L’attacco contro la moschea alawita Ali Bin Abi Talib nel quartiere a maggioranza alawita di Homs, avvenuto durante la preghiera del venerdì e culminato nella morte di otto civili e nel ferimento di altri diciotto, rappresenta un evento-soglia per comprendere la natura della violenza nella Siria post-Assad. Rivendicato dal gruppo sunnita estremista Saraya Ansar Al-Sunna, l’attentato conferma l’emersione di una fase conflittuale caratterizzata da terrorismo settario, targeting simbolico e competizione armata intra-statale, in un contesto di transizione politica priva di consolidamento istituzionale.
Il caso siriano rientra nel paradigma del collasso dell’ordine politico e del conseguente dilemma della sicurezza intra-comunitario (Posen). La caduta del regime ba‘thista l’8 dicembre 2024 (Assad padre e figlio sono del Partito Socialista Arabo Ba’ath) ha prodotto un vuoto di potere che attori armati non statali hanno occupato rapidamente, riattivando linee di frattura confessionali e identitarie. In tali contesti, la violenza contro civili non è accidentale ma funzionale: essa serve a ridefinire confini politici, a mobilitare consenso interno e a dissuadere l’“altro” attraverso il terrore. La scelta di colpire un luogo di culto durante un rito religioso risponde a una logica di terrorismo ritualizzato, in cui l’impatto psicologico e simbolico supera l’obiettivo militare immediato.
Saraya Ansar Al-Sunna si inserisce in questa dinamica come attore ideologicamente orientato alla purificazione settaria. Il gruppo, già responsabile di un attentato suicida contro la chiesa Greco Ortodossa a Damasco di Mar Elias (o Sant’Elia) nel quartiere di Dweila (25 morti e decine di feriti)*, persegue una strategia di violenza contro comunità cristiane e musulmane (non solo) ritenute devianti rispetto alla propria ortodossia sunnita, uccide quelli considerati apostati. Tale condotta è coerente con i modelli di insurgent terrorism descritti nella letteratura sulla radicalizzazione armata: colpire civili e luoghi sacri non per vincere militarmente, ma per frantumare il tessuto sociale e rendere impossibile qualsiasi ricomposizione politica inclusiva. In questo quadro, la comunità alawita emerge come bersaglio sistematico. Dalla fine dell’era Assad, si registra un pattern di ritorsioni che include rapimenti, stupri e omicidi, con una violenza che non risparmia donne, bambini e anziani. Le aree costiere, in particolare Latakia, sono oggi teatro di mobilitazioni civili per il diritto alla vita e alla sicurezza, a fronte di oltre 1.500 vittime registrate nei soli scontri di marzo nelle zone di insediamento alawita. Questi dati delineano una dinamica di pulizia settaria de facto, non formalizzata ma tollerata dall’inerzia statuale.
Sul piano politico-militare, la posizione del governo di Damasco appare ambigua. La liberazione di settanta detenuti alawiti, presentata come gesto di de-escalation, ha un valore prevalentemente simbolico e non si accompagna a misure strutturali di tutela, rappresentanza o sicurezza comunitaria. Ancora più critico è il problema di legittimità della leadership: la presenza al vertice dello Stato di una figura con trascorsi di alto profilo nell’ecosistema jihadista globale, come Abu Mohammad al-Jolani, che non ha mai rinnegato il proprio passato, solleva interrogativi sulla natura del nuovo ordine politico. In termini di teoria dello Stato, ciò configura un rischio di state capture da parte di reti militanti, in cui il confine tra autorità statale e attore armato ideologico diventa poroso. Dal punto di vista di stabilization, counter-terrorism e protection of civilians (PoC) possiamo avere una chiave di lettura operativa di questo fallimento, voluto o meno. In assenza del monopolio dell’uso legittimo della forza, di una riforma del settore della sicurezza (SSR) e di programmi credibili di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (DDR), la violenza settaria tende a diventare endemica. La tolleranza, anche solo implicita, verso gruppi estremisti, mina la sicurezza umana, delegittima le istituzioni e impedisce la costruzione di una pace positiva. Secondo l’approccio comprensivo NATO, la stabilizzazione richiede simultaneamente sicurezza, governance inclusiva e tutela delle minoranze; la Siria post-regime mostra l’assenza di tutte e tre.
In conclusione, l’attacco alla moschea di Homs non è un episodio isolato ma un indicatore strutturale della persistente natura bellica, non semplicemente terroristica, del contesto siriano. Il Paese rimane un teatro di conflitto armato a bassa e media intensità, segnato da massacri etnici e terrorismo settario, aggravati da una transizione politica priva di legittimità inclusiva. L’assenza di copertura mediatica internazionale contribuisce a un regime di impunità che favorisce la reiterazione della violenza. Senza un cambio di paradigma, dalla gestione ambigua alla protezione attiva dei civili e alla ricostruzione di un ordine politico realmente pluralista, la Siria rischia di cristallizzarsi in una condizione di instabilità cronica, dove la guerra continua sotto altre forme e la sicurezza resta un privilegio, non un diritto.
* Il governo siriano, per questo attentato, incolpa l’ISIS e trova nella rivendicazione di Saraya Ansar al-Sunna una copertura proprio di ISIS. Ciò è poco probabile.
Nella Repubblica Islamica dell’Iran, la religione sciita non solo costituisce il fondamento morale della società, ma serve anche come strumento di legittimazione politica e giuridica. Attraverso la codificazione della sharīʿa nel codice penale, reati come moharebeh (“guerra contro Dio”. In Iran è un termine legale che indica un reato previsto dal diritto processuale e penale, che punisce azioni contro l’Islam o lo Stato) o Fasad/Mufsid fil-Ard (“Corruzione; colui che si impegna a diffondere la corruzione sulla terra”) sono definiti in termini religiosi, consentendo allo Stato di classificare dissidenza politica, attivismo o opposizione come trasgressioni non solo civili, ma spirituali. Le pene previste includono fustigazioni (jalad), detenzioni prolungate e, nei casi più gravi, la pena di morte, applicata come forma di qiṣāṣ (“legge del taglione”), ma non solo, e giustificata come tutela dell’ordine morale divino e sociale. In questo quadro, il corpo del dissidente diventa veicolo, sia della punizione fisica, sia del messaggio morale e politico: la violazione della legge divina è infatti percepita come un’offesa alla rūḥ (vuol dire anima/essenza spirituale, non è un termine tecnico penale, comunque influenza la legge islamica) collettiva della comunità. La definizione ampia e discrezionale di tali crimini, consente al sistema giudiziario iraniano di esercitare le pene taʿzīr (disonorare un criminale per il vergognoso atto commesso), lasciando ai giudici discrezionalità nell’applicazione e intensità delle sanzioni, secondo la percezione del danno morale e spirituale. Il corpo dell’oppositore come simbolo del potere dello Stato, deumanizzato. Questa strumentalizzazione della religione trasforma atti di dissenso in trasgressioni religiose, rendendo la repressione non solo legalmente giustificabile, ma anche teologicamente legittima agli occhi della comunità di riferimento. Tale meccanismo crea un’intersezione tra etica religiosa, diritto positivo e controllo politico, in cui il corpo del cittadino diventa il punto di incontro tra disciplina morale e autorità statale. La combinazione di principi religiosi, pena fisica e intimidazione rafforza la legittimità teologica dello Stato, mentre limita lo spazio per il dissenso pubblico e politico. In Iran la religione sciita funge da strumento di controllo, permettendo allo Stato di disciplinare il corpo, lo spazio vitale, la coscienza (nafs) e il comportamento dei cittadini, sancendo pene che integrano dimensioni spirituali, morali e politiche.
