo di “individualizzazione”, per cui gli individui sono sempre più soli a gestire le loro vite, in un contesto di incertezza, il che porta ad una nuova relazione con il potere, dove le responsabilità si disperdono e, disuguaglianze e dipendenze, non scompaiono. Beck vede il potere non solo come dominio, e coercizione, ma anche come una complessa rete di relazioni, conoscenze e capacità di gestione del rischio, in un mondo incerto e globalizzato. (La Società del Rischio Beck 1986).

Byung-Chul Han, uno dei maggiori pensatori contemporanei, sostiene che la diffusione dell’informazione nell’era digitale ha trasformato le dinamiche di potere nella democrazia.

  • Dominio dell’informazione: il potere non è più esercitato attraverso il “regime disciplinare, basato sul controllo” (tipico del capitalismo industriale), ma attraverso “il dominio dell’Infocrazia, un regime dell’informazione e del capitalismo della sorveglianza”. Ciò che conta per il dominio è l’accesso e il controllo dei dati e delle informazioni, non più il possesso dei mezzi di produzione.
  • Dissoluzione della Verità: Il costante flusso incontrollato di informazioni, spesso non verificate (fake news), porta alla dissoluzione della verità fattuale. L’informazione si scollega dalla realtà, generando un universo “de-fatticcizzato” che scompare con le realtà fattuali.
  • Frammentazione e Manipolazione: La comunicazione digitale è dominata dalla velocità e dalla frammentazione (tweet e meme). Invece di un confronto di idee, si assiste a una “guerra dell’identità”, dove ognuno ascolta solo se stesso. L’individuo crede di essere libero e performante (clicca, mette like, posta ecc.), ma in realtà è manipolato e sfruttato come ”bestia da dati” nella sua prigione digitale.
  • I Potenziali Rischi del Potere Globalizzato: i rischi del potere globalizzato secondo il World Economic Forum, interessano l’economia, l’ambiente, la società e la politica. Rischio Economico e Finanziario: L’interconnessione globale amplifica e diffonde crisi, rendendo i sistemi più vulnerabili. L’aumento delle disuguaglianze alimenta il divario tra ricchezza e povertà, insieme al divario tra il nord e sud del mondo. L’interdipendenza dei mercati finanziari e delle catene di approvvigionamento globali può portare rapidamente a una crisi economica (come quella del 2008) e propagarsi in tutto il mondo. Vi è il rischio sistemico, come il fallimento di una grande banca che innescherebbe una reazione a catena, minacciando l’intero sistema finanziario globale. La concentrazione del potere economico nelle mani delle grandi corporazioni multinazionali, che acquisiscono un potere immenso, spesso superiore a quello degli Stati Sovrani. La continua ricerca di costi di produzione più bassi e di maggiori profitti spinge alla delocalizzazione delle industrie verso aree più vantaggiose, causando alti costi sociali (disoccupazione e tensioni sociali). Rischio Ambientale e Climatico: il modello del potere globalizzato, per raggiungere i propri obiettivi economici rischia di aggravare la crisi climatica e ambientale a causa della produzione intensiva su larga scala. Questo modello soddisfa il consumismo intensivo della società occidentale ma, con la crescente domanda di beni e servizi, contribuisce inconsapevolmente alla crisi climatica, con grossi rischi a lungo termine agli eco sistemi.

Dott. Rosario Fittante (Direttivo Deputazione ASI Calabria)


La criminalità economica delle imprese: un fenomeno sommerso che minaccia la legalità

di Vincenzo Testagrossa

La criminalità economica è la forma di illegalità più silenziosa e, forse, più pericolosa del nostro tempo; non si manifesta con la violenza delle armi, ma con la potenza delle frodi, dei bilanci falsi, delle fatture gonfiate, del riciclaggio. È la criminalità “dei colletti bianchi”, capace di intaccare l’etica del mercato e la fiducia nelle istituzioni, spesso senza lasciare tracce visibili; a teorizzarlo per primo fu il criminologo americano Edwin Sutherland, che nel 1939 coniò l’espressione White Collar Crime. Egli descrisse un fenomeno diffuso tra imprenditori e dirigenti che, protetti dal loro status sociale, commettono reati economici per interesse, ovvero, per potere.

