La sociologia professionale tra riconoscimento istituzionale e rilevanza sociale
Intervista ad Antonio Sposito, Presidente dell’Associazione Sociologi Italiani
di Patrizio Paolinelli
L’Associazione Sociologi Italiani (ASI) rappresenta una delle realtà più attive nella promozione della figura del sociologo professionale, cioè di chi, al di fuori dell’accademia, opera nel mondo del lavoro su molteplici fronti: pubblici, privati e del Terzo Settore. Fondata nel 2016 e riconosciuta come associazione professionale ai sensi della Legge 4/2013, l’ASI è presente su tutto il territorio nazionale attraverso delegazioni regionali e un registro di circa 500 soci iscritti. Abbiamo incontrato il presidente dell’ASI, Antonio Sposito, per approfondire le principali sfide che i sociologi professionali si trovano oggi ad affrontare: dal riconoscimento pubblico della loro figura agli effettivi sbocchi occupazionali, dal rapporto, spesso complesso ma fertile, con il mondo accademico, fino al ruolo civile che la sociologia e chi la pratica possono esercitare nell’Italia contemporanea.

Prof. Antonio Sposito
Presidente Associazione Sociologi Italiani
Perché è nata l’esigenza di fondare un’associazione professionale di sociologi?
<<L’esigenza nasce dalla constatazione che, in Italia, la sociologia è diffusa nelle università, ma molto meno riconosciuta nella pratica professionale. I sociologi lavorano, purtroppo spesso in modo frammentato, in numerosi ambiti: enti di ricerca e pianificazione sociale, uffici pubblici dedicati al welfare, imprese private, marketing, comunicazione, editoria, formazione e altri ancora. Dinanzi a questa frammentazione un’associazione professionale come la nostra costituisce una sorta di casa comune capace di rappresentare chi esercita la professione sociologica valorizzandone le competenze, fornendo identità, visibilità, tutela, forza collettiva>>.
Che cosa offre l’ASI ai suoi iscritti?
<<Un bel po’ di servizi. Le faccio una panoramica veloce. Prima di tutto, il riconoscimento e la certificazione delle competenze, basati sugli standard previsti dalla Legge 4/2013 per le professioni non ordinistiche. Poi c’è la tutela professionale, pensata per i vari contesti lavorativi in cui ci si può trovare ad operare. L’ASI propone anche molta formazione continua: corsi, webinar e occasioni di aggiornamento. Sul fronte delle relazioni, offre diverse opportunità di networking tramite gruppi di lavoro tematici, eventi, conferenze, convegni e congressi. Non mancano le segnalazioni per possibilità lavorative, come l’individuazione di bandi di concorso e di eventuali collaborazioni con enti pubblici e privati. C’è inoltre la rappresentanza istituzionale, cioè la partecipazione a tavoli di discussione, consultazioni e audizioni. Infine, l’ASI mette a disposizione un servizio informatico gestionale che aiuta ad automatizzare e gestire iscrizioni e crediti formativi>>.
L’ASI è orientata all’istituzione di un Ordine professionale dei sociologi. Per quali motivi?
<<La richiesta di un Ordine, o almeno la costituzione di un Albo, nasce per proteggere la professione, per evitare che attività sociologiche siano svolte da figure non qualificate e per un maggiore riconoscimento formale dal punto di vista istituzionale. Attualmente molti sociologi lavorano con contratti precari o con profili non coerenti. Un Ordine professionale aiuterebbe ad un inquadramento più rigoroso>>.
L’ASI dialoga con istituzioni, enti, imprese?
<<Sì. L’ASI ha rapporti con Comuni, Regioni, istituzioni nazionali e internazionali per tutelare i sociologi attraverso consultazioni pubbliche, audizioni parlamentari e tavoli tecnici. Accanto all’interlocuzione con le istituzioni, l’ASI sviluppa relazioni con realtà del Terzo Settore, collaborando alla progettazione, valutazione e monitoraggio di interventi sociali. Questo lavoro congiunto permette di valorizzare le competenze sociologiche nella definizione di politiche e servizi orientati al benessere collettivo. L’Associazione dialoga, inoltre, con il mondo delle imprese private, affrontando temi sempre più centrali come la responsabilità sociale d’impresa, l’analisi dei processi organizzativi e la promozione del benessere aziendale>>.
Può indicare qualche recente collaborazione?
<<Certo. Tra le collaborazioni più recenti figurano quelle avviate con UNICEF Italia, con il Festival della Sociologia di Narni, di cui l’ASI è socio sostenitore, l’accreditamento presso il Parlamento europeo per le politiche sociali, che ha aperto nuove opportunità di coinvolgimento dei sociologi in attività istituzionali internazionali. In tale quadro di collaborazioni, il 3 dicembre dell’anno scorso sono intervenuto a Strasburgo, nella massima istituzione europea, in un meeting dedicato alla violenza di genere sulle donne in gravidanza. Meeting inserito nel quadro delle rilevazioni in materia di salute pubblica e giustizia sociale>>.
