Sindrome Italia e le morti sul lavoro come simbolo di sofferenza e violenza sociale
di Viorica Bunduc
Negli ultimi decenni, le trasformazioni dei flussi migratori in Europa hanno reso evidente la dimensione di genere delle esperienze migratorie. Donne e uomini migranti vivono forme diverse di precarietà e sofferenza, ma condividono una radice comune: l’esposizione a vulnerabilità strutturale radicate nei sistemi economici e nelle rappresentazioni sociali dell’“altro”. Due fenomeni emblematici — la Sindrome Italia, che colpisce molte donne migranti impiegate nel lavoro di cura, e le morti sul lavoro, che coinvolgono prevalentemente uomini migranti in settori ad alta precarietà — offrono una lente potente per leggere questa doppia realtà. Dietro entrambe le esperienze si cela una sofferenza sociale (Das, Kleinman, Farmer) che si manifesta attraverso il corpo: corpi che curano, corpi che faticano, corpi che si spezzano. L’analisi congiunta di questi due fenomeni mette in luce la dimensione relazionale e simbolica del lavoro migrante, spesso invisibile nelle letture puramente economiche o politiche della migrazione. In questa analisi si assume che la vulnerabilità dei corpi migranti non sia effetto di carenze individuali, ma manifestazione di violenza strutturale e di conflitto tra sistemi di cura, produzione e riconoscimento. Questo contributo si articola in tre sezioni: il contesto migratorio europeo contemporaneo, la sofferenza femminile incarnata nella Sindrome Italia, e la sofferenza maschile nelle morti sul lavoro, concludendo con una riflessione sulle implicazioni sociali e simboliche della vulnerabilità migrante.
Il contesto migratorio europeo contemporaneo
L’Europa è oggi attraversata da flussi migratori più frammentati, circolari e plurimotivazionali rispetto alle grandi ondate degli anni ’90 e 2000. Non si tratta più solo di migrazione economica, ma anche di fattori sociali, ambientali e geopolitici. Secondo Eurostat e l’OIM (2024), l’Unione Europea ospita oltre 37 milioni di cittadini natifuori dall’UE, pari a circa il 7% della popolazione totale, con un progressivo aumento della femminilizzazione dei flussi e della diversificazione delle traiettorie migratorie. Le migrazioni intraeuropee, soprattutto dall’Est e dal Sud verso i Paesi del Nord e dell’Ovest, hanno prodotto nuove forme di stratificazione sociale, in cui la cittadinanza formale non coincide necessariamente con l’inclusione reale. Le trasformazioni dei flussi migratori sono anche il risultato di conflitti globali, economici eambientali, espressione di poteri che decidono chi è mobilizzato, su quali condizioni, e come i corpi vengano inseriti nei sistemi di lavoro e di cura. L’Italia rappresenta un laboratorio di migrazione “ibrida”, dove convivono lavoro regolare e irregolare, accoglienza ed esclusione, solidarietà e sfruttamento. La dimensione di genere emerge come cruciale: le donne migranti sono sempre più presenti nel lavoro di cura, rispondendo alla crisi del welfare e alla domanda di assistenza domestica (Ehrenreich &Hochschild, 2003), mentre gli uomini sono sovrarappresentati nei settori più a rischio —edilizia, agricoltura, logistica — dove si concentrano sfruttamento, infortuni e morti sul lavoro (INAIL, 2023).In entrambi i casi, la migrazione è spazio di vulnerabilità e di resistenza, in cui il corpo diventa la prima frontiera del contatto con la società ospitante: corpo che lavora, che cura,che soffre, che media tra culture e sistemi di valore. Comprendere questo scenario richiede uno sguardo sociologico e clinico insieme, capace di cogliere la dimensione relazionale, affettiva e simbolica delle esperienze migratorie.

La Sindrome Italia: il prezzo invisibile della cura
La Sindrome Italia è stata identificata nei primi anni Duemila da psichiatri ucraini (Kiselyov &Faifrych) in donne ucraine rientrate in patria dopo periodi di lavoro come badanti in Italia. Non si tratta di una patologia clinica in senso stretto, ma di una sindrome sociale e culturale, espressione di tensioni affettive, identitarie e relazionali legate all’esperienza migratoria femminile. I sintomi — insonnia, apatia, ansia, dolori fisici, senso di colpa — riflettono una sofferenza relazionale profonda, derivante dalla condizione di “doppia assenza” (Sayad, 1999): assenza dal proprio Paese e dalla rete affettiva, ma anche assenza simbolica nella società ospitante. Le donne migranti affrontano una contraddizione dolorosa: forniscono cura e presenza alle famiglie italiane, mentre sperimentano assenza e distanza dai propri figli e affetti. Il corpo diventa il luogo in cui questa tensione si inscrive, traducendosi in sintomi psicosomatici che parlano di amore, colpa e separazione. Molte lavoratrici migranti vivono condizioni di isolamento, carico emotivo continuo e mancanza di confini tra tempo lavorativo e vita privata. Dormono in camere anguste, spesso condivise con la persona assistita, e affrontano quotidianamente violenze psicologiche come svalutazione, controllo e minacce di licenziamento. La solitudine diventa il denominatore comune, e strategie di compensazione come alcool, farmaci o gioco d’azzardo diventano tentativi di colmare il vuoto relazionale. Il fenomeno riflette la femminilizzazione della migrazione e la crisi del welfare europeo. Le donne migranti coprono un vuoto di cura lasciato dalla società, ma restano invisibili e svalutate. Come mostrano Hochschild (2003) e Lutz (2018), le catene globali della cura producono una nuova forma di disuguaglianza affettiva: le emozioni diventano forza lavoro e, la cura, pur essendo atto d’amore, si trasforma in prestazione economica e relazionale segnata dal potere. La Sindrome Italia può essere letta come un effetto della violenza strutturale: il sistema di cura che recluta donne migranti, chiede loro una disponibilità totale, non riconosce la soggettività, isola socialmente il corpo e rende la distanza affettiva un motore di sofferenza.

