Dalla Gemeinschaft alla società gassosa: isolamento relazionale, fasce vulnerabili e necessità del sociologo clinico
di Viorica Bunduc

Il presente articolo propone un’analisi sociologica dell’isolamento relazionale come condizione strutturale della società contemporanea, attraverso la traiettoria concettuale che va dalla dicotomia tönniesiana Gemeinschaft/Gesellschaft alla metafora della società gassosa. Si argomenta che il disagio psichico dei giovani, la disorientazione degli anziani nell’era digitale, la fragilità delle famiglie in condizione di povertà e isolamento, e la condizione dei bambini allontanati dal nucleo familiare e inseriti nel sistema di tutela non sono fenomeni distinti, ma manifestazioni convergenti di una medesima patologia strutturale: la dissoluzione del legame come ambiente relazionale condiviso. In questo quadro, il sociologo clinico e il sociologo di famiglia non rappresentano una risposta terapeutica aggiuntiva, ma una necessità di sistema — la figura professionale capace di operare all’intersezione tra individuo, famiglia e contesto sociale in trasformazione radicale, con funzione tanto preventiva quanto riparativa.
Parole chiave: Gemeinschaft, società gassosa, isolamento relazionale, sociologo clinico, sociologo di famiglia, famiglie fragili, bambini in affido, sistema di tutela, legame primario, Bauman, Tönnies
1. Introduzione: il disagio che non ha nome
C’è qualcosa che accomuna il quindicenne che non riesce più ad andare a scuola, l’anziana di ottant’anni esclusa dallo sportello digitale dell’INPS, la madre sola con tre figli che non riesce a trovare un servizio che la ascolti prima che la situazione precipiti, e il bambino di nove anni che vive in una comunità di accoglienza senza capire perché non può tornare a casa. Non è la fragilità individuale. Non è l’incapacità di adattarsi. È qualcosa di più profondo, che appartiene alla forma stessa della società in cui vivono. Il presente lavoro si propone di nominare quella forma: la società gassosa. E di dimostrare che, in questo passaggio storico, il sociologo clinico e il sociologo di famiglia non sono figure di nicchia, ma risposte professionali necessarie a una crisi che la psicologia individuale e le politiche sociali tradizionali non riescono, da soli, ad affrontare.La tesi centrale è questa: non viviamo una crisi di individui incapaci di relazionarsi. Viviamo una crisi dell’ambiente relazionale. E quando l’ambiente è malato, occorre qualcuno che sappia leggerlo, attraversarlo e aiutare le persone a orientarsi dentro di esso — non nonostante la complessità, ma a partire da essa.
2. La traiettoria del legame: da Tönnies alla società gassosa
2.1 La dicotomia fondativa: Gemeinschaft e Gesellschaft.
Nel 1887, Ferdinand Tönnies pubblica Gemeinschaft und Gesellschaft, inaugurando una delle distinzioni più produttive della storia del pensiero sociologico. La Gemeinschaft — comunità — è fondata su legami organici, pre-razionali, radicati nel sangue, nel luogo, nella tradizione condivisa. La volontà che la governa è la Wesenwille, volontà essenziale: il soggetto non sceglie di appartenere, appartiene. La Gesellschaft — società — è invece costruita su legami contrattuali, razionali, orientati allo scambio e all’utilità. La sua volontà è la Kürwille, volontà arbitraria: il soggetto calcola, decide, recede. Ciò che Tönnies intuisce — e che sarà esplorato da tutta la tradizione successiva — è che la Gesellschaft ha bisogno di residui di Gemeinschaft per funzionare: fiducia diffusa, senso di appartenenza, solidarietà di base. Ma li consuma più rapidamente di quanto li riproduca. Questo squilibrio non è contingente; è strutturale1
