Prestigio e disprezzo di una figura sociale: lo statale
di Patrizio Paolinelli *
In questo saggio analizziamo una figura passata nel tempo da molto popolare a molto impopolare: l’impiegato dello Stato. L’indagine si sofferma sulla combinazione di interessi che hanno determinato la caduta del prestigio di una categoria di lavoratori apostrofati negativamente come statali. Dall’analisi emerge che: la definizione di statale va ben oltre quella del semplice impiegato a cui di solito ci si riferisce; è rifiutata dall’alta burocrazia e dalle alte professioni che pure lavorano per lo Stato; il ruolo della politica è decisivo nel processo di disgregazione dell’immagine del dipendente pubblico. In conclusione, l’analisi rileva che il discredito sociale si concentra prevalentemente sulla fascia bassa dei lavoratori pubblici, i quali sono stati trasformati in un facile capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità, quando i servizi destinati ai cittadini non funzionano come dovrebbero.

Crisi chiama crisi.
L’impiegato dello Stato è oggi situato al centro di tre pressioni: mediatica, politica, imprenditoriale. Queste pressioni sono dovute alla combinazione di diversi interessi: l’interesse dei media: contenere la crisi dell’editoria additando lo statale come un peso per la società e puntando sullo scandalismo per attirare l’attenzione del pubblico; l’interesse della politica: contenere la crisi dei partiti continuando a gestire il personale delle amministrazioni pubbliche e le altre risorse dello Stato per mantenere il ruolo di arbitro della società; l’interesse dell’imprenditoria: contenere la lunga stagnazione economica causata dalle politiche neoliberiste acquisendo nuovi mercati tramite la privatizzazione dei servizi pubblici1. Per motivi diversi l’azione di questi soggetti converge nell’assediare lo statale in nome dell’efficacia e dell’efficienza della Pubblica Amministrazione. Risultato? Indebolirlo coinvolgendolo nella propria crisi.
Potere di interdizione.
Da tempo il sostantivo statale ha acquisito una connotazione così negativa che persino i sindacati del pubblico impiego si guardano bene dall’utilizzarlo2. E non lo utilizzano per timore di cadere all’interno di un campo semantico talmente pericoloso per la credibilità dei propri iscritti da somigliare a un campo minato. La domanda allora è: chi ha messo le mine? Se ci si limita al discorso destinato al grande pubblico, la parte del leone la recita la stampa tramite una campagna permanente volta a distruggere la reputazione dell’impiegato dello Stato prendendo a pretesto episodi di mala burocrazia3. Interdire un nome collettivo ha effetti pratici sul riconoscimento (e l’auto-riconoscimento) del gruppo interessato. Nel nostro caso si è arrivati a falsarne la soggettività e a permettere in tal modo la proliferazione di un dibattito (dentro e fuori i media) spesso superficiale e gravido di pregiudizi. Un dibattito per lo più ignaro della realtà del lavoro pubblico, per nulla attento nel distinguere i dipendenti dello Stato che hanno perso prestigio sociale da quelli che non l’hanno perso affatto, disinteressato dal verificare se chi si trova in vantaggio nella sfida per una buona immagine è davvero chi dice di essere. Interrogarsi sui limiti del dibattito pubblico è un invito a osservare la figura dello statale con occhi diversi da quelli di una narrazione diventata ormai parte del senso comune.
Quadro di massima del pubblico impiego.
Secondo le rilevazioni della Ragioneria Generale dello Stato4 , aggiornate al 12 dicembre 2024, i dipendenti pubblici in servizio nel 2023 erano 3.327.854, di cui circa 3,14 milioni a tempo pieno e gli altri in part-time. La componente femminile supera largamente quella maschile (circa 1.988mila dipendenti contro 1.340mila). L’età media, seppure in leggero calo rispetto all’anno precedente, è ancora molto elevata (48,9 anni), ma con forti differenze tra un settore e l’altro (nei ministeri si superano ampiamente i 53 anni). I laureati sono circa 1,33 milioni (dato che comunque rappresenta un netto miglioramento rispetto ai meno di 800mila di vent’anni prima), ossia un terzo di tutto il personale in servizio, a cui si aggiungono circa 370mila lauree brevi (ma nelle Funzioni Centrali 5 la percentuale di laureati sale al 38% circa), con una netta prevalenza della componente femminile che sovrasta quella maschile di più del doppio (930mila contro 398mila). I diplomati, a loro volta, sono circa 1.156mila, mentre appaiono in forte calo rispetto al passato i dipendenti con titolo fino alla scuola dell’obbligo, che ora sono poco più di 304mila (vent’anni fa erano 750mila). Infine, superano di poco i 131mila coloro che possiedono una specializzazione post-laurea o un dottorato di ricerca, dei quali oltre 80mila nella sanità e circa 5.000 nei ministeri. Complessivamente il costo del lavoro nel 2023 è stato di circa 183 miliardi annui, di cui 125 miliardi circa per le retribuzioni del personale a tempo indeterminato e 4,3 miliardi circa per il personale con contratto a termine, mentre altri 2,8 miliardi sono stati spesi per retribuire personale esterno alla Pubblica Amministrazione (consulenti, agenzie di somministrazione, incarichi professionali, co.co.co. ecc.)6. La retribuzione media di un impiegato ministeriale di medio livello si aggira intorno ai 33mila euro lordi, compresa tredicesima e straordinari; quella di un dirigente ministeriale di seconda fascia è pari a 125mila euro, mentre quella di un dirigente ministeriale di prima fascia supera i 235mila. Quanto all’informatica, all’innovazione e all’uso delle nuove tecnologie, la Pubblica Amministrazione ha speso circa 4,6 miliardi di euro nel 2023, destinati a salire a circa 5,1 miliardi nel 2024 e a oltre 5,4 miliardi nel 2025 secondo le previsioni dell’Agenzia per l’Italia Digitale7. Agenzia che però – si badi bene – basa i suoi calcoli su un campione selezionato di 77 amministrazioni centrali e territoriali; il che lascia intendere che il totale effettivo per tutto il settore pubblico sia ben più elevato.
Una visione allargata dello statale.