La repressione sistemica in Iran contemporaneo, esacerbata dalla morte di Mahsa (Jina) Amini nel 2022, rappresenta un caso paradigmatico per l’analisi della biopolitica e della necropolitica come concetti sviluppati da Michel Foucault e Achille Mbembe, in cui lo Stato non esercita solo il potere sulla legge e sull’ordine pubblico, ma direttamente sul corpo, sulla vita e sulla morte dei cittadini. Nel 2024, 664 donne sono state arrestate per l’uso improprio del velo e condotte nel braccio femminile del carcere di Evin, dove la popolazione femminile detenuta cresce costantemente dal 2022, in un fenomeno che riflette la centralità del controllo dei corpi femminili nel mantenimento del consenso e dell’ordine morale teocratico. Le attiviste curde subiscono un livello ulteriore di discriminazione, confermando come la marginalizzazione etnica interagisca con il genere e con la dissidenza politica, in accordo con approcci intersezionali alla sociologia dei conflitti, come suggerito da Kimberlé Crenshaw e dalla letteratura sulla stratificazione del potere e delle oppressioni multiple. Evin detiene dissidenti politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e minoranze etniche, e le sue condizioni sono documentate come inaccettabili da Amnesty International, Human Rights Watch e da diverse missioni delle Nazioni Unite, evidenziando come il carcere sia un dispositivo disciplinare secondo la logica di Foucault, ma anche un dispositivo di annientamento simbolico e materiale, come indicato da Goffman nella sua analisi degli istituti totali. Il numero delle condanne a morte nel 2023 è aumentato significativamente, molte delle quali derivanti da processi farsa e il loro incremento mostra come l’uso della pena capitale sia funzionale al controllo sociale, in linea con la teoria della violenza simbolica di Pierre Bourdieu, che descrive come il potere legittimi le proprie pratiche coercitive attraverso la costruzione di norme interiorizzate. Tra il 1981 e il 1988 le Nazioni Unite hanno qualificato le azioni iraniane come crimini contro l’umanità e genocidio, documentando stupri di donne prima dell’esecuzione, impiccagioni e lapidazioni, queste ultime teoricamente abolite dal 2000 ma culturalmente ancora presenti come minaccia simbolica. Nel 2024 ventidue detenute hanno scritto lettere aperte, denunciando molestie sessuali durante le perquisizioni, mentre abusi sessuali sono stati compiuti anche sulle mogli dei prigionieri politici, confermando un modello di violenza sessuale sistemica come strumento di dominio, coerente con le analisi di Scott sulle forme sottili di resistenza e di oppressione, e con la letteratura sulla violenza sessuale come arma politica in contesti di conflitto armato. La Fact-Finding Mission dell’ONU del marzo 2024 ha confermato casi di stupro, fustigazione, bruciature e nudità forzata inflitte ai detenuti in seguito alla morte di Mahsa Amini, e nel 2023 agenti IRG, Basij, polizia e Ministero dell’Intelligence hanno compiuto aggressioni sessuali su donne, uomini e minori durante le proteste. Da un punto di vista antropologico e sociologico, la violenza sessuale istituzionalizzata ha una funzione precisa: infrangere il legame sociale, distruggere la capacità del corpo di essere luogo di agency politica e reintrodurre lo Stato nel dominio intimo della persona. La sessualizzazione della punizione serve a riplasmare l’identità del dissidente come essere degradato, impuro, indegno; un processo che mira a isolare l’individuo dalla comunità e a erodere la possibilità di resistenza collettiva. La violenza sessuale diventa, quindi, uno strumento di guerra sociale, una modalità disciplinare che tiene insieme repressione politica, patriarcato e controllo comunitario.
Un elemento chiave è la sezione 209 di Evin, gestita dal Ministero dell’Interno, descritta come l’ala più dura del regime, in cui i detenuti bendati vengono condotti in un seminterrato con circa novanta celle, luce accesa 24 ore su 24 e una piccola finestra per cella, e dove gli abusi e le violenze sono quotidiani, come documentato da Amnesty International. Questa struttura funziona come un dispositivo necropolitico e di controllo sensoriale, in cui la percezione temporale è annullata, l’identità degradata e il corpo esposto alla tortura fisica e psicologica, coerente con le analisi di Mbembe sulla sovranità che decide chi deve vivere e chi deve morire, e con le osservazioni di Arendt sulle condizioni inumane nei regimi totalitari. La psicologia sociale delle istituzioni violente, come studiata da Bandura, spiega come gli agenti del Basij e dell’IRG compiano violenze estreme attraverso meccanismi di deumanizzazione, obbedienza all’autorità e conformismo di gruppo, trasformando atti crudeli in routine normalizzate. La sociologia dei gruppi mostra come l’adesione a una cultura militare e ideologica, basata sulla sacralizzazione della missione e sulla demonizzazione del nemico interno, renda possibile la perpetrazione sistematica della violenza, incluso lo stupro, le perquisizioni corporali invasive e l’isolamento sensoriale prolungato. Dal punto di vista antropologico, il regime costruisce categorie di nemici interni e marginali, definendo chi è degno di protezione e chi no, in linea con le osservazioni di Foucault sulle tecnologie del potere e con le riflessioni di Galtung sul concetto di violenza strutturale, in cui la sofferenza è incorporata nelle stesse istituzioni sociali. Il sistema giudiziario iraniano non soddisfa gli standard internazionali: tribunali rivoluzionari operano a porte chiuse, confische di avvocati indipendenti sono comuni, e le confessioni estorte mediante tortura costituiscono prova legale, confermando la cooptazione del diritto a strumento di repressione. La combinazione di violenza fisica, psicologica e simbolica produce una società sottoposta a paura, atomizzazione e controllo morale, con effetti che permeano la vita quotidiana e la struttura sociale nel suo complesso. Le donne appartenenti a minoranze etniche rappresentano il punto di convergenza di oppressioni multiple e la loro detenzione e violenza subita, mostrano come genere, etnia e dissidenza politica, siano strumenti di stratificazione del potere, coerenti con l’analisi intersezionale di Crenshaw e con la teoria dei campi di Bourdieu. La violenza e la degradazione non sono eccezioni, ma strumenti costitutivi della governance teocratica iraniana, dove il carcere, la tortura e la paura producono obbedienza e annullano la capacità di organizzazione collettiva. Tutto ciò conferma la necessità di leggere Evin, la sezione 209 e l’apparato repressivo iraniano, non come spazi di eccezione accidentale, ma come elementi centrali di un sistema di dominio che combina violenza fisica, controllo psicologico, esclusione etnica e deumanizzazione sistemica, riproducendo un ordine sociale in cui la vita è costantemente subordinata alla volontà dello Stato, e dove le testimonianze, i rapporti di ONG e le missioni ONU rivelano solo una parte di una realtà molto più ampia e strutturalmente violenta.
Dott.ssa Simona Carucci
Simona Carucci è laureata in Scienze Sociali Applicate presso l’Università Sapienza di Roma, specializzata nello studio del terrorismo islamico, sviluppando competenze nell’analisi dei fenomeni jihadisti, dei processi di radicalizzazione e delle strategie comunicative adottate dagli attori terroristici. Ha inoltre conseguito un master universitario presso l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino (Angelicum) e la LUMSA.Ha maturato una solida formazione universitaria, e non solo, nell’ambito dell’intelligence, con particolare riferimento alla HUMINT e alle sue intersezioni con l’OSINT. Analisi della comunicazione legata al terrorismo e, più in generale, ai meccanismi della disinformazione. Accanto all’attività di studio e ricerca, svolge un’attività divulgativa: diversi suoi articoli di analisi sono pubblicati sul blog interlegere.eu, dove si occupa di terrorismo, sicurezza, comunicazione strategica e manipolazione dell’informazione, con un approccio rigoroso e interdisciplinare. Particolarmente attenta alla tutela dei diritti umani, tema approfondito durante la formazione presso l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino, è attualmente socia della FIDU – Federazione Italiana Diritti Umani. È inoltre studiosa e ricercatrice delle dinamiche storiche e sociali che hanno interessato gli Internati Militari Italiani (IMI). In questo ambito ha recentemente presentato una ricerca per l’ANEI, dedicata all’analisi del contesto, delle condizioni e delle implicazioni storiche e umane dell’internamento militare italiano, contribuendo alla valorizzazione della memoria e alla riflessione critica su una pagina centrale della storia del Novecento. ↩︎
Quando ho ricevuto la presentazione del convegno che si è tenuto il 9 novembre, sono rimasto da subito colpito. Da quanto tempo in un’iniziativa pubblica non si sentiva parlare di migrazione “regolare”! Scriveva il Forum che vi è la “necessità di capire come liberare flussi di migrazione regolare, progetti migratori, veri e propri flussi di energia capaci di ridurre la pressione e, allo stesso tempo, tutelare la dignità degli individui, aiutare le economie dei paesi di origine e collaborare a quelle dei paesi di destinazione”. Perché, dunque, mi sono chiesto, ammettere che vi sia la necessità di “liberare flussi di migrazione regolare”, quando appena un paio di settimane fa il centro studi Idos con il suo Dossier Immigrazione 2022 ci ha detto che in Italia l’immigrazione regolare conta oggi più di 5 milioni di persone, cui aggiungere le acquisizioni di cittadinanza e che sarebbero anche di più se permettessimo agli irregolari che lo vorrebbero di regolarizzarsi. Non solo. Business Europe, confederazione di rappresentanze datoriali europee, italiane comprese, scrive quanto l’immigrazione “economica”, altro modo di chiamare la migrazione regolare con i suoi progetti migratori, può contribuire a colmare le carenze di manodopera e di competenze che affliggono l’intero sistema europeo, tanto da essere considerata tra le risorse complementari allo sviluppo del mercato del lavoro.
