Devianza adolescenziale nella società frammentata: tra anomia, deresponsabilizzazione e mediazione digitale

di Simona Carucci

L’articolo analizza le possibili cause della devianza adolescenziale nel contesto delle società contemporanee, caratterizzate da fluidità identitaria, frammentazione dei legami sociali e crescente mediazione digitale. Attraverso il contributo di autori classici e moderni, si evidenzia come la perdita di riferimenti normativi stabili, la deresponsabilizzazione sociale e la costruzione identitaria mediata dai social network, contribuiscano alla formazione di soggettività fragili, isolate e più esposte a comportamenti devianti.

Introduzione: la devianza nell’epoca della fluidità

La devianza adolescenziale non è un fenomeno nuovo, ma assume oggi caratteristiche inedite: i confini normativi risultano sempre più delegittimati, la crisi e la frammentazione dei ruoli sociali provocano una rottura delle aspettative e disorientamento identitario e sociale. Il gruppo è sostituito da interazioni social. L’adolescente cresce in un contesto in cui istituzioni come famiglia, scuola e comunità perdono forza regolativa e riconoscimento, lasciando spazio ad una socializzazione frammentata e spesso incoerente. Questa condizione produce una tensione tra libertà e disorientamento: se da un lato aumentano le possibilità di scelta, dall’altro diminuisce la capacità di orientarsi entro sistemi di valori condivisi. La costruzione identitaria mediata dai social network contribuisce alla formazione di soggettività fragili, isolate e più esposte a comportamenti devianti. L’analisi delle motivazioni e dei contesti in cui i fenomeni di devianza nascono, si sviluppano e si consolidano, non implica in alcun modo una loro giustificazione, né tantomeno una legittimazione dell’autore o dell’autrice dell’atto, ma rappresenta piuttosto un tentativo di comprensione scientifica dei complessi processi sociali che li producono.

Anomia e crisi della regolazione sociale

Il concetto di anomia, introdotto da Émile Durkheim, è fondamentale per comprendere la devianza contemporanea. Durkheim (1893) descrive l’anomia come una condizione di deregolazione sociale, in cui le norme perdono la loro capacità di guidare i comportamenti individuali, proprio per dei rapidi cambiamenti sociali, certo quelli dell’epoca, ma questo concetto è adattabile ad oggi. In una società fluida, l’anomia non è più una condizione eccezionale, ma strutturale: i giovani si trovano privi di limiti chiari e di riferimenti stabili. Manca chi trasmette i valori, credenze e norme da un soggetto all’altro (al più giovane), come in tutti i gruppi sociali umani e animali. Troppo spesso è delegato a terzi o ad algoritmi, tante volte chi tenta il passaggio è deligittimato. Questo vuoto normativo favorisce comportamenti devianti, non tanto come trasgressione consapevole, quanto come ricerca di orientamento, lì dove manca il condiviso. A questa prospettiva si collega Merton (1938), che interpreta la devianza come tensione e adattamento alle discrepanze tra obiettivi culturali e mezzi legittimi, ad esempio, i modelli di successo veicolati dai social, risultano spesso irraggiungibili, generando frustrazione e strategie devianti alternative, non avendo alle spalle una struttura di valori sociali stabile e coerente.

Il controllo sociale e la sua trasformazione

Secondo Travis Hirschi (1969), la devianza emerge quando i legami sociali si indeboliscono. I quattro elementi del legame sociale (attaccamento, impegno, coinvolgimento e credenze) risultano oggi compromessi. La devianza giovanile emerge come esito di un processo di indebolimento dell’integrazione sociale. Quando i vincoli con la famiglia, la scuola, il lavoro, l’associazionismo e la comunità territoriale si deteriorano, il giovane perde progressivamente il senso di appartenenza alla vita collettiva e diminuisce la sua disponibilità ad assumere comportamenti conformi alle aspettative normative. La riduzione del controllo sociale informale comporta, infatti, una minore interiorizzazione delle regole e un incremento della probabilità di condotte trasgressive. La devianza può essere interpretata non solo come scelta individuale, ma anche come manifestazione di una progressiva disaffiliazione sociale, nella quale il giovane si percepisce sempre meno come partecipante responsabile dell’ordine collettivo e, quindi, legittimato ad un comportamento irresponsabile verso se stesso e verso gli altri. Il fenomeno è connesso al deficit di partecipazione civica, di responsabilizzazione sociale e di integrazione istituzionale. Il controllo sociale (come fonte di regolazione del membro del gruppo) nelle società moderne non deve scomparire ma trasformarsi (M. Foucault): da esterno a interno, da visibile a diffuso. Oggi, quindi, il controllo passa anche attraverso i dispositivi digitali, producendo forme di sorveglianza e auto-esposizione, che influenzano profondamente i comportamenti adolescenziali.