Le morti sul lavoro e la vulnerabilità maschile
Se la Sindrome Italia rappresenta il volto invisibile della sofferenza femminile, le morti sul lavoro sono la sua controparte maschile. Gli uomini migranti affrontano lavori faticosi, precari e pericolosi come prova di forza, responsabilità e amore verso la famiglia rimasta lontana. In questo modello di maschilità sacrificale, la dignità si misura sulla capacità di resistere al dolore e al rischio. Il corpo maschile diventa moneta di scambio identitaria: forza e sacrificio sono simboli di valore, ma a costo altissimo. Quando questo sacrificio conduce alla malattia, all’infortunio o alla morte, la società non riconosce la vulnerabilità. Dal 2000, in Italia, si contano in media oltre 1.200 morti sul lavoro ogni anno. Nel 2024, l’INAIL ha registrato 797 decessi in occasione di lavoro e 280 “in itinere”. Circa un quarto riguarda lavoratori stranieri impiegati in settori ad alto rischio come edilizia, agricoltura, logistica e industria pesante. Le morti sul lavoro testimoniano una violenza strutturale (Farmer, 2004): un sistema che considera certi corpi più “spendibili” di altri, normalizzando il rischio e negando visibilità al dolore. La vulnerabilità maschile si esprime attraverso l’esposizione quotidiana al pericolo, in una società che ancora associa virilità a resistenza e silenzio. Donne muoiono dentro, uomini muoiono fuori. Nel contesto migratorio contemporaneo, la sofferenza si declina secondo linee di genere profondamente intrecciate ma opposte. Le donne muoiono dentro: il corpo si ammala perché non trova spazio per sé, la mente si spegne nella ripetizione della cura altrui, l’identità si dissolve nella distanza dagli affetti. Gli uomini muoiono fuori: il corpo si spezza nel lavoro, nei campi, nei magazzini, nei cantieri. Il sacrificio maschile diventa dispositivo di annullamento: essere uomo significa resistere fino alla fine, anche quando la fine arriva davvero. Entrambe le morti derivano dalle stesse disuguaglianze strutturali: un ordine simbolico che esalta la produttività e svaluta la cura, che chiede forza e nega la vulnerabilità, che misura il valore umano in termini di utilità. Riconoscere questa doppia morte — interiore e materiale — significa restituire visibilità e dignità a chi sostiene le fondamenta invisibili della società.
Conclusione
La Sindrome Italia e le morti sul lavoro rappresentano due espressioni di una stessa sofferenza sociale, prodotta dal mancato riconoscimento dell’umanità nelle relazioni di cura e di produzione. Donne che “muoiono dentro” e uomini che “muoiono fuori” incarnano la duplice faccia di un medesimo processo di disumanizzazione. Queste sofferenze non sono patologie individuali, ma sintomi collettivi di un sistema che fonda la propria stabilità sull’invisibilità di chi lo sostiene. Riconoscere il corpo che cura e il corpo che lavora come portatore di vulnerabilità è un atto politico, etico e umano. Solo quando la società saprà accogliere la fragilità come parte della dignità, la cura come forma di sapere e la fatica come esperienza di valore, sarà possibile una vera giustizia relazionale. Riconoscere queste forme significa identificare la violenza che non esplode necessariamente in aggressioni evidenti, ma che opera silenziosamente nei meccanismi del lavoro, della cura e della mobilità. Si tratta di un conflitto permanente tra la dignità dei corpi e le esigenze di un sistema che li usa, li lascia, li celebra poco — o non li celebra affatto. Fino ad allora, continueremo a contare corpi e a perdere presenze.
Dott.ssa Viorica Bunduc, presidente Deputazione ASI Centro-Italia
Bibliografia
- Castel, R. (1995). Les métamorphoses de la question sociale. Paris: Fayard.
- Das, V. (2007). Life and Words: Violence and the Descent into the Ordinary. Berkeley:University of California Press.
- Farmer, P. (2004). Pathologies of Power: Health, Human Rights, and the New War on thePoor. Berkeley: University of California Press.
- Fassin, D. (2009). La raison humanitaire: Une histoire morale du temps présent. Paris: Seuil.
- Hochschild, A. R. (2003). The Commercialization of Intimate Life: Notes from Home andWork. Berkeley: University of California Press.
- INAIL. (2023). Rapporto annuale sugli infortuni sul lavoro. Roma: Istituto NazionaleAssicurazione Infortuni sul Lavoro.
- Kiselyov, A., & Faifrych, A. (2000). Studi sulla “Sindrome Italia”. Ospedale di Chernivtsi,Ucraina.
- Lutz, H. (2018). The New Maids: Migrant Domestic Workers and the Globalization of Care.Cambridge: Polity Press.
- Sayad, A. (1999). La double absence: Des illusions de l’émigré aux souffrances del’immigré. Paris: Seuil.
- Eurostat. (2024). Migration and Migrant Population Statistics. https://ec.europa.eu/eurostat
- Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). (2024). World Migration Report 2024.Ginevra: IOM.
- Pagella Politica. (2023). Morti sul lavoro in Italia: analisi dei dati INAIL.https://www.pagellapolitica.it
- Bollettino Adapt. (2023). Rapporto annuale sugli incidenti sul lavoro. Milano: AdaptFoundation.