Oggi, quelle intuizioni del criminologo Sutherland, restano attualissime: le imprese possono diventare strumento o vittima di condotte fraudolente, da parte di manager, soci o reti criminali più organizzate. Dalle falsificazioni di bilancio al riciclaggio, dalle frodi fiscali, fino alle estorsioni nei confronti dei lavoratori; la criminalità economica colpisce il cuore del sistema produttivo. Non è solo una questione di danno economico, ma anche di perdita di fiducia nella concorrenza leale e nella giustizia. In Italia, la normativa ha introdotto strumenti sempre più severi: dal D.lgs. 231/2001, che estende la responsabilità penale alle società, al Codice Antimafia (D.lgs. 159/2011), fino alle misure di prevenzione patrimoniali e personali.

Una domanda che la criminologia si è posta è la seguente: criminali in materia economica si nasce o si diventa? Volendo, brevemente, rispondere a questa domanda, di particolare interesse risulta essere, anche e soprattutto, il profilo psicologico dell’autore di reati economici: spesso non è un criminale per bisogno, ma per convinzione; gli studi sul disturbo antisociale di personalità, mostrano che molti “colletti bianchi” agiscono senza empatia o senso di colpa, mossi da ambizione, narcisismo e desiderio di dominio. Come spiega lo psicologo Robert Hare, il “criminale di successo” è colui che manipola regole e persone, per raggiungere i propri obiettivi, mantenendo un’apparenza di rispettabilità.

Contrastare la criminalità economica, non significa solo punire, ma anche prevenire; ed invero, le imprese possono investire in sistemi di controllo interno, trasparenza amministrativa e formazione etica del personale, al fine di creare una sorta di “difesa attiva” delle aziende che passa dalla conoscenza delle regole e dalla collaborazione con le istituzioni. Solo una cultura della legalità condivisa può proteggere l’economia sana da chi, in nome del profitto, ne mina le fondamenta. La criminalità economica non è un reato d’élite: è un furto collettivo che danneggia lavoratori, cittadini e Stato. Restituire visibilità a questo fenomeno significa difendere, non solo l’economia, ma la giustizia e la fiducia, che tengono insieme la nostra società.

dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro


La Sociurgia: un nuovo paradigma per comprendere e trasformare l’arte contemporanea

di Antonio Rossello

Negli ultimi anni, riflettendo sul senso e sulle contraddizioni dell’arte contemporanea, ho sentito l’urgenza di elaborare un concetto nuovo: la sociurgia. Non si tratta di un semplice neologismo, ma di una prospettiva teorica e pratica che nasce da un percorso personale, fatto di esperienze dirette, osservazioni partecipanti e dialoghi con artisti, critici e comunità creative. La domanda da cui tutto è partito è semplice e radicale al tempo stesso: come può l’uomo comune del nostro tempo comprendere e riconoscersi nell’arte contemporanea? Sempre più spesso l’opera d’arte appare muta, distante, opaca. Eppure, la creatività continua a vivere nei gesti quotidiani, nelle pratiche degli hobbisti, nei
laboratori informali, nelle reti associative.
Era chiaro che serviva un cambio di prospettiva. Non bastava più limitarsi a leggere l’arte attraverso categorie estetiche tradizionali o a denunciare le distorsioni del mercato. Era necessario considerare l’arte come
atto sociale, come processo comunitario che cura, interpreta e trasforma.

Dalla sociatria alla sociurgia

Il primo passo è stato riscoprire il concetto di sociatria, introdotto da Jacob Levi Moreno e ripreso in tempi recenti, che indica la “cura della società” attraverso pratiche simboliche e relazionali. In ambito artistico, la sociatria
si traduce in un’arte che offre catarsi, rimedio, guarigione interiore. Ma presto mi sono reso conto che questo non bastava. La cura interviene a posteriori, mentre oggi serve qualcosa di più: un’arte che
opera preventivamente, che non solo lenisce ferite ma apre spazi di convivenza, che costruisce relazioni e non si limita a ripararle. Da qui la sociurgia: dal greco ergon (opera), non più soltanto cura, ma opera sociale.

I riferimenti teorici

Nel mio lavoro ho intrecciato riferimenti molteplici: la fenomenologia, che ci ricorda come l’osservatore sia sempre partecipe e mai neutrale; l’ermeneutica, che insegna a leggere le opere e gli artisti come testi da interpretare; il neoplatonismo, che offre una struttura logica per passare dal molteplice all’unità concettuale; la sociologia contemporanea (da Simmel a Bauman), che evidenzia le trasformazioni antropologiche in atto nella società liquida e globalizzata.
La sociurgia nasce proprio in questo crocevia, come tentativo di dare una forma concettuale a ciò che accade nelle pratiche artistiche reali.

