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La sofferenza dei bambini come crisi del simbolico: una lettura sociologica e antropologica del dubbio teologico in Dostoevskij

di Anna Cancemi

La sofferenza dei bambini rappresenta uno dei punti più critici nella tenuta simbolica delle società contemporanee. Eventi estremi — come il suicidio–omicidio di una famiglia con una figlia disabile gravissima — non sono soltanto tragedie individuali: sono indicatori sociologici di un collasso del senso. La vulnerabilità infantile, infatti, non è percepita come una semplice condizione biologica, ma come un fondamento antropologico su cui si regge l’ordine morale della comunità.

Secondo Émile Durkheim, le società si mantengono attraverso sistemi di credenze che garantiscono coesione e continuità. Il bambino, nella prospettiva durkheimiana, è un “oggetto sacro”: rappresenta la promessa del futuro e la legittimazione del presente. La sua sofferenza costituisce, dunque, una violazione del sacro, un trauma che destabilizza la fiducia collettiva. Quando un bambino soffre in modo radicale, la società sperimenta un fallimento delle proprie istituzioni: la famiglia, la medicina, la solidarietà, e — per chi crede — la religione. In questo contesto, la riflessione di Fedor Dostoevskij nei Fratelli Karamazov assume una rilevanza straordinaria. Il dialogo tra Ivan e Alesa non è soltanto un confronto teologico: è un’analisi antropologica del ruolo che la figura di Dio ricopre nella costruzione del senso morale. Ivan non mette in discussione l’esistenza di Dio; mette in discussione la sua paternità e la sua maternità. Se Dio è padre, perché non protegge i bambini? Se Dio è madre, perché non consola? La sofferenza infantile, nella prospettiva di Ivan, è incompatibile con l’idea di un Dio che esercita una cura attiva sul mondo.

La critica di Ivan è radicale perché colpisce il cuore della metafora religiosa. Come ha mostrato Mircea Eliade, le religioni proiettano sul divino le funzioni fondamentali della vita umana: protezione, ordine, continuità. Dio è pensato come genitore cosmico, garante dell’armonia. Tuttavia, quando la sofferenza dei bambini diventa estrema, questa proiezione si incrina. Il principio divino non appare più come custode dell’ordine morale. La sua “genitorialità” simbolica viene messa in dubbio. Ivan Karamazov esprime questo dubbio con una lucidità che ha pochi equivalenti nella storia del pensiero: la sofferenza dei bambini è incompatibile con qualsiasi teodicea. Non è possibile giustificare il dolore innocente attraverso un disegno superiore, perché ciò implicherebbe che Dio accetti la sofferenza dei piccoli come mezzo per un fine più grande. Da un punto di vista antropologico, questa posizione rappresenta il rifiuto di una narrazione religiosa che integra il male nel quadro dell’armonia universale. Ivan non rifiuta Dio: rifiuta un Dio che si comporta come un genitore negligente. La tragedia contemporanea della famiglia con figlia disabile riproduce lo stesso schema. Il collasso dei genitori non è soltanto psicologico: è simbolico. Essi percepiscono che il mondo non protegge il loro bambino e che nessuna istituzione — medica, sociale, religiosa — è in grado di garantire una soglia minima di senso. In questo contesto, la figura di Dio, se presente, non appare come padre o madre: appare come assente. La fede, intesa come fiducia antropologica nel mondo, viene meno.

Accanto alla posizione di Ivan, Dostoevskij colloca quella di Alesa, che rappresenta una forma diversa di risposta. Alesa non difende la paternità di Dio: difende la possibilità di mantenere legami umani anche nel luogo del non-senso. La sua postura è sociologicamente rilevante: quando le istituzioni simboliche falliscono, resta la relazione. Resta la cura. Resta la comunità minima. In questo senso, Alesa incarna ciò che Peter Berger definirebbe una “micro-legittimazione del senso”: non una spiegazione cosmica, ma una tenuta locale, relazionale, che permette all’umano di non collassare.In conclusione, la sofferenza dei bambini costituisce un punto critico per ogni società e per ogni religione. Essa mette in crisi la funzione genitoriale attribuita a Dio, perché rivela una discrepanza tra la promessa simbolica di protezione e la realtà del dolore innocente. Dostoevskij, attraverso Ivan, mostra che la paternità e la maternità di Dio non sono categorie teologiche stabili, ma costruzioni antropologiche che possono collassare davanti all’esperienza del male. La risposta di Alesa, indica che, quando il simbolico fallisce, la comunità umana può ancora offrire una forma di tenuta: non una spiegazione, ma una presenza. La sofferenza dei bambini rimane un enigma irrisolto. Ma è l’enigma che obbliga la società a interrogare le proprie narrazioni e la religione a ripensare le proprie metafore.

Dott.ssa Anna Cancemi


Socializzare i profitti. Una proposta per ripensare l’economia

di Patrizio Paolinelli

Uno dei principi del neoliberismo recita così: “Se i ricchi diventano ancora più ricchi a giovarne sarà tutta la società”. Purtroppo la realtà ha smentito la teoria: nel corso degli ultimi 40-45 anni i ricchi sono effettivamente diventati più ricchi, ma le diseguaglianze sociali sono aumentate e così pure la povertà, fino ad arrivare al paradosso dei lavoratori stabili che non arrivano a fine mese. Dinanzi a un fiasco ormai innegabile alcuni economisti iniziano a interrogarsi e ad esplorare strade alternative rispetto a quelle tracciate dal neoliberismo. E proprio in questa direzione muove un libro intitolato: Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene (Meltemi editore, Milano 2025, pp. 260, 20,00 euro). L’autore è Francesco Schettino, docente di economia politica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il volume offre al lettore gli strumenti per comprendere il paradigma economico dominante, le coordinate per valutarne criticamente i limiti e per intravedere possibili alternative.

L’obiettivo è quello di smontare i postulati dell’economia mainstream, di mostrarne l’incapacità strutturale e di spiegare i fenomeni più rilevanti del nostro tempo: crisi cicliche che si susseguono con cadenza ormai quasi regolare, polarizzazione della ricchezza che raggiunge livelli premoderni, distruzione ambientale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, tendenza al monopolio che si manifesta in tutti i settori strategici dell’economia. Fenomeni che la teoria economica dominante, con i suoi modelli elegantemente matematizzati e le sue presunte leggi universali, non riesce a spiegare e addirittura spesso evita di affrontare, preferendo rifugiarsi nella finzione di un mondo popolato da individui razionali che massimizzano la propria utilità in un equilibrio perfetto.

La critica di Schettino parte da un presupposto di fondo: l’economia è stata spogliata della sua dimensione storica e sociale, trasformata in una presunta scienza esatta che si modella sulla fisica e sulla matematica dimenticando che i processi economici sono processi umani, quindi storicamente determinati e socialmente conflittuali. La scuola neoclassica, con il suo celebre homo oeconomicus e la sua ossessione per l’allocazione ottimale di risorse scarse, ha messo da parte le domande cruciali che invece animavano la scuola classica: domande sul valore, sulla distribuzione del reddito, sullo sfruttamento del lavoro, sulle crisi, sul potere. Domande che non sono mai state secondarie ma che rappresentano il cuore pulsante di qualsiasi analisi economica che voglia dirsi realistica. L’autore procede, quindi, ad una disamina puntuale dei fondamenti della microeconomia neoclassica: dalla teoria del consumatore al funzionamento delle imprese, dalla concorrenza perfetta al monopolio, affiancando all’esposizione dei modelli convenzionali una critica serrata che restituisce centralità alla dimensione storica e sociale dei fenomeni economici, mostrando come le cosiddette leggi generali dell’economia siano in realtà costruzioni teoriche.

Particolare attenzione viene dedicata da Schettino al tema delle disuguaglianze, spingendo l’analisi fino delle cause strutturali. Le disuguaglianze, ci spiega l’autore, non sono un’anomalia del nostro modello economico, non sono un indesiderato effetto collaterale che si potrebbe correggere con opportuni aggiustamenti tecnici. Sono una componente costitutiva del sistema, insita nei rapporti di proprietà escludenti e gerarchici. Si tratta allora di cambiare le regole del gioco, e Schettino non si sottrae a questa sfida, proponendo nella parte finale del volume alcune ipotesi ricostruttive che disegnano i tratti generali di un modello economico postcapitalista. Contro il dogma del TINA, quel “There Is No Alternative” che per decenni ha paralizzato il pensiero critico, l’autore delinea i contorni di un’economia centrata sul valore d’uso piuttosto che sul valore di scambio, fondata sulla riduzione dell’orario di lavoro, sulla democratizzazione del processo produttivo e sul riconoscimento della corretta rilevanza ai lavori di assistenza e cura.
Lo strumento principe per conseguire questi obiettivi viene individuato nella pianificazione democratica, intesa come capacità di coordinare a priori le decisioni d’investimento anziché affidarsi alle fluttuazioni del mercato. Fluttuazioni che, come la storia recente ci ha ampiamente dimostrato, producono esattamente gli effetti contrari a quelli che i loro apologeti vantano. Schettino, tuttavia, mette in chiaro che si tratta di “esperimenti mentali” consapevole com’è che le nuove istituzioni nascono nel corso dei processi storici e non si decretano a tavolino.

Compito dell’economista, che guarda alla giustizia sociale oltre che ai numeri, non è quello di fornire progetti dettagliati di società futura: è quello di mostrare la contingenza e la storicità dell’ordine esistente, aprendo così lo spazio per l’immaginazione di alternative possibili.