Il fatto è che l’U.E., e quindi anche l’Italia, ha dal lontano 2004, con la nascita dell’Agenzia Frontex, dichiarato guerra ai migranti economici, trasformando la situazione di emergenza umanitaria nell’ambito del Mediterraneo, in emergenza da affrontare con il “contrasto al crimine transfrontaliero”; e così i semplici migranti si trasformano in criminali da tenere lontano, ad ogni costo, manu militari, dai nostri confini. Dalla creazione di Frontex in poi, l’emergenza transfrontaliera, prima nel solo Mediterraneo e poi anche nei confini europei dei Balcani, è diventata perenne e si è consolidato il rapporto sinergico tra emergenza e industria militare europea, in continua crescita. Fa parte, a mio parere, di questa strategia bellica, della U.E. e quindi anche dell’Italia, anche la pretesa attenzione all’assistenza e all’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo o protezione internazionale, cifra identitaria con la quale l’U.E., e quindi anche l’Italia, tende a distinguersi in positivo dal resto del mondo. Così ai rifugiati e ai richiedenti asilo o protezione internazionale è stato riconosciuto il diritto a entrare in Europa, che tuttavia date le situazioni di violenza e negazione dei diritti umani condotte proprio dalle autorità e dalle polizie europee e continuamente comprovate dagli organismi umanitari, non sembra corrispondere poi alle reali azioni. Nel quadro della strategia europea, e quindi italiana, il riconoscimento ai rifugiati e ai richiedenti asilo o protezione internazionale di questo sacrosanto diritto individuale fa pensare, nell’ottica del contrasto al crimine transfrontaliero, a uno strumento di esclusione e di legittimazione del conflitto verso coloro cui questo diritto viene negato e cioè verso i migranti economici e i terroristi, interrompendo con questo pretesto qualsiasi flusso di migrazione regolare, con le rare eccezioni, di opposta qualità e legittimità, dei filtri degli hotspot e dei corridoi umanitari.
CREAZIONE DELL’EMERGENZA
E così, da anni, il dibattito pubblico ha nascosto la migrazione regolare e non fa altro che affrontare le questioni degli sbarchi, della difesa delle frontiere, dell’esternalizzazione dei confini, tutte cose di per sé emergenziali, anche perché il risultato delle politiche europee non è quello di risolvere l’emergenza quanto, tutt’al più, quella di controllarla. Nella narrazione italiana, ma non solo, delle migrazioni, quella economica regolare, che appunto il Forum vorrebbe liberare, è sparita a vantaggio degli altri tipi di problemi. E allora per tentare di capire come rispondere alle questioni poste dal Forum, viene da chiedersi perché in Italia, da sempre, ci limitiamo a trattare l’immigrazione solo come perenne emergenza, anche se i nostri 191.000 rifugiati e 53.000 richiedenti asilo finora accolti sono molti di meno di quelli accolti da Spagna, Regno Unito, Francia e soprattutto Germania. Penso che la migliore risposta a questa domanda sia stata data da Luca Di Sciullo e dal prof. De Nardis durante la presentazione del Dossier Immigrazione del 2021, con la mirabile sintesi “immobilismo e coazione a ripetere”. Cosa ci hanno svelato questi due studiosi: che, nonostante dalla fine degli anni’80 il mondo, l’Italia e l’immigrazione stessero andando via via cambiando, il modo di pensare con cui l’Italia (ma anche l’Europa) ha affrontato l’immigrazione cosiddetta di massa non ha fatto altro che muoversi come un pendolo tra un’interpretazione dell’immigrazione immobile, sempre uguale e le stesse conseguenti reazioni politiche e legislative, condannandosi a un’inefficiente coazione a ripetersi. Ecco, sottolineo l’espressione “modo di pensare” perché a mio parere è la chiave che può farci comprendere la situazione. Generalmente quando parliamo di atti pubblici viene automatico riferirci alle leggi, perchè, al di là degli esercizi dialettici dei politici, è la legislazione che incarna la politica. Ma se da una parte questo è vero, dall’altra non dobbiamo mai dimenticare che le nostre aspettative, le nostre proposizioni, i nostri comportamenti sono dettati dai modelli culturali che abbiamo introiettato e che legittimano a noi stessi i comportamenti che adottiamo e che ci chiariscono cosa è giusto e cosa non lo è. Perciò io dico che il pendolo tra immobilismo e coazione a ripetere che è possibile intravedere nella motivazione politica e di conseguenza nelle norme, è “soltanto” un sintomo, il sintomo dell’immobilismo culturale e della volontà di confermare i modelli culturali verso l’immigrazione scelti come riferimento. Mi occupo di immigrazione e integrazione ormai da trent’anni e i “giovani” come me ricorderanno che l’Italia ha scoperto improvvisamente di essere diventato un paese d’immigrazione sull’onda delle notizie di sfruttamento umano nelle campagne del meridione, delle file per i permessi di soggiorno a Milano, dell’incendio della Pantanella a Roma, che diedero la spinta alla legge Martelli del 1990, che fu seguita subito dopo dall’invasione, come era stata chiamata ricordava Luca Di Sciullo, degli albanesi a Bari e dalla crisi del sistema d’accoglienza dei flussi dei somali dal Corno d’Africa. Improvvisamente quindi gli italiani si sono svegliati una mattina con la percezione di qualcosa che non andava nella presenza degli “stranieri”, di questi “altri” di cui a questo punto legittimamente potevano incominciare ad avere paura o quantomeno sospetto. Paura e rancore, così, sono state le prime chiavi di lettura collettive che hanno guidato il successivo approccio alla gestione del fenomeno dell’immigrazione. Mentalità l’ha chiamata Luca Di Sciullo, modello culturale di riferimento aggiungo io, che, con le ovvie differenze dovute alla cultura, all’istruzione, all’ideologia, è penetrato nel profondo di molti italiani, anche politici, amministratori, dirigenti della pubblica amministrazione, contribuendo a formare sottotraccia un partito trasversale non favorevole alla presenza degli immigrati e sospettoso rispetto alla possibile convivenza. Non importa se gli immigrati siano vittime o carnefici, pensa il partito trasversale, l’effetto di essere qui è pericoloso per il mio modo di vivere e il mio stesso modo di pensare, è un’emergenza importante, da cui mi devo difendere subito (ricordiamo che da trent’anni la rappresentazione mediatica è concentrata nella cronaca nera e nell’ordine pubblico). Paura dell’immigrazione, rancore immaginato verso gli immigrati, percezione dello stato di emergenza, ecco il modello culturale (italiani possibili vittime, immigrati possibili carnefici da cui tenersi separati) che si è andando diffondendo. Un gigantesco stereotipo che sta giustificando da molti anni un circuito perverso: da una parte, l’elaborazione di misure di gestione del fenomeno non basate su un’analisi di dati, su dati di fatto verificabili e misurabili ma basato su posizioni ideologiche che continuano a promettere di calmare le ansie con cui si fa vivere agli italiani la presenza della popolazione immigrata in Italia e, dall’altra, il disinteresse verso studi scientifici capaci di offrire senso a politiche efficaci essendo dirette a gestire la realtà, quella vera e cioè la trasformazione dell’Italia in società multietnica e multiculturale, in cui gli immigrati non sono separati ma coprotagonisti insieme agli italiani. Questa è la retorica dell’emergenza ed ecco perché la coazione a ripeterla, per preservare la giustificazione a considerare in fondo gli immigrati “non come noi” e ad assegnare loro una posizione subordinata alle nostre esigenze.
QUALI POLITICHE
“Assegnare loro una posizione subordinata alle nostre esigenze” è dunque l’approccio politico del partito trasversale della paura e del rancore, che deve garantire a se stesso il controllo dell’inserimento degli immigrati all’interno della società italiana. Molto lontano dall’integrazione che, coloro che come noi non fanno parte del partito della paura e del rancore, vorremmo guidasse questo inserimento e allora ci domandiamo perché in Italia non è stato possibile mettere in piedi un significativo percorso d’integrazione dei nuovi cittadini che via via si sono aggiunti a noi? Che cosa in Italia non ha funzionato nella politica d’integrazione? Il fatto vero è che noi all’integrazione non ci abbiamo mai pensato, abbiamo perfino trascurato di cercare una definizione scientifica condivisa di questo concetto (tant’è vero se ci fate caso ognuno la interpreta come gli è più comodo). Non è vero che in Italia la politica d’integrazione non ha funzionato, semplicemente non c’è mai stata. Ci sono stati e continuano ad esserci esempi virtuosi, buone pratiche, soprattutto da parte della società civile ma una cultura dell’integrazione no e così, mancando un modello culturale di base per pensare e costruire il processo d’integrazione, non si è avuta neanche una politica dell’integrazione. Sappiamo del pendolo tra immobilismo e coazione a ripetere ma anche così non è che in Italia non si sia fatto niente, non si sia investito nell’ambito dell’inserimento ma si è scelto, consapevolmente, di limitarsi all’inclusione sociale. È una vecchia storia che sentiamo da tempo nelle riflessioni in tema d’immigrazione: meglio l’integrazione o l’inclusione? “Certo, qualcuno risponde, l’integrazione è una cosa teorica mentre l’inclusione risolve problemi pratici” oppure, altri insistono, “l’integrazione non rispetta la cultura degli immigrati” oppure ancora, nella migliore delle ipotesi, “ma dai, sono la stessa cosa”. Ad onor del vero l’insieme di problemi su cui stiamo ancora dibattendo dopo trent’anni intanto ci fa capire senza ombra di dubbio che no, non sono la stessa cosa. Il problema è che il disinteresse per approfondire lo studio di politiche efficaci, in modo da non mettere in discussione la necessità di trattare l’immigrazione come un’emergenza e da mantenere il ruolo subordinato degli immigrati, ha parallelamente prodotto il disinteresse a capire il processo d’integrazione. Concediamoci un attimo di pazienza in modo da fare mente locale su questo tema. Come funziona strutturalmente il fenomeno migratorio? Vi è una popolazione che lascia il proprio contesto comunitario e attraverso un viaggio arriva nel territorio di un’altra comunità dove chiede di rimanere. Questo è il funzionamento, le modalità del funzionamento dipendono poi da tantissimi fattori, motivazioni all’emigrazione, condizioni del viaggio, influenze internazionali e via dicendo ma così funziona in nuce. La società in cui i migranti chiedono di rimanere può reagire sostanzialmente in due modi: farli entrare o lasciarli fuori, aprire le frontiere o chiuderle oppure ammettere alcuni e respingere gli altri. Comunque, indipendentemente dai motivi per i quali la società d’arrivo permette l’entrata, quando i migranti entrano e, diciamo così, diventano immigrati, si trovano davanti un sistema sociale funzionante attraverso una convenzione di convivenza storicamente concordata tra i suoi cittadini. Ora, la convenzione di convivenza che vige è stata pensata e costruita quando quegli immigrati non c’erano e quindi la società d’inserimento ha la necessità fisiologica di controllare che il loro inserimento nella convenzione non provochi squilibri al suo funzionamento e, nel caso, di provvedere all’adattamento della convenzione di convivenza (e non degli immigrati nuovi arrivati) alla nuova condizione della società, che è diventata multietnica e multiculturale.