2.2 La liquefazione del legame: Zygmunt Bauman.
Un secolo dopo Tönnies, Zygmunt Bauman radicalizza questa diagnosi. Nella modernità liquida, le istituzioni solide della prima modernità — Stato, classe, famiglia nucleare, carriera lineare — si sono dissolte. Ciò che rimane sono legami fluidi, temporanei, revocabili. Il soggetto contemporaneo è un consumatore anche di relazioni: le seleziona, le sperimenta, le abbandona quando smettono di essere soddisfacenti2. Il passaggio dalla Gesellschaft classica alla modernità liquida non è solo quantitativo. La Gesellschaft mantiene ancora strutture relativamente stabili — contratti, istituzioni, identità di classe. La liquidità le scioglie. Il soggetto non è più alienato all’interno di una struttura: è libero, ma flottante. La libertà senza struttura relazionale non produce autonomia; produce deriva.
2.3 La società gassosa: il legame che non si forma
La metafora della società gassosa rappresenta un’ulteriore accelerazione del processo descritto da Bauman. Se il liquido ha ancora una forma — quella del contenitore che lo accoglie — il gas non ne ha nessuna. I legami non si rompono: semplicemente non si formano. La presenza fisica degli altri non implica più contatto reale; la connessione digitale permanente coesiste con una solitudine radicale. In questa configurazione, l’isolamento non è una condizione eccentrica. È la norma relazionale dominante. E produce effetti diversificati a seconda della fase della vita e del grado di vulnerabilità strutturale del soggetto: nei giovani produce ansia sociale e anedonia; negli anziani disorientamento e invisibilità; nelle famiglie fragili produce il collasso silenzioso; nei bambini allontanati dal nucleo familiare produce la perdita del senso stesso di appartenenza. «Il problema non è che le persone non sappiano stare insieme. È che il sistema non produce più contesti in cui stare insieme abbia senso e continuità.» (Bunduc, 2024). La traiettoria può essere sintetizzata nel seguente schema evolutivo: Gemeinschaft → appartenenza organica, identità prescritta, legame come datoGesellschaft → contratto, scambio, alienazione strutturaleModernità liquida → legame flessibile, identità plurale, deriva soggettivaSocietà gassosa → assenza di legame, connessione senza contatto, solitudine istituzionalizzata.
3. Cinque vulnerabilità, una radice strutturale
3.1 I giovani: la solitudine come ambiente.

I disturbi d’ansia e dell’umore tra adolescenti e giovani adulti sono in costante aumento nell’ultimo decennio in tutti i paesi ad alto reddito. In Italia, i rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità documentano un incremento significativo degli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile e adolescenziale, con un’accelerazione marcata nel periodo post-pandemico3. Le presentazioni cliniche più frequenti — ansia sociale e depressione anedonica — hanno come denominatore comune una difficoltà nel tollerare e desiderare il legame con l’altro. Questo non è un deficit costitutivo: è il prodotto di un ambiente relazionale che ha eliminato strutturalmente i contesti dove il legame si forma attraverso la permanenza e l’attrito. Il ritiro è sempre legittimo, immediato, privo di conseguenze sociali. E dove il ritiro non ha costi, il legame profondo non si costruisce.
3.2 Gli anziani: l’esclusione digitale come nuova invisibilità

Per chi è cresciuto in contesti di Gemeinschaft — il quartiere, la parrocchia, il mercato rionale, le relazioni di vicinato consolidate nel tempo — la transizione digitale non è semplicemente l’apprendimento di nuove competenze tecniche. È la perdita del sistema di codici attraverso cui ci si era sempre orientati nel mondo sociale. Lo sportello fisico che diventa app, la ricetta medica che diventa codice QR, il rapporto col medico di base che passa attraverso un portale, la pensione che si gestisce online: per l’anziano che non padroneggia questi strumenti, non si tratta di un disagio marginale. Si tratta di esclusione sistemica dai diritti fondamentali di cittadinanza. Un’esclusione che avviene in silenzio, senza conflitto, senza possibilità di ricorso visibile.4 La società gassosa esclude l’anziano non con violenza, ma per omissione: semplicemente non lo vede.