Che tipo di rapporti avete con l’università, con l’Associazione Italiana di Sociologia o associazioni similari?
<<Normalmente si costruiscono rapporti di collaborazione e complementarità. L’Associazione Italiana di Sociologia rappresenta la voce dei sociologi accademici e cura lo sviluppo scientifico della disciplina, mentre le associazioni professionali rappresentano chi applica la sociologia sul campo. Non nascondo che a volte vi è una certa distanza tra chi vive nelle torri d’avorio universitarie e il difficile mondo del lavoro nel quale opera la maggior parte dei laureati in sociologia. Comunque, per noi l’obiettivo non è competere, ma creare ponti che integrino le dimensioni accademiche e professionali, operando insieme per definire standard funzionali, formare nuove generazioni di sociologi e aumentarne la presenza nelle istituzioni>>.
Le diffidenze reciproche tra sociologi accademici e sociologi professionali possono essere superate?
<<La diffidenza tra sociologia teorica e pratica deriva da una separazione storica artificiale, la quale non ha più senso di fronte alla complessità della società contemporanea, che richiede sia profondità analitica sia capacità di intervento. In questa prospettiva condivido l’impostazione di Michael Burawoy, il quale sosteneva che la forza della nostra disciplina nasce dall’interazione tra sociologia professionale, critica, pubblica e di policy. Ogni settore svolge una funzione diversa ma complementare. Perciò l’obiettivo non è uniformare i diversi settori, ma creare un dialogo continuo che consenta di affrontare i problemi sociali da più angolazioni, mantenendo un equilibrio tra rigore scientifico e rilevanza pubblica. Sotto questo profilo l’ASI ha diverse attività in corso: gruppi misti di ricerca, master professionalizzanti, valutazioni di impatto, laboratori territoriali, collaborazioni con le associazioni di sociologi. Anche sulla base di queste nostre esperienze penso di poter dire che l’accademia e i sociologi professionisti non si indeboliscono a vicenda, anzi, si rafforzano nel produrre una sociologia maggiormente integrata, utile e incisiva>>.
A proposito di incisività, cosa occorre fare affinché la voce dei sociologi sia più ascoltata nelle politiche pubbliche?
<<Per recuperare spazio nelle politiche pubbliche bisogna partire da un dato: tra le classi dirigenti italiane manca una cultura sociologica. Spesso le decisioni vengono prese senza un’adeguata comprensione delle dinamiche sociali, con il rischio di affidarsi all’intuizione, all’emergenza o alle mode del momento. Per questo i sociologi devono fare in modo di essere presenti nei luoghi decisionali, ai tavoli tecnici, nelle commissioni, negli osservatori. Non basta generare analisi solide, occorre portarle dentro i processi politici, dominati attualmente da induzioni economiche e psicologizzanti>>.
Per portare le analisi sociologiche all’interno dei processi politici cosa serve sul piano comunicativo?
<<Serve un robusto lavoro di traduzione dei linguaggi scientifici rendendoli accessibili e comprensibili all’opinione pubblica e ai decision maker. Se chi governa è digiuno di cultura sociologica, spetta alla sociologia dimostrare di rappresentare uno strumento indispensabile per interpretare fenomeni complessi, orientare scelte coerenti e, per quanto possibile, ispirare l’agenda politica. È necessaria anche una maggiore visibilità mediatica intervenendo sulle attuali fenomenologie sociali, offrendo chiavi di lettura che consentano alla sociologia di essere riconoscibile, efficace e soprattutto utile per la società>>.
Nel quadro dell’utilità collettiva, i sociologi professionali possono valutare l’impatto sociale delle imprese?
<<Certamente. Valutare l’impatto sociale di un’impresa significa capire quali effetti producono davvero le sue azioni sulla vita dei cittadini, dei lavoratori, dei territori. E questo è proprio il campo dei sociologi: abbiamo competenze di analisi delle organizzazioni, di ricerca sociale, di uso di metodi qualitativi e quantitativi e, soprattutto, di lettura dei fenomeni collettivi, ossia di ciò che riguarda gruppi, comunità, reti sociali. Per questo i sociologi dovrebbero essere coinvolti stabilmente nelle aziende che adottano criteri ESG (Environmental, Social e Governance, n.d.r.) e, più in generale, nelle politiche di responsabilità sociale. In concreto qual è il loro contributo? Aiutano a valutare gli impatti, sia positivi che negativi, delle attività dell’impresa, cercano di prevenire le ricadute indesiderate sul piano sociale e sul territorio, facilitano le relazioni tra organizzazioni, lavoratori e comunità locali, analizzano le cosiddette performance extra-finanziarie per orientare meglio investimenti e scelte di gestione. In sintesi: se un’azienda vuole davvero capire che impatto ha sulla società, il sociologo professionale è una figura che non dovrebbe mancare>>.