Social media e costruzione della realtà

I social network non sono semplici strumenti, ma ambienti di costruzione simbolica della realtà. Attraverso di essi si produce una rappresentazione spesso distorta della vita sociale, basata su performance, visibilità e riconoscimento immediato. A questo punto emerge la necessità di ciò che ci offre Goffman (1956), per interpretare il comportamento online. Esso è una vera “messa in scena” permanente e non un semplice come, in cui l’individuo è tradotto in mera immagine, dove la sua storia come individuo, la sua cultura e le sue caratteristiche personali sono cancellate, per la necessità di conformarsi ad una proposta di un Io, non socialmente compatibile, ma social condivisibile. In questa messa in scena, quindi, non vi è più il ruolo sociale del soggetto, ma vi è una figurina che semplicemente risponde, non alle aspettative sociali, ma agli standard di algoritmi. La società contemporanea è sicuramente dominata da simulacri (J. Baudrillard): rappresentazioni che sostituiscono la realtà. I giovani interiorizzano modelli irrealistici durante la fase di costruzione/crescita dell’Io e dell’Io Sociale, compensando i vuoti che l’ambiente reale che li circonda lasciano, generando dissonanza tra sé, comunque inserito nel reale e quel sé costruito nel web. Ispirandosi a Russell (1938), si può notare una sorta di paradosso, ovvero, in un ambiente come quello WEB dove ci si può pensare liberi e deresponsabilizzati, in realtà si viene condotti in un’autocensura feroce. Traslando la sua teoria nel contesto contemporaneo dei social media, tale dinamica assume una forma particolarmente intensa tra i giovani, dove la costruzione del loro Io è costantemente mediata da processi di visibilità e comparazione sociale. Ne deriva una forma di conformismo performativo, in cui la libertà di espressione è formalmente preservata, ma sostanzialmente riorientata verso la riproduzione di standard (meramente) estetici e narrativi condivisibili. Tale dinamica contribuisce, inoltre, ad un rafforzamento dell’ansia reputazionale (reputazione non come prodotto di un agito sociale su base dei valori condivisi, ma di immagine condivisibile), poiché il riconoscimento social diventa una risorsa competitiva continuamente da ottimizzare. In questa chiave, l’autocensura giovanile generata da questo meccanismo social, può essere letta come esito di un più ampio processo di internalizzazione delle norme implicite della visibilità digitale, che trasforma l’interazione social in una pratica di costante autovalutazione e regolazione del sé. Interazione social che prende il sopravvento o il totale sopravvento, lì dove le agenzie di socializzazione umane hanno perso credibilità o voglia di esserci. In questo contesto, la devianza può essere interpretata non solo come violazione delle norme, ma come tentativo di costruzione identitaria. L’atto deviante diventa un modo per affermarsi, ottenere visibilità o colmare un vuoto relazionale.