Pensare la Pubblica Amministrazione solo come un lento pachiderma è un cliché perché significa non tenere conto delle sue peculiarità, della sua storia e delle sue molteplici funzioni. Inoltre, il confronto a perdere che si fa spesso con la dinamicità dell’impresa privata, è fuorviante perché nella modernità lo Stato è tutt’altro che un soggetto passivo. Ha creato le condizioni per l’affermazione del capitalismo, definisce e applica le regole con cui funziona il mercato. Non si tratta della storia di ieri. La stessa new economy nasce e si sviluppa grazie a massicci investimenti pubblici, tutele fiscali e coperture politiche8. Queste considerazioni costituiscono la premessa necessaria per passare dall’oggetto (lo Stato) al soggetto (gli statali). Ossia, per dire che, seppure in maniera frammentaria e talvolta persino confusa, numerose e profonde trasformazioni sono intervenute negli ultimi decenni a modificare oggi più che mai lontano dalle caricature dello scrivano con le mezze maniche e del tremante Monsù Travet dinanzi al capoufficio. Certo, permangono differenze come quelle che distinguono l’impiegato dal dirigente, ma senza addentrarci in questioni definitorie per noi è sufficiente considerare statale chiunque si trovi nella condizione di dipendente della Pubblica Amministrazione9. In nome della complessità questa scelta non soddisferà molti. Per esempio: come classificare il tecnico del CED assunto a tempo determinato da una società esterna, ma da anni “somministrato” al servizio di un’amministrazione pubblica nella quale non vede l’ora di entrare ufficialmente per avere un lavoro stabile?10 A questo punto ci si arena in sottigliezze inestricabili. E così, per uscire dal ginepraio, siamo partiti dalla condizione che accomuna il pubblico impiego in generale: il contratto di lavoro subordinato. Istituto che inquadra la prestazione lavorativa in una struttura gerarchica nella quale la libertà di iniziativa e la responsabilità di ciascuno sono giuridicamente confinate entro una complessa griglia di adempimenti e regole. Adempimenti e regole la cui elasticità è inversamente proporzionale al grado di subordinazione dei loro destinatari: molto alta per le alte qualifiche, molto bassa per le basse qualifiche.
Statale sarà lei! Ambasciatore, primario dell’ospedale, docente universitario, alto magistrato, generale di corpo d’armata rappresentano alcune figure che possiamo chiamare élite professionale pubblica. Questa élite non si percepisce né è percepita come statale11. La stima sociale di alcuni di questi soggetti può risolversi nel considerarsi, e all’occasione per essere pubblicamente considerati, “Servitori dello Stato”. Categoria supportata da riti come l’inaugurazione dell’anno giudiziario o di quello accademico, la giornata nazionale delle Forze armate, la presentazione del rapporto annuale sul contenzioso tributario e così via. Ma per lo più ciò che permette all’élite professionale pubblica di godere di un forte prestigio sociale è la combinazione di tre fattori: l’alto livello di competenze che contraddistingue le attività svolte; il potere che esercitano (il docente universitario può bocciare, il magistrato condannare, il primario salvare la vita, il generale togliere la vita, l’ambasciatore favorire con la fine arte della diplomazia gli interessi del proprio Paese); infine il reddito, mediamente molto buono e comunque nettamente più elevato, rispetto a quello delle altre categorie lavorative pubbliche.
Lo Stato: una fucina del ceto medio.
Il prestigio dell’élite professionale pubblica permette un’inquadratura di carattere più generale in relazione all’appartenenza di classe. I membri di tale élite si distribuiscono prevalentemente all’interno del ceto medio e fanno dunque dello Stato una fucina che genera, nutre e riproduce classi sociali. Non si tratta di una scoperta, ma è bene ribadire la funzione di promozione sociale che ha lo Stato per molti individui. Una funzione necessaria se si tiene conto che in larga misura il personale dello Stato altamente qualificato proviene da classi sociali abbienti, ma può avere difficoltà a trovare un’occupazione adeguata al proprio status. Per di più, in una società come quella italiana, una volta raggiunta una posizione apicale all’interno del lavoro pubblico il fenomeno del nepotismo non è trascurabile. Il che significa che nella Pubblica Amministrazione il ceto medio trova una nicchia ecologica favorevole in cui riprodursi. Ma significa anche un’altra cosa: per il rappresentante del ceto medio un posto di prestigio nell’amministrazione dello Stato è, per così dire, uno sbocco naturale in mancanza di meglio.
Statale sì, ma non troppo.
Nella scala del prestigio sociale si pone il problema di dove collocare il Capo di Gabinetto di un Ministero e in generale la dirigenza dello Stato di rango più elevato, ossia coloro che esercitano funzioni di gestione amministrativa. Si tratta di un mondo assai articolato ma è lecito chiedersi se, ad esempio, un direttore generale di un Ministero, il direttore di una ASL, un pubblico ministero, un avvocato dello Stato, un magistrato contabile, un prefetto, un commissario governativo si percepiscono come impiegati statali. In parte sì, in parte no. Sì per un motivo oggettivo: rappresentano la tecnocrazia che ha la responsabilità di far funzionare operativamente la macchina dello Stato di cui essi stessi sono ingranaggi. La loro funzione è strategica per far camminare le amministrazioni pubbliche. Amministrazioni, giova ricordarlo, che applicano le leggi e offrono una larghissima gamma di servizi senza i quali non sarebbero garantiti i diritti di cittadinanza e il funzionamento delle istituzioni. Dunque, sì, il dirigente di fascia alta della Pubblica Amministrazione è uno statale, ma allo stesso tempo non si percepisce come tale per gli stessi motivi che contraddistinguono l’élite professionale pubblica. E cioè: un sapere specialistico (in questo caso amministrativo); il potere decisionale (obbligare gli uffici a rispettare le variazioni di indirizzo politico); un reddito che permette un tenore di vita da ceto decisamente più alto che medio. Tre motivi essenziali per comprendere la condizione di latente alterità che contraddistingue queste figure dal novero indistinto degli altri funzionari e operatori pubblici. Tre motivi ai quali ne va aggiunto un quarto in grado di amalgamarli in un tutto organico: l’interlocuzione diretta con il potere politico, per il proprio primato in termini di status, rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici.
Il virus della cattiva politica.
I punti di contatto con le professioni che nettamente non si percepiscono come statali collocano i grand commis ai piani alti del prestigio occupazionale, ma ciò non sembra sufficiente a garantire un pari livello sul piano reputazionale. Una delle cause principali è lo stretto rapporto con il potere politico, di cui i vertici dirigenziali sono diretta espressione. Persino la norma imporrebbe una netta separazione tra gestione politica e amministrativa12, ma la realtà è tutt’altra. Le ingerenze dei partiti all’interno della Pubblica Amministrazione sono sistemiche a tutti i livelli territoriali, il più delle volte interessate a ben altro che migliorare la qualità dei servizi. Non basta: i partiti sono inclini al clientelismo e quando intervengono sull’organizzazione del lavoro pubblico lo fanno quasi sempre senza cognizione di causa. Ad aggravare la situazione si aggiunge una folta schiera di “esperti” nella gestione delle risorse umane e di voracissimi consulenti esterni chiamati dai vertici delle amministrazioni (locali, regionali, nazionali), che forniscono supporto organizzativo o stendono progetti finalizzati a migliorare le performance degli uffici pubblici. Progetti infarciti di inglesorum manageriale che il più delle volte restano nel cassetto oppure, se applicati, appesantiscono gli adempimenti burocratici, generano confusione e provocano persino disservizi13.
