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L’involuzione della cultura di massa

di Patrizio Paolinelli

Correvano gli anni ’60 e Edgar Morin pubblicò un libro destinato a diventare un classico della sociologia: L’esprit du temps (trad. it. L’industria culturale, il Mulino, 1963). Nelle prime pagine del volume Morin definì la cultura di massa in questi termini: “essa costituisce un corpo di simboli, di miti e immagini concernenti la vita pratica e la vita immaginaria, un sistema di proiezioni e di identificazioni specifiche, e si aggiunge alla cultura nazionale, alla cultura umanistica, entrando in concorrenza con loro”.

A partire dal secondo dopoguerra la cultura di massa ha conquistato spazi sempre più larghi generando nuovi saperi, nuovi gusti estetici, nuovi stili narrativi, nuovi modelli di rappresentazione del Sé e realizzando prodotti di qualità in numerosi campi: musica, cinema, televisione, editoria. Novità, qualità, sperimentazioni pop, reciproche contaminazioni con l’arte, il teatro, la moda hanno sostenuto la volontà di evasione dal grigiore degli anni ’50 e più in generale l’idea di democratizzare la cultura. Nel giro di pochi decenni la cultura di massa ha vinto la sfida lanciata alla cultura classica e a quella elitaria accompagnandosi per un momento persino con la contestazione giovanile. Negli anni ’70 è diventata egemone in Occidente e ha iniziato la sua espansione planetaria accelerandola al massimo dopo la fine della guerra fredda. Ma tra gli anni ’80 e gli anni ’90 una volta consolidata la propria posizione nell’immaginario collettivo la qualità spettacolare dei prodotti della cultura di massa ha fagocitato quella contenutistica e l’iniziale spinta democratica si è spenta a favore della ricerca del profitto.

Mentre divorava se stessa, la cultura di massa si è perfettamente saldata con la cultura del consumo e la sua penetrazione nella società è cresciuta in estensione e specializzazione. Basti pensare al passaggio dalla paleotelevisione alla neotelevisione o alla mutazione della pubblicità da veicolo meramente promozionale a filosofia di vita. Ma lo sviluppo non si è fermato agli aspetti tecnologici o a quelli propri del settore come potrebbe essere per l’industria automobilistica. Col passaggio al post-fordismo la cultura di massa si è integrata con una lunga filiera di attività del terziario in virtù di due processi principali: 1) pratiche universali quali la comunicazione, il gioco, la seduzione, l’immaginazio¬ne, il gusto, il piacere e la cura del corpo sono diventate oggetti dell’economia politica; 2) per essere appetibile ogni merce deve apparire il più possibile come un segno distintivo, da qui la proliferazione dei marchi, l’onnipresenza del design e l’estetizzazione della vita quotidiana. Data la matrice statunitense che la caratterizza, la cultura di massa adegua la soggettività ai valori dell’utilitarismo, dell’individualismo e del consumismo. La conseguenza è un’etica della vita come gara. Etica sostenuta dalla cultura di massa tanto che oggi quasi in ogni occasione d’incontro dentro e fuori lo schermo è condizionata dalla logica della performance: una corsa senza fine per essere più prestanti, più furbi, più ricchi, più giovani, più belli, più atletici, più sexy e così via. Per giustificare questo tipo di soggettività alcuni sociologi sostengono che sono i destinatari a utilizzare i mass-media o i clienti a manipolare la moda tramite micropratiche di fruizione personalizzata dei prodotti e di ibridazione di tali prodotti con le subculture urbane. A sentir loro si tratterebbe di mediazioni che dovrebbero de-monopolizzare le gerarchie simboliche lasciando così emergere una relazione paritaria tra l’industria culturale e i suoi fruitori. In realtà il rapporto di potere tra chi produce l’immaginario collettivo e la massa sterminata di coloro che lo traducono in comportamenti reali è completamente sbilanciato a favore dei produttori. Tale asimmetria permette alla cultura di massa di esercitare un controllo di tipo politico sulla vita degli individui governandoli fin nei loro minimi gesti. Osservata sul piano regolativo la cultura di massa è soprattutto un avanzato, flessibile e spesso occulto vettore di un ethos che induce il grande pubblico al consumo di ogni cosa: dall’abbigliamento ai telegiornali, dai partner sessuali ai telefoni cellulari, dai prodotti musicali ai generi letterari, dal tipo di fumetto al modello di pettinatura, dalle mete turistiche ai prodotti cine-televisivi e così via.

Tutta la variabilità dei comportamenti collettivi generati dalla cultura di massa ha finito per mantenere in piedi gli assetti di dominio presenti nella nostra società. Il dirompente slogan Sex, drugs and rocknroll non ha minimamente arrestato la corsa verso una società sempre più programmata, sempre più diseguale. Anzi l’ha rafforzata tra gli applausi dei meno abbienti. Da tempo il rock è morto, poi è stato il punk a lasciarci e uno dopo l’altro se ne sono andati generi e sottogeneri musicali che però hanno dato lavoro a innumerevoli band e soprattutto hanno intrattenuto il pubblico in recinti ben circoscritti dove sfogare aggressività, frustrazioni, pulsioni sessuali o dove più semplicemente ammazzare il tempo. Intanto, nel giro di poche generazioni, il mondo occidentale si sta progressivamente feudalizzando. Addirittura Barak Obama nel suo discorso sullo stato Dell’Unione si era lamentato del fatto che negli USA la mobilità sociale ha il fiato corto nonostante la nazione sia risorta dalla recessione.

E il sesso? E sempre più sfruttato dalla cultura di massa tanto da farne una vera e propria ossessione collettiva. La TV commerciale ha trasformato gran parte degli italiani in voyeuristi mentre star globali della pop music fanno a gara tra chi si esibisce in performance sempre più spinte. L’escalation della provocazione che va da Madonna a Lady Gaga fino a Miley Cyrus concede maggiore spazio ai richiami dell’eros che alla musica, mentre al di fuori dello schermo le persone sono più sole, diffidenti e instabili. In quanto alla libertà sessuale, se davvero fosse generalizzata, non si assisterebbe al dilagare della prostituzione e della pornografia. Non ce ne sarebbe bisogno. Ma il bisogno c’è e la cultura di massa gestisce la sessualità orientandone pratiche e saperi. L’oggetto privilegiato resta il corpo delle donne. Un corpo estetizzato, erotizzato che serve non solo a vendere merci ma che è stato trasformato in un’arma utilizzata dal potere politico. E anche in nome della libertà delle donne che negli anni scorsi L’occidente ha bombardato questo o quel paese islamico. I media si accodano alla propaganda e quasi non c’è testata giornalistica che non dia notizie sull’oppressione delle donne nel mondo arabo senza interrogarsi seriamente sulla complessità di quel mondo, sulla sua cultura, i suoi valori, la sua storia. Il modello che la cultura di massa impone è il corpo glamour: quello delle starlette hollywoodiane e delle top model. Possibile che non esistano altre forme di libertà dal patriarcato e altre modalità di espressione del desiderio? Per la cultura di massa no. Pretende il monopolio e rivela così il suo volto autoritario.

Il controllo sul corpo non è separato dal controllo della coscienza. Attraverso riti, media e mode la cultura di massa ha annesso la parte socializzata del Sé (il Me) riducendo ai minimi termini la parte individuale (l’Io). Un paradosso per le società liberali che sostengono di valorizzare al massimo l’individuo. Ma al di là della retorica la cultura di massa è un apparato di potere che influenza profondamente la vita pubblica e privata delle persone e in virtù di tale influenza ne governa la soggettività. Sul piano individuale il risultato è un anticonformismo telecomandato. Sul piano sociale è una diffusa forma di alienazione. Come ricostruire un rapporto più equilibrato tra l’Io e il Me? Un utile esercizio può essere quello di porsi delle domande sul proprio immaginario. Eccone alcune. Perché quella canzone che ho canticchiato per settimane a un certo punto non mi piace più? Perché non sopporto il silenzio? Da cosa nasce il desiderio di non perdere una puntata di quella fiction? Chi mi ha inculcato la paura di invecchiare? Cosa mi spinge a desiderare così tanto quel paio di stivali? Come mai mi spaventa un libro che supera le cento pagine? Perché sento di non avere mai tempo? Da dove provengono i sogni a occhi aperti che faccio di tanto in tanto? L’attrazione fisica verso quella persona nasce dal mio mondo interiore o dal mondo delle immagini che attraverso e che mi attraversa ogni giorno?

dott. Patrizio Paolinelli, sociologo e giornalista


Progetto DSA {Disturbi Specifici dell’Apprendimento} svolto con il Ministero dell’istruzione, in collaborazione con il Ministero degli Affari Sociali ed il Ministero della Salute Tunisino

a cura di: A.i.P.U. (Associazione ltaliana di Posturologia Universitaria], con il supporto .della P.S.A.F. (Associazione Scientifica dei Professionisti dello Sanità, Medicina Legale e delle Assicurazioni) – S.F.G. (Scuola Forense di Grafologia) – ASI {Associazione Sociologi Italiani} – IRC UniFunvic Europa – International Research Center (Brasile).