Il Crollo dei Dispositivi Sanzionatori e la Normalizzazione della Devianza

In ogni assetto societario, la conformità alle norme e il contenimento della devianza sono storicamente garantiti da tre specifici meccanismi sanzionatori. Questi dispositivi operano con una funzione deterrente: dovrebbero indurre il soggetto che intende porre in essere un atto deviante ad una riflessione e ad un timore tali da ricondurlo all’interno delle regole, del buon senso e del rispetto sociale. Tali meccanismi si articolano nel timore delle conseguenze legali, nel timore di incorrere nella censura sociale e, infine, nel timore derivante dalla propria coscienza. Nella società attuale, tuttavia, si assiste ad una profonda crisi di questa triade sanzionatoria: le conseguenze legali appaiono fortemente annacquate, perdendo la loro originaria forza di deterrenza e non essendo percepite come un limite invalicabile. La censura sociale risulta quasi del tutto azzerata. Ciò avviene poiché i diversi attori della società tendono sistematicamente a giustificare i soggetti devianti. Questo fenomeno di legittimazione vede il coinvolgimento attivo sia di professionisti del settore, i quali, attraverso i mezzi di comunicazione di massa come la televisione e i social media, analizzano e, in qualche modo, scusano tali condotte, sia in modo ancora più strutturale, dai genitori. Questi ultimi tendono a giustificare l’azione criminale o deviante del figlio o della figlia non solo dinanzi ai media, ma anche di fronte alle stesse istituzioni che intervengono, quali le forze dell’ordine e la magistratura. La sanzione della coscienza viene di conseguenza disattivata. In questo contesto culturale e relazionale, il ragazzo non può sviluppare un sano meccanismo di senso di colpa, dinanzi ad azioni che provocano danno o dolore a terzi. Invece di richiamare il giovane ad una responsabilità oggettiva attraverso i tre modelli sanzionatori, la società odierna ne favorisce la deresponsabilizzazione quasi totale attraverso un giustificazionismo diffuso e ad una normalizzazione dell’atto. Questo processo si esplicita attraverso precise dinamiche cognitive e sociali: lo spostamento della responsabilità tramite meccanismi di diffusione, che sottraggono al giovane la sua qualità di soggetto agente; la minimizzazione, l’ignoranza o la distorsione delle conseguenze che le vittime devono subire; fino a giungere alla deumanizzazione della vittima stessa o all’attribuzione a quest’ultima di una parte della colpa. E poi si arriva ad un paradosso, ovvero alla condanna di chi condanna l’atto deviante come un soggetto estremista. Il risultato finale di questa transizione è una radicale inversione percettiva: venendo meno il freno delle sanzioni esterne e interne, la condotta deviante, pur restando sanzionabile sulla carta, diventa personalmente e intimamente accettabile per il soggetto che la compie.

Conclusioni: verso una ricostruzione del legame sociale

In conclusione, appare necessario ribadire che all’interno dei medesimi contesti socio-strutturali oggetto di analisi, non si dà alcuna determinazione univoca degli esiti biografici, né tantomeno una corrispondenza lineare tra condizioni ambientali e traiettorie devianti. Al contrario, l’evidenza empirica e la letteratura teorica, convergono nell’individuare la coesistenza di percorsi differenziati, nei quali accanto a forme di possibile vulnerabilità o disaffiliazione, emergono configurazioni di marcata integrazione normativa, caratterizzate da partecipazione civica, responsabilità relazionale ed investimenti prosociali, esemplificati da pratiche di volontariato, dall’assunzione di ruoli di cura in ambito familiare e da forme stabili di embeddedness nei contesti scolastici e amicali. Ne deriva che una medesima configurazione ambientale non può essere assunta quale variabile esplicativa deterministica, bensì deve essere concettualizzata come insieme di vincoli e opportunità, all’interno dei quali si articolano processi di agency differenziata. In tale prospettiva, ad un’identica struttura di condizioni sociali non corrisponde una risposta comportamentale necessitata, ma una pluralità di esiti potenziali, mediati dall’interazione tra risorse individuali, capitale sociale disponibile e processi di socializzazione primaria e secondaria. Ne consegue che il comportamento del soggetto giovanile deve essere interpretato entro una cornice teorica, che tenga insieme struttura e agency, evitando riduzionismi sia di tipo deterministico sia di tipo volontaristico e riconoscendo la complessità dei processi di costruzione situata dell’azione. Anche le condotte collocate nell’area della devianza penalmente rilevante, non possono essere automaticamente deprivate di ogni dimensione di intenzionalità o consapevolezza, se non nei casi specificamente riconducibili a compromissioni clinicamente accertate delle capacità cognitive e volitive. Tale impostazione non implica alcuna sovrapposizione tra analisi sociologica dei processi eziologici e giudizio normativo, poiché la comprensione delle condizioni di produzione della devianza, non coincide con la sua legittimazione, ma consente piuttosto di distinguere analiticamente tra i processi di costruzione sociale delle categorie di devianza e normalità e la dimensione materiale delle conseguenze lesive, prodotte dalle azioni sociali. In tale quadro interpretativo, permane centrale l’assunto secondo cui il soggetto, entro i limiti della propria capacità di intendere e di volere, agisce all’interno di razionalità situate e contestualmente prodotte, potendo pertanto intraprendere condotte che egli stesso riconosce come coerenti con sistemi di significato localmente costruiti, anche laddove tali condotte si traducano in esiti oggettivamente lesivi per altri attori sociali. In ultima analisi, l’essere umano non è un atomo isolato, ma un soggetto relazionale. Ignorare questa dimensione significa favorire condizioni di disorientamento che possono sfociare in comportamenti devianti.

Dott.ssa Simona Carucci


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