3.3 Le famiglie fragili: il collasso silenzioso.
La famiglia fragile — monoparentale, in condizione di povertà, socialmente isolata, attraversata da conflitti cronici non trattati — è il soggetto più esposto alla gassosità relazionale perché è il luogo in cui essa si riproduce generazione dopo generazione. Una madre sola che non ha rete di sostegno, che non sa a chi chiedere aiuto, che ha esaurito le risorse emotive prima ancora di quelle materiali, non è una persona incapace: è il prodotto razionale di un sistema che ha smantellato le infrastrutture del mutuo aiuto senza costruirne di nuove. Il paradosso della famiglia fragile nella società gassosa è che la sua visibilità istituzionale aumenta solo nel momento in cui la situazione è già precipitata: quando arriva la segnalazione, quando interviene il tribunale dei minori, quando i servizi sociali aprono un fascicolo. Prima di quel momento, la famiglia è invisibile — proprio come il gas che la circonda. Non esiste un sistema strutturato di intercettazione precoce del disagio familiare, né una figura professionale dedicata all’accompagnamento prima che la crisi diventi irreversibile. È qui che la povertà materiale e la povertà relazionale si intrecciano in modo inscindibile. La ricerca sociologica ha ampiamente documentato come l’isolamento sociale sia tanto un fattore di rischio per la povertà quanto una sua conseguenza.5 Una famiglia povera e isolata non è semplicemente una famiglia con meno risorse economiche: è una famiglia che ha perso l’accesso alle reti informali di sostegno, di condivisione, di orientamento — le stesse reti che nella Gemeinschaft erano date per scontate e che la società gassosa ha dissolto senza sostituto.
3.4 I bambini allontanati: quando il sistema di tutela diventa gassoso
Tra tutte le vulnerabilità prodotte dalla società gassosa, quella dei bambini allontanati dal nucleo familiare e inseriti nel sistema di tutela — affido familiare o comunità residenziale — è forse la più acuta e la meno nominata nel dibattito pubblico. Perché qui la gassosità non è solo l’ambiente da cui il bambino proviene: è, troppo spesso, anche la risposta che il sistema gli offre. Il bambino allontanato ha già vissuto una rottura del legame primario — la relazione con i genitori biologici, per quanto problematica. La ricerca sullo sviluppo infantile è univoca nel documentare che questa rottura, indipendentemente dalle ragioni che la motivano, produce effetti profondi sull’organizzazione del sistema di attaccamento, sulla regolazione emotiva, sul senso di sé come soggetto degno di cura.6 Quello che il sistema di tutela dovrebbe offrire è un legame sostitutivo solido, continuo, capace di riparare — almeno parzialmente — la frattura subita. Ciò che troppo spesso offre, invece, è un altro ambiente gassoso: operatori che cambiano ogni turno, progetti educativi che cambiano ogni anno, comunità che si svuotano e si riempiono di nuovi ingressi, famiglie affidatarie che non ricevono il supporto necessario e interrompono il percorso, tribunali che rinviano le decisioni lasciando il bambino in una sospensione giuridica e identitaria che può durare anni. Il bambino impara, in questo sistema, che il legame è sempre provvisorio. Che le persone se ne vanno. Che investire nella relazione è pericoloso perché il costo della perdita è sempre più alto del beneficio della vicinanza.Questo apprendimento — sociologicamente prodotto, non costituzionalmente determinato — è esattamente ciò che Bowlby aveva descritto come attaccamento disorganizzato: non un tratto di personalità, ma una strategia adattiva razionale in risposta a un ambiente imprevedibile.7 Un bambino che cresce in questo schema non diventa un adulto incapace di legarsi: diventa un adulto che ha imparato, nel modo più doloroso possibile, che la società gassosa è la norma. E la riproduce. «Il sistema che dovrebbe proteggere il bambino dalla gassosità relazionale non può permettersi di essere, a sua volta, gassoso. Ma spesso lo è.» (Bunduc, 2024)

3.5 Le fasce più deboli: la vulnerabilità moltiplicata
Per le fasce sociali più vulnerabili — famiglie migranti, persone in condizione di povertà estrema, soggetti con disabilità — la società gassosa produce un effetto di moltiplicazione delle disuguaglianze. Chi non ha capitale sociale, culturale o digitale sufficiente per navigare autonomamente in un ambiente relazionale de-strutturato non è semplicemente svantaggiato: è sistematicamente escluso. Le famiglie migranti vivono una condizione doppiamente gassosa: hanno perso la Gemeinschaft di origine senza aver costruito un’appartenenza stabile nel paese di arrivo. I loro figli crescono in uno spazio di sospensione identitaria che la società non riconosce né contiene. Le istituzioni parlano di integrazione, ma l’integrazione presuppone un contesto relazionale solido a cui integrarsi — e quel contesto, nella società gassosa, non esiste più nemmeno per i nativi.