Il dipendente pubblico come capro espiatorio.
I membri delle élite professionali pubbliche non si ritengono statali e gli alti burocrati ne ammettono l’appartenenza a mezza bocca. Ma allora chi sono gli statali contro cui la stampa aizza l’opinione pubblica? Di certo non sono coloro la cui attività richiede una forte specializzazione tecnica. Specializzazione che rappresenta un solido scudo al discredito sociale per il timore reverenziale che scatta nei confronti di chi possiede competenze elevate e, soprattutto, non facilmente reperibili sul mercato delle professioni. Tanto è così che alla gogna mediatica non sono incatenati impiegati pubblici quali archeologi, restauratori dei beni culturali, geometri del catasto, vulcanologi, demografi, astrofisici, infermieri, vigili del fuoco, carabinieri, tecnici dei laboratori di ricerca e così via. Ma allora, a furia di esclusioni, autoesclusioni ed esclusioni d’ufficio chi sono gli inclusi che portano cucito addosso l’ignominioso marchio di statali? Sono prevalentemente gli impiegati agli ultimi livelli nella scala gerarchica, a qualsiasi ente essi appartengano. Sono loro i principali bersagli dei media da offrire in pasto a cittadini incattiviti quando i servizi pubblici non funzionano. Nel mirino entrano così l’impiegato del Comune, il piccolo funzionario del ministero, l’amministrativo di fascia bassa, lo sportellista, il commesso, l’archivista, l’addetto alla portineria, il bibliotecario, l’autista, l’operatore ecologico e così via. Tutte figure la cui posizione nell’organigramma dell’ufficio potrebbe risultare, per aggravio di sventura, ulteriormente appannata dallo svolgimento di incarichi sindacali. Nonostante ciò senza queste “formiche operaie” la macchina dello Stato non sarebbe in grado di fare molta strada. Per il momento l’innovazione tecnologica non è in grado di sostituirle. Ma così ragiona il potere mediatico, politico e imprenditoriale: che sentano il peso del disprezzo collettivo e non osino alzare la testa. Oggi, trovarsi in fondo alla scala del prestigio sociale significa automaticamente trovarsi in fondo alla scala del reddito14. A questo punto siamo finalmente giunti a individuare chi è lo statale disonorato: quello con la busta-paga più leggera. Soggetto il cui ritratto esposto in pubblico è più o meno questo: un privilegiato che vive sotto l’ombrello protettivo dello Stato approfittando del posto fisso per lavorare poco e male. Di contro, il comparto del lavoro privato è sì una vera e propria giungla, ma dove si produce la ricchezza del Paese e dove tutto funziona a meraviglia. Ecco confezionato il capro espiatorio perfetto da offrire allo scontento dell’opinione pubblica: lo statale fannullone15.
Declino della Pubblica Amministrazione.
Le criticità dei servizi pubblici hanno cause ben precise. Esemplare è il caso delle Funzioni Centrali16. Questa categoria è passata da 330.401 dipendenti nel 2001 (9,4% sul totale della Pubblica Amministrazione) a 205.204 nel 2023 (6,2%)17. Un drastico calo di personale originato da almeno dieci anni di riduzione, se non addirittura di blocco totale del turn over, che ha lasciato nella maggior parte degli uffici pesanti vuoti di organico. Vuoti che obbligano il personale a lavorare in condizione di perenne emergenza. Il mancato ricambio di personale per un periodo così lungo ha poi comportato un forte invecchiamento della forza-lavoro, la cui età media si attesta oggi poco al di sotto dei 50 anni, il che si traduce nel fatto che le fasce di età più rappresentative sono quelle comprese tra i 55 e i 64 anni. Non basta. Per rispondere alle richieste dell’utenza una parte di questo stesso personale è costretto a svolgere più mansioni e persino mansioni superiori che non vengono né riconosciute né retribuite. Non basta ancora. L’affidamento a società esterne di molti compiti prima eseguiti direttamente dalle amministrazioni pubbliche non è servito né serve tutt’oggi a lubrificare il processo produttivo, tanto meno a migliorare in maniera tangibile la qualità dei servizi. E la tecnologia? Può rappresentare un ancora di salvezza? Non sembrerebbe, perché nonostante cospicui investimenti l’informatizzazione non ha eliminato il cartaceo, tende a creare sovrapposizioni e ridondanze organizzative che moltiplicano la burocrazia interna, dilatando le posizioni apicali e le funzioni di responsabilità connesse ad attività di indirizzo, controllo e vigilanza con relativi audit e processi di valutazione della ‘performance’18. La dirigenza è prevalentemente assunta attraverso meccanismi di selezione pubblica che dovrebbero garantirne l’imparzialità e l’oggettività. Ma, a parte le italiche piaghe della raccomandazione e del nepotismo, le stesse norme prevedono anche la possibilità di assegnare un certo numero di incarichi dirigenziali in via fiduciaria e personale sia a dipendenti interni delle amministrazioni che a professionisti esterni, scavalcando le normali procedure selettive. Non c’è bisogno di essere esperti di Pubblica Amministrazione per prevedere quanto una simile discrezionalità possa scatenare favoritismi, clientele, camarille. Il cahiers de doléances è così lungo che talvolta viene da domandarsi come facciano certi uffici pubblici a restare aperti. Non sarà l’unica risposta, ma di sicuro restano aperti anche grazie ai bistrattati travet che giorno per giorno trovano il modo per mandare avanti la baracca. Questa è la realtà di uno spicchio del pubblico impiego. Una realtà che non è sotto i riflettori, il cui declino può essere fermato invertendo la politica tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea.
Scostamenti dallo stereotipo.