Ed è proprio questa la funzione che il libro assolve con efficacia: restituire all’economia politica la sua carica critica e creativa, mostrando che non è una disciplina neutra, ma un terreno di scontro tra interessi contrapposti che i modelli matematici non fanno che occultare sotto un’apparente scientificità. Se la matematizzazione dei comportamenti economici avesse portato a una società più giusta, all’attenzione verso il prossimo, al miglioramento della qualità della vita di ognuno, allora non sarebbe sorta la necessità di mettere in discussione il paradigma economico ancora oggi dominante. Ma così non è, come risulta evidente a tutti, tranne a quella piccola frazione della società che col neoliberismo si è arricchita a dismisura. Allo stesso tempo occorre guardare avanti. E la scelta di Schettino di ispirarsi al pensiero critico fornisce una solida impalcatura teorica, che si confronta con la complessità del presente, inclusi i problemi posti dall’esperienza storica della pianificazione e le questioni sollevate dalla crisi ecologica che l’autore colloca nel quadro dell’Antropocene. Il tono del volume è volutamente accessibile, pur nella complessità della materia, e l’autore riesce nell’impresa di parlare ad un pubblico ampio senza banalizzare i concetti e mantenendo un forte rigore analitico. “Socializzare i profitti” si configura come una bussola per orientarsi nei limiti conoscitivi della scienza economica dominante. È un libro che merita di essere letto e discusso, specialmente in quei luoghi, come i sindacati, che toccano con mano la sofferenza sociale di un ininterrotto ciclo di crisi economiche dalle quali non si vede l’uscita.

Patrizio Paolinelli

https://patriziopaolinelli.wordpress.com/2026/07/23/socializzare-i-profitti-una-proposta-per-ripensare-leconomia/


ADHD e società: un approccio sociologico alla comprensione del disturbo e alle strategie di inclusione per l’infanzia e l’adolescenza

di Franco Faggiano

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da persistenti difficoltà attentive, impulsività e iperattività tali da compromettere il funzionamento scolastico, relazionale e familiare. La prevalenza mondiale è stimata intorno al 5–7% della popolazione infantile, con una significativa persistenza dei sintomi anche nell’età adulta. Tradizionalmente, il disturbo viene affrontato attraverso modelli di tipo medico e psicologico, focalizzati sulla diagnosi e sul trattamento farmacologico e comportamentale. Tuttavia, una prospettiva esclusivamente clinica rischia di trascurare il peso che il contesto sociale esercita sull’evoluzione della patologia. La sociologia della salute offre strumenti interpretativi utili per comprendere come i sistemi educativi, le reti familiari, le istituzioni e le rappresentazioni culturali possano influenzare la qualità della vita delle persone con ADHD, favorendo oppure ostacolando il loro percorso di inclusione.

ADHD come fenomeno bio-psico-sociale

Il modello bio-psico-sociale proposto da George Engel (1977) rappresenta uno dei principali riferimenti teorici per interpretare l’ADHD in maniera multidimensionale. Secondo tale prospettiva, il disturbo non deriva esclusivamente da alterazioni neurobiologiche, ma emerge dall’interazione tra:

  • fattori genetici;
  • sviluppo neurologico;
  • ambiente familiare;
  • contesto scolastico;
  • relazioni sociali;
  • condizioni socioeconomiche.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso la classificazione ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), sottolinea inoltre come la disabilità non coincida con la patologia stessa, ma con l’interazione tra individuo e ambiente. Nel caso dell’ADHD, molti limiti funzionali risultano amplificati da contesti scarsamente inclusivi.

La prospettiva sociologica: dalla medicalizzazione allo stigma

Uno dei principali contributi della sociologia consiste nell’analizzare i processi di costruzione sociale della malattia. Peter Conrad (2007) descrive il fenomeno della medicalizzazione come il processo attraverso il quale comportamenti precedentemente interpretati come variazioni della normalità vengono progressivamente ridefiniti in termini medici. Nel caso dell’ADHD tale fenomeno ha prodotto due effetti opposti:

  • maggiore riconoscimento clinico del disturbo;
  • rischio di etichettamento precoce.

Howard Becker (1963), con la Labeling Theory, evidenzia come l’etichetta sociale possa modificare profondamente l’identità dell’individuo. Il bambino con ADHD viene frequentemente identificato come:

  • problematico;
  • disturbatore;
  • poco disciplinato;
  • incapace di controllarsi.

Queste rappresentazioni possono produrre fenomeni di esclusione scolastica e isolamento sociale. Erving Goffman (1963), nella teoria dello stigma, sottolinea come gli individui portatori di caratteristiche percepite come “devianti” siano soggetti a processi di discriminazione implicita. Nel caso dell’ADHD, trattandosi di una disabilità invisibile, il rischio di incomprensione sociale risulta particolarmente elevato.

Il ruolo della famiglia e della scuola

La sociologia dell’educazione mostra come la scuola rappresenti il principale contesto di socializzazione secondaria. L’ADHD può compromettere :

  • rendimento scolastico
  • relazione con i pari
  • autostima
  • partecipazione alle attività

Molti insegnanti ricevono una formazione limitata sul disturbo, con il rischio di interpretare i comportamenti come semplice indisciplina. Anche la famiglia svolge un ruolo fondamentale. I genitori affrontano frequentemente: stress cronico; senso di colpa; isolamento; difficoltà nel rapporto con le istituzioni scolastiche. Le ricerche mostrano come programmi di Parent Training e interventi psicoeducativi migliorino significativamente la qualità delle relazioni familiari.

L’importanza del capitale sociale

Robert Putnam (2000) definisce il capitale sociale come l’insieme delle reti relazionali, della fiducia reciproca e della cooperazione presenti all’interno di una comunità.

Per i giovani con ADHD, un elevato capitale sociale può rappresentare un fattore protettivo. In particolare risultano determinanti: associazioni sportive inclusive; gruppi giovanili; reti territoriali; servizi educativi extrascolastici; volontariato. La presenza di comunità coese riduce il rischio di esclusione sociale e favorisce lo sviluppo delle competenze socio-emotive.

Interventi sociologici per una società inclusiva

La sociologia applicata suggerisce interventi multilivello:

1. Formazione sistematica degli insegnanti. È necessario introdurre programmi obbligatori sulla gestione dei disturbi del neurosviluppo durante la formazione iniziale e continua del personale scolastico.

2. Educazione alla neurodiversità. La promozione del paradigma della neurodiversità permette di superare una visione esclusivamente patologica dell’ADHD, valorizzando le differenti modalità di funzionamento cognitivo.

3. Sportelli territoriali multidisciplinari. Ogni istituto scolastico dovrebbe poter accedere a équipe composte da: psicologi; pedagogisti; assistenti sociali; sociologi; neuropsichiatri infantili. La collaborazione interdisciplinare riduce il rischio di interventi frammentati.

4. Programmi di peer education. Le ricerche dimostrano che il coinvolgimento diretto dei compagni favorisce: riduzione dello stigma; incremento dell’empatia; miglioramento del clima scolastico.

5. Politiche di welfare educativo. Le amministrazioni locali possono sostenere: doposcuola inclusivi; tutoraggio educativo; laboratori artistici; attività sportive adattate; sostegno alle famiglie.

6. Campagne pubbliche di sensibilizzazione. Una maggiore alfabetizzazione sociale sull’ADHD può contrastare stereotipi ancora molto diffusi. I media svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione dell’immaginario collettivo.

L’approccio sociologico non sostituisce quello clinico ma lo integra.

‘L’ADHD rappresenta infatti una condizione nella quale le difficoltà individuali vengono amplificate oppure mitigate dal contesto sociale. Una scuola inclusiva, una famiglia supportata e una comunità accogliente possono modificare significativamente la traiettoria evolutiva del bambino. La sociologia invita quindi a spostare il focus dalla domanda “che cosa non funziona nel bambino?” alla domanda “quali trasformazioni sociali possono favorire il suo sviluppo?”. Questo cambiamento di prospettiva è coerente con il modello dei determinanti sociali della salute, che riconosce l’influenza di istruzione, reddito, relazioni sociali e accesso ai servizi sul benessere individuale.
 
Conclusioni
 
L’ADHD costituisce una sfida che coinvolge non soltanto la medicina, ma l’intera organizzazione sociale. L’approccio sociologico consente di comprendere come le difficoltà delle persone con ADHD siano influenzate dalla qualità dei contesti educativi, familiari e comunitari. La costruzione di ambienti inclusivi, il contrasto allo stigma, la formazione degli operatori e l’adozione di politiche di welfare educativo rappresentano elementi essenziali per migliorare la qualità della vita dei giovani con ADHD. Una società capace di riconoscere e valorizzare la neurodiversità non riduce soltanto le disuguaglianze, ma promuove una cittadinanza piena e partecipativa per tutti.
 

Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), direttore vicario del laboratorio della Macrodeputazione ASI Nordovest “The Elsewhere project” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., Text Revision). Washington, DC: APA Publishing.
  • Becker, H. S. (1963). Outsiders: Studies in the Sociology of Deviance. New York: Free Press.
  • Bourdieu, P. (1986). The Forms of Capital. In J. Richardson (Ed.), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education. Greenwood Press.
  • Conrad, P. (2007). The Medicalization of Society. Johns Hopkins University Press.
  • Engel, G. L. (1977). The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine. Science, 196(4286), 129–136.
  • Goffman, E. (1963). Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity. Prentice-Hall.
  • Hinshaw, S. P., & Scheffler, R. M. (2014). The ADHD Explosion. Oxford University Press.
  • Organizzazione Mondiale della Sanità. (2001). International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). Geneva: World Health Organization.
  • Putnam, R. D. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. Simon & Schuster.
  • Russell, A. E., Ford, T., Williams, R., & Russell, G. (2016). The Association Between Socioeconomic Disadvantage and Attention Deficit/Hyperactivity Disorder: A Systematic Review. Child Psychiatry & Human Development, 47(3), 440–458.
  • Thapar, A., Cooper, M., Jefferies, R., & Stergiakouli, E. (2017). What Causes Attention Deficit Hyperactivity Disorder Archives of Disease in Childhood, 102(10), 943–947.
  • Visser, S. N., Danielson, M. L., et al. (2014). Trends in the Parent-report of Health Care Provider-Diagnosis and Medication Treatment for ADHD. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 53(1), 34–46.

