I diritti dei bambini e i doveri degli adulti in un contesto frammentato
di Simona Carucci
Come osservava Durkheim nei suoi studi sulla funzione educativa e sulla necessità di una coesione morale condivisa, per garantire la continuità sociale, ogni società deve essere in grado di trasmettere ai nuovi membri un patrimonio simbolico stabile e coerente; ed è sulla base di questa premessa che la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia riconosce i bambini non come “adulti in miniatura”, ma come soggetti pienamente titolari di diritti specifici, il cui sviluppo richiede un contesto sociale capace di garantire protezione, continuità e cura; tuttavia, l’attuale configurazione della società tardo-moderna, marcata da fluidità, incertezza, frammentazione e disancoraggio valoriale, rende tali principi sempre più difficili da tradurre nella pratica quotidiana. In questo contesto dove anche i ruoli sono de-strutturati senza ri-definizione, anche il diritto del bambino in quanto tale e il dovere dell’adulto in quanto tale, divengono un qualcosa che ha i contorni non più così chiari.

In un quadro sociologico complessivamente frammentato, che Bauman definisce “liquido” e Beck “società del rischio”, i bambini crescono in un ambiente nel quale gli adulti stessi vivono una profonda crisi del ruolo, un indebolimento delle cornici normative e una perdita di riferimenti stabili. Ricordiamo con Mead che lo sviluppo del Sé infantile dipende dalla presenza di ruoli adulti stabili. La funzione educativa, che nella prospettiva di Parsons costituiva uno dei pilastri della riproduzione sociale attraverso la trasmissione dei valori, oggi appare disarticolata: gli adulti, anziché operare come mediatori simbolici tra il bambino e il mondo, sperimentano forme diffuse di smarrimento identitario e di deresponsabilizzazione, dovute alla mancanza di una chiara definizione del proprio ruolo genitoriale, professionale e comunitario. Questo indebolimento dei ruoli, come osservano Berger e Luckmann, implica una crisi della capacità sociale di costruire e trasmettere universi di senso condivisi, lasciando i soggetti, inclusi i bambini, esposti a una relativizzazione generalizzata in cui i valori vengono messi in discussione senza che emergano alternative strutturanti. Ne deriva un duplice vuoto: da un lato il bambino non riceve più quella trasmissione di continuità intergenerazionale che, in ogni società, ha la funzione di radicare l’individuo nel proprio gruppo; dall’altro, gli adulti non riescono a fornire un quadro di riferimento stabile, entro cui i diritti e i doveri possano assumere significato e consistenza. I diritti dei bambini non sono scontati, perché la figura del bambino, con le sue caratteristiche che lo rendono tale, sembrano non essere più riconosciute. Se vi sono diritti per loro, allora vi sono doveri per l’adulto, ma quale adulto? Così, oggi, la questione è a monte. Contesto e ruoli non sembrano avere più le caratteristiche per supportare diritti e doveri. I diritti e i doveri sono frutto di processi culturali nel tempo e in un luogo e, come tali, sono prodotti sociali. Ma ora quali attori sociali per essi? In tale clima di frammentazione, i diritti dei bambini, tra cui il diritto alla cura, alla protezione, alla guida e alla mediazione adulta, diventano progressivamente “fumosi”, non perché meno rilevanti, ma perché non trovano più un contesto simbolico e istituzionale in grado di sostenerli. Parallelamente, i doveri degli adulti si indeboliscono: non è sempre chiaro cosa significhi “educare”, proteggere, filtrare, accompagnare, poiché la società de-istituzionalizza i ruoli senza però fornire alternative valide. L’adulto, che dovrebbe rappresentare un polo di senso e di responsabilità verso il minore, si trova immerso in un ambiente dove la responsabilità è diventata problematica, relativizzata o addirittura dissolta; e dove il concetto stesso di “dovere”, inteso in senso sociologico come presa in carico dell’altro e come esercizio consapevole del proprio ruolo, appare privo di una cornice stabile. Questo vuoto, valoriale prima ancora che normativo, produce un effetto diretto sulle nuove generazioni: un’infanzia che non riceve protezioni chiare, criteri orientativi, né un’adeguata mediazione con il mondo esterno, finendo per essere sovra-esposta a una realtà per la quale non possiede ancora gli strumenti interpretativi necessari. Una delle manifestazioni più evidenti di questa crisi strutturale dei ruoli è l’adultizzazione digitale dell’infanzia. In assenza di ruoli adulti stabili e responsabilizzati, l’accesso illimitato alle tecnologie immerge i minori in un universo di stimoli, immagini e contenuti tipicamente adulti, che essi sono costretti a processare senza esperienza, senza mediazione e senza strumenti cognitivi maturi. Secondo il rapporto EU Kids Online, una quota significativa di minori italiani tra i 9 e i 17 anni (31%) dichiara di aver visto contenuti sessualmente espliciti su Internet, mentre un’indagine MOIGE rileva che il 76% dei ragazzi utilizza smartphone e tablet senza filtri o con filtri disattivati, accedendo liberamente anche a materiale pornografico. L’effetto combinato di questa esposizione precoce, che include anche rischi sanitari, come l’aumento di infezioni sessualmente trasmesse già rilevate tra preadolescenti in alcune regioni italiane, genera processi di sviluppo distorti: i bambini diventano al contempo attori passivi e attivi di dinamiche adulte, ma senza la maturità necessaria per comprenderle e senza il supporto di figure adulte adeguatamente presenti. Essi si trovano così a processare la realtà “da soli”, generando inevitabili distorsioni percettive, cognitive ed emotive, perché la realtà stessa richiede un’elaborazione esperienziale che per definizione è loro preclusa.
In questo quadro, i diritti dei bambini diventano ambigui e difficili da garantire proprio perché le strutture adulte che dovrebbero interpretare e tutelare tali diritti, sono indebolite. Allo stesso tempo, i doveri degli adulti, proteggere, orientare, filtrare, educare, perdono consistenza perché la società non offre più ruoli definiti, né sistemi valoriali capaci di sostenere l’azione educativa. La relativizzazione generalizzata, svuota di senso sia le norme sia i ruoli: l’adulto non sa più quale posizione assumere, mentre il bambino viene esposto a un mondo privo di mediazione, trasformato in un soggetto a cui spesso si attribuiscono competenze o libertà che non corrispondono al suo sviluppo reale. Ne deriva un paradosso sociologico: per non affrontare la questione dei diritti reali dell’infanzia, cioè la necessità di prenderla in cura, la società tende a trasformare il bambino in altro, a ridefinirne arbitrariamente l’identità o la competenza, evitando così il problema di garantire protezione, guida e continuità. Eppure, il diritto fondamentale del bambino, come riconosciuto dalla Convenzione ONU, è proprio la presa in cura, che richiede una società capace di offrire ruoli chiari, responsabilità definite, valori trasmissibili e adulti in grado di esercitare la propria funzione educativa. Finché tale quadro rimane frammentato, i diritti e i doveri continueranno a essere vaghi, instabili e privi di effettiva applicazione, lasciando l’infanzia esposta alle contraddizioni di una società che mette in discussione tutto, senza proporre nulla che possa sostituire ciò che è stato perduto.
Dott.ssa Simona Carucci, Sociologa delle organizzazioni, Ambiti: organizzazioni jihadiste, organizzazioni militari – Blog Interlegere