L’immagine dell’impiegato pubblico ha subito di recente alcuni scostamenti dallo stereotipo dello statale fannullone. Una causa è stata la pandemia da Covid 19 (2020-2023). Il Paese ha retto all’emergenza sanitaria anche e soprattutto perché i dipendenti pubblici hanno sorpreso tutti i loro detrattori e fatto funzionare la macchina dello Stato. Giornalisti, politici, giuslavoristi, economisti che fino al giorno prima sui quotidiani e in TV seminavano il dubbio che nel pubblico impiego non esistesse una vera corrispondenza tra lavoro e retribuzione, hanno iniziato a chiamarli “I volti della Repubblica”. Una riabilitazione tanto repentina quanto tartufesca perché passata la pandemia si è tornati alle politiche di contenimento della spesa pubblica, in particolare per scuola, sanità, welfare e ministeri, mentre sulla fronte del dipendente pubblico ritornava ad essere ben esposto il marchio dell’improduttività. Un’altra causa che ha contribuito allo scostamento dallo stereotipo va ricercata nel mutamento del mondo del lavoro. Ad eccezione della dirigenza e dei profili funzionariali più elevati, il travet pubblico ha sempre guadagnato mediamente poco. Il che per lungo tempo ha contribuito alla diffusione di una certa tolleranza rispetto all’applicazione delle regole del lavoro subordinato nel mondo statale. Così, ad esempio, nessuno ha mai indagato più di tanto sul livello di impegno degli statali durante l’attività di servizio o se nel tempo libero svolgessero un secondo lavoro in nero. Questo tacito patto è stato fortemente intaccato, se non decisamente rotto, da diversi fattori: introduzione di regole più restrittive, drastica riduzione di personale in molte amministrazioni, violente campagne stampa contro la “piaga” dell’assenteismo, esasperazione mediatica della contrapposizione tra lavoro pubblico e lavoro privato, maggiori controlli fiscali, crisi economica permanente, maggiore disponibilità per le imprese di forza-lavoro a basso costo e così via. Basse retribuzioni e prestigio sotto i tacchi hanno contribuito a generare un fenomeno nuovo. L’ondata di concorsi pubblici arrivata grazie ai finanziamenti che la Pubblica Amministrazione ha ricevuto in nome degli obiettivi del PNRR19 non ha visto il solito assalto di partecipanti e ha conosciuto qualcosa di impensabile fino a poco tempo prima: cospicue rinunce da parte dei vincitori. Evento che ha fatto gridare a una compiaciuta stampa la fine dell’attrazione per il posto fisso. In realtà per i vincitori di concorso trasferirsi da una regione all’altra comporta spese insostenibili per stipendi che si aggirano sui 1.500 euro al mese. E in generale i numerosi concorsi pubblici non hanno dato i risultati sperati perché le remunerazioni del pubblico impiego sono comunque troppo basse per la gran parte degli impiegati; allo stesso tempo il costo della vita è sempre più alto e l’economia sommersa non più in grado come in passato di assorbire forza lavoro20. Dopo aver perso l’onore, una sostanziosa fetta di impiegati pubblici a basso reddito è precipitata nel girone infernale degli working poor.
Il prestigio: un attributo assai elastico.
Gli scostamenti dall’immagine dello statale fannullone evidenziano come il prestigio di una categoria professionale sia elastico e, nel nostro caso, dipenda soprattutto dalla valutazione di poteri esterni: economico, mediatico, politico. Di volta in volta sono questi poteri a decretare in larga misura il disprezzo o l’apprezzamento sociale dei dipendenti pubblici. E i soggetti sottoposti a questo giudizio hanno scarse possibilità di replica. I sindacati del pubblico impiego, come peraltro quelli di tutte le altre categorie, non possiedono network televisivi né catene di giornali. Perciò fanno quello che possono, ma non hanno mezzi di comunicazione così potenti da imbastire una contro-narrazione in grado di rimuovere i pregiudizi intorno alla figura dello statale. In definitiva, sul piano dell’immagine, il dipendente pubblico è in balia di forze sulle quali ha scarsa influenza. Perciò si trova sempre sulla difensiva. Ad eccezione della parentesi pandemica, giornalisti, politici e imprenditori si accorgono di questo soggetto per gridare allo scandalo quando lo si coglie in difetto o quando i servizi pubblici non funzionano. Un martellante storytelling ruota intorno a una dicotomia tanto semplice quanto inesatta: il mondo del lavoro pubblico è il regno dell’approssimazione e dell’indifferenza per i disagi degli utenti, il mondo del lavoro privato è il regno dell’organizzazione e della ricerca di soddisfazione per i clienti.
Statali poveri e imprenditori poveri: due facce dello stesso sistema.
Per quanto si trovi al vertice del prestigio sociale la figura dell’imprenditore non è affatto nitida. Cosa ha a che fare una ditta individuale col titolare di un’azienda con 200 dipendenti? Ben poco. Eppure entrambi sono considerati imprenditori: uno micro e l’altro medio. Questo paragone indica che non tutti gli imprenditori sono uguali. Ma tutti tentano la scalata sociale. Se si considera che il 79% delle imprese italiane censite dall’ISTAT ha meno di 10 dipendenti e che un altro 18,5% è compreso nella fascia tra 10 e 49 addetti21, la mobilità di questi imprenditori si esaurisce in larga misura nell’entrare a far parte della piccola e media borghesia, nel confermarne l’appartenenza o nel passare al gradino immediatamente superiore rispetto a quello di provenienza. Naturalmente possono esserci salti molto più ampi. Ma costituiscono più l’eccezione che la regola. Se poi guardiamo il popolo delle partite IVA22 molte di queste attività nascono perché non c’è lavoro e se c’è è sottopagato. Nascono cioè più per la necessità di sbarcare il lunario che per vocazione al business e questa condizione contribuisce a spiegare perché i coscritti all’imprenditorialità abbiano spesso difficoltà ad affrontare i marosi del mercato. Se il prestigio è “l’ombra del denaro e del potere”23, allora, anche il mondo dell’impresa privata ha i suoi ultimi nella gerarchia del successo sociale, come nel mondo della Pubblica Amministrazione. Ma si tratta di ultimi speciali. Non è affatto infrequente che siano laureati (avvocati, psicologi, sociologi, giornalisti, insegnanti, editor, interpreti, ricercatori ecc.), oppure professionisti (laureati e non) in possesso di un curriculum e/o di una specializzazione conseguiti alla fine di un percorso formativo di tutto rispetto (informatici, pittori, lavoratori dello spettacolo ecc.). Passando sul fronte del pubblico impiego sappiamo che anche in questo caso al suo interno sussistono grandi disomogeneità: di status, di reddito, di prestigio. Cosa ha a che fare l’addetto al protocollo col direttore generale? Ben poco, se non appartenere alla medesima amministrazione. Né più e né meno come in un’azienda privata. Dunque la scarsità di prestigio colpisce sia le fasce basse dei dipendenti pubblici sia le fasce basse degli imprenditori. Che cosa distingue i primi dai secondi? Che l’imprenditore opera in funzione del profitto personale e, almeno in potenza, può diventare milionario. Mentre l’impiegato dello Stato è al “servizio esclusivo della Nazione”24, opera in funzione dell’utilità sociale ed è rigorosamente tenuto a non servirsi della sua posizione per perseguire l’arricchimento personale. Le prospettive di avanzamento economico del dipendente pubblico sono regolate da norme di legge e la sua carriera può svilupparsi solo all’interno di percorsi disseminati di limiti, prescrizioni e controlli: il titolo di studio, i concorsi, i premi legati alla produttività e così via. Si tratta tuttavia di barriere molto porose per una serie di fattori: lo stesso titolo di studio si può ottenere leggendo ponderosi volumi o sfogliando le esili dispense di qualche università on-line; i sempre più numerosi concorsi con questionari a risposta multipla rendono la preparazione dei candidati meno necessaria della fortuna che occorre nel piazzare le crocette sulle caselle giuste; le valutazioni sulla produttività individuale risentono della concorrenza sleale dei raccomandati. In definitiva, a differenza dell’imprenditore lo statale non naviga nel mare aperto del mercato e allo stesso tempo non corre sui binari di regole sicure uguali per tutti. La sua dimensione è quella di trovarsi impantanato in una palude di prescrizioni che vanno e vengono, a volte incomprensibili, spesso insormontabili, rispetto alle quali avverte una sensazione di impotenza e di estraneità, finendo per diventare un coscritto della norma.