Oltre gli stereotipi: l’elevata densità forense come specchio della struttura italiana

di Andrea N. Autelitano

Circa 400 avvocati ogni 100.000 abitanti. È il dato che posiziona l’Italia ai vertici europei per densità forense, superando Francia, Germania e Regno Unito, con un margine che assai difficilmente si chiarisce con la sola casualità statistica. La spiegazione più immediata — la proverbiale litigiosità degli italiani — ha il solo pregio della semplicità e il difetto di non spiegare pressoché nulla, riducendosi a un mero stereotipo. Ridurre un fenomeno strutturale a un tratto caratteriale nazionale significa, sic et simpliciter, rinunciare a comprenderlo.

Il sistema produttivo nazionale è composto prevalentemente da piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, prive di uffici legali interni. Le grandi corporation anglosassoni internalizzano molte funzioni giuridiche; la piccola impresa italiana le esternalizza. Contratti, recupero crediti, diritto del lavoro, successioni aziendali, controversie fiscali: tutto converge verso il professionista esterno. La piccola impresa non si difende da sola; delega. L’avvocato, in questo contesto, cessa di essere soltanto il rappresentante della parte in giudizio. È un consulente preventivo, un mediatore informale tra attori economici, un gestore del rischio. La domanda che genera questa struttura produttiva è reale e costante, indipendentemente dalla litigiosità.

Il nostro ordinamento si è stratificato nel corso dei decenni attraverso leggi, decreti, regolamenti, disposizioni regionali e normative europee che spesso si sovrappongono senza coordinarsi. Questa sovrapposizione normativa non produce soltanto più regole: produce incertezza interpretativa e l’incertezza interpretativa alimenta la domanda di competenze specialistiche. Si tende ad interpretare la stratificazione normativa come un dato preesistente, che genera la necessità di professionisti; tuttavia, l’alto numero di operatori, garantisce anche un costante e vivace scrutinio giurisprudenziale. Questo dinamismo, se da un lato arricchisce il panorama dei precedenti e delle interpretazioni a tutela dei diritti, dall’altro incrementa la complessità interpretativa del sistema stesso. I due fenomeni si co-producono; è superfluo stabilire quale dei due alimenti l’altro. L’incertezza sui tempi e sugli esiti del giudizio, altera le dinamiche tra le parti, spingendo gli attori coinvolti, verso una ricerca sistematica di equilibri tattici o a lunghe trattative negoziali. In questi scenari, il ricorso alla via giudiziaria si trasforma in un elemento di logoramento e di attesa, più che in un canale rapido ed efficace per ottenere una decisione meritoria. I dati dell’edizione 2026 dello EU Justice Scoreboard, fotografano la persistenza di questa asimmetria: l’Italia registra tempi di definizione dei procedimenti stabilmente superiori alla media europea e una digitalizzazione non uniforme, inserendosi in un quadro continentale solo lievemente stabilizzato. Questo divario non incide solo sulla tutela dei diritti, ma frena la competitività economica e la fiducia degli investitori, rendendo la riduzione del “disposition time” una priorità economica e sociale. Ciò non implica una maggiore litigiosità individuale, bensì che il processo abbia assunto funzioni sociali che vanno ben oltre la risoluzione della controversia — il che spiega perché la lentezza non lo abbia eroso, ma, in certi contesti, lo abbia reso più utile.

Le riforme della giustizia tra spinte deflattive e nodi culturali

La mediazione civile, la negoziazione assistita e gli altri strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, hanno guadagnato spazio negli ultimi anni. La Riforma Cartabia e gli interventi collegati al P.N.R.R., li hanno posizionati come componente strategica del sistema, non più come alternativa marginale al processo. I dati mostrano una crescita del ricorso alla mediazione. Il cambiamento è reale. Restano però ostacoli culturali significativi. Molti cittadini continuano a percepire la decisione del giudice come la forma più autorevole di tutela. L’accordo negoziato è spesso vissuto come una soluzione di ripiego, non come un esito autonomamente legittimo. Finché questa percezione non cambia, gli strumenti ADR rimarranno uno strato sovrapposto a una cultura processuale di fondo che non si è ancora trasformata.

L’Italia è litigiosa perché ha molti avvocati, o ha molti avvocati perché è litigiosa? La domanda è meno ingenua di quanto sembri, perché obbliga a scegliere una direzione causale in un sistema che probabilmente non ne ha una. Complessità normativa, struttura economica frammentata, domanda diffusa di consulenza, erosione delle strutture comunitarie di mediazione, giuridificazione culturale del conflitto: questi fattori non si sommano, ma si moltiplicano. Ciò che emerge da questa lettura è qualcosa di più interessante di un’anomalia statistica. L’elevata densità forense italiana è uno specchio fedele della struttura istituzionale, economica e culturale del Paese — con tutte le sue contraddizioni. Osservare questo fenomeno non serve a esplicitare l’identità italiana. Serve a capire come una società organizzi il conflitto, costruisca la fiducia, e decida quali strumenti – e non altri – considerare legittimi per farlo.

dott. Andrea N. Autelitano1

Bibliografia di riferimento:

  • European Commission, The 2026 EU Justice Scoreboard, COM(2026).
  • Robert D. Putnam (con R. Leonardi e R.Y. Nanetti), La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, Mondadori, 1993.
  • J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, trad. it. di L. Ceppa, Milano, Guerini e Associati, 1996.

  1. Andrea N. Autelitano integra competenze giuridiche, socio-antropologiche, manageriali e relative alla gestione dei conflitti nello studio dei processi di trasformazione sociale. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle dinamiche relazionali, sui contesti organizzativi e comunitari e sui processi attraverso cui valori, cultura e pratiche sociali si traducono in azione. Particolare attenzione è dedicata ai temi del benessere collettivo e della costruzione di modelli relazionali, capaci di favorire l’integrazione tra ideali e prassi nei contesti contemporanei. È avvocato, socio-antropologo, Presidente della deputazione Italia nord-ovest dell’Associazione Sociologi Italiani (ASI) e membro SIAA (Società italiana di antropologia applicata).

    Andrea N. Autelitano
    andrea [at] autelitano.eu
    linkedin.com/in/andrea-n-autelitano

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Perché durante la separazione l’uomo non accetta di essere lasciato e uccide la propria compagna

di Anna Cancemi

1. Possesso, non amore

Se un filo psicologico attraversa la maggior parte dei casi, non è la malattia ma il possesso. La donna non è percepita come una persona autonoma, ma come:

  1. una proprietà;
  2. una parte di sé;
  3. un oggetto che garantisce identità, status e controllo.

Quando la donna decide di separarsi, l’uomo non sta perdendo una relazione: sta perdendo il controllo su una parte della propria identità. Per alcuni, questa perdita è insopportabile.

2. Gelosia patologica e pensiero ossessivo

La gelosia patologica è un tratto ricorrente: il pensiero ossessivo e sospettoso che trasforma ogni gesto della partner in un indizio di tradimento, spesso senza alcun fondamento. Nei casi più gravi assume la forma di una vera ideazione delirante. A questo si aggiungono:

  1. minacce di morte precedenti;
  2. stalking dopo la separazione;
  3. accesso ad armi;
  4. violenza pregressa (fisica, psicologica, economica).

Questi sono i fattori che aumentano il rischio di esito letale, secondo gli studi internazionali più citati.

3. Identità fragile e “backlash” all’emancipazione femminile

Molti autori di femminicidio hanno un sé fragile, privo di confini, che trova un’identità solo attraverso il potere sull’altro. Quando la donna afferma la propria autonomia (lavoro, separazione, nuova relazione), l’uomo percepisce questa autonomia come una minaccia alla propria identità maschile. Una parte della comunità scientifica richiama la “backlash hypothesis”: la violenza maschile sarebbe una reazione di contraccolpo all’emancipazione femminile. Più le donne conquistano autonomia economica e sociale, più alcuni uomini percepiscono minacciata la propria identità e reagiscono con aggressività, fino all’omicidio.

Uno studio della Sapienza ha mappato il rischio di femminicidio in Italia, dimostrando che le zone con maggiore incidenza sono quelle più sviluppate, dove c’è una maggiore emancipazione femminile. Questo apparente paradosso si spiega proprio con la reazione di alcuni uomini alla perdita di controllo: quando la donna non è più economicamente o socialmente dipendente, l’uomo sente di perdere il proprio potere e reagisce con violenza estrema

Cosa succede nella mente dell’autore

Dal punto di vista psicoterapeutico, l’omicidio non è mai solo un gesto “individuale”: è sempre un atto relazionale estremo.

  • Fusione e dipendenza affettiva: l’altro è percepito non come persona separata, ma come parte di sé
  • Rottura della fusione: quando la donna se ne va, la persona non riesce a tollerare la perdita e preferisce “distruggere” piuttosto che accettare la separazione.
  • Collasso dell’identità: l’atto finale del femminicidio è il collasso di un’identità che non regge l’autonomia femminile.

Fattori di rischio concreti (cosa guardare)

Gli studi identificano fattori di rischio precisi per il femminicidio in contesto di separazione:

  • separazione da un partner controllante;
  • minacce di morte precedenti;
  • accesso ad armi (soprattutto da fuoco);
  • stalking dopo la separazione;
  • violenza sessuale o maltrattamenti in gravidanza;
  • gelosia patologica e sospetto ossessivo di tradimento.

La domanda “perché non accetta di essere lasciato?”Quando questi elementi sono presenti, il rischio di esito letale è molto alto.

Conclusioni: non è amore, è potere

Ha una risposta chiara: perché non sta perdendo un amore, sta perdendo il controllo su una persona che considerava sua. L’omicidio non è un gesto di passione, ma un atto di potere estremo: se non posso possederti, ti distruggo. E in questo gesto distruttivo, l’autore cerca di ricostruire un’identità che sente di aver perso.