I componenti del progetto DSA:

Prof. Dott. Gaetano Agliata: Presidente dell’A.l.P.U. – Associazione
Italiana Posturologia Universitaria, Medico, Docente Universitario di Scienze Motorie, Posturologia e Grafopatologia;
Dott.ssa Hamida Ouled Slimane: Ricercatrice specializzata in Neuropsicopatologia e Neuroscienze;
Dott.ssa Mariarosaria Greco: Posturologa Clinica;
Dott. Antonio Magnone: Sociologo, Responsabile sviluppo aziendale;
Dott. Gaetano Pizzuti; Psicologo, Avvocato;
Prof. Dott. Raffaele Zinno: Presidente della P.S.A.F. Professionisti Sanitari Assicurativi Forensi, Medico Legale;
Prof. Avv. Gennaro Gino Mazzo: Direttore della S.G.F. – Scuola di Grafologia Forense del Tribunale di Napoli, Avvocato e Magistrato,
Grafologo;
Dott. Aniello Ertico: Psicologo esperto in Neuropsicologia;
Dott.ssa Ornella Calascibetta: Psicologa, Psicoterapeuta, Dirigente di V livello dell’ASLNAl;
Prof. Davide Magnone: Posturologo Clinico e Operatore Medicina Quantica;

Sig.ra Faouzia Dayegue: Operatrice Sanitaria, lnterprete; Dott.ssa Nafisa Zroud: Medico Pediatra; Dott.ssa Souad Kammoun Chouk: Docente Universitaria, Pedagogista; Dott.ssa Hela Slams: Docente Universitaria di Neuropsichiatria infantile, Neuropsichiatra infantile; Dott.ssa Nesrine Hitira: Educatrice specializzata nei DSA Dott.ssa Hanen Aissa: Psicologa Scolastica; Prof. Antonio Imeneo: Delegato Lazio FISPES, Docente della UniFunvic, Responsabile Europa Unifunvic, Direttore Centro Internazionale Ricerca UniFunvic Bruxelles; Prof. Dott. Francesco MacDonald, Medico, Specialista in patologia e chirurgia vertebrale, Docente Università degli Studi di Palermo – Istituto Ortopedica “Galeazzi” di Milano, Umanitas Gradenigo Torino – Eurospine Member – Direttore Scientifico del Centro Sudi “Skolios” – membro del ‘ Comitato Scientifico Fondazione Scoliosi ltalia. ll progetto prevede tre giorni di formazione da realizzare presso gli istituti scolastici e parteciperanno: Dott.ssa Cheima Jeribi: Educatrice; Dott.ssa Farah Allouche: Logopedista; Dott.ssa Montaha Nasri: Logopedista. L’evento, organizzato dal Ministero dell’istruzione, sarà a cura di: Amel Ben Mahjoub (ispettrice Scolastica della Regione Mahdia), Lamia Ammari (Commissario e Responsabile dell’istruzione Regione Mahdia), Lasad Magri (Direttore Scolastico), Sofien Elkemel (Commissario e Portavoce del Ministero dell’istruzione della Regione Mahdia), Hichem Chebbi (Portavoce del Ministero dell’istruzione).

INTRODUZIONE AL PROGETTO

a cura di Agliata G.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.) sono trattati da tre figure professionali:

  1. Neuropsichiatria infantile
  2. Psicologo
  3. Logopedista

Da studi osservazionali effettuati mediante screening scolastici, a partire dal 2003 {Agliato G. e coll.), è emerso che molti ragazzi affetti da D.S.A. presentano, se sottoposti ai test specifici dell’oculomotricità, disturbi degli assi visivi, tant’è vero che vengono loro diagnosticate le c.d.”forie”. La “foria” è un disturbo dell’asse visivo distinto in: esoforia, exoforia, ipoforia ed iperforia. Dal punto di vista clinico, trattandosi di un disturbo non evidente, contrariamente alla “tropia”, il più delle volte, sfugge ad una puntuale diagnosi. La valutazione di tale disturbo avviene attraverso dei test mirati: la disamina del punto prossimo di convergenza, il test lontano/vicino, il cover test, il test di Maddox, ecc. Le “forie” creano un disagio nel focalizzare il punto prossimo di convergenza a causa della variazione della distanza di quest’ultimo, secondo la tipologia della specifica “foria” da cui il soggetto è affetto. ln questo quadro clinico, durante la lettura e la scrittura, il soggetto è sottoposto ad un fortissimo livello di stress muscolare, determinando interruzioni cadenzate sia nella scrittura che nella lettura. Lo stress maggiore si verifica quando il soggetto deve associare la visione da lontano a quella da vicino, poiché i muscoli oculomotori, in tali circostanze non svolgono la propria funzione in maniera sincrona. ll punto focale, in tali pazienti, può essere aumentato, diminuito o spostato da un lato o dall’altro, in base allo specifico difetto presente. ln ambito scolastico, l’atteggiamento posto in essere dallo studente è considerato, il più delle volte, come una semplice “distrazione”, laddove in realtà è una “strategia inconscia” fisiologicamente necessaria, che il soggetto mette in atto per rilassare i muscoli oculomotori sottoposti a disagio, consentendo loro di riprendere l’attenzione, solo momentaneamente interrotta. ln realtà, si tratta di una sorta di “attenzione intermittente”, che pone il soggetto interessato in una situazione di evidente imbarazzo e può determinare perfino stati di malessere psicofisico, qualora non si appongano immediatamente adeguati correttivi. Appare di chiara evidenza che un soggetto affetto da tale disturbo, nella fase iniziale dell’apprendimento è sottoposto ad un indice di difficoltà e di stress ben superiori rispetto ai soggetti ortoforici, così come appare evidente che le relazioni neurofisiologiche della visione e dei rapporti con il sistema cerebrale, risultano fortemente condizionate da tali ‘forie”. Le connessioni neuro-fisiologiche risultano, infatti, condizionate da queste problematiche: proprio quelle che, soprattutto nella fase della crescita, debbono essere plasmate in maniera armonica, onde evitare le difficoltà di apprendimento e di attenzione accennate sopra. ln ambito riabilitativo, comunemente, se non d’abitudine, viene richiesto al soggetto di “attenzionare” ciò che sta leggendo, senza considerare che egli non ha gli strumenti adeguati per poterlo fare; ciò determina un ulteriore disagio, minandone le effettive capacità e causando ulteriori problemi di natura psicologica e relazionale. Le terapie per tali disturbi, sono conosciute nel mondo dell’oftalmologia, così come lo sono le tecniche riabilitative. La carenza o l’insufficienza di una corretta e tempestiva diagnosi iniziale, determina che, spesso, esse rimangono non trattate. Lo scopo del presente progetto è quello di diagnosticare in tempo utile le forie, così da poterle trattare precocemente, evitando che possano interferire pesantemente nell’evoluzione dei rapporti neurofisiologici del ‘sistema visivo con quello cerebrale. L’indagine del presente progetto di ricerca, verte su una casistica di circa 600 soggetti diagnosticati (Agliata G. et all.), effettuate tra il 2003 ed il 2423. Lo screening è stato condotto con il supporto dell’Associazione ltaliana Posturologia Universitaria (A.l.P.U.), dell’Associazione Scientifica Professionisti Sanitari Assicurativi Forensi (P.S.A.F.) e della Scuola di Grafologia Forense del Tribunale di Napoli (S.G.F.). I risultati preliminari sono stati presentati nel 2006 all’Università “La Sapienza” di Roma, che ha validato il lavoro effettuato {ed ancora in itinere) assegnando una borsa di studio (Agliata G.). Ad oggi, con gli screening citati è stata realizzata la prima fase dello studio osservazionale del presente progetto. ln seguito, con i dati raccolti si potrà passare alla seconda fase, che sarà resa operativa con il gruppo di controllo. Allorquando verrà fatta sistematicamente la diagnosi per l’accertamento del disturbo dell’oculomotricità ai piccoli pazienti, si otterranno risvolti positivi sia in ambito sociale che sanitario; oltre a ciò è opportuno riflettere sui costi che i D.S.A. incidono sul Sistema Sanitario Nazionale (s.s.N.). lnoltre l’oculomotricità interferisce anche nelle scoliosi, infatti il riflesso posturale condiziona la colonna vertebrale attraverso la relazione occhio/vestibolo/muscoli retro-nucali, tutto cio è mediato dal fascicolo longitudinale mediale.