Gli statali purosangue.
Quando nei talk show si parla degli statali il più delle volte si prende un grosso abbaglio perché lo statale povero e disonorato, oggetto privilegiato della discussione, non è propriamente uno statale. Non lo è su un piano essenziale: quello contrattuale. Dagli anni ’90 una parte preponderante del pubblico impiego è subordinata alle disposizioni del Libro V del Codice Civile e all’applicazione del diritto privato al rapporto di lavoro. Con importanti conseguenze in termini di disciplina della contrattazione collettiva e, soprattutto, di assegnazione al datore di lavoro pubblico (leggasi dirigenza) del potere di gestione e organizzazione del lavoro tipico del datore di lavoro privato. Per il personale non dirigente i settori interessati alla “privatizzazione” del rapporto di lavoro sono: Funzioni Centrali (205.204 dipendenti); Funzioni Locali (493.967); Sanità (701.170); Istruzione e Ricerca (1.306.941 dipendenti, di cui 1.222.015 nella Scuola)25. Ma se il personale non dirigente si è, per così dire, ibridato per effetto della privatizzazione del rapporto di lavoro, allora chi sono gli statali purosangue? Sorprendentemente sono proprio quelle categorie che appartengono alle élite professionali pubbliche e che non si percepiscono né sono percepite come statali. Categorie che hanno mantenuto le prerogative e le caratteristiche del vecchio ordinamento pubblicistico e, pertanto, non sono contaminate dai principi, tipicamente privatistici, ispirati a produttività, misurazione e valutazione della performance, adozione di meccanismi oggettivi per la verifica della corrispondenza fra qualità del lavoro e retribuzione. Ne fa parte il personale dello Stato in regime di diritto pubblico e comprende: Magistrati (10.797); Professori e ricercatori universitari (51.324); Carriera diplomatica (1.068); Carriera prefettizia (1.058); Carriera penitenziaria (282); Corpi di polizia (303.706); Forze armate (175.117); Vigili del fuoco (35.970).
Lo statale eroe dei media.
Sul piano del prestigio gli statali non sono tutti uguali. Ma c’è davvero chi è più uguale degli altri e svetta sopra la massa disonorata dei colleghi: il commissario, l’agente segreto, il soldato, l’astronauta. Quattro personaggi cine-televisivi di così grande appeal da non conoscere l’usura del tempo e da apparire sotto una luce che lascia nell’ombra la loro appartenenza allo Stato. Eppure sono anch’essi dipendenti pubblici pagati coi soldi dei contribuenti. Come si conciliano questi eroi dello schermo con l’immagine dello statale fannullone? Non si conciliano. Siamo dinanzi a una contraddizione. Ma una contraddizione produttiva risolta sul piano comunicativo attraverso il romanzo, lo schermo, lo spettacolo. Il commissario, l’agente segreto, il soldato e l’astronauta non sono raccontati come lavoratori. E in effetti non timbrano il cartellino, non hanno un orario da rispettare, non scioperano. Di solito le organizzazioni di cui fanno parte rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è l’autonomia, il genio, il coraggio del singolo. Qualità che permettono di uscire dall’anonimato, di deviare dal protocollo, di affascinare. Il prestigio di questi personaggi è essenzialmente dovuto all’essere fabbricanti della propria storia e in definitiva la loro storia ha successo anche perché rappresenta al grande pubblico la negazione dell’essere statali. Si tratta di una finzione perché di fatto lo sono. D’altra parte, in una società di narcisisti come la nostra chi vorrebbe identificarsi con un oscuro impiegato dell’anagrafe?
Potere senza prestigio/1.
A prescindere dai difetti e dalle manchevolezze in cui cadono i burocrati di tutti i tempi, ci sono stati momenti storici in cui la burocrazia statale ha goduto di un forte prestigio in funzione del suo compito politico principale: cementare la nazione. È stato così nel Celeste Impero, nella Francia napoleonica, all’epoca di Bismarck. Con l’ascesa del neoliberismo (dagli anni’80 a oggi) la politica si è vista progressivamente sottrarre spazi di manovra. Nel senso che le decisioni più importanti sono dettate dall’economia. Dinanzi alla quale i partiti più grandi sono da decenni subordinati finendo per diventare sempre meno distinguibili gli uni dagli altri. Un appiattimento che ha condotto alla loro generalizzata perdita di credibilità, a urne elettorali sempre più deserte, all’aumento della povertà e alla caccia allo statale. Può la politica smettere di arretrare? Potrebbe farlo partendo dalle posizioni storicamente acquisite. I governi nazionali dirigono una massa di oltre tre milioni di dipendenti pubblici e gestiscono i proventi del gettito fiscale. In breve, lo Stato è, tra le altre cose, il più grande datore di lavoro di ogni Paese avanzato, il detentore di un enorme tesoro da distribuire nella società, il possessore di inestimabili banche-dati, il manovratore della leva fiscale, il detentore della violenza legale, il garante dell’ordine sociale. Politica e burocrazia hanno quindi ancora un ruolo strategico nella conduzione della società. Il problema è che questi poteri godono di sempre meno prestigio. E sembra che non siano interessati più di tanto a recuperarlo. Mentre di sicuro sono interessati alla propria sopravvivenza come ceto. Per questo motivo cercano di accattivarsi il potere economico smantellando la macchina dello Stato e dando il colpo di grazia all’immagine del “Servitore dello Stato” per sostituirla con quella del manager sulla scorta di quanto avviene nel mondo del lavoro privato. L’aziendalizzazione della Pubblica Amministrazione si riduce quasi sempre a tagli del personale, riduzione di investimenti, esternalizzazioni. Le vicende delle Funzioni Centrali (ma si possono aggiungere quelle della Sanità e della scuola) sono la dimostrazione lampante di un fallimento politico che manda in crisi la coesione sociale e indebolisce il Paese nel suo complesso. La Pubblica Amministrazione, mandata avanti dai bistrattati statali, non può funzionare con criteri aziendalistici a causa, o in virtù, del suo fine: soddisfare i bisogni della collettività e non le esigenze del profitto privato. Come stimare il prolungamento medio della vita grazie a una buona sanità pubblica? Come stimare un alto livello d’istruzione di studenti che escono dalla scuola e dall’università? Come stimare il salvataggio di un bosco grazie all’intervento dei Vigili del Fuoco o l’assicurazione alla giustizia di un criminale, la restaurazione di una cattedrale colpita dal terremoto, la verifica delle attrezzature antinfortunio in un cantiere edile? Niente di tutto questo si può stimare, né si può prevedere con un modello matematico, perché non tutto è misurabile, non tutto è quantificabile. Il bene della collettività è inestimabile. A questo serve la Pubblica Amministrazione. Distoglierla da tale compito significa navigare verso l’anomia26.