Dott.ssa Anna Cancemi

Fonti: Revisione letteratura psicologia del femminicida (2010 2025), studi su backlash hypothesis e femminicidio (Sapienza, 2025), report ONOF su omicidi familiari (2025 2026), analisi giuridica Cassazione su stalking e fine relazione (2026).


La progettazione sociale come leva strategica per il miglioramento della dimensione Social dell’ESG

di Andrea N. Autelitano e Franco Faggiano

La crescente diffusione dei criteri Environmental, Social e Governance (ESG) ha trasformato la sostenibilità in uno degli elementi centrali delle strategie aziendali. Se le componenti ambientale e di governance sono oggi supportate da strumenti consolidati di misurazione, la dimensione Social continua a presentare margini di interpretazione e applicazione. Il presente contributo propone una lettura sociologica del pilastro Social, evidenziando come la progettazione sociale possa rappresentare uno strumento metodologico capace di tradurre bisogni organizzativi e territoriali in interventi strutturati, misurabili e coerenti con gli obiettivi ESG. La tesi sostenuta è che il miglioramento della dimensione Social non costituisca un costo, bensì un investimento in capitale sociale, benessere organizzativo e competitività.

Negli ultimi anni la sostenibilità è divenuta un elemento strutturale delle politiche economiche e organizzative. L’evoluzione del quadro normativo europeo e la crescente attenzione di investitori, istituzioni e cittadini hanno reso i criteri ESG un riferimento per la valutazione della qualità e della resilienza delle organizzazioni.Tra le tre dimensioni dell’ESG, quella sociale appare tuttavia la più complessa da interpretare. Spesso viene ricondotta a un insieme di adempimenti relativi alla sicurezza sul lavoro, alla formazione o alle politiche di inclusione. Una prospettiva sociologica suggerisce invece di considerare la dimensione Social come l’insieme delle relazioni che l’organizzazione costruisce con i propri lavoratori, con gli stakeholder e con il territorio. In questa prospettiva, la progettazione sociale rappresenta un metodo di intervento capace di trasformare tali relazioni in un fattore strategico di sviluppo.

L’impresa come sistema sociale

La sociologia ha da tempo evidenziato che ogni organizzazione è, prima di tutto, un sistema sociale. Weber ha mostrato come l’agire organizzativo sia orientato da significati condivisi; Durkheim ha sottolineato il valore della coesione e della solidarietà; Luhmann ha interpretato le organizzazioni come sistemi di comunicazione. L’impresa non produce esclusivamente beni o servizi: produce relazioni, fiducia, appartenenza e norme condivise. Tali elementi influenzano la capacità di innovare, affrontare il cambiamento e mantenere un equilibrio tra obiettivi economici e responsabilità sociale. La dimensione Social dell’ESG dovrebbe quindi essere letta come una misura della qualità delle relazioni che caratterizzano la vita organizzativa.

Capitale sociale e benessere organizzativo

Il concetto di capitale sociale, sviluppato da Bourdieu, Coleman e Putnam, consente di comprendere come reti di collaborazione, fiducia reciproca e partecipazione costituiscano una risorsa strategica per le organizzazioni. Un elevato capitale sociale favorisce la circolazione delle conoscenze, migliora la cooperazione interna e rafforza il senso di appartenenza. Allo stesso tempo, contribuisce a ridurre i conflitti, il turnover e l’assenteismo, incidendo positivamente sulla produttività. Il benessere organizzativo non rappresenta quindi soltanto un obiettivo etico, ma anche un fattore competitivo. Ambienti di lavoro inclusivi, partecipativi e orientati alla crescita professionale, favoriscono la motivazione dei lavoratori e la capacità dell’impresa di attrarre e trattenere competenze.

La progettazione sociale come metodo

La progettazione sociale costituisce un approccio metodologico finalizzato a leggere i bisogni, definire obiettivi condivisi e costruire interventi capaci di produrre cambiamenti misurabili. Applicata all’ESG, essa consente di superare una logica meramente descrittiva della sostenibilità sociale, trasformandola in un processo di miglioramento continuo. Tra gli ambiti di intervento rientrano il welfare aziendale, il benessere organizzativo, il coinvolgimento degli stakeholder, la valorizzazione delle competenze, le partnership territoriali e la misurazione dell’impatto sociale. Il contributo della progettazione sociale consiste nel collegare tali iniziative a obiettivi verificabili, indicatori di risultato e processi di monitoraggio, rendendo la dimensione Social parte integrante della strategia aziendale.

La dimensione Social come investimento

Considerare il pilastro Social esclusivamente come un costo rischia di limitarne il potenziale. Numerosi studi evidenziano come le organizzazioni attente al benessere dei lavoratori, alla qualità delle relazioni interne e alla partecipazione degli stakeholder ottengano benefici anche sul piano economico.Tra questi si possono evidenziare una maggiore capacità di attrarre talenti, una migliore reputazione, un incremento dell’innovazione organizzativa e una maggiore resilienza nei confronti dei cambiamenti. La sostenibilità sociale contribuisce inoltre a rafforzare il rapporto fiduciario con il territorio e con gli stakeholder, generando valore condiviso e consolidando la legittimazione sociale dell’impresa.

Verso un approccio integrato

Il miglioramento della dimensione Social richiede strumenti capaci di integrare analisi organizzativa, progettazione e valutazione dell’impatto. Una prospettiva interdisciplinare, fondata sul dialogo tra sociologia applicata e progettazione sociale, consente di leggere la complessità dei processi organizzativi e di tradurla in interventi concreti, monitorabili e orientati al miglioramento continuo. L’adozione di indicatori dedicati al capitale sociale, al coinvolgimento degli stakeholder e all’impatto territoriale permette di superare una valutazione esclusivamente quantitativa della sostenibilità, restituendo centralità alla qualità delle relazioni e ai cambiamenti prodotti.

In conclusione, la crescente importanza dei criteri ESG impone una riflessione sul significato della dimensione Social. Una lettura sociologica evidenzia come essa non possa essere ridotta a un insieme di obblighi normativi o di pratiche di responsabilità sociale, ma debba essere interpretata come espressione della capacità dell’organizzazione di generare relazioni di qualità, fiducia e valore condiviso. In tale contesto, la progettazione sociale rappresenta uno strumento metodologico particolarmente efficace per accompagnare i processi di cambiamento organizzativo. Attraverso l’analisi dei bisogni, la partecipazione degli stakeholder e la valutazione dell’impatto, essa contribuisce a trasformare la sostenibilità sociale in una leva strategica per il benessere delle persone, la competitività dell’impresa e lo sviluppo delle comunità.

Andrea N. Auteliano, Sociologo e Presidente Macrodeputazione Nordovest ASI – Franco Faggiano, EPS, Segretario organizzativo della Macrodeputazione Nordovest dell’ASI. Entrambi dirigono anche il laboratorio territoriale “The Elsewhere project” di cui sono membri del rispettivo comitato scientifico.

Bibliografia di riferimento

  • Bourdieu, P. (1986). The Forms of Capital.
  • Coleman, J. S. (1988). Social Capital in the Creation of Human Capital. American Journal of Sociology.
  • Durkheim, É. (1893). La divisione del lavoro sociale.
  • Freeman, R. E. (1984). Strategic Management: A Stakeholder Approach.
  • Putnam, R. D. (1993). Making Democracy Work.
  • Sennett, R. (2006). The Culture of the New Capitalism.
  • Weber, M. (1922). Economia e società
  • Commissione Europea (2022). Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD
    ).
  • EFRAG (2023). European Sustainability Reporting Standards (ESRS).
  • Global Reporting Initiative (GRI). GRI Universal Standards.ISO (2010).
  • ISO 26000 – Guidance on Social Responsibility.
  • Nazioni Unite (2015). Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development.

Hashtag #: ESG, progettazione sociale, sociologia delle organizzazioni, capitale sociale, benessere organizzativo, impatto sociale.


L’impatto sociale del software Open Source: Linux come alternativa sostenibile ai sistemi operativi proprietari

di Franco Faggiano

L’adozione del software Open Source rappresenta uno dei fenomeni più significativi dell’evoluzione dell’informatica contemporanea. Oltre agli aspetti tecnologici ed economici, il modello aperto esercita un impatto sociale rilevante in termini di inclusione digitale, democratizzazione dell’accesso alla conoscenza, sostenibilità economica, sicurezza informatica, trasparenza amministrativa e riduzione del divario digitale. Questo contributo analizza tali dimensioni concentrandosi sul sistema operativo Linux e sulle sue numerose distribuzioni, evidenziandone il ruolo quale valida alternativa ai sistemi operativi proprietari, in particolare Microsoft® Windows®. Attraverso un’analisi della letteratura scientifica e della documentazione prodotta da organizzazioni internazionali, emerge come Linux costituisca non soltanto una soluzione tecnologica efficiente, ma anche uno strumento di innovazione sociale e di sviluppo sostenibile.

Negli ultimi trent’anni il software Open Source ha progressivamente assunto un ruolo centrale nell’ecosistema informatico mondiale. Inizialmente confinato agli ambienti accademici e di ricerca, oggi costituisce l’infrastruttura tecnologica alla base di Internet, del cloud computing, dei supercomputer, dei dispositivi mobili e di una parte crescente delle infrastrutture pubbliche. Il successo del software Open Source non deriva esclusivamente dalla sua qualità tecnica, ma soprattutto dal paradigma collaborativo introdotto dal movimento del Software Libero, formalizzato da Richard Stallman negli anni Ottanta e successivamente sviluppato attraverso il modello Open Source delineato da Eric Raymond (Raymond, 1999). Tra i principali esempi di software Open Source, Linux rappresenta probabilmente il caso di maggior successo. Nato nel 1991 per iniziativa di Linus Torvalds, il kernel Linux è oggi alla base di centinaia di distribuzioni destinate a differenti contesti applicativi: desktop, server, cloud computing, sistemi embedded, Internet of Things e supercalcolo. L’obiettivo del presente lavoro è analizzare gli effetti positivi che la diffusione di Linux produce sul piano sociale, economico e culturale, con particolare attenzione alla sua capacità di rappresentare un’alternativa concreta ai sistemi operativi proprietari.

