Siria post-regime: terrorismo settario e fallimento della stabilizzazione

di Simona Carucci

L’attacco contro la moschea alawita Ali Bin Abi Talib nel quartiere a maggioranza alawita di Homs, avvenuto durante la preghiera del venerdì e culminato nella morte di otto civili e nel ferimento di altri diciotto, rappresenta un evento-soglia per comprendere la natura della violenza nella Siria post-Assad. Rivendicato dal gruppo sunnita estremista Saraya Ansar Al-Sunna, l’attentato conferma l’emersione di una fase conflittuale caratterizzata da terrorismo settario, targeting simbolico e competizione armata intra-statale, in un contesto di transizione politica priva di consolidamento istituzionale.

Il caso siriano rientra nel paradigma del collasso dell’ordine politico e del conseguente dilemma della sicurezza intra-comunitario (Posen). La caduta del regime ba‘thista l’8 dicembre 2024 (Assad padre e figlio sono del Partito Socialista Arabo Ba’ath) ha prodotto un vuoto di potere che attori armati non statali hanno occupato rapidamente, riattivando linee di frattura confessionali e identitarie. In tali contesti, la violenza contro civili non è accidentale ma funzionale: essa serve a ridefinire confini politici, a mobilitare consenso interno e a dissuadere l’“altro” attraverso il terrore. La scelta di colpire un luogo di culto durante un rito religioso risponde a una logica di terrorismo ritualizzato, in cui l’impatto psicologico e simbolico supera l’obiettivo militare immediato.

Saraya Ansar Al-Sunna si inserisce in questa dinamica come attore ideologicamente orientato alla purificazione settaria. Il gruppo, già responsabile di un attentato suicida contro la chiesa Greco Ortodossa a Damasco di Mar Elias (o Sant’Elia) nel quartiere di Dweila (25 morti e decine di feriti)*, persegue una strategia di violenza contro comunità cristiane e musulmane (non solo) ritenute devianti rispetto alla propria ortodossia sunnita, uccide quelli considerati apostati. Tale condotta è coerente con i modelli di insurgent terrorism descritti nella letteratura sulla radicalizzazione armata: colpire civili e luoghi sacri non per vincere militarmente, ma per frantumare il tessuto sociale e rendere impossibile qualsiasi ricomposizione politica inclusiva. In questo quadro, la comunità alawita emerge come bersaglio sistematico. Dalla fine dell’era Assad, si registra un pattern di ritorsioni che include rapimenti, stupri e omicidi, con una violenza che non risparmia donne, bambini e anziani. Le aree costiere, in particolare Latakia, sono oggi teatro di mobilitazioni civili per il diritto alla vita e alla sicurezza, a fronte di oltre 1.500 vittime registrate nei soli scontri di marzo nelle zone di insediamento alawita. Questi dati delineano una dinamica di pulizia settaria de facto, non formalizzata ma tollerata dall’inerzia statuale.

Sul piano politico-militare, la posizione del governo di Damasco appare ambigua. La liberazione di settanta detenuti alawiti, presentata come gesto di de-escalation, ha un valore prevalentemente simbolico e non si accompagna a misure strutturali di tutela, rappresentanza o sicurezza comunitaria. Ancora più critico è il problema di legittimità della leadership: la presenza al vertice dello Stato di una figura con trascorsi di alto profilo nell’ecosistema jihadista globale, come Abu Mohammad al-Jolani, che non ha mai rinnegato il proprio passato, solleva interrogativi sulla natura del nuovo ordine politico. In termini di teoria dello Stato, ciò configura un rischio di state capture da parte di reti militanti, in cui il confine tra autorità statale e attore armato ideologico diventa poroso. Dal punto di vista di stabilization, counter-terrorism e protection of civilians (PoC) possiamo avere una chiave di lettura operativa di questo fallimento, voluto o meno. In assenza del monopolio dell’uso legittimo della forza, di una riforma del settore della sicurezza (SSR) e di programmi credibili di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (DDR), la violenza settaria tende a diventare endemica. La tolleranza, anche solo implicita, verso gruppi estremisti, mina la sicurezza umana, delegittima le istituzioni e impedisce la costruzione di una pace positiva. Secondo l’approccio comprensivo NATO, la stabilizzazione richiede simultaneamente sicurezza, governance inclusiva e tutela delle minoranze; la Siria post-regime mostra l’assenza di tutte e tre.

In conclusione, l’attacco alla moschea di Homs non è un episodio isolato ma un indicatore strutturale della persistente natura bellica, non semplicemente terroristica, del contesto siriano. Il Paese rimane un teatro di conflitto armato a bassa e media intensità, segnato da massacri etnici e terrorismo settario, aggravati da una transizione politica priva di legittimità inclusiva. L’assenza di copertura mediatica internazionale contribuisce a un regime di impunità che favorisce la reiterazione della violenza. Senza un cambio di paradigma, dalla gestione ambigua alla protezione attiva dei civili e alla ricostruzione di un ordine politico realmente pluralista, la Siria rischia di cristallizzarsi in una condizione di instabilità cronica, dove la guerra continua sotto altre forme e la sicurezza resta un privilegio, non un diritto.

* Il governo siriano, per questo attentato, incolpa l’ISIS e trova nella rivendicazione di Saraya Ansar al-Sunna una copertura proprio di ISIS. Ciò è poco probabile.

Dott.ssa Simona Carucci


1 Commento

Fabrizio

16 Gennaio 2026 at 3:43 pm

Posso solo dire che ogni volta che questa scrittrice ed analista scrive sul Medioriente mi affascina e mi interessa, spero di vedere sempre molti articoli che riguardano questo argomento scritti da lei, complimenti🙏🏻

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