Motivazioni e applicazioni

Le motivazioni sono chiare: restituire all’arte una funzione sociale e spirituale in un’epoca segnata da crisi di senso, frammentazione comunitaria e mercificazione della cultura.
Le applicazioni possibili sono molteplici: nell’arte partecipativa, dove la sociurgia funge da cornice critica per distinguere ciò che è semplice coinvolgimento da ciò che diventa vera trasformazione sociale; nelle pratiche hobbistiche, che, libere da logiche di mercato, mostrano la potenza democratica della creatività diffusa; nei contesti comunitari, dove l’arte può diventare strumento di coesione, rigenerazione urbana e costruzione di memoria condivisa.

La sociurgia è ancora un concetto in divenire, ma già capace di aprire piste di riflessione. Il mio intento, con questo articolo, non è esaurire il discorso, bensì anticipare i nuclei fondamentali che saranno oggetto di una trattazione sistematica nel saggio che sto preparando e che vedrà la luce prossimamente. Spero che questo contributo possa stimolare il dibattito e suscitare l’interesse di chi, come me, ritiene che l’arte non sia solo bellezza o mercato, ma soprattutto gesto sociale vitale, capace di incidere sul nostro tempo e di generare nuove forme di convivenza.

dott. Antonio Rossello


Io, l’artista e la città: come ho scoperto la Sociurgia

di Antonio Rossello

L’arte contemporanea, per quanto vibrante e ricca di espressioni, si trova oggi a un crocevia critico. Ho passato anni a riflettere su un paradosso che mi sembra sempre più evidente: l’arte, nata come specchio dell’anima e motore di cambiamento, rischia di smarrire la sua funzione sociale, rinchiusa in mercati autoreferenziali o ridotta a puro esercizio estetico. Per me, l’arte che davvero conta è quella che si confronta con le sfide del nostro tempo e che agisce. Questo mi ha portato a un percorso di ricerca personale che ha dato vita a un concetto che ritengo fondamentale: la sociurgia.

La mia riflessione non è nata da un’astrazione teorica, ma da un percorso empirico, da un “vissuto” che si è intrecciato con le vite e le opere di alcuni artisti straordinari. Ho frequentato, ascoltato e osservato persone che, con la loro arte, non cercavano la notorietà o il successo commerciale, ma un contatto profondo e autentico con la realtà. Questo approccio, che ho chiamato “dianoetico”, mi ha permesso di unire il rigore del pensiero logico con la ricchezza dell’esperienza diretta.Nel corso di questo viaggio, ho iniziato a distinguere due forme di azione artistica. La prima, che ho chiamato “sociatria”, è un’arte che “cura” le ferite della società. È un’arte terapeutica, che interviene sulle fratture esistenti, offrendo conforto o sollievo. È importante, ma mi sono reso conto che non era sufficiente. La seconda, la sociurgia, va oltre: è un’arte che non solo ripara, ma genera nuovi tessuti sociali. È un’azione proattiva, un atto di creazione che produce nuove forme di vita comunitaria e nuove possibilità di relazione. La sociurgia non interviene sul passato, ma costruisce il futuro.

La mia comprensione della sociurgia si è cristallizzata grazie a due figure artistiche che, pur molto diverse, ne incarnano i principi fondamentali.Il primo è l’eroe solitario e visionario, un artista che con le sue opere crea mondi interiori così potenti da scuotere le coscienze. La sua arte non è immediatamente partecipativa, ma è profondamente sociurgica perché, agendo sull’individuo, innesca una trasformazione interiore che si irradia poi nella comunità. La sua opera è una pietra grezza che contiene in sé un universo di possibilità, che chiede a chi la osserva di farsi a sua volta costruttore del proprio significato e della propria visione.Il secondo è il costruttore di comunità e custode della memoria, un artista la cui pratica è intrinsecamente relazionale. La sua arte non si trova in una galleria, ma nell’incontro, nel dialogo, nella condivisione di storie e nel rafforzamento dei legami sociali. Utilizza l’arte come un veicolo per tessere relazioni e per recuperare memorie collettive che rischiano di andare perdute. Le sue opere non sono oggetti, ma processi che rigenerano il senso di appartenenza e la coesione sociale.Entrambe queste figure dimostrano che la sociurgia non è un fenomeno monolitico, ma un campo d’azione ampio, che può manifestarsi in modi diversi, ma sempre con un unico intento: generare vita.