Secondo la definizione dell’Open Source Initiative, un software può essere definito Open Source quando il codice sorgente è liberamente accessibile, modificabile e redistribuibile. Questo paradigma produce un cambiamento radicale rispetto al modello proprietario.

  • il codice sorgente è chiuso;
  • gli utenti acquistano una licenza d’uso;
  • lo sviluppo è controllato da un’unica impresa.
  • il codice è pubblico;
  • la comunità può contribuire allo sviluppo;
  • la verifica del software è distribuita;
  • l’innovazione è collaborativa.

Come osserva Raymond (1999), il modello “Bazaar” accelera l’identificazione degli errori e favorisce un’evoluzione continua del software grazie al contributo distribuito di migliaia di sviluppatori.

Linux costituisce il più importante progetto Open Source della storia dell’informatica. Secondo i dati della TOP500 Foundation, Linux alimenta praticamente tutti i supercomputer più potenti del mondo. Analogamente, la quasi totalità dei principali servizi cloud (Amazon AWS, Google Cloud, Microsoft Azure) utilizza sistemi Linux come piattaforma di riferimento. Nel mercato desktop, sebbene Microsoft Windows mantenga una posizione predominante, la diffusione delle distribuzioni Linux è in costante crescita, favorita da:

  • maggiore stabilità;
  • sicurezza;
  • assenza di costi di licenza;
  • ridotti requisiti hardware;
  • disponibilità di software libero.

Tra le principali distribuzioni si possono citare:

  • Debian
  • Ubuntu
  • Linux Mint
  • Fedora
  • openSUSE
  • Kali Linux

La varietà delle distribuzioni consente di adattare Linux sia agli utenti meno esperti sia agli ambienti professionali.

4. Impatto sociale

Uno dei principali vantaggi sociali del software Open Source consiste nella riduzione delle disuguaglianze nell’accesso alle tecnologie digitali.

L’assenza di costi di licenza permette infatti a:

  • scuole;
  • università;
  • enti pubblici;
  • organizzazioni non governative;
  • famiglie a basso reddito

di utilizzare strumenti informatici senza sostenere costi proibitivi. Le distribuzioni leggere, come Lubuntu o Linux Lite, consentono inoltre di prolungare la vita utile di computer considerati obsoleti da Windows. Ciò riduce il costo di accesso all’informatica.

Gli utenti possono: comprendere il funzionamento del sistema; modificare il software; personalizzare l’ambiente operativo; partecipare alle comunità di sviluppo. Questo approccio promuove competenze digitali avanzate, oggi considerate fondamentali dalla Commissione Europea.

L’accesso al codice sorgente costituisce un potente strumento educativo. Università e scuole possono: studiare algoritmi reali; analizzare sistemi operativi completi; contribuire direttamente allo sviluppo del software. Ciò favorisce una cultura della condivisione della conoscenza piuttosto che del semplice consumo di tecnologia.

Le amministrazioni pubbliche rappresentano uno degli ambiti in cui Linux può generare importanti risparmi. L’eliminazione delle licenze proprietarie consente di destinare maggiori risorse a: formazione; infrastrutture; sicurezza informatica; innovazione. Numerosi studi della Commissione Europea hanno evidenziato come il software Open Source produca effetti economici positivi anche attraverso la crescita dell’ecosistema delle piccole e medie imprese specializzate in servizi ICT.

Linux contribuisce indirettamente alla riduzione dei rifiuti elettronici. Le distribuzioni leggere possono funzionare su hardware con oltre dieci anni di vita.

Questo consente:

  • minore produzione di rifiuti elettronici;
  • riduzione delle emissioni associate alla produzione di nuovi dispositivi;
  • estensione del ciclo di vita delle apparecchiature.

Il contributo del software Open Source si inserisce pertanto negli obiettivi dell’economia circolare.

Uno dei temi maggiormente discussi riguarda la sicurezza. Contrariamente a un luogo comune diffuso, la disponibilità del codice sorgente non rappresenta un elemento di vulnerabilità. Al contrario, numerosi autori sostengono che la revisione pubblica favorisca una più rapida individuazione delle vulnerabilità. Il principio formulato da Kerckhoffs nel XIX secolo, secondo cui la sicurezza non deve dipendere dalla segretezza del sistema ma dalla robustezza dei meccanismi crittografici, trova piena applicazione nel software Open Source. La trasparenza assume inoltre un’importanza strategica nella Pubblica Amministrazione, dove la verificabilità del codice contribuisce a rafforzare fiducia, accountability e sovranità digitale.

Microsoft Windows rappresenta ancora il sistema operativo desktop dominante. Tuttavia Linux offre numerosi vantaggi.

  1. Costi: Linux è generalmente gratuito.Windows richiede licenze commerciali.
  2. Privacy: Linux raccoglie una quantità significativamente inferiore di dati di telemetria rispetto ai moderni sistemi Windows.
  3. Aggiornamenti. Gli aggiornamenti delle distribuzioni Linux risultano generalmente meno invasivi e più controllabili dall’utente.
  4. Prestazioni. Linux mantiene elevate prestazioni anche su hardware datato.
  5. Personalizzazione. Ogni componente del sistema può essere modificato.
  6. Ecosistema software. La disponibilità di migliaia di applicazioni Open Source rende Linux una piattaforma completa per: sviluppo software; ricerca scientifica; grafica; videoscrittura; calcolo; intelligenza artificiale; amministrazione di sistemi.

Permangono tuttavia alcune criticità, principalmente legate alla compatibilità con specifici software proprietari (ad esempio alcuni videogiochi o applicativi professionali altamente specializzati). Tali limitazioni risultano oggi sensibilmente ridotte grazie a strumenti di compatibilità e alla crescente disponibilità di applicazioni multipiattaforma.

L’adozione del software Open Source nelle amministrazioni pubbliche produce benefici che trascendono il mero risparmio economico.Tra essi si evidenziano: indipendenza dai fornitori (vendor lock-in); trasparenza amministrativa; interoperabilità; conservazione dei dati nel lungo periodo; sviluppo del mercato locale dei servizi ICT; incremento della sovranità digitale. Le recenti strategie europee in materia di interoperabilità e sovranità tecnologica attribuiscono infatti crescente rilevanza all’adozione di software Open Source nella Pubblica Amministrazione.

L’analisi della letteratura mostra come il software Open Source debba essere interpretato non soltanto come un modello tecnico, ma come un fenomeno sociale. Linux rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui è possibile:

  • ridurre le disuguaglianze digitali;
  • favorire la formazione informatica;
  • incrementare la sicurezza;
  • promuovere la trasparenza istituzionale;
  • sostenere la sostenibilità ambientale;
  • rafforzare l’autonomia tecnologica dei Paesi.

In questo senso, la diffusione di Linux contribuisce alla costruzione di un ecosistema digitale più aperto, inclusivo e resiliente.

L’evidenza scientifica suggerisce che il software Open Source costituisca un fattore abilitante per lo sviluppo economico e sociale. Linux, grazie alla sua natura aperta, alla stabilità tecnica, alla sicurezza e alla sostenibilità economica, rappresenta una valida alternativa ai sistemi operativi proprietari in numerosi contesti applicativi. Pur permanendo alcune limitazioni in specifici settori professionali, il continuo miglioramento delle distribuzioni Linux e la crescente maturità dell’ecosistema Open Source rendono plausibile un progressivo incremento della sua diffusione anche nel mercato desktop. La promozione del software Open Source dovrebbe pertanto essere considerata una componente strategica delle politiche pubbliche orientate all’innovazione, all’inclusione digitale e alla sovranità tecnologica.

Dott. Franco Faggiano, Linux user con esperienza informatica fin dal 1982. EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), direttore vicario del laboratorio della Macrodeputazione ASI Nordovest “The Elsewhere project” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com – Blog personale: franco-faggiano.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • Aksulu, A., & Wade, M. (2010). A Comprehensive Review and Synthesis of Open Source Research. Journal of the Association for Information Systems, 11(11), 576–656.
  • Feller, J., & Fitzgerald, B. (2002). Understanding Open Source Software Development. Addison-Wesley.
  • Kerckhoffs, A. (1883). La cryptographie militaire. Journal des Sciences Militaires.
  • Lakhani, K. R., & Wolf, R. G. (2005). Why Hackers Do What They Do. In J. Feller et al. (Eds.), Perspectives on Free and Open Source Software. MIT Press.
  • Lerner, J., & Tirole, J. (2002). Some Simple Economics of Open Source. Journal of Industrial Economics, 50(2), 197–234.
  • Raymond, E. S. (1999). The Cathedral and the Bazaar. O’Reilly Media.Stallman, R. M. (2002). Free Software, Free Society: Selected Essays of Richard M.
  • Stallman. GNU Press.
  • Weber, S. (2004). The Success of Open Source. Harvard University Press.
  • Commissione Europea (2020). Open Source Software Strategy 2020–2023.
  • Commissione Europea (2020). European Interoperability Framework.
  • UNESCO (2021). Recommendation on Open Science.
  • OECD (2021). The Digital Transformation of SMEs.
  • TOP500 Foundation. TOP500 Supercomputer Sites.
  • Netcraft. Web Server Survey.
  • Wheeler, D. A. (2007). Why Open Source Software / Free Software (OSS/FS)? Look at the Numbers!

Hashtag #: Open Source, Linux, Software Libero, Inclusione Digitale, Digital Divide, Sostenibilità, Innovazione Sociale.