INCLUSIONE E INTEGRAZIONE
Quindi con l’entrata degli immigrati la condizione della società d’inserimento cambia perché cambia la popolazione in numero e in caratteristiche e la ricerca del riequilibrio ha due alternative: l’inclusione e l’integrazione. Nella lingua italiana il termine “inclusione” significa inserire dentro, racchiudere, comprendere nuovi elementi all’interno di un sistema, che evidentemente già esiste e deve rimanere funzionante così com’è. Includere gli immigrati significa perciò permettere e facilitare l’accesso al sistema dei diritti e dei doveri come sono previsti nella nostra convenzione di convivenza. Al contrario, nella lingua italiana il termine “integrazione” significa aggiungere uno o più elementi ad un sistema al fine di completarlo per farlo funzionare meglio. Integrare gli immigrati significa perciò condividere con loro la gestione del sistema, facendoli partecipare alla sua revisione finalizzata al mantenimento o all’acquisizione della coesione sociale. L’inclusione è un atto unilaterale dell’Italia che decide se e come inserire nel proprio sistema sociale i nuovi arrivati nel modo che ritiene più giusto (e che perciò cambia a seconda di chi ha il potere sull’atto unilaterale), l’integrazione invece è una negoziazione condivisa tra l’Italia e i nuovi immigrati sul come gestire questa barca comune al fine di navigare meglio e che avviene attraverso la partecipazione attiva di tutti, compresi gli immigrati. È evidente che i due processi si basano su modelli culturali differenti riguardo ai rapporti tra l’Italia e gli immigrati: nell’inclusione è considerato giusto un rapporto degli immigrati di subordinazione (inclusi quanto si vuole ma è pur sempre casa nostra); nell’integrazione la volontà di condividere l’adattamento del sistema fa considerare indispensabile la partecipazione alla sua gestione degli immigrati, in un rapporto necessariamente alla pari e senza discriminazioni. Questo è il processo d’integrazione, che per essere corretto deve possedere alcune proprietà: biunivocità (coinvolgere tutte le parti interessate all’adattamento), reciprocità (l’adattamento è a carico di tutte le parti in gioco) e interdipendenza (le scelte degli uni incidono automaticamente su tutte le parti). Se noi guardiamo le scelte politiche e istituzionali dalla legge Martelli in poi, dobbiamo riconoscere che il modello culturale di parità, necessario all’accettazione della condivisione della gestione del sistema e alla definizione di scelte politiche che realizzano la piena partecipazione, è stato del tutto tralasciato, concentrando gli sforzi nel rendere più umana e più sopportabile l’applicazione dei processi d’inclusione degli immigrati, vuoi appena entrati, vuoi stabilitisi qui da anni. La domanda che ha senso farci a questo punto è: perché, mentre l’Italia iniziava la sua trasformazione in società multietnica e multiculturale, la cultura politica predominante ha scelto nei confronti dell’immigrazione un modello culturale di superiorità degli italiani e la conseguente politica d’inclusione subordinata della nuova popolazione immigrata, rendendo completamente vuoti e insignificanti tutte le pur timidissime sperimentazioni di partecipazione previste dalla legislazione? Su questa domanda occorre riflettere tutti, perché l’essenziale è uscire fuori dal circolo perverso del modello culturale della paura e del rancore, imparando a legittimare quello dell’uguaglianza e della partecipazione. Solo così si può delegittimare l’abbaglio della perenne emergenza e sostenere la partecipazione biunivoca, reciproca e interdipendente che fa del concittadino immigrato “uno come noi”, alla pari e senza discriminazioni. In questa maniera si costruisce l’ambiente politico e sociale alla cittadinanza compartecipe dello sviluppo dell’intera comunità italiana.
Nella sua presentazione il Forum ha chiesto: “Come programmare e gestire i flussi migratori per lavoro e studio per poter garantire tutele e dignità a chi arriva in Italia e per andare incontro ai fabbisogni odierni del mercato del lavoro?”Ammettiamolo, quello di garantire tutele e dignità a chi arriva in Italia e, in modo corrispondente, di soddisfare ai bisogni del mercato del lavoro non è un fatto tecnico di metodologia di programmazione e gestione dei flussi migratori, per cui basta cambiare metodo per risolvere il problema. Sappiamo che cittadini italiani emigrati all’estero sono 5.800.000, di cui il 21% è giovane, tra i 18 e i 34 anni e il 79% è adulto e in età lavorativa. Nel movimento migratorio in uscita figurano anche alcune decine di migliaia di immigrati cui si sommano quei cittadini italiani con background migratorio che hanno ottenuto la cittadinanza ma non l’integrazione. Chi segue i movimenti da e per l’Italia sa bene che ormai da diversi anni è ricominciata l’emigrazione degli italiani e non solo dei giovani talenti ma anche di altre fasce della popolazione soprattutto e nuovamente meridionali. Da questo punto di vista la novità è che anche gli immigrati, soprattutto quelli più giovani, stanno lasciando l’Italia (cosa che preoccupa molto le famiglie immigrate ormai inserite positivamente nei nostri territori). Perché queste persone emigrano? Ma per raggiungere quelle tipologie e quella qualità di lavoro che in Italia non trovano più o non hanno mai trovato. Per gli italiani è evidente che questo allontanamento dai fabbisogni odierni del nostro mercato del lavoro non ha niente a che fare con la gestione dei flussi migratori. Per l’emigrazione immigrata dall’Italia (sia delle seconde che delle prime generazioni), invece, alle problematiche riscontrate dagli italiani si aggiunge la reazione alla percezione di subordinazione con la quale essi percepiscono di essere trattati e la chiara mancanza di strumenti di partecipazione, e quindi d’integrazione, che sono costretti a rilevare nel nostro paese (sia se si è in possesso della cittadinanza giuridica che se non lo si è). La domanda cui rispondere non è cosa non ha funzionato nell’integrazione ma cosa non ha funzionato nella cultura politica italiana, per impedire che fossero attivati processi di partecipazione delle comunità immigrate alla vita della comunità nazionale cui, di fatto oltrechè di diritto, appartengono. Senza partecipazione non vi è integrazione e senza integrazione non ha senso provare a programmare e gestire la corrispondenza tra presenza immigrata ed esigenze del mondo del lavoro con tutela e dignità. A questo punto della discussione è evidente che tutto gira intorno alla volontà politica e amministrativa della nostra classe dirigente di adottare finalmente il modello d’integrazione biunivoco, reciproco e interdipendente. È attraverso la previsione strutturale della partecipazione all’adattamento del Sistema Italia che si possono scoprire i veri fabbisogni del nostro possibile sviluppo economico e socioculturale e quindi spazi di lavoro e occupazione di qualità e non certo solo per gli immigrati.