Nei disturbi DSA sono coinvolte le cellule gangliari: infatti, gli assoni si proiettano verso il pretetto per le risposte vegetative e il follicolo superiore, affinché le informazioni visive si interfaccino con quelle sensoriali, ma anche al corpo genicolato laterale del talamo, per entrare poi in sinapsi con i neuroni che si proiettano verso la corteccia striata; tutti gli assoni convergono, poi, al nervo ottico. Un’altra importante riflessione va fatta per il rapporto che c’è tra l’oculomotricità e la scrittura: l’atto dello scrivere non è altro che la proiezione del cervello nello spazio e la coordinazione visuo-motoria e oculo manuale, attraverso i numerosi movimenti necessari della mano, che simboleggiano l’evoluzione dell’uomo, dato il rapporto di reciprocità sensoriale tra mano e S.N.C. La scrittura è sempre in rapporto con il corpo umano e, quale ritmo della dinamica del movimento, si forma e si sviluppa attraverso le funzioni cerebrali e degli organi periferici, mediante ‘i muscoli, le fasce e le strutture osteoarticolari, che da esso dipendono. Ecco l’importanza di comprendere il rapporto tra la scrittura e l’oculomotricità, laddove il ritmo delle dinamiche del movimento della scrittura è prodotto da una serie di strumenti, tra cui le mani, veri e propri organi finali,che in svariati modi, impugnano e gestiscono il mezzo scrivente. Le alterazioni della scrittura, le cause determinanti, nonché le conseguenze dello stato psicofisico e della vita di relazione dei soggetti DSA sono stati, negli ultimi decenni, oggetto di studio approfondito ed esteso a varie discipline specialistiche, con particolare attenzione ai riflessi di tali disturbi nell’età evolutiva. Riassumendo, possiamo affermare che gli specialisti da integrare nel gruppo di lavoro sono quelli che si interessano fondamentalmente di oculistica clinica, così come i riabilita tori del settore che, lavorando in sincronia, potranno redigere una diagnosi puntuale e rapida, punto di partenza indispensabile per poter intervenire con un’opportuna, tempestiva ed appropriata terapia riabilitativa. ln ambito scolastico, il progetto prevede corsi di formazione/informazione per il gruppo dei docenti coinvolti che, edotti delle indispensabili conoscenze specifiche, potranno essere le prime figure utili, atte ad ipotizzare delle diagnosi precoci, in attesa della valutazione degli specialisti del settore. ll corso di formazione auspicato metterebbe in condizione ciascun docente di attenzionare una patologia subclinica, in modo da informare la famiglia, che potrebbe/dovrebbe provvedere in tempi utili, a far sottoporre ad una visita specialistica il soggetto interessato. ll progetto, quindi, è rivolto fondamentalmente a soggetti considerati nel periodo dell’età evolutiva, proprio per intervenire precocemente sia nella diagnosi che nella terapia. Il presente progetto è stato argomento del Congresso Nazionale dell’Associazione Sociologi ltaliani (riconosciuta dal Ministero delle Imprese e del Made in ltaly) in collaborazione con le associazioni A.l.P.U., PSAF (autorizzata dal Ministero della Salute italiano per delineare le linee guida in ambito scientifico), S.F.G., che si è tenuto a Roma presso la Biblioteca del Senato della Repubblica ltaliana Sala Giovanni Spadolini il 23 marzo 2023.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Viaggio nella medicina narrativa

di Rosario Fittante

“Il benessere come diritto sociale “

Già dagli anni Sessanta e Settanta, il tema della qualità della vita, della salute e del benessere tra gli individui, ha acquistato sempre più interesse, dal punto di vista culturale e della ricerca. Grazie alla conoscenza, all’informazione e alla ricerca, oggi salute e benessere sono diventati dei veri e propri valori universali. Vi sono però alcune categorie di individui che per mezzi, per condizione sociale, per motivi anagrafici, e per le condizioni di disabilità, che non solo non sono in grado a curarsi del proprio benessere e quindi della propria salute, in molti casi a causa della loro fragilità, si trovano a dover affrontare in totale solitudine una serie di ostacoli che in molti casi diventano un muro di gomma, che separa in modo netto, solitudine e benessere, dove la solitudine diventa lo specchio dell’individuo anziano il quale rimane solo, escluso da qualsiasi relazione, e quindi con poche possibilità di curarsi adeguatamente. Il concetto di benessere come diritto sociale si basa sull’idea che ogni individuo debba avere accesso a condizioni che favoriscano una vita sana, soddisfacente e piena, questo concetto è fondamentale nelle società, dove si riconosce sempre più l’importanza di garantire un livello minimo di benessere a tutti i membri della comunità. Tuttavia, la realizzazione del benessere come diritto sociale richiede un impegno politico, sociale ed economico significativo da parte dei governi e delle istituzioni internazionali. La speranza non muore mai, per declinare questo concetto prendo come riferimento alcuni dei più importanti autori, sociologi, psicologi, medici, e narratori, che con i loro scritti hanno contribuito a focalizzare l’attenzione su un fenomeno sociale di grande attualità, quello di riportare nell’alveo del paradigma della medicina narrativa, le storie dei pazienti. Onorare le storie dei pazienti, vuol dire creare intorno ad essi un percorso di cura partendo dalla relazione.

Honoring the stories of illness“, è il saggio di Rita Charon medico internista e docente alla Columbia University, dove dirige il dipartimento di medicina narrativa, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006 e tradotto in Italia nel 2019 (2019 Raffaello Cortina Editore ed It Micaela Castiglioni). La medicina narrativa trattata nel libro di Rita Charon, è fondata sulla capacità di riconoscere, assimilare e interpretare le storie di malattia, e reagirvi adeguatamente. Afferma “ci troviamo davanti a un bivio, tutti insieme, dobbiamo scoprire come sostenere le enormi capacità delle scienze biomediche, cercando al contempo di alleviare la sofferenza e ridurre le perdite legate alla malattia”. Entrare nella storia del paziente per poter esercitare le giuste pratiche di cura, in particolar modo al soggetto anziano, che privato della sua soggettività, sarà costretto a soccombere fino a perdere definitivamente la propria identità. Vi sono alcune malattie che hanno come conseguenza l’isolamento del paziente anziano, tra queste vi sono certamente la depressione, i disturbi della memoria, le demenze senili e quant’altro. Risolvere il problema relazionale insieme ad un approccio multidisciplinare può essere un modo per rendere l’anziano ammalato ancora degno di umanizzazione. I pazienti non hanno bisogno solo di una diagnosi precisa e di una terapia, ma anche di accettazione, conforto, speranza, tenerezza e sostegno. Il cuore della medicina è la relazione sostiene Rita Charon, gli aspetti narrativi che si trovano nella pratica clinica di ogni giorno sono cinque: La temporalità, la singolarità, la causalità, l’intersoggettività, l’eticità. La sfida è trovare una soluzione per ricollegare medico e paziente. Attuare la medicina narrativa in modo assoluto e non relativo in Italia, non è di facile attuazione, le venti sanità regionali sono scollegate tra loro, in deficit economico, causato da sprechi e da mancanza di risorse, in una cronica carenza di personale medico e infermieristico, il divario nord-sud, senza dimenticare la medicina di prossimità che a causa delle incombenze burocratiche e alla mancanza di medici fatica a dare risposte adeguate ai pazienti. Con questi presupposti il percorso della medicina narrativa fatica ad arrivare all’obiettivo descritto da Rita Charon.“C’è un prezzo da pagare per una medicina tecnologicamente sofisticata: impersonale, con terapie determinate da gruppi interscambiabili di specialisti, ossessionati dagli elementi scientifici e distaccati dal punto di vista umano. Il medico dà l’impressione di tenersi a distanza dall’esperienza dei pazienti, egli ha un modo differente di pensare alla malattia e alle sue cause, di reagirvi, di scegliere la terapia, l’ammalato ha bisogno di sentirsi compreso, di essere accompagnato. È necessario crescere con gli ammalati, imparando a conoscere e soffermarsi sulle informazioni sulle famiglie, sulle paure e sulle speranze, conquistare la loro fiducia è un passo fondamentale per offrire buone cure”. Dopo i 60 anni l’orologio biologico può essere il nuovo punto di riferimento per guardare al futuro, e aprire un nuovo capitolo della vita

