Iran, potere di vita e di morte. Il corpo dei cittadini come rappresentazione del potere politico
di Simona Carucci1

Nella Repubblica Islamica dell’Iran, la religione sciita non solo costituisce il fondamento morale della società, ma serve anche come strumento di legittimazione politica e giuridica. Attraverso la codificazione della sharīʿa nel codice penale, reati come moharebeh (“guerra contro Dio”. In Iran è un termine legale che indica un reato previsto dal diritto processuale e penale, che punisce azioni contro l’Islam o lo Stato) o Fasad/Mufsid fil-Ard (“Corruzione; colui che si impegna a diffondere la corruzione sulla terra”) sono definiti in termini religiosi, consentendo allo Stato di classificare dissidenza politica, attivismo o opposizione come trasgressioni non solo civili, ma spirituali. Le pene previste includono fustigazioni (jalad), detenzioni prolungate e, nei casi più gravi, la pena di morte, applicata come forma di qiṣāṣ (“legge del taglione”), ma non solo, e giustificata come tutela dell’ordine morale divino e sociale. In questo quadro, il corpo del dissidente diventa veicolo, sia della punizione fisica, sia del messaggio morale e politico: la violazione della legge divina è infatti percepita come un’offesa alla rūḥ (vuol dire anima/essenza spirituale, non è un termine tecnico penale, comunque influenza la legge islamica) collettiva della comunità. La definizione ampia e discrezionale di tali crimini, consente al sistema giudiziario iraniano di esercitare le pene taʿzīr (disonorare un criminale per il vergognoso atto commesso), lasciando ai giudici discrezionalità nell’applicazione e intensità delle sanzioni, secondo la percezione del danno morale e spirituale. Il corpo dell’oppositore come simbolo del potere dello Stato, deumanizzato. Questa strumentalizzazione della religione trasforma atti di dissenso in trasgressioni religiose, rendendo la repressione non solo legalmente giustificabile, ma anche teologicamente legittima agli occhi della comunità di riferimento. Tale meccanismo crea un’intersezione tra etica religiosa, diritto positivo e controllo politico, in cui il corpo del cittadino diventa il punto di incontro tra disciplina morale e autorità statale. La combinazione di principi religiosi, pena fisica e intimidazione rafforza la legittimità teologica dello Stato, mentre limita lo spazio per il dissenso pubblico e politico. In Iran la religione sciita funge da strumento di controllo, permettendo allo Stato di disciplinare il corpo, lo spazio vitale, la coscienza (nafs) e il comportamento dei cittadini, sancendo pene che integrano dimensioni spirituali, morali e politiche.
La repressione sistemica in Iran contemporaneo, esacerbata dalla morte di Mahsa (Jina) Amini nel 2022, rappresenta un caso paradigmatico per l’analisi della biopolitica e della necropolitica come concetti sviluppati da Michel Foucault e Achille Mbembe, in cui lo Stato non esercita solo il potere sulla legge e sull’ordine pubblico, ma direttamente sul corpo, sulla vita e sulla morte dei cittadini. Nel 2024, 664 donne sono state arrestate per l’uso improprio del velo e condotte nel braccio femminile del carcere di Evin, dove la popolazione femminile detenuta cresce costantemente dal 2022, in un fenomeno che riflette la centralità del controllo dei corpi femminili nel mantenimento del consenso e dell’ordine morale teocratico. Le attiviste curde subiscono un livello ulteriore di discriminazione, confermando come la marginalizzazione etnica interagisca con il genere e con la dissidenza politica, in accordo con approcci intersezionali alla sociologia dei conflitti, come suggerito da Kimberlé Crenshaw e dalla letteratura sulla stratificazione del potere e delle oppressioni multiple. Evin detiene dissidenti politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e minoranze etniche, e le sue condizioni sono documentate come inaccettabili da Amnesty International, Human Rights Watch e da diverse missioni delle Nazioni Unite, evidenziando come il carcere sia un dispositivo disciplinare secondo la logica di Foucault, ma anche un dispositivo di annientamento simbolico e materiale, come indicato da Goffman nella sua analisi degli istituti totali. Il numero delle condanne a morte nel 2023 è aumentato significativamente, molte delle quali derivanti da processi farsa e il loro incremento mostra come l’uso della pena capitale sia funzionale al controllo sociale, in linea con la teoria della violenza simbolica di Pierre Bourdieu, che descrive come il potere legittimi le proprie pratiche coercitive attraverso la costruzione di norme interiorizzate. Tra il 1981 e il 1988 le Nazioni Unite hanno qualificato le azioni iraniane come crimini contro l’umanità e genocidio, documentando stupri di donne prima dell’esecuzione, impiccagioni e lapidazioni, queste ultime teoricamente abolite dal 2000 ma culturalmente ancora presenti come minaccia simbolica. Nel 2024 ventidue detenute hanno scritto lettere aperte, denunciando molestie sessuali durante le perquisizioni, mentre abusi sessuali sono stati compiuti anche sulle mogli dei prigionieri politici, confermando un modello di violenza sessuale sistemica come strumento di dominio, coerente con le analisi di Scott sulle forme sottili di resistenza e di oppressione, e con la letteratura sulla violenza sessuale come arma politica in contesti di conflitto armato. La Fact-Finding Mission dell’ONU del marzo 2024 ha confermato casi di stupro, fustigazione, bruciature e nudità forzata inflitte ai detenuti in seguito alla morte di Mahsa Amini, e nel 2023 agenti IRG, Basij, polizia e Ministero dell’Intelligence hanno compiuto aggressioni sessuali su donne, uomini e minori durante le proteste. Da un punto di vista antropologico e sociologico, la violenza sessuale istituzionalizzata ha una funzione precisa: infrangere il legame sociale, distruggere la capacità del corpo di essere luogo di agency politica e reintrodurre lo Stato nel dominio intimo della persona. La sessualizzazione della punizione serve a riplasmare l’identità del dissidente come essere degradato, impuro, indegno; un processo che mira a isolare l’individuo dalla comunità e a erodere la possibilità di resistenza collettiva. La violenza sessuale diventa, quindi, uno strumento di guerra sociale, una modalità disciplinare che tiene insieme repressione politica, patriarcato e controllo comunitario.