La sociurgia è un appello a una nuova forma di arte che non si accontenta di essere un prodotto da consumare, ma si fa processo da vivere. È un’arte che non mira a essere “bella” nel senso tradizionale, ma “utile” nel senso più profondo e vitale del termine.Ho cercato di chiarire che la sociurgia non ha nulla a che fare con la propaganda o con la strumentalizzazione politica. Al contrario, è un’azione che rispetta l’autonomia della comunità in cui opera e che mira a liberarne il potenziale creativo. Essa si pone come uno strumento per quella che chiamo una “rivoluzione antropologica”: un profondo cambiamento nel modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre relazioni con gli altri. Non si tratta di curare sintomi, ma di creare le condizioni per una società più sana, più coesa e più umana.

dott. Antonio Rossello


Il trekking come fenomeno sociologico

di Franco Faggiano

Nel panorama delle attività ricreative contemporanee, il trekking non rappresenta soltanto una modalità di esplorazione della natura o un esercizio fisico, ma si configura sempre più come un fenomeno sociologico rilevante. L’aumento esponenziale di persone che si dedicano al camminare in ambienti naturali, dai sentieri di montagna alle vie storiche, ci spinge a interrogarci su cosa questa pratica dica della nostra società, dei suoi bisogni, dei suoi valori e delle sue trasformazioni. 

In una società segnata dalla velocità, dall’efficienza e dall’iperconnessione, il trekking assume una funzione quasi controculturale. Camminare per ore o giorni, senza scopi produttivi immediati, rappresenta un gesto di rallentamento, di disconnessione volontaria. Questo ritorno alla lentezza, al contatto diretto con il corpo e l’ambiente, è una risposta al sovraccarico informativo e alla frammentazione dell’esperienza quotidiana. È un bisogno crescente di presenza e autenticità che si esprime nel ritmo lento del passo. Per molti, il trekking non è solo sport, ma diventa una forma di esperienza esistenziale. Camminare per lunghi tragitti, come nel caso del Cammino di Santiago di Compostela o della Via Francigena assume i tratti di un moderno pellegrinaggio laico. Si cerca un senso, una riconnessione con se stessi, in un mondo che spesso appare privo di riferimenti stabili. Il cammino diventa uno spazio di riflessione interiore, dove il paesaggio esterno si intreccia con il paesaggio dell’anima. Il trekking genera forme specifiche di comunità effimere: si cammina insieme a sconosciuti, si condividono fatiche, emozioni, obiettivi. La relazione si basa su un linguaggio corporeo, essenziale, spesso non verbale, che crea un senso di solidarietà e appartenenza. In un’epoca in cui i legami sociali sono sempre più mediatizzati e virtuali, il trekking rappresenta un ritorno al legame immediato, fondato sulla condivisione di spazi e tempi reali, nei più disparati contesti. 

Il trekking è anche un’espressione di un mutato rapporto con la natura. L’ecologia non è più solo una questione politica o ideologica, ma diventa un vissuto quotidiano. Il camminatore moderno è spesso attento all’ambiente, rispetta i luoghi attraversati, li osserva con rispetto. In questo senso, il trekking è una forma di educazione ecologica attiva. Inoltre, ha un ruolo nella riscoperta delle aree interne e marginali, favorendo processi di valorizzazione culturale e identitaria.  Tuttavia, anche il trekking non è immune dai processi di mercificazione. Le esperienze naturalistiche sono sempre più pacchettizzate, vendute come prodotti emozionali. Sentieri, cammini, rifugi diventano elementi di un’economia dell’esperienza, dove il contatto con la natura rischia di essere trasformato in uno spettacolo turistico. Questo impone una riflessione critica: il trekking è libertà o è l’ennesima forma di consumo? Analizzare il trekking da un punto di vista sociologico ci consente di leggerlo non solo come attività fisica o svago, ma come specchio delle tensioni e delle aspirazioni della società contemporanea. È al tempo stesso fuga e ritorno, consumo e autenticità, solitudine e comunità. Camminare, oggi, è un gesto semplice che parla di questioni complesse: dal bisogno di senso alla sostenibilità, dal rapporto con il corpo alla costruzione dell’identità. Il trekking, in definitiva, è una metafora potente del nostro tempo.  

dott. Franco Faggiano, Esperto di Progettazione Sociale e socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com


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