Potere senza prestigio/2.
Il potere economico bussa alle porte del potere politico minacciando di sfondarle. E così il ministro di turno si inventa una riforma della Pubblica Amministrazione e del pubblico impiego27 per soddisfare le richieste delle associazioni degli imprenditori e soprattutto per passare alla storia. Infatti, tutte le grandi riforme del lavoro pubblico succedutesi negli ultimi quattro o cinque decenni portano scolpito in epigrafe il nome del ministro che le ha promosse: Giannini, Frattini, Cassese, Bassanini, Brunetta, Renzi, Madia e, ai nostri giorni, Zangrillo. Riforme puntualmente naufragate dinanzi alla complessità dei problemi accumulati nel tempo e a valle delle quali oggi rimane ben poco. Quel che resta è una Pubblica Amministrazione fatta a pezzi: riduzione del numero dei dipendenti, servizi pubblici affidati a precari, alcune fasce di lavoratori pagate il meno possibile, limitazione del diritto allo sciopero, svuotamento dell’istituto della contrattazione, aumento del potere discrezionale della dirigenza e, dulcis in fundo, crescente scontento dei cittadini. Un’opera di demolizione che è avvenuta e avviene per la mancanza di coraggio del corpo politico di rivendicare la propria autonomia. Un’autonomia che il potere economico non è più disposto a concedere, mentre corrode quel poco che resta della reputazione dei politici con l’arma della corruzione e deprimendo il ruolo dello Stato tramite una gigantesca evasione fiscale.
Democratizzare la Pubblica Amministrazione.
Le pressioni a cui è sottoposto l’impiegato dello Stato finiranno per stritolarlo? I bassi redditi della Pubblica Amministrazione potranno liberarsi dalla condizione di capro espiatorio? L’innovazione tecnologica ridurrà drasticamente i loro posti di lavoro? Non possiamo prevederlo. Possiamo però prendere atto dell’attivismo dei sindacati del pubblico impiego per tutelare i diritti dei dipendenti, per migliorare l’organizzazione del lavoro e la qualità dei servizi pubblici mentre sta prendendo sempre più piede la consapevolezza della necessità di contrattare l’algoritmo. Resta da chiedersi come i working poor della Pubblica Amministrazione possono ritrovare la loro rispettabilità nel dibattito pubblico. Una strada c’è: dargli il diritto di parola. Sembrerebbe una cosa scontata ma così non è. E così non è perché ampi settori della Pubblica Amministrazione sono ancora oggi gestiti con criteri che impediscono, per precisa volontà politica, la partecipazione dei lavoratori. Una tendenza che si sta inasprendo. Ormai non c’è decisione che non sia calata dall’alto. Persino l’organizzazione del lavoro all’interno degli uffici non è oggetto di trattativa con i sindacati. Non parliamo di decisioni che impattano in maniera duratura sull’operatività delle amministrazioni. Prendiamo il caso del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO)28 a cui devono attenersi i ministeri e il cui scopo è quello di mettere ordine nella giungla di adempimenti programmatici che gravano sulle amministrazioni pubbliche. Bene, questo Piano, così come quelli che contiene al suo interno, è frutto di decisioni prese dalla politica e dall’alta burocrazia senza il minimo coinvolgimento dei diretti interessati: coloro che lo debbono applicare. Risultato: il PIAO non semplifica l’attività amministrativa, anzi la complica, perché è avulso dalle concrete condizioni di lavoro di gran parte uffici che afferiscono ai ministeri. Il motivo? Non sono stati consultati i soggetti che conoscono, per esperirla ogni giorno sul campo, la realtà operativa degli uffici: i lavoratori e i loro rappresentanti. Si potrebbero fare decine di esempi come questo per dimostrare che la maggior parte delle criticità della Pubblica Amministrazione dipendono dalla cultura politica con cui i decisori insediati dai partiti si relazionano con i dipendenti e in particolare con quelli che si trovano nella fascia medio-bassa della scala gerarchica. Una cultura elitaria, verticistica, qualche volta sabauda, altre volte bizantina. Una cultura restia a comprendere che la convivenza tra potere politico e potere della burocrazia passa oggi per un ascolto attivo nelle relazioni industriali e per nuove forme di orizzontalità nell’organizzazione del lavoro. A guadagnarci sarebbero tutti: i politici, gli statali, le imprese e, soprattutto, i cittadini che fruiscono dei servizi pubblici.
*Desidero ringraziare il dottor Marco Biagiotti per i preziosi consigli che mi ha dato durante l’elaborazione di questo saggio e per la pazienza con cui ha letto le varie stesure.