Un elemento chiave è la sezione 209 di Evin, gestita dal Ministero dell’Interno, descritta come l’ala più dura del regime, in cui i detenuti bendati vengono condotti in un seminterrato con circa novanta celle, luce accesa 24 ore su 24 e una piccola finestra per cella, e dove gli abusi e le violenze sono quotidiani, come documentato da Amnesty International. Questa struttura funziona come un dispositivo necropolitico e di controllo sensoriale, in cui la percezione temporale è annullata, l’identità degradata e il corpo esposto alla tortura fisica e psicologica, coerente con le analisi di Mbembe sulla sovranità che decide chi deve vivere e chi deve morire, e con le osservazioni di Arendt sulle condizioni inumane nei regimi totalitari. La psicologia sociale delle istituzioni violente, come studiata da Bandura, spiega come gli agenti del Basij e dell’IRG compiano violenze estreme attraverso meccanismi di deumanizzazione, obbedienza all’autorità e conformismo di gruppo, trasformando atti crudeli in routine normalizzate. La sociologia dei gruppi mostra come l’adesione a una cultura militare e ideologica, basata sulla sacralizzazione della missione e sulla demonizzazione del nemico interno, renda possibile la perpetrazione sistematica della violenza, incluso lo stupro, le perquisizioni corporali invasive e l’isolamento sensoriale prolungato. Dal punto di vista antropologico, il regime costruisce categorie di nemici interni e marginali, definendo chi è degno di protezione e chi no, in linea con le osservazioni di Foucault sulle tecnologie del potere e con le riflessioni di Galtung sul concetto di violenza strutturale, in cui la sofferenza è incorporata nelle stesse istituzioni sociali. Il sistema giudiziario iraniano non soddisfa gli standard internazionali: tribunali rivoluzionari operano a porte chiuse, confische di avvocati indipendenti sono comuni, e le confessioni estorte mediante tortura costituiscono prova legale, confermando la cooptazione del diritto a strumento di repressione. La combinazione di violenza fisica, psicologica e simbolica produce una società sottoposta a paura, atomizzazione e controllo morale, con effetti che permeano la vita quotidiana e la struttura sociale nel suo complesso. Le donne appartenenti a minoranze etniche rappresentano il punto di convergenza di oppressioni multiple e la loro detenzione e violenza subita, mostrano come genere, etnia e dissidenza politica, siano strumenti di stratificazione del potere, coerenti con l’analisi intersezionale di Crenshaw e con la teoria dei campi di Bourdieu. La violenza e la degradazione non sono eccezioni, ma strumenti costitutivi della governance teocratica iraniana, dove il carcere, la tortura e la paura producono obbedienza e annullano la capacità di organizzazione collettiva. Tutto ciò conferma la necessità di leggere Evin, la sezione 209 e l’apparato repressivo iraniano, non come spazi di eccezione accidentale, ma come elementi centrali di un sistema di dominio che combina violenza fisica, controllo psicologico, esclusione etnica e deumanizzazione sistemica, riproducendo un ordine sociale in cui la vita è costantemente subordinata alla volontà dello Stato, e dove le testimonianze, i rapporti di ONG e le missioni ONU rivelano solo una parte di una realtà molto più ampia e strutturalmente violenta.
Dott.ssa Simona Carucci
- Simona Carucci è laureata in Scienze Sociali Applicate presso l’Università Sapienza di Roma, specializzata nello studio del terrorismo islamico, sviluppando competenze nell’analisi dei fenomeni jihadisti, dei processi di radicalizzazione e delle strategie comunicative adottate dagli attori terroristici. Ha inoltre conseguito un master universitario presso l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino (Angelicum) e la LUMSA.Ha maturato una solida formazione universitaria, e non solo, nell’ambito dell’intelligence, con particolare riferimento alla HUMINT e alle sue intersezioni con l’OSINT. Analisi della comunicazione legata al terrorismo e, più in generale, ai meccanismi della disinformazione. Accanto all’attività di studio e ricerca, svolge un’attività divulgativa: diversi suoi articoli di analisi sono pubblicati sul blog interlegere.eu, dove si occupa di terrorismo, sicurezza, comunicazione strategica e manipolazione dell’informazione, con un approccio rigoroso e interdisciplinare. Particolarmente attenta alla tutela dei diritti umani, tema approfondito durante la formazione presso l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino, è attualmente socia della FIDU – Federazione Italiana Diritti Umani. È inoltre studiosa e ricercatrice delle dinamiche storiche e sociali che hanno interessato gli Internati Militari Italiani (IMI). In questo ambito ha recentemente presentato una ricerca per l’ANEI, dedicata all’analisi del contesto, delle condizioni e delle implicazioni storiche e umane dell’internamento militare italiano, contribuendo alla valorizzazione della memoria e alla riflessione critica su una pagina centrale della storia del Novecento. ↩︎