La relazione

Il rapporto medico- paziente è la particolare relazione che si instaura tra un professionista sanitario e un paziente, a partire da uno stato di malattia di quest’ultimo, tale asimmetria rende il paziente in uno stato di vulnerabilità e di dipendenza dal medico. Tale condizione deriva da una secolare paternalistica, basata sulla concezione che il medico potesse decidere senza tener conto delle esigenze del paziente. Con il passare del tempo si è passati ad un nuovo approccio in cui il paziente esprime la propria volontà rispetto ad un’autonomia decisionale del medico, di conseguenza il rapporto è diventato via via più simmetrico dove il paziente viene informato e deve dare il suo consenso. Questa relazione si basa sulla fiducia, sulla comunicazione aperta e sulla collaborazione tra il medico e il paziente, al fine di ottenere il miglior risultato possibile per la salute del paziente. Far sentire le persone a proprio agio per poter confidare al medico i loro sintomi, le loro paure, ma in modo particolare le storie mediche personali. Una solida relazione medico-paziente, può migliorare l’aderenza al trattamento, ridurre l’ansia del paziente e migliorare i dati clinici. Di cruciale importanza è mantenere relazioni positive, mettendo sempre al centro delle cure il benessere e il rispetto per paziente.
Quando siamo malati, sperimentiamo la nostra malattia: diventiamo spaventati, angosciati, stanchi, affaticati. Le nostre malattie non sono solo biologiche, ma umane. (Arthur Kleinman)
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L’Empatia

Per comprendere stato d’animo ed emozioni di una persona, è necessario avere la capacità di entrare in connessione con gli altri, percepire emozioni e stati d’animo, come se fossero propri, riuscire a comprendere le azioni degli altri, da un punto di vista non interno a chi osserva, ma a chi agisce, possiamo parlare di “empatia”, o, come affermava Max Weber (Erfurt 1864- Monaco 1920), “comprensione empatica”, secondo la quale il ricettore di informazioni deve mantenere un atteggiamento di apertura e sensibilità tale da rendere fluido il reciproco scambio di comunicazione. Questa interazione, più o meno stabile, che avviene tra individui e gruppi sociali, i quali agiscono in modo intenzionale alle azioni degli altri, diventa simmetrica e complementare. Com’è noto tutti gli esseri umani hanno la necessità di sentirsi considerati e ascoltati, per raggiungere questo obiettivo però è richiesto impegno, tempo e capacità di ascolto. In sintesi l’empatia può essere definita la capacità di sentire con l’altro dal’’interno comprendendone il comportamento e le esperienze.

Il Ruolo del malato di Talcot Parsons

Il” ruolo malato “è una teoria della sociologia medica sviluppata da Talcot Parsons (1902-1979) fondatore dello struttural- funzionalismo, la teoria è sviluppata in associazione con la psicoanalisi, “approccio psicoterapeutico che si interroga sulle cause profonde del disagio soggettivo e riguarda gli aspetti sociali dell’ammalarsi insieme ai privilegi e gli obblighi che ne derivano”. Per Parsons il modo migliore per comprendere la malattia dal punto di vista sociologico è vederla come una forma di “devianza”, in quanto disturba la funzione sociale della società, “la malattia come stato di turbamento normale dell’individuo umano nel suo complesso, e comprende sia lo stato dell’organismo come sistema biologico, sia ai suoi adattamenti personali e sociali. Questo turbamento ha delle ripercussioni non solo sull’individuo, ma sull’intera società. Oggi la sociologia non è più parsonsiana, i ruoli sociali non sono più visti come una sorta di camicia di forza culturale, anche se la tendenza a vedere il malato come deviante è ancora molto presente.

“Io non sono quello che penso di essere”

Charles Horton Cooley (1864-1929) è stato tra i principali teorici dell’interazionismo simbolico, ed è noto per il suo concetto di “looking-glass self” (l’Io riflesso), secondo cui l’Io di una persona è il risultato delle interazioni impersonali nell’ambito sociale e di ciò che gli altri percepiscono di noi. La teoria dell’Io riflesso identifica bene la società di oggi nell’era dei social network, dove molto spesso il culto dell’immagine del SÉ proiettata nello specchio, definisce il proprio status, e le persone si preoccupano eccessivamente di come sono viste dagli altri e di cosa pensano di loro. La società Per Cooley dunque, è un intreccio ed una interconnessione di Io mentali, che lo riassumeva in: “Io non sono quello che penso di essere, e non sono quello che voi pensiate che io sia, ma sono quello che penso che voi pensiate che io sia”. “Human Nature and the Social Order pubblicata nel 1902”.
Già dagli anni Sessanta e Settanta, Il tema della qualità della vita, della salute e del benessere tra gli individui, ha acquistato sempre più interesse, dal punto di vista culturale e della ricerca. Oggi salute, benessere sono diventati dei veri e propri valori sociali, le persone sono più attente al proprio benessere e alla propria salute grazie alla conoscenza, all’informazione e alla ricerca. Molti individui però ossessionati da quell’Io riflesso nello specchio, perdono di vista il “Noi”, dove gli altri servono solo a soddisfare i propri bisogni e raggiungere i propri obiettivi.

Il Cervello Sociale

Lo Psicologo Luis Cozolino, nella sua opera: il Cervello Sociale del 2008 Pepperdine University (Malibu California), definisce il cervello dell’uomo un “organo sociale” che si sviluppa nel contesto delle relazioni sociali, aggiungendo che la relazione tra due persone può essere paragonata a quella tra due neuroni che formano una sinapsi, uno spazio fisico che separa due soggetti agenti. Questo concetto è definito da Cozolino “sinapsi sociale”, e cioè che al posto dei neurotrasmettitori troviamo i comportamenti che portano all’informazione sociale, dove il modellamento delle strutture cerebrali, è causata dall’influenza reciproca.
Il Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) promuove da qualche decennio, l’uso in sanità della medicina narrativa, in modo particolare nell’ambito di patologie complesse come le malattie rare. Lo strumento della medicina narrativa offre l’opportunità di affrontare le malattie, non esclusivamente come “DISEASE “(le conoscenze cliniche del professionista sulla malattia), ma anche come “ILLNESS” (vissuto soggettivo del paziente sulla malattia) e SICKNESS” (percezione sociale della malattia). “J. Launer, A. Wohlmann 2023”
Vi sono alcune categorie di persone che sono culturalmente isolate nella società che chiedono aiuto alle Istituzioni e sono: gli anziani, i disabili, i meno abbienti, i cosiddetti fragili, ed hanno bisogno di risposte ai loro disagi, come garantire loro un adeguato accesso alle cure, ripartendo dalla relazione medico-paziente. Raccontare la malattia, sia dalla parte del paziente che di chi se ne prende cura, è un elemento irrinunciabile della medicina contemporanea, che comprende la partecipazione attiva dei soggetti coinvolti che, attraverso le loro storie, diventano protagonisti nel processo di cura e rendono più efficiente il Servizio Sanitario Nazionale.
Quando gli ammalati si lamentano di essere trattati come numeri, come prodotti di una catena di montaggio, ci stanno dicendo che non si sono sentiti considerati nella loro singolarità, che sono stati ridotti a copie di altri corpi. Ma con la narrazione si può recuperare l’individualità perduta (R. Charon)

dott. Rosario Fittante

Bibliografia di riferimento

Rita Sharon, Medicina narrativa edizione italiana 2009 a cura di Micaela Castiglioni, “Raffaello Cortina Editore
Condizioni Studi- di Sociologia © 1979 Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
24/02/2021 Il malato come deviante o quell’iperbolico di Parsons | Romolo Capuano
Studi di Sociologia- Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
https://www.jstor.org/stable/i23003551- Anno 17, Fasc. 4, ottobre-dicembre 1979-Domenico Secondulfo
(T. Parsons, 1951, Il Sistema sociale, Edizioni di Comunità, 1981, p. 440).
Emanuela Mazza “La relazione medico-paziente” Edizioni Enea 2016 – SI.RE: E
Federica Ucci- Le relazioni sociali come base della nostra esistenza – Sociologicamente
L. Cozolino, Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008.
L’Empatia e la sua possibile critica sociologica – Sociologicamente.it
Cooley, Charles Horton – Teoria (skuola.net)
Charles Horton Cooley – Italia | Teoria sociale, interazionismo simbolico e pragmatismo | Britannica
Cosa c’è davvero dietro ai vostri selfie | Il Foglio
https://www.iss.it
Studi di ricerca sull’esperienza di malattia dei pazienti con l’approccio della Medicina Narrativa: una revisione sistematica – PubMed (nih.gov)
Corriere salute del 17/12/23 a cura di Elena Meli
Corriere salute del 03/03/24 a cura di Danilo Di Diodoro
Istituto Superiore di Sanità 2014/2015 Maria Giulia Marini
Fuori dal blu-Medicina narrativa.eu
The Illness Narrative: Arthur Kleinman, Basic Books2020


Passaggi d’epoca. Dall’intellettuale antisistema all’amministratore culturale.

di Patrizio Paolinelli

Gli intellettuali non sono una specie in via di estinzione. Scrittori e docenti universitari pubblicano regolarmente sulle pagine e gli inserti culturali dei quotidiani. Economisti, filosofi, sociologi sono spesso interpellati dai media e gli atenei non stanno affatto chiudendo i battenti.