Lavorare nell’algoritmo

di Vincenzo Testagrossa

La trasformazione digitale del lavoro non consiste semplicemente nell’uso di nuovi strumenti tecnologici. Cambia il modo in cui il lavoro viene organizzato, misurato, controllato e regolato. Piattaforme digitali, intelligenza artificiale e smart working descrivono tre volti di questo cambiamento: il lavoro frammentato in incarichi brevi, il potere crescente dei sistemi automatizzati nei processi decisionali e la progressiva ridefinizione dei confini tra luogo di lavoro, tempo professionale e vita privata. Non si parte dall’idea che la tecnologia produca automaticamente precarietà, subordinazione o disoccupazione, perché una simile lettura sarebbe riduttiva. La digitalizzazione può migliorare l’efficienza, ampliare l’autonomia e favorire nuove opportunità. Tuttavia, può anche creare asimmetrie informative, rendere meno visibili le forme di controllo e trasferire parte del rischio economico e organizzativo sul lavoratore. Anche i dati statistici richiedono cautela. In questo articolo sono utilizzati come indicatori descrittivi, non come prova automatica di rapporti causali. Il dato ISTAT sui 565 mila lavoratori tramite piattaforma nel 2022, ad esempio, riguarda persone che hanno dichiarato almeno un’ora di attività nei dodici mesi precedenti l’intervista: non coincide quindi con una platea stabile e omogenea di lavoratori della gig economy. Allo stesso modo, i dati sul lavoro da remoto fotografano un fenomeno sociale più ampio rispetto alla nozione giuridica di lavoro agile, mentre quelli sull’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese, indicano diffusione tecnologica, non effetti occupazionali univoci. La sfida è leggere il lavoro digitale senza enfasi e senza allarmismi: come un campo di trasformazione reale, nel quale innovazione, produttività, diritti e disuguaglianze si intrecciano.

Gig economy: autonomia formale e dipendenza possibile

La gig economy si fonda su prestazioni organizzate tramite piattaforme digitali: consegne, trasporti, servizi alla persona, micro-attività online, vendita di beni o altre attività intermediate da applicazioni. Il dato ISTAT del 2022 segnala che il fenomeno è ormai riconoscibile, ma non autorizza a descriverlo come forma dominante del mercato del lavoro italiano. Il nodo sociologico è soprattutto qualitativo. Il lavoratore può scegliere quando connettersi, ma la possibilità concreta di ricevere incarichi può dipendere da rating, tempi di risposta, geolocalizzazione, disponibilità e criteri di assegnazione non sempre trasparenti. L’algoritmo non impartisce necessariamente ordini nel senso tradizionale; più spesso orienta comportamenti attraverso incentivi, penalizzazioni e sistemi reputazionali. Sul piano giuridico occorre evitare automatismi. Non tutti i lavoratori di piattaforma sono subordinati. Tuttavia, quando la piattaforma incide in modo significativo su tempi, modalità, compensi e accesso agli incarichi, diventa legittimo interrogarsi sulla reale autonomia del lavoratore e sulla possibile esistenza di dipendenza economica o etero-organizzazione.

Intelligenza artificiale: mansioni, competenze e decisioni

L’intelligenza artificiale incide sul lavoro perché può modificare mansioni, processi decisionali e forme di controllo. Secondo i dati ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti, utilizza almeno una tecnologia di IA. Il dato indica una crescita importante, ma riguarda un perimetro specifico: non comprende l’intero universo produttivo, formato anche da microimprese. L’impatto occupazionale non va presentato come inevitabile disoccupazione di massa. È più corretto parlare di trasformazione: alcune mansioni possono essere automatizzate, altre integrate, altre ancora rese più produttive. Il rischio principale è la polarizzazione tra lavoratori in grado di usare l’IA come strumento professionale e lavoratori più esposti a dequalificazione, controllo o sostituzione parziale delle attività. Per questo il tema delle competenze digitali è decisivo. L’ISTAT segnala che nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base. Il dato mostra un miglioramento, ma anche un divario ancora rilevante. Quando l’IA è usata per selezionare candidati, valutare performance, organizzare turni o monitorare attività, diventano centrali trasparenza, supervisione umana e possibilità di contestazione.

Smart working e lavoro da remoto: flessibilità e confini

Lo smart working ha modificato l’idea tradizionale di luogo di lavoro. L’ISTAT rileva che nel 2023 poco meno di 3,4 milioni di occupati, pari al 13,8% del totale, hanno sperimentato forme di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la rilevazione. Il dato segnala una stabilizzazione dopo la fase pandemica, ma non una diffusione generalizzata a tutte le professioni. Il lavoro da remoto può ridurre spostamenti, migliorare la conciliazione dei tempi e aumentare l’autonomia organizzativa. Questi effetti, però, dipendono dalla mansione, dalla qualità dell’organizzazione, dagli strumenti disponibili e dalle condizioni materiali del lavoratore. La stessa modalità può essere un’opportunità per chi dispone di spazi adeguati e diventare problematica per chi vive in contesti abitativi o familiari più complessi. Il punto critico è il confine tra lavoro e vita privata. E-mail serali, messaggi fuori orario e reperibilità informale possono trasformare la flessibilità in disponibilità continua. In termini giuridici è quindi preferibile parlare di misure di disconnessione da definire nell’organizzazione del lavoro e nell’accordo di lavoro agile, evitando formule generiche che facciano pensare a un diritto assoluto e indistinto.

Profili economici e giuridici

Sul piano economico, la digitalizzazione può aumentare efficienza e produttività: le piattaforme riducono i costi di incontro tra domanda e offerta, l’IA automatizza attività informative, il lavoro da remoto può ridurre vincoli logistici. Tuttavia, il miglioramento dell’efficienza non coincide necessariamente con un miglioramento della qualità del lavoro. La questione centrale è come vengono distribuiti benefici e rischi. Nella gig economy il rischio dell’intermittenza della domanda può ricadere sul lavoratore; nell’uso dell’IA il rischio di obsolescenza professionale può pesare su chi ha minori competenze; nel lavoro da remoto alcuni costi organizzativi possono spostarsi nello spazio domestico. In Italia, secondo i dati provvisori ISTAT di aprile 2026, il mercato del lavoro mostra segnali positivi, con tasso di disoccupazione al 5,1% e occupazione al 63,1%; tuttavia, i più recenti dati ISTAT richiamati nel Rapporto annuale pubblicato nel 2026 confermano aree di vulnerabilità, in particolare tra lavoratori a termine, part-time involontari, giovani e donne. Sul piano giuridico, il diritto del lavoro deve misurarsi con poteri meno visibili ma non per questo irrilevanti: piattaforme, software, rating e procedure automatizzate. La Direttiva UE 2024/2831 rafforza il tema della corretta qualificazione del lavoro tramite piattaforma e della gestione algoritmica, mentre l’AI Act considera ad alto rischio diversi sistemi di IA usati nell’occupazione e nella gestione dei lavoratori. Per lo smart working, la disciplina italiana valorizza l’accordo individuale, ma la tutela effettiva richiede anche contrattazione collettiva e policy aziendali chiare.

Frammentazione sociale e rappresentanza

Gig economy, IA e smart working condividono una possibile frammentazione del lavoro. Il lavoratore di piattaforma può operare in isolamento; il lavoratore valutato da sistemi automatizzati può non conoscere pienamente i criteri decisionali; il lavoratore da remoto può perdere parte del contatto quotidiano con colleghi e luoghi di confronto.
Questo non significa che la rappresentanza collettiva sia impossibile. Significa piuttosto che deve aggiornare il proprio campo di intervento. Salari e orari restano fondamentali, ma occorre negoziare anche uso dei dati, criteri algoritmici, sistemi di monitoraggio, formazione digitale, misure di disconnessione e procedure di contestazione delle decisioni automatizzate.

Il lavoro digitale non deve essere descritto né come minaccia assoluta né come soluzione automaticamente positiva. È un campo di trasformazione nel quale tecnologia, organizzazione, mercato e diritto ridefiniscono continuamente i confini della prestazione lavorativa. La tecnologia può aumentare produttività e autonomia, ma può anche trasferire rischi, rendere opache le decisioni e rafforzare disuguaglianze già presenti. Il compito della sociologia, del diritto e dell’economia è rendere leggibile questa complessità, senza trasformare i dati in allarmi e senza ridurre l’innovazione a semplice progresso tecnico. La sfida non è adattare passivamente il lavoratore all’algoritmo, ma costruire regole, competenze e forme di rappresentanza capaci di adattare l’innovazione tecnologica ai diritti, ai bisogni e alla dignità della persona che lavora.

Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista, esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro; vice presidente Deputazione ASI Sicilia-Sardegna

Bibliografia di riferimento

  • Aloisi, A., & De Stefano, V. (2022). Your Boss Is an Algorithm: Artificial Intelligence, Platform Work and Labour. Hart Publishing.
  • Castel, R. (1995). Les métamorphoses de la question sociale. Fayard
  • De Stefano, V. (2016). The rise of the just-in-time workforce. Comparative Labor Law & Policy Journal, 37(3), 471-504.
  • European Union. (2024). Directive (EU) 2024/2831 on improving working conditions in platform work.
  • European Union. (2024). Regulation (EU) 2024/1689 laying down harmonised rules on artificial intelligence.
  • Gandini, A. (2019). Labour process theory and the gig economy. Human Relations, 72(6), 1039-1056.
  • ISTAT. (2024). Lavoratori delle piattaforme digitali – Anno 2022.
  • ISTAT. (2025). Imprese e ICT – Anno 2025.
  • ISTAT. (2026). Cittadini e ICT – Anno 2025.
  • ISTAT. (2026). Smart working: da necessità a nuovo stile di vita – Anno 2023.
  • ISTAT. (2026). Occupati e disoccupati – Aprile 2026. Dati provvisori.
  • ISTAT. (2026). Rapporto annuale 2026. La situazione del Paese. Pubblicato il 21 maggio 2026, con dati prevalentemente riferiti al 2025.
  • Polanyi, K. (1944). The Great Transformation. Farrar & Rinehart.
  • Srnicek, N. (2017). Platform Capitalism. Polity Press.
  • Vallas, S., & Schor, J. B. (2020). What do platforms do? Understanding the gig economy. Annual Review of Sociology, 46, 273-294.