Dott. Patrizio Paolinelli, La critica sociologica, LIX · 235 · Autunno 2025
Note:
- L’innovazione tecnologica è esclusa da questo elenco perché, per il momento, non è un soggetto autonomo dotato di una propria intenzionalità né portatore di propri specifici interessi. Tuttavia, costituisce un ulteriore elemento di pressione sul pubblico impiego che va menzionato sia per l’incidenza che ha sulla trasformazione e sull’organizzazione del lavoro, sia per i rischi occupazionali che comporta. ↩︎
- Proprio per la sua connotazione negativa da tempo il sostantivo statale è caduto abbastanza in disuso e spesso utilizzato è in senso dispregiativo. Al suo posto si preferisce la definizione “dipendente pubblico”. Definizione che però non si sottrae allo stigma perché la narrazione dominante dà per scontato che il privato sia sempre meglio del pubblico. Perciò i due termini (statale e dipendente pubblico) sono qui considerati come equivalenti. In attesa della sua definitiva scomparsa, la parola statale resta ancora in uso come aggettivo (la Statale di Milano, strada statale, incentivi statali ecc.). ↩︎
- Naturalmente lo stesso trattamento non è riservato agli episodi di mala imprenditoria di cui la stampa non dà notizia, o, se è costretta a darla (come nel caso delle morti sul lavoro) lo fa in maniera neutra. Allo stesso tempo la quasi totalità della stampa è impegnata in una campagna permanente di glorificazione della figura dell’imprenditore privato, di diffusione dell’ideologia neoliberista, di esaltazione dell’individualismo proprietario e così via. ↩︎
- Si veda la piattaforma del Conto annuale, contoannuale.rgs.mef.gov.it/en/web/sicosito/struttura-personale/occupazione ↩︎
- Si tratta del più piccolo fra i quattro “Comparti” in cui è suddiviso il personale delle pubbliche amministrazioni, (Funzioni Centrali, Funzioni Locali, Istruzione e Ricerca, e Sanità), al cui rapporto di lavoro, ‘privatizzato’ in seguito alle riforme degli anni ’90, si applicano le norme del Codice civile (complessivamente, i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro di natura privatistica sono oggi circa 2milioni e 700mila. Cfr., più oltre, il paragrafo: “Gli statali purosangue”). Alle Funzioni Centrali appartengono amministrazioni pubbliche quali: Ministeri, Agenzie Fiscali (Agenzia delle Entrate; Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; Agenzia del demanio) ed Enti Pubblici non economici: Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS); Automobile Club d’Italia (ACI); Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL); Croce Rossa Italiana (CRI); Ente nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ecc. ↩︎
- I 50,2 miliardi restanti sono destinati a spese quali oneri sociali, IRAP e altre voci. ↩︎
- Si veda al riguardo il recente rapporto AGID, La spesa ICT nella PA italiana. Percorsi e trend in atto 2022-2025. Reperibile in Rete: https://www.agid.gov.it/sites/agid/files/2025-05/Rapporto_La_spesa_ICT_nella_PA_2024.pdf. ↩︎
- Esemplare in questo senso è la vicenda della Apple. Tra le pubblicazioni non agiografiche si veda in proposito, E. Morozov, Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Codice edizioni, Torino, 2012, Sul rapporto tra Stato e mercato la letteratura è vastissima. Per restare all’oggi e al nostro argomento ci limitiamo a segnalare M. Mazzucato, Lo Stato imprenditore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato, Laterza, Bari-Roma, 2014. ↩︎
- In punta di diritto i dipendenti di un Comune, di una Regione, di un’Asl, di una Camera di Commercio, di un un’Azienda pubblica di servizi alla persona, di un’Agenzia per la protezione ambientale, ecc. non sono da considerare propriamente statali. I quali, invece, sono senz’altro i dipendenti delle Funzioni Centrali (vedi nota n. 5). Ma sulla stampa, nel dibattito politico sui media, nella percezione comune queste distinzioni valgono poco o nulla e non si differenzia l’impiegato di un ministero da quello di una Città Metropolitana, l’insegnante di un liceo dal tecnico di un Istituto di ricovero e cura, il professore di musica di un Conservatorio dall’ispettore di materiale rotabile ferroviario, il restauratore di monumenti dall’addetto a uno spolettificio militare. In virtù di questa generalizzazione abbiamo proposto una visione allargata dello statale al fine di smontare lo stereotipo che bolla negativamente questa figura nel discorso pubblico e nel senso comune. ↩︎
- Non di rado nelle amministrazioni pubbliche convivono dipendenti che svolgono segmenti complementari di attività, ma che non dipendono giuridicamente dallo stesso datore di lavoro. È il caso dei dipendenti in regime di somministrazione. Lavorano fianco a fianco con i loro omologhi statali ‘doc’, rispondano al medesimo dirigente statale e tuttavia sono formalmente dipendenti di un’agenzia esterna. ↩︎
- Si tratta di una élite ben più larga delle professioni appena elencate. Élite che, tra le altre, comprende la dirigenza di società a partecipazioni pubbliche e a controllo pubblico (statali, regionali, comunali ecc.). La dirigenza delle partecipate/controllate (e del personale che ci lavora) si considera a tutti gli effetti privata perché è esentata dalle regole (organizzazione del lavoro, standard di produttività, livelli retributivi ecc.) che lo Stato applica ai propri dipendenti. Tuttavia, la presenza dello Stato, delle Regioni, degli Enti Locali solleva in tutto, o in larghissima parte, queste società dal rischio di impresa rendendole attività private molto più nella forma che nella sostanza. Solo per dare un’idea della selva di cui stiamo parlando vale la pena riportare l’elenco delle partecipazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze: 1.1 Società quotate: Banca Monte Paschi di Siena S.p.A. (11,73%); Enav S.p.A. (53,28%); Enel S.p.A. (23,59%); Eni S.p.A. (4,34%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 25,76%]; Leonardo S.p.A. (30,20%); Poste italiane S.p.A. (29,26%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 35%]. 1.2 Società con strumenti finanziari quotati: Amco S.p.A. Asset management company S.p.A. (100%); Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’impresa S.p.A. (Invitalia) (100%); CDP – Cassa depositi e prestiti S.p.A. (82,77%); Fs – Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. (100%); Rai – Radio televisione italiana S.p.A. (99,56%). 1.3 Società non quotate: Arexpo S.p.A. (39,28%); Consap – Concessionaria servizi assicurativi pubblici S.p.A. (100%); Consip S.p.A. (100%); Equitalia giustizia S.p.A. (100%); Eur S.p.A. (90%); Gse – Gestore dei servizi energetici S.p.A. (100%); Invimit Sgr – Investimenti immobiliari italiani società di gestione del risparmio S.p.A. (100%); Ipzs – Istituto poligrafico e zecca dello Stato S.p.A. (100%); Istituto luce – Cinecittà srl (100%); Mefop – Società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione S.p.A. (59,05%); Ram – Rete autostrade mediterranee S.p.A. (100%); Sogei – Società generale di informatica S.p.A. (100%); Sogesid S.p.A. (100%); Sogin – Società gestione impianti nucleari S.p.A. (100%); Sose – Soluzioni per il sistema economico S.p.A. (88,8%); Sport e salute S.p.A. (100%); STMicroelectronics holding N.V. (50%); Studiare sviluppo S.r.l. (100%).https://www.de.mef.gov.it/it/attivita_istituzionali/partecipazioni/elenco_partecipazioni/index_bak.html ↩︎