CAMBIARE CULTURA
Ma per fare questo il fattore da cambiare è la cultura politica della classe dirigente, sostituendo quella attuale con quella che non si accontenta dei gesti pur encomiabili di solidarietà individuale e non ostacola per definizione i movimenti migratori ma li accompagna, prevedendo come esito finale la corretta integrazione e prevedendo di conseguenza legislazioni che applicano i meccanismi di partecipazione, attirando così le risorse immigrate, invece che respingerle e offrendo al sistema produttivo le possibili soluzioni agli effettivi fabbisogni del mercato del lavoro. Ma qui sta il vero problema, perché per innalzare fino a questo punto il livello di cultura politica occorre essere consapevoli che le proprie scelte dipendono dal modello culturale che abbiamo in testa e che quindi occorre che la classe dirigente metta in discussione il modello di superiorità con il quale pensa alla relazione tra noi e gli immigrati. Il problema non è quindi politico, né giuridico e tantomeno sociale ma è culturale, perciò non basta cambiare qualche norma né aggiungere qui e là qualche legge per risolverlo, perché dopo un apparente effetto iniziale si ritorna alle posizioni di partenza, confermando l’immobilismo dell’approccio e la coazione a ripetere le scelte di sempre. Non possiamo non essere d’accordo con il Forum secondo cui ci troviamo a che fare con “flussi di energia che non possono più essere trattenuti, ma dovranno circolare e interscambiarsi e, nel mondo contemporaneo, essere prodotti e riprodotti costantemente, per non disperderli. Politica e istituzioni hanno da subito anche lo strumento adatto per far cambiare il paradigma alla cultura politica: la condivisione con la società civile della pratica della partecipazione, guidata da un modello culturale di parità biunivoco, reciproco e interdipendente. Perciò classe dirigente e società civile scendano insieme nei territori e mostriamo a tutti, italiani e immigrati, che abbiamo capito: siamo tutti nella stessa barca, che naviga nella trasformazione multietnica e multiculturale della società ed è interesse e responsabilità di tutti remare nella stessa direzione.
Dott. Claudio Rossi, sociologo e presidente Commissione Intercultura ASI
Contributo elaborato alla tavola rotonda che si è svolta lo scorso 9 novembre in Campidoglio nell’ambito del convegno “Flussi di Energia del Forum per cambiare l’ordine delle cose”. Il sociologo Claudio Rossi fa parte della rete GREI250 ↩︎
Ha senso riflettere sulla stupidità umana? Sì, perché aiuta a capire cos’è l’intelligenza. In questa direzione muove il libro di Armando Massarenti intitolato “Come siamo diventati stupidi. Una immodesta proposta per tornare intelligenti”, (Milano, Guerini e Associati, 2024, pp. 200). Prima di procedere, una nota sull’autore. Massarenti è caporedattore del Sole 24 Ore, giornalista culturale e divulgatore di filosofia per diletto. Dunque è utile occuparsi delle sue idee per l’influenza che esercitano sull’opinione pubblica tramite la testata della Confindustria; perché il suo libro fornisce un’aggiornata panoramica della psicologia umana in chiave cognitivista; e perché, come sosteneva Marx, per capire una società bisogna leggere i reazionari che produce. Ma che cos’è la stupidità? Tra i germi di questa infezione del corpo sociale Massarenti individua: una generalizzata inclinazione al pessimismo; la scarsa propensione ad affidarsi ai dati statistici per leggere la realtà; la tendenza all’esibizionismo morale (comportamento espressivo che su Internet conduce a una “corsa incontrollata verso l’indignazione”); la scarsa razionalità nell’affrontare i problemi sociali; esercitarsi in “palestre di pregiudizi e regole arbitrarie” come la sociologia e in generale le scienze umane.
Da questo pur incompleto elenco risulta chiaro che la stupidità è un modo di pensare di cui occorre sbarazzarsi. Ma come? Per rispondere prendiamo l’ultimo punto dell’elenco: è davvero necessario rinunciare alle scienze umane tout court? Nient’affatto. Bisogna buttar via solo l’acqua sporca e far proprio un “nuovo umanesimo”, ovvero una struttura del pensiero che muova dai seguenti postulati: non esiste un’età dell’oro a cui guardare; l’intelligenza è misurabile come qualsiasi altra cosa; è bene rendersi conto che il presente, pur con i suoi difetti, è meglio del passato; è necessario tenersi alla larga dalle ideologie (“basi della malvagità”); e soprattutto rendersi conto che il progresso non è finito, anzi, un radioso futuro ci attende. Il “nuovo umanesimo” di Massarenti è saldamente ancorato all’Illuminismo. Ma quale Illuminismo? Quello che ha accompagnato l’ascesa al potere della borghesia e non quello che, con i suoi ideali di uguaglianza, ha contribuito alle rivoluzioni proletarie. A questo punto siamo giunti a un passaggio cruciale: la stupidità non è causata da chi controlla la produzione del sapere, ma da chi gli si oppone. Di conseguenza, per far sì che si torni a essere intelligenti non bisogna dar retta agli “anti-illuministi”. Chi sono costoro? In pratica tutti coloro che contestano o hanno contestato quello che Michel Foucault chiamava il regime epistemologico di un’epoca. Nel nostro caso il regime epistemologico neoliberale. L’elenco è davvero lungo e ci troviamo chi non accetta la matematizzazione dell’intelligenza; chi critica il mercato e la tecno-scienza; chi si preoccupa troppo per la crisi ambientale; chi si occupa di Black Studies o di studi post-coloniali; chi per principio sta dalla parte delle vittime; chi pensa che lo sviluppo della ragione dipenda dai rapporti di forza tra classi sociali; chi pensa che nessuna disciplina scientifica sia neutrale; chi si oppone al pensiero dominante e chi adotta punti di vista eterodossi per spiegare il rapporto tra individuo e società. In sintesi: questi e altri soggetti impediscono il dispiegamento dei valori illuministi nel XXI secolo, favorendo la diffusione della stupidità nella società.
Su questa discriminante e col suffragio di una nutrita produzione culturale prevalentemente di area anglosassone, Massarenti edifica una fortezza epistemologica, al di fuori della quale pensare razionalmente è impossibile, perché all’esterno vige il disordine, la confusione, la barbarie. L’ordine, la certezza e la civiltà regnano, invece, sovrane nella mente dell’attore razionale, in sostanza nell’homo oeconomicus. Infatti, ci fa notare il giornalista del Sole 24 Ore: a che serve misurare il quoziente di intelligenza se non a migliorare il PIL? La disinvolta correlazione tra forma-merce e forma pensiero fa venire in mente un’altra domanda: dal momento che l’ideologia neoliberista è dominante perché c’è necessità di un libro come quello di Massarenti? Perché l’egemonia culturale non è mai definitivamente raggiunta. Perciò va quotidianamente sostenuta in virtù delle sue funzioni: dare spiegazioni di comodo a contraddizioni sociali come l’impressionante impoverimento culturale delle giovani generazioni; neutralizzare ogni teoria antisistema; confermare alle classi dominanti la bontà del loro stile di vita; prevenire la possibilità che i giovani borghesi si rivoltino contro la borghesia come accadde nel ’68; convincere i dominati a guardare la realtà con gli occhi dei dominatori.
Come siamo diventati stupidi è un libro che va preso in seria considerazione perché trasmette un’euristica, una visione del mondo e un modo di interpretare la realtà sociale che si presentano come scientifiche, come a-ideologiche, insomma intelligenti (nel senso attribuito a “vacanze intelligenti”) per proporre un’episteme che alla fin fine è finalizzata ad affermare la vecchia ideologia borghese, senza dichiararlo apertamente, anzi occultandola dietro un linguaggio farcito di nuove categorie. Sul piano sociologico una delle conseguenze più importanti dell’ordine del discorso “intelligente” è la rinuncia degli individui all’immaginazione sociologica; ossia, alla capacità del pensiero di connettere i problemi biografici con quelli della società. E per favorire il divorzio tra Io e Noi, la manipolazione del linguaggio è decisiva. Per esempio, i distruttori del pensiero critico si appropriano dell’espressione “pensiero critico” incoraggiandone l’uso come fa Massarenti in alcuni passaggi del suo libro. Sì, perché dopo aver proposto come positiva un’intelligenza da robot, un’intelligenza che più conformista di così non si potrebbe, il caporedattore del Sole 24 Ore concede il diritto al dissenso, sapendo bene che da un individuo forgiato dal “nuovo umanesimo” può venire una sola risposta: quella che rafforza la propria oppressione.
La società della conoscenza ha un alter ego: la società dell’ignoranza. È questa l’indovinata ipotesi di lavoro del filosofo spagnolo Daniel Innerarity contenuta nel suo libro, “La società dell’ignoranza. Sapere e potere nell’epoca dell’incertezza”, (Castelvecchi, Roma, 2024, pp. 206). Ipotesi calata nel nostro mondo ipertecnologico e con la quale siamo invitati a riflettere sulla controversa relazione tra sapere e non sapere. Poiché della società della conoscenza si scrive e si discute da anni, Innerarity pone l’enfasi sulla trascurata ignoranza in un denso libro composto da una serie di articoli e saggi brevi. Ognuno dei pezzi tratta un tema relativo alla produzione, alla fruizione e all’istituzionalizzazione del sapere in questo primo scorcio del XXI secolo.