Il libro è senz’altro in crisi, ma sono arrivati gli e-book, si continuano a sfornare best-seller e i dibattiti alle fiere del libro sono seguiti con interesse. Su Internet è tutto un fiorire di blog e riviste telematiche. I premi letterari stabiliscono ancora le loro classifiche, mentre mietono successi di pubblico i festival culturali: della filosofia, della complessità, della letteratura e così via. Certo, se per intellettuale intendiamo il portatore di un dissenso politico antisistema, allora sì, quella categoria è oggi poco visibile. E il motivo è semplice: è finita l’epoca delle rivoluzioni antiborghesi. Con molti chiaroscuri le ultime propaggini di quell’epoca furono il ’68 in Francia e il ’77 in Italia. Dopodiché è partita la rivoluzione conservatrice capitanata da Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Bush (padre e figlio). Rivoluzione che ha contaminato la sinistra moderata – basti ricordare Tony Blair – e che continua ancora oggi.

Nonostante il trionfo del neoliberismo gli intellettuali che si fanno carico dei problemi del mondo non mancano. Non sono corteggiati dai media ma risultano vivi e vegeti. Si pensi a Samir Amin e a Noam Chomsky, giusto per citare un marxista e un anarchico noti a livello internazionale. Si pensi a quel laboratorio di idee che è il Forum Sociale Mondiale, nato nel 2001 a Porto Alegre in risposta al Forum Economico Mondiale di Davos. Si pensi alla galassia di autori che pubblicano per case editrici militanti e che fanno sentire la loro voce nei circuiti legati ai movimenti per la globalizzazione alternativa. Rispetto al passato la critica degli intellettuali impegnati soffre di due criticità: si rivolge più all’opinione pubblica che a specifiche classi sociali (trovandosi così in una posizione di debolezza dinanzi alla potenza di fuoco dei media mainstream); agisce in un contesto storico in cui la politica non gode più del primato sociale che le era proprio nel ‘900. Risultato: le idee dei movimenti faticano a intaccare i valori dominanti centrati sull’individualismo e il consumismo. Basti citare per tutte la decrescita felice di Serge Latouche.

Un nuovo intellettuale è oggi egemone: l’amministratore culturale. Chi è costui? E un funzionario della rivoluzione conservatrice. Funzionario che si è dimostrato strategico nel far piazza pulita di soggetti collettivi forti quali i partiti, nel ridimensionamento dei sindacati, nel mettere in discussione la scuola di massa, nella demolizione del Welfare State, nella negazione del diritto al lavoro. L’amministratore culturale è un militante che fa politica con strumenti non tradizionali. Lo troviamo all’opera alla LUISS e alla Bocconi, nelle redazioni dei quotidiani e nelle produzioni cine-televisive, negli uffici e nei centri studi della Confindustria, nelle agenzie pubblicitarie e nell’armata di addetti alle pubbliche relazioni. Lo troviamo persino tra gli esperti di marketing. I quali non si limitano solo a trovare il modo migliore per allocare prodotti/servizi e stimolare la domanda. Si interrogano anche sulla coesione sociale, la coscienza collettiva, la struttura delle emozioni, il senso di appartenenza degli individui, i loro bisogni, la loro ricerca di identità. Nella quasi totalità questi professionisti hanno sostenuto il passaggio dal fordismo al post-fordismo e sostengono oggi il fondamentalismo del mercato. Ovvero, la mercificazione di ogni cosa. E anche grazie al lavoro quotidiano e ormai trentennale degli amministratori culturali che il mondo è cambiato. Si deve soprattutto a loro se l’ideologia del tramonto delle ideologie è diventata senso comune, se nell’Italia di oggi il termine comunista si è trasformato in un insulto e se qualificare come azienda l’unità sanitaria locale rientra nel linguaggio corrente. Si deve a loro se l’intellettuale inteso come coscienza critica della società è relegato nell’ombra, se una popstar particolarmente esuberante è considerata ribelle, se Steve Jobs passa addirittura per un rivoluzionario e se le crisi economiche sono presentate come eventi naturali. E in questa temperie culturale dominata dal pensiero unico che un imprenditore come Diego Della Valle ha potuto recentemente avanzare la proposta di un governo nazionale composto quasi esclusivamente da tecnici. Proposta ritenuta fantascientifica anche solo una decina di anni fa, in pieno berlusconismo. Ma che oggi rientra nel novero delle cose senza sollevare particolari reazioni, neppure dalla comunità politica.

La marginalizzazione di pensatori alla Wright Mills è il risultato delle ristrutturazioni post-fordiste e dell’azione quotidiana esercitata dagli amministratori culturali. Grazie a questo combinato disposto oggi viviamo in una società frammentata in cui gli individui non si riconoscono in un progetto collettivo, fanno parte di specifici target di consumatori e di pubblico, inseguono ideali personali e si sono più o meno ritirati nel privato. Da qui il successo di fenomeni diversissimi tra loro come la Tv commerciale e la New Age. Mancando sia la visione di un progetto comune che un soggetto sociale portatore di tale visione (come potevano essere un tempo i movimenti operaio, studentesco, delle donne) la terra è franata sotto i piedi della critica al neoliberismo. Il grande pubblico è quasi del tutto spoliticizzato, è poco interessato alle idee di eguaglianza e giustizia sociale, ha sempre meno coscienza dei diritti sociali e le rivoluzioni che abbraccia sono tecnologiche o di costume. Esattamente quelle che risultano funzionali al potere economico. A pilotarle ci sono gli amministratori culturali per dare l’illusione di vivere in libertà e tra le cui competenze c’è quella di far passare le politiche neoliberiste in modi surrettizi. Ad esempio, tramite formule oscure come le riforme strutturali.

Con la parcellizzazione del pubblico in tipologie di consumatori il pensiero critico si è trovato a fare i conti con la moltiplicazione degli opinion leader. Che sono, in primis, i giornalisti, seguono in ordine sparso cantautori, soubrette, popstar, attori, campioni sportivi, imprenditori, comici, pornodivi. Non solo: gli amministratori culturali agiscono in sintonia con i ritmi dell’industria culturale, spiazzando così il pensiero riflessivo. I tempi della radio e della televisione impediscono infatti lo sviluppo del ragionamento. Nei talk-show si va per accuse, sentenze, botta e risposta. Mentre nelle interviste si procede per frasi brevi e conclusive. Non c’è alternativa: il pubblico ha imparato ad annoiarsi nel giro di pochi secondi e cambia canale. Questo processo di prolificazione, compressione e accelerazione della parola mortifica la maturazione del concetto e tuttavia non impedisce la partecipazione degli intellettuali alla vita dei mass-media. Sia perché acquistano notorietà, sia perché è l’unico modo per accedere a una platea altrimenti irraggiungibile.

L’adattamento alla società mediatizzata ha condotto a un abbassamento qualitativo generalizzato di produzioni culturali un tempo guardate con rispetto e soggezione. E’ il caso del libro: ormai non c’è personaggio dello spettacolo che non scriva, spesso con grande successo di vendite. Al di là dei giudizi sulla qualità, dopo aver perso la possibilità di interessare il grande pubblico l’intellettuale alternativo vede stornata la capacità di spesa dei lettori a favore di opere di intrattenimento. E a questo punto si pone una domanda: J. K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter, è un intellettuale? Lasciamo aperto il quesito. Certo, la Rowling non rappresenta la coscienza critica della società. Ma d’altra parte un Majakovskij o un Pasolini sarebbero oggi rapidamente inghiottiti dal vortice mediatico. C’è tuttavia un punto da cui forse si può partire per cercare una risposta: ieri si guardava con speranza al futuro, mentre oggi esiste solo il presente. Ecco perché da circa un ventennio la filosofia si è concentrata più sul linguaggio che sulle idee. Ecco perché l’opinione di un giornalista ha una presa assai maggiore di quella di un sociologo. Ciò non toglie che su questioni particolari non esistano intellettuali impegnati che hanno conquistato l’attenzione del grande pubblico. È il caso di Roberto Saviano sul tema della legalità. Non si sogna più di cambiare il mondo, ma almeno un suo spicchio.