4. Il sociologo clinico e di famiglia come necessità di sistema
4.1 Una figura all’intersezione.
In questo quadro, la figura del sociologo clinico e del sociologo di famiglia non è un lusso professionale né una risposta terapeutica aggiuntiva. È una necessità strutturale, determinata dalla natura stessa della crisi che si intende affrontare. Il sociologo clinico è, per formazione e metodo, la figura che sa leggere il disagio individuale dentro il contesto sociale che lo produce. Non separa il soggetto dall’ambiente; lavora all’intersezione. Non patologizza l’individuo; analizza la struttura che lo ha reso vulnerabile. Non prescrive soluzioni individuali a problemi collettivi; co-costruisce con le persone strumenti di orientamento dentro la complessità. Questa postura professionale è esattamente ciò che la società gassosa richiede. Perché il disagio che produce non è trattabile con la sola psicoterapia individuale — che lavora sul soggetto senza modificare l’ambiente — né con le sole politiche sociali — che modificano l’ambiente senza lavorare sul soggetto. Richiede entrambi i livelli, simultaneamente, in relazione.
4.2 Funzione preventiva: intercettare prima della crisi
Con le famiglie fragili, il contributo più rilevante del sociologo clinico è preventivo. Significa essere presente prima che arrivi la segnalazione, prima che il tribunale apra un fascicolo, prima che il bambino venga allontanato. Significa costruire — nei consultori familiari, nei centri di aggregazione, nelle scuole, nei servizi di base — spazi di ascolto e orientamento accessibili, non stigmatizzanti, non fondati sulla logica del controllo ma su quella dell’accompagnamento. La prevenzione nel lavoro con le famiglie fragili non è informazione: è relazione. Una famiglia isolata non ha bisogno di sapere che esistono servizi; ha bisogno di qualcuno che crei con lei un legame abbastanza sicuro da permetterle di chiedere aiuto prima che la situazione sia già fuori controllo. Questo è il lavoro del sociologo clinico: costruire fiducia in un ambiente che l’ha sistematicamente erosa.
4.3 Funzione riparativa: lavorare con i bambini nel sistema di tutela
Con i bambini già inseriti nel sistema di tutela, il sociologo clinico e di famiglia svolge una funzione riparativa che va ben oltre il sostegno psicologico individuale. Si tratta di lavorare contemporaneamente su tre livelli: il bambino e la sua storia di legame interrotto; la famiglia biologica, quando esiste ancora una possibilità di recupero del rapporto e il sistema di cura — la comunità, la famiglia affidataria, gli operatori — affinché non riproduca esso stesso la gassosità da cui il bambino proviene. Quest’ultimo punto è cruciale e sistematicamente trascurato. Le comunità residenziali e le famiglie affidatarie non sono ambienti neutri: sono sistemi relazionali con le loro dinamiche, le loro fatiche, i loro punti ciechi. Un operatore esaurito, una famiglia affidataria non supportata, un progetto educativo rigido e non personalizzato possono replicare, in forme diverse, la stessa esperienza di legame provvisorio e imprevedibile che il bambino ha già subito. Il sociologo clinico lavora con questi sistemi — non solo con il bambino — perché sa che il contesto è sempre parte della cura.