Diciamo subito che Innerarity nobilita l’ignoranza e allo stesso tempo la mette in questione. Operazione oggi necessaria perché la proliferazione delle conoscenze è talmente consistente da obbligare gli individui a confrontarsi con l’aumento della propria mancanza di competenza, ovvero, a misurarsi col crescere della propria ignoranza. Il tema è indubbiamente all’ordine del giorno in un mondo in cui la scienza, la tecnologia e l’informazione hanno acquisito un ruolo determinante nella transizione epocale di cui tutti siamo testimoni. Il problema, come al solito, è il punto di vista con cui si leggono i cambiamenti sociali. E Innerarity chiarisce il suo: in un contesto di sovrapproduzione di contenuti, quando si parla di ignoranza dobbiamo occuparci essenzialmente dell’ignoranza “di cui nessuno è colpevole, se non le circostanze reali che, in tutto o in parte, la rendono inevitabile”. Impostato così il tema, è evidente che per il filosofo spagnolo la storia si fa da sola e l’ignoranza è figlia di nessuno, così come figlio di nessuno era il fascismo per Benedetto Croce. Ma come si fa a giustificare una storia umana che va avanti per moto, proprio incurante delle asimmetrie tra produttori e consumatori di conoscenza? Si utilizza, come fa Innerarity, un lungo repertorio concettuale affermatosi negli ultimi decenni, in netta opposizione alla logica dialettica e alla teoria del conflitto. In questo repertorio troviamo parole-chiave quali: sistema, accelerazione, rischio, incertezza, caos, riflessività, interdipendenza, disintermediazione, complessità, democrazia e altre ancora appartenenti alla stessa scuola di pensiero. Qual è questa scuola? Quella che sul piano della produzione sociale di conoscenza possiamo definire il regime epistemologico neoliberale. Il quale permette variazioni purché interne al regime. Innerarity, per esempio, nasconde (forse anche a se stesso) l’eco di un intellettuale d’altri tempi, eco che risuona tra le righe mentre si occupa con strumenti attuali del presente. E mentre parla degli effetti dell’economia digitale sulla conoscenza, propone un’idea della cultura come un’esperienza solitaria da coltivare senza clamori, in cauta opposizione alla visione utilitaristica del sapere tipica dei nostri tempi. Che questo opporsi sia vano riteniamo lo sappia lo stesso Innerarity. Ma per lui la storia è fatta di accidenti: è senza causa e senza scopo. E così la sua critica si risolve nel pensiero del singolo pensatore che degnamente rappresenta data la sua statura intellettuale.
Nel primato del pensiero individuale troviamo il punto di caduta più tipico dei filosofi liberali. I quali elaborano teorie e concetti che non mettono in discussione il modo di produzione e di riproduzione della società capitalista, schermandosi dietro parole più ricche di problemi che di soluzioni, quali libertà e democrazia; allo stesso tempo non possono fingere di non vedere alcune disfunzioni che mettono in seria difficoltà la libertà e la democrazia e che per di più non trovano mai soluzione. Popper, per esempio, si accorse del ruolo nefasto della TV dopo aver perorato per una vita la causa del neoliberismo (che ha fatto trionfare la mercificazione di ogni cosa, TV compresa: i profitti sono più facili con una TV diseducativa anziché educativa). Innerarity, che pure appartiene a pieno titolo al mondo accademico, critica con molto acume il monitoraggio quantitativo dell’attività scientifica e allo stesso tempo non ha nulla da obiettare rispetto ai rapporti di potere tra chi sa (i docenti) e chi non sa (gli studenti) all’interno dell’università. A Innerarity non sfuggono alcuni dei problemi più stringenti generati dalla società della conoscenza. Ma essi sono il frutto dell’ambivalenza delle cose. Per esempio, dinanzi al caotico scenario che caratterizza l’incalzante produzione di conoscenza, ecco che gli inesperti, talvolta riuniti in gruppi, contestano il ruolo del sapere, della scienza e della tecnologia rifugiandosi in credenze cospirative, negazioniste, fasulle. Si rifugiano cioè nelle consolatorie braccia dell’ignoranza. Essi costituiscono un problema. Ma da cosa dipende lo smarrimento dalla retta via di questi gruppi? Innerarity ha la risposta: “dal non aver trovato il giusto equilibrio tra fiducia e diffidenza, dall’oscillare tra un’eccessiva ingenuità e la critica incontrollata.”
Come si realizzi il “giusto equilibrio tra fiducia e diffidenza” quando, per esempio, da un lato abbiamo una Big Pharma e dall’altro i suoi clienti non ci è rivelato, (forse attraverso un cortese dialogo tra le parti come avviene nei convegni universitari?). Mentre sembrerebbe scontato che la “critica controllata” sia quella svolta da Innerarity. Critica grazie alla quale è possibile risolvere il conflitto tra chi conosce e chi non conosce con un compromesso: “sapere e non sapere si intrecciano” e l’ignoranza alberga negli individui, nelle istituzioni e nella società esattamente come la conoscenza. Perciò l’una non può fare a meno dell’altra e dobbiamo imparare a gestire quello che non sappiamo. Le manifestazioni di ciò che non sappiamo sono: insicurezza, probabilità, rischio e incertezza. Come si vede ritornano un paio delle parole-chiave di cui sopra alle quali se ne aggiungono altre che, nel loro insieme, concorrono a formare l’ordine del discorso liberale. Un ordine oggi talmente egemonico da non sentire il bisogno di confrontarsi con chi gli si oppone. Tanto è così che nell’orizzonte culturale di Innerarity non compaiono neppure in lontananza fenomeni come la divisione tra lavoro manuale e intellettuale, il rapporto tra forma merce e forma pensiero, la relazione tra profitto e ricerca scientifica, la disuguaglianza nell’accesso all’istruzione, lo spreco di intelligenze escluse dai circuiti istituzionali della cultura, l’interesse delle élite a rendere i cittadini sempre più ignoranti e così via.Tutto questo non esiste perché è implicitamente considerato appartenente al mondo di ieri, il mondo diviso in classi sociali. Nel mondo di oggi, le classi sociali non fanno capolino neanche per sbaglio. E allora secondo Innerarity: Internet abbatte le gerarchie; l’incertezza investe indistintamente tutti e può essere persino un’opportunità; dobbiamo imparare a vivere nell’instabilità; le strutture sociali sono reti orizzontali; i media tradizionali hanno perso il loro ruolo di guardiani dell’informazione; le nuove tecnologie dell’informazione ampliano la democrazia; la democrazia non ha bisogno della verità ma del libero dibattito; il pubblico ha preso nelle proprie mani il controllo della sua stessa attenzione; il consumatore è sovrano; nel lavoro occorre essere flessibili e avere spirito di adattamento; dallo spirito critico di un tempo si è fortunatamente passati alla creatività; l’intellettuale degli anni Sessanta è un immodesto radicale; apprendere significa cambiamento continuo; scoprire problemi è più importante che risolverli; la morale semplifica la realtà in modo eccessivo; non ci sono verità; la libertà è un sublime atto nicciano che, per esempio, consiste nel decidere come, quando e in che direzione sfogliare le pagine di un libro e via di questo passo.
Si potrebbe continuare davvero a lungo a sfogliare il vangelo di un regime epistemologico che insegna a interpretare la realtà in maniera anti-dialettica, ottimistica e funzionale al modello socio-economico neoliberista. Perciò l’importanza di un libro come La società dell’ignoranza non risiede tanto nelle sue conformiste conclusioni sulle sfide cognitive che affronta, quanto nell’affermazione di una strumentazione teorica che addestra l’intelligenza individuale e collettiva a adeguarsi alle pratiche delle élite dominanti, a non contestarle sul serio, a non immaginare alternative sociali se non quelle che il capitalismo sta preparando per se stesso.
Ovvero quanto il linguaggio verbale, gestuale e digitale delle nuove generazioni sia difficile da capire ed interpretare per le precedenti generazioni e, come questo generi incomprensioni nella comunicazione.
di Franco Faggiano
Il linguaggio delle nuove generazioni – verbale, gestuale e digitale – rappresenta oggi una delle principali fonti di incomprensione fra giovani e adulti. Questa difficoltà interpretativa si riflette in una vera e propria “generation gap” che non è solo tecnologica, ma anche culturale e simbolica. Questa breve analisi non ha di certo la pretesa di spiegare il fenomeno nel suo insieme, tuttavia può rappresentare un aiuto per comprenderlo meglio.
Linguaggio verbale: neologismi e codici
Le nuove generazioni fanno largo uso di neologismi, spesso presi dall’inglese o nati dall’interazione tra linguaggio social e dialetto locale, che risultano spesso inaccessibili per adulti, in particolare anziani. Parole come, ad esempio, “cringe”, “trigger”, “boomer”, “snitchare”, “shippare”, intrecciano significati generazionali, giudizi sociali ed elementi di cultura digitale. Circa due ragazzi su tre dichiarano di utilizzare questi nuovi termini anche in contesti formali, generando incomprensioni e sentimenti di esclusione negli adulti, i quali spesso non riescono a decifrare nemmeno il senso di base delle conversazioni. Questa dinamica riflette, non solo un naturale fenomeno evolutivo del linguaggio, ma anche un bisogno di appartenenza e distinzione sociale.