Passiamo a un altro argomento. Nel dibattito pubblico economisti e psicologi hanno oscurato i sociologi. Come spiega questo fenomeno?
<<Negli ultimi anni economisti e psicologi sono diventati gli interpreti ufficiali della realtà sociale. Ciò è avvenuto non perché i sociologi dispongano di strumenti euristici meno efficaci, ma perché in Italia manca una vera cultura sociologica, sia tra i decision maker, come le ho accennato in precedenza, sia nell’opinione pubblica. Quando la complessità del sociale non è riconosciuta, il dibattito pubblico si rifugia nell’economia come linguaggio dominante o nella psicologia come chiave di lettura individuale. In tal modo, la dimensione collettiva scompare e si crede di risolvere le questioni sociali attraverso incentivi economici o sottoponendo gli individui a psicoterapie. Ma l’individualismo parossistico e la psicologizzazione sono trappole che occultano le radici sociali del disagio. Cogliendo molto bene il problema, Bauman affermò che nel nostro mondo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati>>.
Come può la sociologia recuperare il terreno perduto nell’arena mediatica?
<<La sociologia può recuperare terreno solo se torna a fare fino in fondo ciò per cui è nata: leggere in profondità i cambiamenti sociali e restituirli in modo chiaro e comprensibile a tutti. La sociologia è un sapere autonomo e necessario, perché nessun’altra disciplina è così attrezzata per tenere insieme dati, contesti, storie di vita, strutture di potere. Se questo sguardo viene meno, lo spazio è occupato da altre competenze che, come le ho detto, sono spesso parziali, semplificano o non colgono la complessità dei fenomeni sociali. Recuperare spazio nel dibattito pubblico significa allora tre cose: rivendicare con forza la specificità del metodo sociologico; essere presenti dove si costruisce l’opinione pubblica presentando analisi fondate; assumersi una responsabilità civile, cioè usare la ricerca per cogliere le disuguaglianze, le trasformazioni del lavoro, gli effetti sociali delle tecnologie, le fratture territoriali e così via. Quando questa funzione, che definirei di illuminazione, emerge con chiarezza, la sociologia torna immediatamente rilevante: i sociologi non sono più comparse, ma diventano voci autorevoli, capaci di correggere letture superficiali e di orientare il dibattito pubblico con strumenti solidi, verificabili e criticamente consapevoli>>.
Veniamo ad una questione spinosa. Da molto tempo la sociologia è una disciplina confinata negli specialismi accademici e non “morde” più. Può tornare ad esercitare un ruolo critico nell’Italia di oggi?
<<Sì, ma solo se riconoscerà le proprie responsabilità. Per troppo tempo, pur disponendo di competenze solide, la sociologia si è rinchiusa nei recinti accademici, producendo conoscenze teoretiche utili, ma poco visibili, non orientate ad incidere sulla realtà. Ciò ha lasciato spazio ad altri saperi più rapidi nel presidiare l’arena mediatica, con letture spesso parziali. Per tornare a mordere, come dice lei, la sociologia deve entrare nella carne viva della società, nei territori, nelle istituzioni, nei movimenti, senza rifugiarsi in linguaggi iperspecialistici; deve, come si suol dire, sporcarsi le mani. D’altra parte, una disciplina confinata solo in ambiti specialistici non influisce, o influisce poco. Mentre una sociologia che si confronta con le dinamiche reali può ritrovare la sua vocazione critica, come disciplina scomoda e necessaria, capace di decifrare il potere, smascherare le retoriche, dare voce a chi non ce l’ha, offrire strumenti per trasformare la realtà in un’Italia attraversata da profonde trasformazioni>>.
Quale messaggio vuole lanciare ai giovani sociologi?
<<Il mondo ha un bisogno crescente di competenze sociologiche per leggere le trasformazioni in atto, affrontare le disuguaglianze, progettare servizi, gestire conflitti, favorire la partecipazione, valutare impatti di diversa natura. Insomma, c’è necessità di gettare ponti tra ricerca scientifica, professione e società civile. Perciò ai giovani sociologi rivolgo un invito: proporsi, sperimentare, costruire professionalità ibride, capaci di andare oltre l’esecuzione tecnica, diventare coscienze critiche in grado di prendere posizione e contribuire al futuro collettivo>>.
Patrizio Paolinelli, La critica sociologica, LX, 237-238, Primavera-Estate 2026






