Identità professionale e connessioni trasformative

di Maria Alario e Vincenzo Testagrossa

La transizione verso il mercato del lavoro è uno di quei momenti di passaggio dell’esistenza di un individuo, in cui si è chiamati a divenire attori protagonisti del proprio destino. Chiamati alla responsabilità, all’autonomia e ad una maggiore presa di consapevolezza delle proprie competenze, infatti, la sfida principale sarà quella di far fronte all’ansia e all’insicurezza, insite nella postmodernità del nuovo scenario lavorativo.

La globalizzazione dei mercati e gli intrecci digitali, hanno determinato una significativa trasformazione del lavoro. È tempo di coworking, di fitte interrelazioni e cooperazioni, che richiedono un’identità matura e il pieno raggiungimento di una delle soft skills più indispensabili in assoluto: l’abilità di connettersi agli altri. A divenire risorsa economica, infatti, è la ricchezza del groviglio relazionale, su cui poggia l’acquisizione di uno status professionale e sociale (F. Wilson, 2004).
“Non conta solo cosa sai, ma chi conosci!” Dietro questa frase, apparentemente banale, si nasconde una delle intuizioni più potenti della sociologia economica e del lavoro contemporanea: quella di Mark Granovetter, il sociologo americano che ha rivoluzionato il modo in cui pensiamo alle relazioni sociali e alla mobilità. Nel celebre saggio The Strength of Weak Ties (1973), dimostrò che non sono i legami forti – amici intimi, familiari o colleghi stretti – a offrirci le migliori opportunità, quanto piuttosto quei legami più fragili (ma non per questo superficiali!), che sono meno frequenti e che ci collegano a mondi sociali diversi dal nostro. I legami deboli sono tutti quelli che una persona può immaginare nel suo personale tragitto esistenziale, interpretando il contesto in termini di potenzialità. E, nonostante l’essere in relazione sia qualcosa di difficilmente misurabile, Granovetter riuscì a cogliere il senso tacito e profondo di tutti quei legami che proiettano verso ambienti diversi, opportunità non ancora sfruttate e che funzionano da ponti sociali, perché trasmettono informazioni nuove e aprono reti inattese, generando possibilità che altrimenti resterebbero invisibili. Di contro, i legami forti tendono a circolare dentro cerchie chiuse, dove tutti sanno più o meno le stesse cose e si assiste ad una cristallizzazione della conoscenza.

Se il processo produttivo ha alla base uno scambio relazionale tra soggettività, ciò vale tanto per il network fisico quanto per quello virtuale ed è proprio nelle piattaforme digitali, come per esempio, LinkedIn, che i nostri contatti “deboli” moltiplicano la capacità di incrociare percorsi, idee e collaborazioni. L’aspetto informale, peraltro, rende ogni organizzazione un fenomeno complesso in cui le regole non scritte determinano veri e propri sistemi di appartenenze, conflitti e alleanze. La sociologia economica e del lavoro contemporanea ci insegna, quindi, che il mercato del lavoro non è una macchina neutra che premia solo il merito individuale. È piuttosto un campo relazionale, dove le reti personali e i flussi informativi determinano chi accede alle opportunità e chi ne resta escluso (Barbera F., Negri N., 2008). Aldilà di qualsiasi res economica, è la negoziazione di significati a far sì che una questione prettamente individuale, qual è l’acquisizione di informazioni e competenze in un processo di lavoro, si trasformi, di fatto, in una questione collettiva (Wenger, 1998). Il concetto di lavoro si rivelerebbe, infatti, vuoto se non fosse legato al concetto di comunità; proiettato ai valori, alle rappresentazioni, alle emozioni, a tutti quegli schemi mentali carichi di significato. Si tratta sostanzialmente di scommettere sulle persone in carne ed ossa, sul senso di comunità, sui contenuti psicologici che scaturiscono e che attivano connessioni trasformative. Solamente la fiducia nella relazione permette, infatti, quel salto eroico dal calcolo razionale all’affidamento verso gli altri. Questo significa che la mobilità sociale — la possibilità di migliorare la propria posizione economica o professionale — non dipende solo dai titoli di studio o dalle competenze acquisite, ma anche dalla struttura delle relazioni interpersonali in cui un singolo individuo è inserito.

Nelle società a bassa mobilità, come spesso accade in Italia, i legami sociali sono molto forti ma poco diversificati: famiglie coese, reti di prossimità, cerchie chiuse. Ciò produce fiducia, ma anche una certa autoreferenzialità: chi è fuori da queste reti fatica a entrare nei canali giusti e la riproduzione sociale si consolida. Il paradosso è evidente: troppi legami forti possono bloccare la circolazione del capitale sociale e ridurre le possibilità di cambiamento. Rileggere Granovetter, oggi, significa interrogarsi su come le nuove forme di connessione – digitali, ibride, globali – ridisegnano la mobilità e le disuguaglianze. Le piattaforme ampliano le reti, ma tendono anche a polarizzarle: ci connettono con molti, ma, spesso, simili a noi. Il rischio è creare legami deboli omogenei, che smettono di funzionare come ponti e diventano solo echi. E per non cadere nella trappola dell’echo chamber di cui parlava Garton, sarà necessario sollevare le barriere che ci dividono dagli altri diversi da noi e rimodellare gli spazi in cui viene quotidianamente ricercato il confronto.

In conclusione, la sociologia economica ci ricorda che il tessuto sociale non è un semplice sfondo dell’economia: è la sua infrastruttura invisibile. Le relazioni non sono un “extra” del mercato, ma il suo meccanismo più intimo. Credenze, emozioni, assunti appresi insieme, consolidano un senso di appartenenza. Secondo l’ottica dell’apprendimento continuo e dell’innovazione, è prioritario scommettere, nelle strategie di sviluppo, su processi formativi e di gestione delle risorse umane, che tengano conto dei confini sempre più fluidi dell’impresa odierna e della sua necessaria apertura a processi di cambiamento, improntati alla self-efficacy creativa ed al sense of community (Sarason, 1974). Se vogliamo una società più aperta e mobile, dobbiamo imparare a coltivare reti di relazioni interpersonali più ampie e più permeabili, dove la diversità o la differenza non sia vista come un ostacolo bensì come un’opportunità. In fondo, non è la forza del legame relazionale che conta, ma la sua capacità di metterci in contatto con l’imprevisto e di imparare a dialogare, offline come online, felicemente (B. Mastroianni,2020).

Dott.ssa Maria Alario, Psicologa, Presidente Deputazione ASI Sicilia-Sardegna

Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista, esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro; vice presidente Deputazione ASI Sicilia-Sardegna

Bibliografia di riferimento

  • Barbera F, Negri N. (2008), Mercati, reti sociali, istituzioni. Una mappa per la sociologia economica. Bologna: Il Mulino.
  • Garton Ash, T. (2016). Free speech: Ten principles for a connected world. Yale University Press.
  • Granovetter, M. S. (1973). The strength of weak ties. American Journal of Sociology, 78(6), 1360–1380.
  • Mastroianni, B. (2020). La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social. Laterza.
  • Sarason, S. B. (1974). The psychological sense of community: Prospects for a community psychology. Jossey-Bass.
  • Tönnies, F. (1887). Gemeinschaft und Gesellschaft: Abhandlung des Communismus und des Socialismus als empirischer Culturformen. Fues.
  • Wenger, E. (1998). Communities of practice: Learning, meaning, and identity. Cambridge University Press.
  • Wilson F. (1999), A critical introduction, Oxford, Oxford University Press, 1999; (tr. it. Lavoro e organizzazione, Il Mulino, Bologna).


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