Comunicazione gestuale: differenze interpretative
Il linguaggio del corpo, nelle nuove generazioni, si trasforma: gesti, espressioni facciali e mimica, adottati dai giovani, spesso influenzati anche da media, serie TV e culture globali, possono creare fraintendimenti nei confronti degli adulti. Azioni come il sorridere a labbra chiuse, mordersi il labbro inferiore o evitare il contatto visivo, possono, infatti, assumere valori simbolici diversi rispetto alla generazione precedente, causando incomprensioni sia nella vita familiare sia in quella professionale. La velocità di mutamento e contaminazione dei segnali non verbali, rende oltretutto difficile una codifica stabile, accentuando lo scollamento comunicativo.
Come evidenziato in recenti indagini, oltre il 50% dei giovani ritiene che gli adulti non comprendano il loro modo di comunicare, mentre solo una minoranza di adulti non avverte questa difficoltà. La comunicazione tra generazioni, così si riduce spesso al minimo, con difficoltà sia nella trasmissione di valori, sia nella gestione dei conflitti intergenerazionali. Il “divario linguistico” è solo la punta dell’iceberg di una trasformazione più ampia delle identità e delle forme della socialità.
Metodi per analizzare gli slang e neologismi
Vediamo per sommi capi quali sono i metodi necessari ad analizzare corpus di slang e neologismi online. Essi si basano principalmente su tecniche di linguistica dei corpora e text mining, che integrano analisi lessicale, statistica, e semantica dei testi digitali.
1 – Preparazione del corpus.
Il primo passo consiste nella raccolta e preparazione del testo, includendo la pulizia, normalizzazione (esempio: spazi, apostrofi, accenti), e tagging delle parole con informazioni grammaticali e frequenze di occorrenza. È importante definire il campione rappresentativo del linguaggio giovane, presente su social media o chat online, spesso tramite software specifici o script automatizzati.
2 – Analisi lessicale e statistica.
Si procede poi con lo studio del vocabolario: conteggio di parole, identificazione di lemmi, tipologia di parole (nomi, verbi, aggettivi), frequenze e ripetizioni. Le tecniche includono:
Analisi delle concordanze per capire i contesti d’uso delle parole pivot.
Identificazione delle parole “tipiche” o esclusive di specifici sottoinsiemi del corpus, come gruppi di età o piattaforme social.
3 – Analisi semantica e pragmatica.
Tramite l’analisi contestuale, si interpreta il significato delle espressioni neologiche e dello slang, considerando anche la componente multimodale (emoji, meme, video) che accompagna spesso i testi giovanili. L’analisi qualitativa può essere affiancata da approcci quantitativi, per individuare pattern ricorrenti e mutamenti linguistici.
4 – Strumenti e software.
L’uso di software di text mining per l’analisi del linguaggio, permette di gestire grandi corpora, eseguendo statistiche, analisi delle relazioni semantiche e produzione di mappe concettuali, in modo automatizzato.
Analisi del linguaggio giovanile in lingue diverse, incluso l’italiano digitale.
Creazione di dizionari specialistici per decifrare slang generazionali e digitali.
In sintesi, l’analisi di corpus di slang e neologismi online, richiede l’integrazione di metodi quantitativi e qualitativi, l’uso di strumenti digitali per il trattamento del testo e una sensibilità sociolinguistica alla novità e variabilità del linguaggio giovanile digitale.
Quali procedure adottare?
Le procedure per la pulizia e la normalizzazione di testi provenienti da social media, sono fondamentali per rendere i dati adatti ad analisi linguistiche e computazionali accurate, soprattutto nei casi di studio di slang e neologismi.
1 – Pulizia del testo (Text Cleaning)
Si tratta dell’eliminazione o modifica di elementi indesiderati o non rilevanti come:
URL, menzioni (@username) e hashtag (#hashtag) che spesso non contribuiscono al significato lessicale primario.
Emoji, gif, e altri simboli grafici, che possono essere rimossi o convertiti in descrizioni testuali per preservare l’informazione emotiva.
Caratteri speciali, punteggiatura non necessaria, numeri e formattazioni HTML o markdown residue.
Spazi bianchi multipli, righe vuote e errori tipografici.
2 – Normalizzazione del testo.
Si interviene sul testo per uniformarne la forma con tecniche che includono:
Conversione di tutte le lettere in minuscolo o l’uso coerente delle maiuscole per evitare ambiguità.
Riduzione delle parole all’infinitivo o alla loro forma base (lemmatizzazione) per facilitare il confronto e l’aggregazione.
Sostituzione di abbreviazioni, acronimi, slang e forme dialettali con equivalenti standard o annotazioni specifiche, spesso tramite dizionari o database specializzati.
Correzione automatica di errori ortografici e di digitazione frequenti.
Gestione di ripetizioni di caratteri o parole (ad esempio: “tostoooo” → “tosto”).
3 – Tecniche e strumenti
Tokenizzazione: suddivisione del testo in unità minime (token), una fase preliminare necessaria per altre analisi.
Utilizzo di corpus di riferimento per slang e neologismi, per mappare vocaboli emergenti e contestualizzarli.
Script o software di pre-processing e tool specifici per social media, che integrano regole lessicali personalizzate.
Procedure iterative di manual validation, per garantire qualità e coerenza.
4 – Considerazioni specifiche per testi social
I testi dei social media sono particolarmente “rumorosi” e contenenti un linguaggio altamente dinamico e innovativo.
La normalizzazione deve bilanciare tra la perdita di informazioni (esempio: umori trasmessi tramite emoji) e la necessità di strutturare un dataset interpretabile.
È utile integrare metadati come la data, la piattaforma d’origine e il contesto socioculturale per un’analisi più precisa.
In sintesi, la pulizia e la normalizzazione di testi social si realizzano mediante un processo metodico, che mira a rimuovere rumore, standardizzare forme linguistiche e preservare gli elementi semantici chiave, per facilitare le successive analisi qualitative e quantitative.
Considerazioni finali
Il linguaggio delle nuove generazioni, nelle sue forme verbali, gestuali e digitali, esprime le profonde trasformazioni sociali e culturali in atto, ma crea anche nuovi muri comunicativi che alimentano una distanza generazionale crescente, di cui adulti e istituzioni devono prendere consapevolezza per favorire un dialogo davvero inclusivo. Non possiamo permettere di creare ulteriori barriere oltre a quelle già esistenti nella nostra complessa esistenza!
Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale), socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani) e membro della Macrodeputazione “Nordovest” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com
Bibliografia di riferimento:
Cristalli, Beatrice. Dizionario per boomer: Come parliamo (davvero) oggi. 2024.
Coveri, Lorenzo. “Novità del/sul linguaggio giovanile”, in La lingua dei giovani, a cura di Edgar Radtke, 1996.
Pierotti, Francesca. Dialoghi impossibili tra giovani e adulti. Le parole della cura tra identità, narrazione e social, Mondadori, 2025.
“Tra cringe, boomer, trigger e shippare, il vocabolario della Generazione Z”, Skuola.net, 2022.
“Più della metà degli under 18 in Italia ritiene che gli adulti non li capiscano”, Orizzonte Scuola, 2025.
“Le nuove generazioni e il divario tra aspettative e realtà”, Forma Futuri News, 2025.
“L’importanza del linguaggio nel rapporto intergenerazionale”, BeProBePositive.com, 2024.
“Gli adulti non comprendono i ragazzi. Un’indagine”, CSVnet.it, 2024.
“Il linguaggio del corpo: cos’è e come interpretarlo”, Unobravo.com, 2025.
Il presente studio analizza la continuità teorica e metodologica tra la sociatria elaborata da Jacob Levi Moreno (1889-1974) e la Sociatria Performativa sviluppata dall’artista italiano Ivan Cuvato (n. 1954). Attraverso un’analisi comparativa dei fondamenti epistemologici, delle pratiche operative e degli obiettivi trasformativi, la ricerca dimostra come Cuvato rappresenti un prosecutore innovativo del pensiero moreniano, adattandone i principi fondamentali al contesto dell’arte contemporanea e dei social media. Lo studio evidenzia le convergenze relative ai concetti di spontaneità creativa, azione trasformativa, teatro sociale e terapia collettiva, individuando al contempo le specificità della traduzione estetica operata da Cuvato. Emerge un quadro in cui la Sociatria Performativa si configura come evoluzione necessaria della sociatria moreniana, per affrontare le patologie sociali del XXI secolo.