- Articolo 4 del decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165: “Indirizzo politico-amministrativo. Funzioni e responsabilità”. ↩︎
- Per fare un esempio, non manca chi ha proposto di valutare l’efficienza degli impiegati che lavorano agli sportelli di contatto con il pubblico attraverso l’uso di faccine colorate (www.bollettinoadapt.it/a-tu-per-tu-con-lautore-intervista-a-pietro-ichino-sul-lavoro-pubblico/) la cui incidenza, presumibilmente, andrebbe poi utilizzata per graduare le retribuzioni. Ma un esempio meno rapido e oltremodo impegnativo è costituito dalle “Linee guida per il Sistema di Misurazione e Valutazione della performance” per i Ministeri, (n. 2, dicembre 2017) emanate dall’Ufficio per la valutazione della performance del Dipartimento della Funzione Pubblica e tutt’ora valide. Il documento contiene una piccola summa di managerialità in salsa burocratico-amministrativa che mette a dura prova la comprensione di chiunque non abbia fatto parte del team di estensori. Ciò dà l’idea di come l’iper-complessità gestionale della macchina pubblica sia spesso frutto dei tortuosi e dispersivi meccanismi di funzionamento che essa stessa si impone. (Si veda: https://performance.gov.it/system/files/LG-SMVP_29_dicembre_2017.pdf). ↩︎
- Fino a qualche tempo fa non era sempre così. Figure come l’insegnante, in particolare di liceo, godevano di un buon prestigio sociale anche se il reddito non era particolarmente elevato. Con la progressiva americanizzazione della società italiana il prestigio di un individuo è sempre più rapportato alla variabile economica. ↩︎
- Va segnalato che negli ultimi anni il tentativo di istituzionalizzare lo stereotipo statale fannullone è avvenuto indirettamente, ma inequivocabilmente, attraverso l’attacco al salario di produttività uguale per tutti (ovviamente secondo la qualifica). Attacco rappresentato dal cosiddetto ‘Ciclo della performance’. Si tratta di una lunga sequela di articoli di legge introdotti dalla c.d. “riforma Brunetta” del 2009 e poi più volte modificati, che definiscono un complicato intreccio di regole per misurare e valutare la produttività dei dipendenti pubblici, allo scopo di differenziare la retribuzione individuale. Nella sua versione originaria il meccanismo prevedeva che il 25% dei dipendenti fosse considerato d’ufficio fannullone. Allo scopo il personale fu suddiviso in tre fasce: 25% dei più bravi avrebbero ricevuto il premio di produttività per intero; per il 50% della fascia centrale il premio sarebbe stato dimezzato; il restante 25%, in fondo alla classifica, non avrebbe avuto niente. In pratica, questo aspetto del sistema di misurazione non fu mai applicato, ma l’ossessione per misurare la qualità delle prestazioni lavorative dei pubblici dipendenti e per escogitare sistemi di differenziazione dei salari individuali su base meritocratica continua a ispirare le riforme di tutti i governi, compreso l’attuale. ↩︎
- Sulla composizione di questo Comparto della Pubblica Amministrazione si veda la nota n. 5. ↩︎
- Dati della Ragioneria Generale dello Stato pubblicati sulla piattaforma del Conto annuale, (contoannuale.rgs.mef.gov.it), aggiornati al 12 dicembre 2024. ↩︎
- Su questo specifico aspetto ci sia consentito rinviare a P. Paolinelli, Transizioni digitali. Sindacato, lavoro privato e pubblico impiego nell’era hi-tech, Arcadia Edizioni, Roma 2019. ↩︎
- L’attività delle pubbliche amministrazioni è trasversale a tutte le “missioni” in cui si articola il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Le risorse stanziate sono pari a 194,4 miliardi di euro ripartite in 7 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute; REPowerEU. Il Piano promuove anche un’ambiziosa agenda di riforme, e in particolare, le quattro principali riguardano: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione, competitività. ↩︎
- Per colmare il vuoto di organici dei ministeri, la Legge di bilancio 2025 (L. 207/2024, art. 1, comma 165) ha previsto la possibilità di trattenere in servizio fino al compimento del settantesimo anno di età (e nel limite massimo del 10% dei posti disponibili) il “personale, dirigenziale e non dirigenziale, di cui, ad esclusiva valutazione dell’amministrazione, si renda necessario continuare ad avvalersi anche per far fronte ad attività di tutoraggio e di affiancamento ai nuovi assunti e per esigenze funzionali non diversamente assolvibili”. Per dare attuazione a tale previsione legislativa, nel gennaio 2025 il Ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha emanato disposizioni applicative che: 1) non attribuiscono al lavoratore alcun diritto o automatismo al trattenimento in servizio, né prevedono la presentazione di richieste in tal senso; 2) attribuiscono esclusivamente alle amministrazioni il potere di individuare il personale di cui ritiene necessario il trattenimento in servizio; 3) condizionano la possibilità di trattenimento alla valutazione del merito e al consenso dell’interessato. ↩︎
- ISTAT, Censimento permanente delle imprese 2023: primi risultati, https://www.istat.it/comunicato-stampa/censimento-permanente-delle-imprese-2023-primi-risultati/ ↩︎
- A dicembre 2024 erano 498.631. Fonte: MEF. Dipartimento delle Finanze, Osservatorio sulle partite IVA, “Sintesi dei dati delle aperture nell’anno 2024”. www1.finanze.gov.it/finanze/osiva/public/report_ann.php?req_classe=01&req_contrib=OSIVA&req_tema=02&req_pag=1 ↩︎
- C. Wright Mills, Le élite del potere, Feltrinelli, Milano, 1973, (3), pag. 84. ↩︎
- Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 98. ↩︎
- La Ragioneria Generale dello Stato conteggia poi a parte altri 41.250 dipendenti appartenenti a speciali categorie di amministrazioni dotate di particolare autonomia gestionale e amministrativa (es.: Presidenza del Consiglio, Autorità indipendenti ecc.). Dati aggiornati al 12 dicembre 2024 e riferiti al 2023. ↩︎
- Non necessariamente questa navigazione porta a infrangersi sugli scogli. E in una fase di transizione come l’attuale le classi dominanti utilizzano un’anomia controllata per gestire la società. Nel disordine, nell’iper-complessità, nell’incertezza elevata a sistema continuano a governare. Resta da vedere fino a che punto le classi subalterne possono sopportare di vivere e lavorare in un modello sociale dove regna la legge del più forte. ↩︎
- Detto in breve la riforma della Pubblica Amministrazione riguarda l’assetto e l’organizzazione delle strutture. Per esempio, il decentramento amministrativo della fine anni ’90. Mentre per riforma del pubblico impiego si intende la trasformazione delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e delle condizioni di lavoro. Per esempio l’introduzione di nuovi strumenti di valutazione della produttività. ↩︎
- Il PIAO riunisce in un unico documento i Piani periodici adottati dalle pubbliche amministrazioni: Piano dei fabbisogni, Piano delle azioni concrete, Piano per l’utilizzo delle dotazioni strumentali e informatiche, Piano della performance, Piano di prevenzione della corruzione, Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), Piano di azioni positive. Una quantità incalcolabile di tempo e di energie delle amministrazioni se ne va per stare dietro a tutti questi Piani, che purtroppo non rendono più efficiente la Pubblica Amministrazione. ↩︎