Dott. Patrizio Paolinelli


Dal motore a scoppio al motore elettrico

di Antonino Calabrese

Il passaggio dal motore a scoppio al motore elettrico rappresenta una svolta significativa nella storia dell’industria automobilistica. Questo cambiamento rappresenta una conseguenza diretta della crescente consapevolezza ambientale e della ricerca di soluzioni sostenibili per ridurre le emissioni nocive. Inizialmente, il motore a scoppio ha rivoluzionato il settore automobilistico, consentendo ai veicoli di diventare uno dei principali mezzi di trasporto su scala globale. Tuttavia, con il passare del tempo, sono emersi i problemi legati all’inquinamento atmosferico e al consumo eccessivo di combustibili fossili. Questi fattori hanno stimolato la necessità di esplorare alternative più ecologiche ed efficienti.

L’introduzione del motore elettrico ha rappresentato una soluzione promettente a molte delle sfide ambientali e tecnologiche poste dal motore a scoppio. Da un punto di vista tecnico, il motore elettrico offre numerosi vantaggi, tra cui una maggiore efficienza energetica, minori costi di manutenzione e un funzionamento più silenzioso rispetto al motore a scoppio. Inoltre, la sua capacità di ridurre le emissioni nocive lo rende una scelta attraente per coloro che sono sensibili alle questioni ambientali. Tuttavia, non possiamo trascurare le sfide che accompagnano la transizione verso il motore elettrico. Ad esempio, l’infrastruttura di ricarica deve essere adeguatamente sviluppata per supportare una diffusione su larga scala dei veicoli elettrici. Inoltre, la questione dell’approvvigionamento sostenibile delle materie prime per le batterie rappresenta un’altra sfida significativa da affrontare.

L’innovazione tecnologica e l’impegno per la sostenibilità stanno spingendo l’industria automobilistica verso una trasformazione che potrebbe avere un impatto duraturo sull’ambiente e sulla società nel suo insieme. Tuttavia, è importante affrontare le sfide in modo proattivo e collaborativo, coinvolgendo governi, industria e consumatori per garantire una transizione efficace e sostenibile. Mentre il motore a scoppio ha rivoluzionato il settore nel corso del XX secolo, il motore elettrico promette di plasmare il futuro dei trasporti in modo più sostenibile. È fondamentale affrontare le sfide inerenti a questa transizione in modo oculato, tenendo conto sia delle opportunità che dei rischi connessi a questo cambiamento epocale.

dott. Antonino Calabrese


Lo spopolamento delle aree montane

di Antonino Calabrese

Nella foto: una comunità montana della Toscana

Lo spopolamento delle aree montane è un fenomeno che continua ad avere un impatto significativo sulle comunità locali e sull’ambiente montano. Tale problema si manifesta quando le persone abbandonano i piccoli centri abitati situati in queste zone, portando alla diminuzione della popolazione e alla conseguente perdita di vitalità delle comunità locali.

Ci sono diverse cause che contribuiscono allo spopolamento di queste aree. Le condizioni metereologiche avverse possono rendere difficile la vita quotidiana, specialmente per coloro che dipendono dalle attività agricole o pastorali. Le limitate opportunità di lavoro e la mancanza di servizi essenziali come scuole, ospedali e trasporti possono scoraggiare le persone dal rimanere o trasferirsi in queste aree.In molti casi, i paesi di montagna sono caratterizzati da una densità di popolazione molto bassa, il che può portare a una mancanza di servizi e opportunità di sviluppo. Le persone possono essere attratte dalle città più grandi, dove ci sono maggiori opportunità di lavoro, istruzione e servizi. Inoltre, il saldo naturale negativo è un altro aspetto che contribuisce allo spopolamento dei paesi montani. Questo si riferisce al fatto che il numero di nascite è inferiore al numero di decessi, portando a una diminuzione della popolazione nel tempo. Questo fenomeno può essere causato da diversi fattori, tra cui l’invecchiamento della popolazione e la mancanza di opportunità per le giovani famiglie.

Le conseguenze dello spopolamento delle comunità montane sono molteplici. Innanzitutto, c’è una perdita di identità culturale e tradizioni locali. I paesi di montagna spesso hanno una storia e una cultura uniche, che rischiano di scomparire quando la popolazione diminuisce. La diminuzione della popolazione può portare alla chiusura di scuole, negozi e servizi pubblici, rendendo la vita quotidiana ancora più difficile per coloro che rimangono. Per affrontare il problema dello spopolamento di tali aree, sono necessarie misure a livello governativo e comunitario. È importante creare incentivi per attirare nuovi residenti, come agevolazioni fiscali, sostegno all’occupazione e servizi di base garantiti. Inoltre, è fondamentale investire nello sviluppo delle infrastrutture e delle attività economiche locali, al fine di creare opportunità di lavoro e migliorare la qualità della vita. È importante comprendere le cause di questo fenomeno e adottare misure concrete per invertire la tendenza. Preservare la vitalità delle comunità di montagna non solo contribuisce alla conservazione dell’ambiente e delle tradizioni locali, ma promuove anche la diversità culturale e il benessere delle persone che vivono in queste aree.

La ripopolazione dei paesi di montagna è diventata un tema di grande importanza negli ultimi anni. Molti di questi piccoli borghi e frazioni hanno subito un forte spopolamento a causa della migrazione verso le città, lasciando dietro di sé comunità svuotate e un patrimonio culturale in pericolo di estinzione. Tuttavia, negli ultimi tempi, sono state messe in atto diverse iniziative per invertire questa tendenza e riportare la vita e l’attività economica in queste zone. Una delle strategie adottate per ripopolare i paesi di montagna è l’offerta di incentivi e bonus per coloro che decidono di trasferirsi in queste località. Ad esempio, la regione Lombardia ha stanziato 260 milioni di euro per sostenere la ripopolazione dei borghi di montagna, offrendo contributi a fondo perduto e agevolazioni fiscali. Anche il Piemonte ha prorogato gli incentivi per vivere in montagna nel 2023, dopo le numerose richieste presentate nel 2022. Questi incentivi possono essere un forte incentivo per le persone che desiderano vivere in un ambiente più tranquillo e immerso nella natura. Oltre agli incentivi finanziari, sono stati sviluppati nuovi modelli abitativi per favorire la ripopolazione. Un esempio interessante è il co-living, un progetto che combina lo spazio abitativo privato con numerose zone comuni di lavoro, aree di svago e altro ancora. Questo modello favorisce la creazione di comunità più forti e coese, in cui le persone possono condividere risorse e collaborare per lo sviluppo locale. Inoltre, è fondamentale promuovere un modello di turismo sostenibile e rispettoso dei luoghi per attrarre visitatori e creare opportunità di lavoro. Il turismo lento, che valorizza le tradizioni locali, la natura e l’enogastronomia, può essere un’ottima fonte di reddito per queste aree. In questo modo, si può garantire un equilibrio tra la preservazione dell’ambiente e lo sviluppo economico. Vivere in montagna richiede un patto con il territorio e un impegno per contribuire alla ripopolazione dei borghi e delle frazioni scarsamente abitate. Questo può significare sostenere l’agricoltura locale, promuovere l’artigianato tradizionale e partecipare attivamente alla vita comunitaria.

dott. Antonino Calabrese


Educazione ai media

di Antonino Calabrese

L’educazione ai media riveste un’importanza sempre crescente nella società contemporanea. È difatti fondamentale promuovere una comprensione critica dei media e delle informazioni che consumiamo quotidianamente.

In primo luogo, l’educazione ai media è essenziale per sviluppare la capacità di valutare in modo critico le informazioni che riceviamo attraverso vari mezzi di comunicazione. Con l’avvento di internet e dei social media, siamo costantemente esposti a una moltitudine di fonti di informazione, alcune delle quali possono essere fuorvianti o addirittura false. Attraverso un’adeguata educazione ai media, possiamo imparare a discernere tra fonti affidabili e non affidabili, valutare in modo critico le notizie e comprendere i meccanismi di manipolazione dell’informazione.