Devianza adolescenziale nella società frammentata: tra anomia, deresponsabilizzazione e mediazione digitale

di Simona Carucci

L’articolo analizza le possibili cause della devianza adolescenziale nel contesto delle società contemporanee, caratterizzate da fluidità identitaria, frammentazione dei legami sociali e crescente mediazione digitale. Attraverso il contributo di autori classici e moderni, si evidenzia come la perdita di riferimenti normativi stabili, la deresponsabilizzazione sociale e la costruzione identitaria mediata dai social network, contribuiscano alla formazione di soggettività fragili, isolate e più esposte a comportamenti devianti.

Introduzione: la devianza nell’epoca della fluidità

La devianza adolescenziale non è un fenomeno nuovo, ma assume oggi caratteristiche inedite: i confini normativi risultano sempre più delegittimati, la crisi e la frammentazione dei ruoli sociali provocano una rottura delle aspettative e disorientamento identitario e sociale. Il gruppo è sostituito da interazioni social. L’adolescente cresce in un contesto in cui istituzioni come famiglia, scuola e comunità perdono forza regolativa e riconoscimento, lasciando spazio ad una socializzazione frammentata e spesso incoerente. Questa condizione produce una tensione tra libertà e disorientamento: se da un lato aumentano le possibilità di scelta, dall’altro diminuisce la capacità di orientarsi entro sistemi di valori condivisi. La costruzione identitaria mediata dai social network contribuisce alla formazione di soggettività fragili, isolate e più esposte a comportamenti devianti. L’analisi delle motivazioni e dei contesti in cui i fenomeni di devianza nascono, si sviluppano e si consolidano, non implica in alcun modo una loro giustificazione, né tantomeno una legittimazione dell’autore o dell’autrice dell’atto, ma rappresenta piuttosto un tentativo di comprensione scientifica dei complessi processi sociali che li producono.

Anomia e crisi della regolazione sociale

Il concetto di anomia, introdotto da Émile Durkheim, è fondamentale per comprendere la devianza contemporanea. Durkheim (1893) descrive l’anomia come una condizione di deregolazione sociale, in cui le norme perdono la loro capacità di guidare i comportamenti individuali, proprio per dei rapidi cambiamenti sociali, certo quelli dell’epoca, ma questo concetto è adattabile ad oggi. In una società fluida, l’anomia non è più una condizione eccezionale, ma strutturale: i giovani si trovano privi di limiti chiari e di riferimenti stabili. Manca chi trasmette i valori, credenze e norme da un soggetto all’altro (al più giovane), come in tutti i gruppi sociali umani e animali. Troppo spesso è delegato a terzi o ad algoritmi, tante volte chi tenta il passaggio è deligittimato. Questo vuoto normativo favorisce comportamenti devianti, non tanto come trasgressione consapevole, quanto come ricerca di orientamento, lì dove manca il condiviso. A questa prospettiva si collega Merton (1938), che interpreta la devianza come tensione e adattamento alle discrepanze tra obiettivi culturali e mezzi legittimi, ad esempio, i modelli di successo veicolati dai social, risultano spesso irraggiungibili, generando frustrazione e strategie devianti alternative, non avendo alle spalle una struttura di valori sociali stabile e coerente.

Il controllo sociale e la sua trasformazione

Secondo Travis Hirschi (1969), la devianza emerge quando i legami sociali si indeboliscono. I quattro elementi del legame sociale (attaccamento, impegno, coinvolgimento e credenze) risultano oggi compromessi. La devianza giovanile emerge come esito di un processo di indebolimento dell’integrazione sociale. Quando i vincoli con la famiglia, la scuola, il lavoro, l’associazionismo e la comunità territoriale si deteriorano, il giovane perde progressivamente il senso di appartenenza alla vita collettiva e diminuisce la sua disponibilità ad assumere comportamenti conformi alle aspettative normative. La riduzione del controllo sociale informale comporta, infatti, una minore interiorizzazione delle regole e un incremento della probabilità di condotte trasgressive. La devianza può essere interpretata non solo come scelta individuale, ma anche come manifestazione di una progressiva disaffiliazione sociale, nella quale il giovane si percepisce sempre meno come partecipante responsabile dell’ordine collettivo e, quindi, legittimato ad un comportamento irresponsabile verso se stesso e verso gli altri. Il fenomeno è connesso al deficit di partecipazione civica, di responsabilizzazione sociale e di integrazione istituzionale. Il controllo sociale (come fonte di regolazione del membro del gruppo) nelle società moderne non deve scomparire ma trasformarsi (M. Foucault): da esterno a interno, da visibile a diffuso. Oggi, quindi, il controllo passa anche attraverso i dispositivi digitali, producendo forme di sorveglianza e auto-esposizione, che influenzano profondamente i comportamenti adolescenziali.

Social media e costruzione della realtà

I social network non sono semplici strumenti, ma ambienti di costruzione simbolica della realtà. Attraverso di essi si produce una rappresentazione spesso distorta della vita sociale, basata su performance, visibilità e riconoscimento immediato. A questo punto emerge la necessità di ciò che ci offre Goffman (1956), per interpretare il comportamento online. Esso è una vera “messa in scena” permanente e non un semplice come, in cui l’individuo è tradotto in mera immagine, dove la sua storia come individuo, la sua cultura e le sue caratteristiche personali sono cancellate, per la necessità di conformarsi ad una proposta di un Io, non socialmente compatibile, ma social condivisibile. In questa messa in scena, quindi, non vi è più il ruolo sociale del soggetto, ma vi è una figurina che semplicemente risponde, non alle aspettative sociali, ma agli standard di algoritmi. La società contemporanea è sicuramente dominata da simulacri (J. Baudrillard): rappresentazioni che sostituiscono la realtà. I giovani interiorizzano modelli irrealistici durante la fase di costruzione/crescita dell’Io e dell’Io Sociale, compensando i vuoti che l’ambiente reale che li circonda lasciano, generando dissonanza tra sé, comunque inserito nel reale e quel sé costruito nel web. Ispirandosi a Russell (1938), si può notare una sorta di paradosso, ovvero, in un ambiente come quello WEB dove ci si può pensare liberi e deresponsabilizzati, in realtà si viene condotti in un’autocensura feroce. Traslando la sua teoria nel contesto contemporaneo dei social media, tale dinamica assume una forma particolarmente intensa tra i giovani, dove la costruzione del loro Io è costantemente mediata da processi di visibilità e comparazione sociale. Ne deriva una forma di conformismo performativo, in cui la libertà di espressione è formalmente preservata, ma sostanzialmente riorientata verso la riproduzione di standard (meramente) estetici e narrativi condivisibili. Tale dinamica contribuisce, inoltre, ad un rafforzamento dell’ansia reputazionale (reputazione non come prodotto di un agito sociale su base dei valori condivisi, ma di immagine condivisibile), poiché il riconoscimento social diventa una risorsa competitiva continuamente da ottimizzare. In questa chiave, l’autocensura giovanile generata da questo meccanismo social, può essere letta come esito di un più ampio processo di internalizzazione delle norme implicite della visibilità digitale, che trasforma l’interazione social in una pratica di costante autovalutazione e regolazione del sé. Interazione social che prende il sopravvento o il totale sopravvento, lì dove le agenzie di socializzazione umane hanno perso credibilità o voglia di esserci. In questo contesto, la devianza può essere interpretata non solo come violazione delle norme, ma come tentativo di costruzione identitaria. L’atto deviante diventa un modo per affermarsi, ottenere visibilità o colmare un vuoto relazionale.

Il Crollo dei Dispositivi Sanzionatori e la Normalizzazione della Devianza

In ogni assetto societario, la conformità alle norme e il contenimento della devianza sono storicamente garantiti da tre specifici meccanismi sanzionatori. Questi dispositivi operano con una funzione deterrente: dovrebbero indurre il soggetto che intende porre in essere un atto deviante ad una riflessione e ad un timore tali da ricondurlo all’interno delle regole, del buon senso e del rispetto sociale. Tali meccanismi si articolano nel timore delle conseguenze legali, nel timore di incorrere nella censura sociale e, infine, nel timore derivante dalla propria coscienza. Nella società attuale, tuttavia, si assiste ad una profonda crisi di questa triade sanzionatoria: le conseguenze legali appaiono fortemente annacquate, perdendo la loro originaria forza di deterrenza e non essendo percepite come un limite invalicabile. La censura sociale risulta quasi del tutto azzerata. Ciò avviene poiché i diversi attori della società tendono sistematicamente a giustificare i soggetti devianti. Questo fenomeno di legittimazione vede il coinvolgimento attivo sia di professionisti del settore, i quali, attraverso i mezzi di comunicazione di massa come la televisione e i social media, analizzano e, in qualche modo, scusano tali condotte, sia in modo ancora più strutturale, dai genitori. Questi ultimi tendono a giustificare l’azione criminale o deviante del figlio o della figlia non solo dinanzi ai media, ma anche di fronte alle stesse istituzioni che intervengono, quali le forze dell’ordine e la magistratura. La sanzione della coscienza viene di conseguenza disattivata. In questo contesto culturale e relazionale, il ragazzo non può sviluppare un sano meccanismo di senso di colpa, dinanzi ad azioni che provocano danno o dolore a terzi. Invece di richiamare il giovane ad una responsabilità oggettiva attraverso i tre modelli sanzionatori, la società odierna ne favorisce la deresponsabilizzazione quasi totale attraverso un giustificazionismo diffuso e ad una normalizzazione dell’atto. Questo processo si esplicita attraverso precise dinamiche cognitive e sociali: lo spostamento della responsabilità tramite meccanismi di diffusione, che sottraggono al giovane la sua qualità di soggetto agente; la minimizzazione, l’ignoranza o la distorsione delle conseguenze che le vittime devono subire; fino a giungere alla deumanizzazione della vittima stessa o all’attribuzione a quest’ultima di una parte della colpa. E poi si arriva ad un paradosso, ovvero alla condanna di chi condanna l’atto deviante come un soggetto estremista. Il risultato finale di questa transizione è una radicale inversione percettiva: venendo meno il freno delle sanzioni esterne e interne, la condotta deviante, pur restando sanzionabile sulla carta, diventa personalmente e intimamente accettabile per il soggetto che la compie.