4.4 Funzione di mediazione: tra mondi e tra generazioni
Con gli anziani e le famiglie migranti, il sociologo clinico svolge una funzione di mediazione tra sistemi di senso. Non si tratta di insegnare competenze digitali o linguistiche — per questo esistono altre figure. Si tratta di accompagnare la persona nella ricostruzione di un’identità sociale coerente, dentro un mondo che è cambiato più velocemente della sua capacità di adattamento. Per i giovani, il lavoro è di natura diversa ma ugualmente strutturale: creare contesti dove il legame possa formarsi attraverso la permanenza e l’attrito graduato, nei contesti scolastici, nei servizi di salute mentale, nei centri di aggregazione — non come risposta al sintomo, ma come costruzione dell’ambiente relazionale che il sintomo segnala come assente.
5. Verso un riconoscimento istituzionale della figura
La necessità strutturale del sociologo clinico e di famiglia nella società gassosa pone con urgenza la questione del riconoscimento istituzionale di questa figura professionale. In Italia, il percorso verso una definizione normativa chiara è ancora incompleto. Eppure la domanda sociale esiste, è crescente e si manifesta in contesti sempre più diversificati: scuole, ospedali, tribunali dei minori, servizi sociali, cooperative di comunità, enti del terzo settore. Il paradosso è evidente: la crisi della società gassosa produce una domanda diffusa di competenze sociologico-cliniche, mentre il sistema di welfare continua a frammentare le risposte in silos disciplinari — lo psicologo per il disagio individuale, l’assistente sociale per il bisogno materiale, il mediatore culturale per le famiglie migranti, l’educatore per i bambini in comunità — senza prevedere una figura che operi trasversalmente, che legga il sistema nel suo insieme e che lavori sulla relazione tra i diversi livelli. Nel campo specifico della tutela minorile, questa lacuna ha conseguenze dirette sulla qualità degli interventi: i progetti educativi per i bambini allontanati vengono costruiti senza una lettura sociologica della storia familiare; le decisioni dei tribunali vengono assunte senza una valutazione del contesto relazionale complessivo; le famiglie biologiche vengono sostenute — quando lo sono — con strumenti pensati per il disagio individuale, non per la fragilità strutturale.8 È esattamente quello spazio che il sociologo clinico e di famiglia occupa. Non come sostituto delle altre figure, ma come sistema di lettura integrativo che rende possibile interventi coerenti laddove la frammentazione produce — inevitabilmente — inefficacia.
6. Conclusioni
La società gassosa non è una metafora poetica. È la descrizione sociologicamente fondata di un ambiente relazionale in cui i legami non si rompono — semplicemente non si formano. E questo ambiente produce effetti documentabili su tutte le fasce della popolazione, con intensità che cresce al crescere della vulnerabilità strutturale. I giovani crescono senza aver sperimentato la permanenza del legame. Gli anziani perdono i codici con cui si erano sempre orientati nel mondo. Le famiglie fragili collassano in silenzio, invisibili al sistema finché la crisi non è già irreversibile. I bambini allontanati imparano, nel modo più doloroso, che il legame è sempre provvisorio. Le fasce più vulnerabili vengono escluse da un sistema che presuppone competenze che non hanno avuto la possibilità di sviluppare. In tutti questi casi, la risposta non è individuale: è strutturale. E la figura che sa operare a questo livello — tra il soggetto e la struttura, tra il disagio e il contesto che lo produce, tra la crisi del legame e la possibilità di ricostruirlo — è il sociologo clinico e di famiglia. Non come guaritore. Come orientatore. Come costruttore di ponti in una società che ha smesso di produrli. «Tra due mondi si costruisce un terzo. Il cambiamento non si insegna. Si attraversa insieme.» (Bunduc, V.)
dott.ssa Viorica Bunduc
Nota sull’autrice
Viorica Bunduc è sociologa clinica e istruttrice MBSR/Mindfulness certificata, con specializzazione in famiglie biculturali e migranti. È Presidente di A.S.I. Deputazione Centro Italia e coordina il progetto TramAscolto presso l’Associazione A.ge. di Terni. La sua ricerca si situa all’intersezione tra sociologia clinica, trauma transgenerazionale e psicologia dello stress da acculturazione. È autrice del volume in corso di pubblicazione I Bisterde — I Dimenticati e co-autrice di Essere Migranti (in fase di valutazione editoriale).