Un altro obiettivo chiave dell’educazione ai media è promuovere la consapevolezza della propria presenza online e delle conseguenze del proprio comportamento digitale. Attraverso la comprensione delle implicazioni della privacy, della gestione dell’identità digitale e della condivisione responsabile di contenuti, possiamo contribuire a creare una cultura digitale più consapevole e rispettosa. Tuttavia, l’implementazione dell’educazione ai media non è priva di sfide. È essenziale sviluppare programmi educativi che siano in grado di tenere il passo con l’evoluzione rapida dei media e della tecnologia. Inoltre, è importante coinvolgere attivamente genitori, insegnanti e istituzioni educative nella promozione di pratiche di consumo consapevole dei media.

L’educazione ai media svolge un ruolo cruciale nel plasmare individui informati, consapevoli e critici nella società contemporanea. Attraverso una combinazione di approcci teorici e pratici, possiamo contribuire a formare cittadini in grado di navigare in modo consapevole e responsabile nel mondo dei media e delle informazioni digitali. I pedagogisti che si occupano dei mass media svolgono un ruolo cruciale nell’analisi degli effetti che i mezzi di comunicazione di massa hanno sull’educazione e lo sviluppo dei giovani. Questo campo interdisciplinare richiede una profonda comprensione della psicologia dell’apprendimento, della sociologia dei media e della pedagogia. Da un punto di vista pedagogico, è fondamentale esaminare come i media influenzino il processo di apprendimento e la formazione delle competenze. Ad esempio, i programmi educativi trasmessi in televisione o disponibili su piattaforme digitali possono svolgere un ruolo significativo nell’integrazione delle conoscenze acquisite a scuola. Allo stesso tempo, è essenziale considerare come i media possano anche distrarre gli studenti o promuovere modelli comportamentali negativi.

Dall’altro lato, la prospettiva dei mass media richiede un’analisi critica del modo in cui i contenuti mediatici influenzano le percezioni, le credenze e i valori dei giovani. I pedagogisti devono esaminare attentamente come i messaggi veicolati dai media possano plasmare le prospettive dei giovani su questioni sociali, culturali e politiche. Ad esempio, la rappresentazione dei ruoli di genere, degli stereotipi culturali e dei comportamenti sociali nei media può avere un impatto significativo sull’autopercezione e sulle relazioni interpersonali dei giovani.Inoltre, la dimensione sociologica dei media richiede un’analisi approfondita delle dinamiche di potere e di accesso ai media stessi. I pedagogisti devono considerare come le disuguaglianze socio-economiche possano influenzare l’accesso ai contenuti educativi e culturali tramite i media, e come tali disparità possano contribuire alla stratificazione delle opportunità educative. Attraverso l’analisi critica e la ricerca empirica, è possibile contribuire in modo significativo alla comprensione degli effetti dei media sull’educazione e allo sviluppo di strategie pedagogiche e interventi educativi mirati.

dott. Antonino Calabrese


L’importanza della comunicazione nella sociologia

di Antonino Calabrese

La sociologia della comunicazione rappresenta un campo di studio affascinante e in continua evoluzione, che indaga le dinamiche sociali legate alla trasmissione e alla ricezione di messaggi all’interno di una società. Da un punto di vista personale, ritengo che l’approccio sociologico alla comunicazione offra un’importante prospettiva per comprendere le interazioni umane e le dinamiche di potere presenti nei processi comunicativi. La comunicazione è un elemento centrale nella costruzione della realtà sociale, in quanto influisce sulle relazioni interpersonali, sulle dinamiche di gruppo e sulle rappresentazioni collettive. Attraverso lo studio sociologico della comunicazione, è possibile analizzare in che modo i media, le istituzioni e le relazioni interpersonali influenzino le percezioni, le credenze e i comportamenti delle persone.

La teoria della comunicazione di massa ci aiuta a esaminare il ruolo dei media di massa nella costruzione dell’opinione pubblica e nella diffusione di ideologie dominanti. Inoltre, la teoria dei processi comunicativi nelle organizzazioni offre preziose chiavi di lettura per comprendere le dinamiche interne alle istituzioni e alle imprese. Un altro aspetto particolarmente interessante è l’analisi dei media digitali e delle piattaforme sociali nell’era dell’informazione. La sociologia della comunicazione si pone l’obiettivo di esaminare in che modo internet e i social media abbiano trasformato le modalità di comunicazione e interazione sociale, influenzando la sfera pubblica e privata.La sociologia della comunicazione rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere le complesse dinamiche sociali legate alla trasmissione dei messaggi e alla formazione dell’opinione pubblica. In un’epoca in cui la comunicazione riveste un ruolo sempre più centrale nella nostra vita quotidiana, è essenziale approfondire la comprensione dei processi comunicativi attraverso un’ottica sociologica.

La sociologia della comunicazione rappresenta un campo di studio stimolante che offre importanti strumenti per analizzare le dinamiche sociali connesse alla trasmissione e alla ricezione dei messaggi all’interno di una società. L’approccio sociologico alla comunicazione è fondamentale per comprendere le interazioni umane, le relazioni di potere e le trasformazioni della sfera pubblica nell’era contemporanea. I sociologi che si occupano di comunicazione analizzano i processi di trasmissione e ricezione delle informazioni, nonché i modelli di interazione sociale che si sviluppano attraverso i mezzi di comunicazione. I sociologi che si occupano di comunicazione esplorano una vasta gamma di argomenti legati alla comunicazione, tra cui:

  1. Comunicazione politica: si concentra sull’analisi dei processi di comunicazione utilizzati nella politica, come la propaganda, le strategie di persuasione e l’influenza dei media sulla formazione dell’opinione pubblica.
  2. Media e società: i sociologi della comunicazione esaminano il ruolo dei media nella società contemporanea. Questo include lo studio dell’impatto dei media sulla cultura, sull’identità individuale e collettiva, nonché sulle dinamiche sociali.
  3. Comunicazione di massa: si concentra sull’analisi dei mezzi di comunicazione di massa, come la televisione, la radio, i giornali e Internet. I sociologi esaminano come questi mezzi influenzano la società, la diffusione delle informazioni e la formazione delle opinioni.
  4. Comunicazione interpersonale: si approfondiscono le dinamiche comunicative tra individui. I sociologi analizzano i processi di interazione sociale, la costruzione del significato e l’influenza delle relazioni personali sulla comunicazione.
  5. Comunicazione organizzativa: si occupa della comunicazione all’interno delle organizzazioni, come le aziende e le istituzioni. I sociologi esaminano i processi di comunicazione interna ed esterna, la gestione delle informazioni e le dinamiche di potere all’interno delle organizzazioni.
  6. Comunicazione e tecnologia: viene esaminato l’impatto delle nuove tecnologie sulla comunicazione. I sociologi esaminano come l’avvento di Internet, dei social media e delle piattaforme digitali abbia influenzato i modelli di comunicazione e le dinamiche sociali.

I sociologi che si occupano di comunicazione esplorano quindi i molteplici aspetti della comunicazione umana e il suo ruolo nella società contemporanea. Attraverso l’analisi dei processi comunicativi, essi contribuiscono a comprendere le dinamiche sociali, culturali e politiche che si sviluppano attraverso la mediazione comunicativa.

dott. Antonino Calabrese


Devianze minorili

di Antonino Calabrese

La devianza minorile è un fenomeno complesso e di grande rilevanza sociale. Questo fenomeno suscita spesso preoccupazione e richiede un’analisi approfondita per comprendere le sue cause e trovare soluzioni efficaci. La devianza minorile può manifestarsi in diverse forme, come il bullismo, la delinquenza, l’abuso di sostanze, la violenza domestica e altre forme di comportamento antisociale. Questi comportamenti possono avere conseguenze nefaste sia per i minori stessi che per la società nel suo complesso.

Esaminando le cause della devianza minorile, emerge che esse sono molteplici e interconnesse. Fattori individuali, familiari, sociali ed economici possono contribuire alla sua comparsa. Ad esempio, un ambiente familiare instabile, la mancanza di una figura genitoriale di riferimento, la povertà, l’esposizione a modelli di comportamento devianti e l’accesso facile alle droghe possono aumentare il rischio di devianza minorile. È importante sottolineare che la devianza minorile non sia un fenomeno isolato, ma è strettamente legata al contesto sociale in cui si sviluppa. La società ha un ruolo fondamentale nel prevenire e affrontare la devianza minorile. È infatti necessario promuovere politiche sociali e interventi educativi mirati a fornire opportunità di sviluppo positivo, supporto emotivo e strumenti per gestire in modo costruttivo le difficoltà che si possono incontrare. È essenziale coinvolgere la famiglia, la scuola, le istituzioni e la comunità nel processo di prevenzione e intervento. La collaborazione tra questi attori può favorire la creazione di un ambiente sicuro e stimolante, in cui si promuovono valori come il rispetto, l’empatia e la responsabilità.