Conclusioni: verso una ricostruzione del legame sociale

In conclusione, appare necessario ribadire che all’interno dei medesimi contesti socio-strutturali oggetto di analisi, non si dà alcuna determinazione univoca degli esiti biografici, né tantomeno una corrispondenza lineare tra condizioni ambientali e traiettorie devianti. Al contrario, l’evidenza empirica e la letteratura teorica, convergono nell’individuare la coesistenza di percorsi differenziati, nei quali accanto a forme di possibile vulnerabilità o disaffiliazione, emergono configurazioni di marcata integrazione normativa, caratterizzate da partecipazione civica, responsabilità relazionale ed investimenti prosociali, esemplificati da pratiche di volontariato, dall’assunzione di ruoli di cura in ambito familiare e da forme stabili di embeddedness nei contesti scolastici e amicali. Ne deriva che una medesima configurazione ambientale non può essere assunta quale variabile esplicativa deterministica, bensì deve essere concettualizzata come insieme di vincoli e opportunità, all’interno dei quali si articolano processi di agency differenziata. In tale prospettiva, ad un’identica struttura di condizioni sociali non corrisponde una risposta comportamentale necessitata, ma una pluralità di esiti potenziali, mediati dall’interazione tra risorse individuali, capitale sociale disponibile e processi di socializzazione primaria e secondaria. Ne consegue che il comportamento del soggetto giovanile deve essere interpretato entro una cornice teorica, che tenga insieme struttura e agency, evitando riduzionismi sia di tipo deterministico sia di tipo volontaristico e riconoscendo la complessità dei processi di costruzione situata dell’azione. Anche le condotte collocate nell’area della devianza penalmente rilevante, non possono essere automaticamente deprivate di ogni dimensione di intenzionalità o consapevolezza, se non nei casi specificamente riconducibili a compromissioni clinicamente accertate delle capacità cognitive e volitive. Tale impostazione non implica alcuna sovrapposizione tra analisi sociologica dei processi eziologici e giudizio normativo, poiché la comprensione delle condizioni di produzione della devianza, non coincide con la sua legittimazione, ma consente piuttosto di distinguere analiticamente tra i processi di costruzione sociale delle categorie di devianza e normalità e la dimensione materiale delle conseguenze lesive, prodotte dalle azioni sociali. In tale quadro interpretativo, permane centrale l’assunto secondo cui il soggetto, entro i limiti della propria capacità di intendere e di volere, agisce all’interno di razionalità situate e contestualmente prodotte, potendo pertanto intraprendere condotte che egli stesso riconosce come coerenti con sistemi di significato localmente costruiti, anche laddove tali condotte si traducano in esiti oggettivamente lesivi per altri attori sociali. In ultima analisi, l’essere umano non è un atomo isolato, ma un soggetto relazionale. Ignorare questa dimensione significa favorire condizioni di disorientamento che possono sfociare in comportamenti devianti.

Dott.ssa Simona Carucci


Spazio, fede e alienazione: un’analisi sociologica di Stalker di Andrej Tarkovskij

di Franco Faggiano

Il film Stalker (1979) rappresenta una delle opere più dense e stratificate del cinema del XX secolo, situandosi all’intersezione tra sociologia, filosofia e teologia. Ambientato in un mondo indefinito segnato dalla presenza della “Zona”, uno spazio proibito e misterioso, il film segue tre figure archetipiche — lo Stalker, lo Scrittore e lo Scienziato — in un viaggio che è al contempo fisico e spirituale. Questo saggio propone una lettura sociologica dell’opera, integrando prospettive teoriche classiche (Max Weber, Émile Durkheim) e contemporanee, per analizzare i contenuti simbolici del film e il suo impatto generazionale, con particolare attenzione alle dimensioni religiose e filosofiche.

La Zona come spazio sociologico: alienazione e modernità

Dal punto di vista sociologico, la “Zona” può essere interpretata come una metafora della modernità avanzata e delle sue contraddizioni. In linea con la teoria dell’alienazione di Karl Marx, lo spazio esterno alla Zona appare come un mondo industriale, grigio e disumanizzato, mentre la Zona stessa, pur pericolosa, rappresenta un luogo di autenticità e possibilità. La dicotomia interno/esterno richiama anche il concetto di “disincanto del mondo” di Weber: la società moderna, dominata dalla razionalizzazione, ha perso il senso del sacro e del mistero. La Zona, invece, reintroduce una dimensione magico-sacrale che sfugge alla logica scientifica. In questo senso, lo Stalker funge da mediatore tra due mondi: è una figura liminale, simile allo sciamano nelle società tradizionali (cfr. Victor Turner), che guida gli individui attraverso un rito di passaggio.

Tipologie sociali e crisi dell’intellettuale

I tre protagonisti incarnano differenti tipi ideali (in senso weberiano):

  • Lo Scienziato: rappresenta la razionalità tecnica e il positivismo.
  • Lo Scrittore: incarna la crisi dell’intellettuale moderno, disilluso e nichilista.
  • Lo Stalker: figura della fede e della speranza, marginalizzata ma resistente.

Il conflitto tra questi personaggi riflette una tensione tipica delle società tardo-moderne: la perdita di fiducia nelle grandi narrazioni (cfr. Jean-François Lyotard) e la frammentazione dei sistemi di senso. Lo Scrittore, in particolare, esprime una condizione esistenziale vicina all’“uomo assurdo” di Albert Camus, incapace di trovare significato ma allo stesso tempo incapace di rinunciare alla ricerca.

Dimensione religiosa: fede, grazia e sacrificio

Dal punto di vista religioso, Stalker è profondamente intriso di simbolismo cristiano ortodosso. Tarkovskij, influenzato dalla tradizione spirituale russa, concepisce il cinema come un mezzo di rivelazione. La Zona può essere letta come uno spazio sacro (hierophany, secondo Mircea Eliade), dove il tempo e lo spazio ordinari sono sospesi. La “Stanza dei desideri” rappresenta una forma di giudizio interiore: non realizza i desideri coscienti, ma quelli più profondi e nascosti. Lo Stalker assume tratti cristologici: soffre per gli altri; guida senza imporre; viene rifiutato dalla società. Il suo fallimento finale non è una sconfitta, ma un atto di testimonianza: la fede, in una società secolarizzata, non produce risultati visibili, ma resta una forma di resistenza simbolica.

Impatto generazionale e ricezione culturale

L’impatto di Stalker si è manifestato in diverse ondate generazionali:

  1. Contesto sovietico. Nel contesto dell’Unione Sovietica, il film è stato interpretato come una critica implicita al sistema tecnocratico e alla repressione ideologica. La Zona può essere vista come uno spazio di libertà proibita, mentre il controllo statale rappresenta l’oppressione.
  2. Generazioni postmoderne. Negli anni successivi, soprattutto in Occidente, Stalker è diventato un punto di riferimento per le culture controculturali e filosofiche. Ha influenzato: il cinema contemplativo; la filosofia esistenziale contemporanea; la cultura videoludica (es. la serie S.T.A.L.K.E.R.).
  3. Attualità. Oggi, il film continua a risuonare in una società caratterizzata da:
  • crisi ecologiche;
  • disorientamento esistenziale;
  • sfiducia nelle istituzioni.

La Zona può essere reinterpretata come metafora delle “zone di crisi” contemporanee (ambientali, sociali, psicologiche), mentre il bisogno di senso espresso dai personaggi resta profondamente attuale.

Filosofia dell’esistenza e temporalità

Tarkovskij sviluppa una concezione del tempo che si avvicina alla “durata” di Henri Bergson: il tempo non è lineare, ma qualitativo, vissuto interiormente. Il ritmo lento del film, spesso criticato, è in realtà una scelta estetica e filosofica che invita lo spettatore a un’esperienza contemplativa. In questo senso, Stalker si oppone alla logica accelerata della modernità, proponendo una forma di “resistenza temporale”.

In conclusione, Stalker non è semplicemente un film, ma un dispositivo simbolico complesso che interroga le fondamenta della società moderna. Attraverso la metafora della Zona, Tarkovskij esplora temi centrali della sociologia contemporanea: alienazione, crisi del senso, secolarizzazione e ricerca del sacro. Il suo impatto generazionale risiede nella capacità di parlare a epoche diverse, offrendo non risposte, ma spazi di riflessione. In un mondo sempre più dominato dalla razionalità strumentale, Stalker continua a ricordare la necessità del mistero, della fede e della speranza.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), direttore vicario del laboratorio della Macrodeputazione ASI Nordovest “The Elsewhere project” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Riferimenti bibliografici

  • Tarkovskij, A. (1986). Scolpire il tempo.
  • Weber, M. (1905). L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
  • Durkheim, É. (1912). Le forme elementari della vita religiosa.
  • Eliade, M. (1957). Il sacro e il profano.
  • Arkadij e Boris Strugackij, (1972). Picnic sul ciglio della strada.
  • Lyotard, J.-F. (1979). La condizione postmoderna.
  • Camus, A. (1942). Il mito di Sisifo.

Nota dell’autore

Si invita a leggere prima il libro Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij al fine di comprendere meglio l’opera cinematografica di Andrej Tarkovskij.


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