- Tönnies, F. (1887/2011). Comunità e società. Roma-Bari: Laterza. Per una lettura critica contemporanea si veda Bagnasco, A. (2016). La questione del ceto medio. Bologna: il Mulino.
↩︎ - Bauman, Z. (2000/2002). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza; Bauman, Z. (2003/2004). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Roma-Bari: Laterza.
↩︎ - Istituto Superiore di Sanità (2023). La salute mentale in Italia: dati e riflessioni. Roma: ISS; OCSE (2023). Health at a Glance: Europe 2023. Paris: OECD Publishing.
↩︎ - Sul tema dell’esclusione digitale degli anziani si veda ISTAT (2023). Cittadini e ICT. Roma: ISTAT; Caradec, V. (2012). Sociologie de la vieillesse et du vieillissement. Paris: Armand Colin.
↩︎ - Paugam, S. (2008/2012). Il legame sociale. Bologna: il Mulino. Si veda anche Saraceno, C. (2015). Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi. Milano: Feltrinelli.
↩︎ - Ainsworth, M.D.S., Blehar, M., Waters, E., Wall, S. (1978). Patterns of Attachment. Hillsdale: Lawrence Erlbaum; van IJzendoorn, M.H., Schuengel, C., Bakermans-Kranenburg, M.J. (1999). Disorganized attachment in early childhood. Development and Psychopathology, 11(2), 225-250.
↩︎ - Bowlby, J. (1969/1972). Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri. Per l’applicazione al contesto della tutela minorile si veda Schofield, G., Beek, M. (2006). Attachment Handbook for Foster Care and Adoption. London: BAAF.
↩︎ - Per una critica sociologica del sistema di tutela minorile italiano si veda Bertotti, T. (2012). Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali. Roma: Carocci.
↩︎
Riferimenti bibliografici
- Ainsworth, M.D.S., Blehar, M., Waters, E., Wall, S. (1978). Patterns of Attachment. Hillsdale: Lawrence Erlbaum.
- Bagnasco, A. (2016). La questione del ceto medio. Bologna: il Mulino.
- Bauman, Z. (2000/2002). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza.
- Bauman, Z. (2003/2004). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Roma-Bari: Laterza.
- Bauman, Z. (2013/2014). La solitudine del cittadino globale. Milano: Feltrinelli.
- Beneduce, R. (2007). Etnopsichiatria. Roma: Carocci.
- Bertotti, T. (2012). Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali. Roma: Carocci.
- Bowlby, J. (1969/1972). Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri.
- Caradec, V. (2012). Sociologie de la vieillesse et du vieillissement. Paris: Armand Colin.
- Durkheim, É. (1897/2014). Il suicidio. Studio di sociologia. Milano: BUR.
- ISTAT (2023). Cittadini e ICT. Roma: ISTAT.
- Istituto Superiore di Sanità (2023). La salute mentale in Italia: dati e riflessioni. Roma: ISS.
- OCSE (2023). Health at a Glance: Europe 2023. Paris: OECD Publishing.
- Paugam, S. (2008/2012). Il legame sociale. Bologna: il Mulino.
- Putnam, R.D. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster.
- Saraceno, C. (2015). Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi. Milano: Feltrinelli.
- Schofield, G., Beek, M. (2006). Attachment Handbook for Foster Care and Adoption. London: BAAF.
- Sennett, R. (1998/1999). L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale. Milano: Feltrinelli.
- Tönnies, F. (1887/2011). Comunità e società. Roma-Bari: Laterza.
- van IJzendoorn, M.H., Schuengel, C., Bakermans-Kranenburg, M.J. (1999). Disorganized attachment in early childhood. Development and Psychopathology, 11(2), 225-250.
- World Health Organization (2021). Guidance on mental health and psychosocial support for adolescents. Geneva: WHO.