Nel contesto della devianza minorile, è fondamentale adottare un approccio che tenga conto delle specificità di ogni caso. Non esiste una soluzione universale, ma è necessario valutare attentamente le circostanze individuali e fornire interventi personalizzati. Questo può includere programmi di riabilitazione, consulenza psicologica, supporto familiare e opportunità di reinserimento sociale. La devianza minorile rappresenta indubbiamente una sfida complessa per la società. È un fenomeno che richiede un’analisi approfondita e una risposta integrata da parte di tutti gli attori coinvolti. La prevenzione e l’intervento precoce sono fondamentali per garantire il benessere dei minori e la costruzione di una società più giusta e sicura.

La devianza minorile è un argomento di grande interesse per la sociologia. Una delle teorie più influenti sulla devianza minorile è la teoria dell’etichettamento, sviluppata da Howard Becker. Secondo questa teoria, la devianza dipende dal punto di vista di chi osserva. Ciò significa che il comportamento di un giovane può essere considerato deviante solo se viene etichettato come tale dalla società. Ad esempio, se un adolescente viene etichettato come delinquente, potrebbe iniziare a comportarsi in modo deviante perché si identifica con questa etichetta. La teoria dell’etichettamento mette in discussione la nozione di devianza come un tratto intrinseco dei giovani e sottolinea l’importanza del contesto sociale nella definizione della devianza.

Un’altra teoria sociologica sulla devianza minorile è la teoria del conflitto sociale. Secondo questa prospettiva, la devianza dei giovani è il risultato di disuguaglianze sociali e conflitti di potere. Ad esempio, i giovani provenienti da famiglie a basso reddito potrebbero essere più inclini a comportamenti devianti a causa delle limitate opportunità economiche e sociali a loro disposizione. La teoria del conflitto sociale mette in luce l’importanza delle disuguaglianze strutturali nella comprensione della devianza minorile.

Un’altra teoria interessante è la teoria del controllo sociale, sviluppata da Travis Hirschi. Secondo questa teoria, la devianza dei giovani è il risultato di una mancanza di controllo sociale. Il controllo sociale può essere esercitato attraverso legami familiari solidi, supervisione adeguata e norme sociali chiare. Quando i giovani non hanno un adeguato controllo sociale, sono più inclini a comportarsi in modo deviante. Ad esempio, se un adolescente non ha una figura genitoriale presente nella sua vita o se vive in un ambiente in cui le norme sociali sono deboli, potrebbe essere più incline a comportamenti devianti.

Un’altra teoria importante è la teoria della socializzazione primaria inadeguata. Secondo questa prospettiva, la devianza dei giovani è il risultato di processi di socializzazione primaria inadeguati. Ciò significa che i giovani che non sono stati adeguatamente socializzati durante l’infanzia possono sviluppare comportamenti devianti. Ad esempio, se un bambino cresce in un ambiente violento o in una famiglia disfunzionale, potrebbe essere più incline a comportamenti devianti. La teoria della socializzazione primaria inadeguata sottolinea l’importanza delle prime esperienze di socializzazione nella formazione del comportamento deviante.

Le teorie sociologiche sulla devianza minorile offrono diverse prospettive per comprendere il comportamento deviante dei giovani. Dalla teoria dell’etichettamento alla teoria del conflitto sociale, dalla teoria del controllo sociale alla teoria della socializzazione primaria inadeguata, queste teorie ci aiutano a esplorare le cause e le dinamiche della devianza minorile. È importante ricordare che queste teorie non sono esclusive, ma possono interagire e influenzarsi a vicenda. La comprensione della devianza minorile richiede un approccio multidimensionale che tenga conto dei fattori sociali, economici e culturali che influenzano il comportamento dei giovani.

dott. Antonino Calabrese


Il ritiro sociale nell’adolescenza

di Antonino Calabrese

Il ritiro sociale nell’adolescenza è un fenomeno complesso che può manifestarsi in vari modi e avere diverse cause sottostanti. Bisogna sottolineare come il ritiro sociale può manifestarsi a seconda della personalità e delle circostanze individuali. Alcuni adolescenti possono ritirarsi in modo evidente, evitando attivamente situazioni sociali e isolandosi dagli altri, mentre altri possono manifestare un ritiro più interno, nascondendo i propri sentimenti di solitudine e isolamento. Personalmente, ho sperimentato momenti in cui mi sentivo distante dagli altri e ho cercato di comprendere le ragioni di questo atteggiamento.

Le cause del ritiro sociale in adolescenza possono essere molteplici e complesse. L’ansia sociale, la bassa autostima, l’intimidazione e le difficoltà familiari possono contribuire a questo fenomeno. Dall’analisi delle ricerche condotte su questo argomento, emerge chiaramente che il ritiro sociale in adolescenza può avere conseguenze significative a livello emotivo, sociale e scolastico. Gli adolescenti che si ritirano socialmente possono sperimentare un senso di isolamento e solitudine, che a sua volta può contribuire a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Inoltre, il ritiro sociale può influenzare negativamente le relazioni interpersonali e l’impegno scolastico degli adolescenti. Queste implicazioni a lungo termine sottolineano l’importanza di affrontare il ritiro sociale in adolescenza in modo empatico e comprensivo.

Il ritiro sociale in adolescenza è un fenomeno complesso che può avere un impatto significativo sulla vita degli adolescenti. Attraverso l’analisi personale e l’esplorazione delle ricerche esistenti, è possibile comprendere meglio le cause e le conseguenze di questo comportamento. È fondamentale fornire sostegno e comprensione agli adolescenti che sperimentano il ritiro sociale, al fine di favorire un ambiente in cui possano sentirsi accettati e supportati mentre affrontano le sfide di questa fase della vita. Il fenomeno dell’hikikomori, diffuso soprattutto in Giappone, suscita un grande interesse a livello sociologico e psicologico. Si tratta di individui, prevalentemente giovani, che scelgono di isolarsi completamente dalla società, rinunciando alle relazioni sociali e trascorrendo la maggior parte del loro tempo confinati nelle proprie abitazioni. Questo comportamento può durare mesi, anni, e in alcuni casi anche decenni, con gravi conseguenze sul piano emotivo, relazionale e lavorativo.

Dal punto di vista sociologico, l’hikikomori può essere interpretato come una risposta estrema alla pressione sociale e alle aspettative della società. In un contesto culturale come quello giapponese, in cui il successo e la conformità alle norme sociali sono fortemente valorizzati, alcuni individui potrebbero sentirsi sopraffatti e incapaci di soddisfare tali aspettative. Il ritiro totale dalla vita sociale potrebbe essere quindi una forma di ribellione o di fuga da un ambiente che si percepisce come ostile e alienante. Dall’ottica psicologica, l’hikikomori potrebbe essere considerato come un sintomo di profonda sofferenza emotiva e psicologica. L’isolamento sociale potrebbe essere la manifestazione estrema di ansia, depressione o altri disturbi mentali, che portano l’individuo a cercare rifugio nella solitudine come unica via di sopravvivenza emotiva. Inoltre, la mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità potrebbe contribuire a rinchiudersi in un mondo interiore, lontano da ogni forma di giudizio esterno. È importante sottolineare che l’hikikomori non è un fenomeno limitato al Giappone, ma si manifesta in varie forme in diverse parti del mondo, Italia compresa. Inoltre, il rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dei social media potrebbe avere un impatto significativo sull’isolamento sociale, offrendo agli individui la possibilità di interagire senza dover necessariamente uscire di casa, complicando ulteriormente la comprensione e il trattamento di questo problema.

L’hikikomori rappresenta una complessa manifestazione di disagio sociale e psicologico, che richiede un’approfondita analisi interdisciplinare per essere compresa appieno. La sua natura multi-dimensionale rende necessaria un’attenzione costante da parte della comunità scientifica e sociale, al fine di sviluppare strategie adeguate per prevenire e affrontare questo fenomeno, offrendo sostegno e possibilità di reinserimento a coloro che ne sono colpiti.

dott. Antonino Calabrese


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