Parole chiave: Sociatria, Psicodramma, Sociodramma, Arte Performativa, Jacob L. Moreno, Ivan Cuvato, Terapia Sociale, Sociometria
Ivan Cuvato
1. Introduzione
1.1 Premessa storico-teorica
Il concetto di “sociatria” nella sua accezione moderna è stato formalmente coniato da Jacob Levi Moreno negli anni ’30 del Novecento, con l’ambizioso proposito di diagnosticare e curare le patologie della società, attraverso metodologie derivate dallo psicodramma e dalla sociometria (Moreno, 1953). Moreno fu definito “l’uomo che portò la gioia e il sorriso nella psichiatria” e tutte le sue innovative teorie e metodi erano basati su una nuova forma di ricerca attiva (action methods) e su un nuovo approccio sistemico della psichiatria sociale.Nel 1922 Moreno iniziò ad elaborare lo psicodramma come modalità di intervento, mirante ad intervenire sul sistema di relazioni interpersonali dei singoli o dei gruppi, introducendo nella psicologia contemporanea, i cosiddetti ‘metodi attivi’. Nel 1921 fondò il teatro della spontaneità a Vienna, e la sera del 1 aprile 1921 ebbe luogo la prima dimostrazione di sociodramma: dopo aver affittato il Komodienhaus, lasciò una poltrona vuota sul palcoscenico, invitando i presenti a sedervisi e ad agire il ruolo del re. Quasi un secolo dopo, l’artista italiano Ivan Cuvato (nato a Gela nel 1954, residente ad Albisola) ha sviluppato un approccio artistico denominato “Sociatria Performativa”, che coniuga l’arte alla terapia sociale in modo originale, ma profondamente radicato nella tradizione moreniana. La Sociatria Performativa si pone come un processo terapeutico collettivo, un’arte che non si limita all’estetica, ma agisce sulla psiche sociale, provocando reazioni emotive e stimolando riflessioni critiche.
1.2 Obiettivi della ricerca
Il presente studio si propone di:
Identificare i principi fondamentali della sociatria moreniana
Analizzare le caratteristiche della Sociatria Performativa di Cuvato
Evidenziare le continuità teoriche e metodologiche tra i due approcci
Individuare gli elementi di innovazione introdotti da Cuvato
Valutare il contributo della Sociatria Performativa all’evoluzione del paradigma sociatrico
2. Quadro Teorico: La Sociatria secondo Jacob L. Moreno
Jacob Levi Moreno
2.1 Fondamenti epistemologici
La sociatria moreniana si fonda su una concezione dell’umanità come “reale ed organica unità sociale”, che “si dispone e si ripartisce nello spazio secondo una legge di gravitazione sociale”, basata sulle affinità fra gli individui. Partendo dalla concezione secondo cui l’uomo è essenzialmente un essere sociale, la sociometria riconosce e utilizza le connessioni che si evincono dalle scelte compiute nella vita quotidiana, mediante lo studio della reciprocità dei ruoli, la telè e la catarsi. Colpito da un’idea fissa – ossia che ognuno di noi è dotato di una natura primordiale immortale e sacra, che si esprime attraverso la creatività – Moreno si dedica alla progettazione e realizzazione di un metodo, in grado di far fluire questa creatività in modo spontaneo, senza attriti con il circostante. Lo studio delle leggi che garantiscono la sopravvivenza sociale e le tecniche terapeutiche ad esse collegate, costituisce il fondamento della sociometria, disciplina che si articola in quattro componenti:
SOCIONOMIA: la scienza che studia le leggi sociali
SOCIODINAMICA: le componenti dinamiche
SOCIOMETRIA: gli aspetti quantitativi
SOCIATRIA: le dimensioni patologiche e terapeutiche
2.2 I metodi attivi: psicodramma e sociodramma
Moreno credeva che il modo migliore per un individuo di rispondere in modo creativo a una situazione fosse attraverso la spontaneità, cioè attraverso la prontezza ad improvvisare e rispondere nel qui ed ora. L’attenzione di Moreno per l’azione spontanea, venne sviluppata nel Teatro della Spontaneità, che fondò a Vienna nei primi anni venti. È significativo un episodio della vita di Jacob Moreno: nel 1912 assistette ad una lezione di Freud, al quale disse “Ebbene, dottor Freud, io comincio dove lei finisce. Lei incontra le persone nel setting artificiale del suo ufficio. Io le incontro nelle strade e nelle loro case, nel loro ambiente. Lei analizza i loro sogni. Io do loro il coraggio di sognare ancora. Lei le analizza e le scompone. Io consento loro di agire i loro ruoli conflittuali e le aiuto a comporre le parti separate”. Il sociodramma è un metodo di ricerca attiva e profonda, che analizza le relazioni tra gruppi e la formazione delle credenze collettive. La differenza con lo psicodramma risiede nel fatto che, quest’ultimo, agisce in microcosmi individuali, mentre il sociodramma agisce sul gruppo e sul modo in cui questo si forma a partire dai ruoli individuali e culturali.
2.3 La sociometria come strumento diagnostico
L’atomo sociale è la struttura infinitesima della socialità e rappresenta il nucleo di ogni rapporto; i vari rapporti costituiscono, invece, la cosiddetta rete sociometrica. Il tele è la forza innata che tiene uniti i gruppi, è struttura primaria di comunicazione tra gli individui ed è perciò un motore fondamentale della terapia. Il tele è assimilabile all’empatia, ma, mentre quest’ultima può essere anche unidirezionale, il tele è intrinsecamente bidirezionale. In collaborazione con Helen Jennings, Moreno studiò una comunità di ragazze in un istituto di detenzione, dal punto di vista sociometrico, cioè misurando le tensioni affettive e i livelli di vicinanza, distanza e reciprocità tra i membri del gruppo.
2.4 La visione utopica e politica
Moreno aspirava a creare “una specie di terapia universale per i mali che affliggono l’umanità”, utilizzando l’arte, la spontaneità e il teatro, come strumenti di trasformazione sociale. La sua ambizione includeva l’idea di un “governo sociometrico” che permettesse alla reale organizzazione della collettività, di esprimersi nella sua pienezza.
3. La Sociatria Performativa di Ivan Cuvato
3.1 Biografia e contesto artistico
Ivan Pietro Cuvato nasce a Gela (Caltanissetta) il 10 settembre 1954. Dai 6 agli 8 anni studia nel Collegio di San Pietro di Caltagirone, dove si appassiona al disegno di immagini sacre. Nel 1962 si trasferisce in Liguria, stabilendosi ad Albisola. Lavora come carrozziere dai primi anni ’70 fino all’inizio degli anni ’90, dedicandosi poi esclusivamente all’Arte. La frequentazione dei grandi maestri della ceramica ligure (Sabatelli, Salino, Sassu, Scanavino, Cherchi) e l’immersione nella tradizione artistica albisolese, hanno profondamente influenzato la sua formazione. Appartiene alla generazione hippy e adotta un approccio libero alle problematiche pittoriche, con influenze dalla Pop Art.
3.2 Definizione e caratteristiche della Sociatria Performativa
Non negando la paternità del termine a Jacob Levi Moreno, per affinità elettiva, Cuvato si avvicina sul piano internazionale alla concezione del messicano Pedro Reyes, il quale intende la sociatria come “l’arte o la scienza di curare la società”. Cuvato incarna la figura di un moderno sciamano urbano che, attraverso la sua estetica e la sua presenza, invita lo spettatore a interrogarsi su ciò che vede e su ciò che, invece, rimane nascosto. Attraverso performance e installazioni, come La Morsa del Potere (2022), Cuvato agisce sulla “psiche sociale”, configurandosi come “moderno sciamano urbano”, il cui obiettivo è provocare un risveglio critico.
3.3 Metodologie operative
La pratica artistica di Cuvato si articola su tre livelli:
Pittura informale come sociogramma emotivo. L’uso del colore come materia primaria – testimoniato dai titoli delle sue mostre (“Il colore sono io”, “Ho perso la testa nel colore”, “Ne faccio di tutti i colori”) – costituisce un linguaggio diagnostico delle tensioni sociali. L’utilizzo delle pagine di giornale come base pittorica connette direttamente l’arte all’attualità sociale.
Performance pubbliche. Negli anni, numerosi eventi, video e fotografie documentarie mostrano come l’artista abbia stupito un nutrito pubblico di appassionati, con performance in cui appare quasi trasfigurato. Le sue azioni performative trasformano spazi urbani e social media, in teatri della spontaneità contemporanei.
Attivismo sociatrico digitale. Cuvato dimostra una naturale capacità di influencer, ben supportata e sviluppata dai social media. Ha saputo cogliere l’obiettivo finale di radunare un pubblico mirato che segue ogni suo post e lo tratta come una figura emblematica. L’influenza di don Andrea Gallo, ha segnato l’impegno civile di denuncia che l’artista albisolese aveva già avviato, conferendogli maggiormente lo slancio e l’incisività grazie ai quali Cuvato è diventato un influencer molto seguito in Italia sui social media nell’ambito della sociatria.
3.4 Dimensione politica e impegno civile
Sin dagli anni ’70, il maestro Ivan Cuvato è in prima fila nelle battaglie pacifiste nei movimenti giovanili. Attraverso la sua opera “La Morsa del Potere”, piatto in ceramica ingobbiata con smalti e ossidi, dimensioni 60X60, da vero artista sociatrico, ha espresso la massima solidarietà e vicinanza ai popoli coinvolti nel conflitto, lanciando un appello universale per la Pace. Il ruolo dell’artista sociatrico, secondo Cuvato, non è quello di creare o riflettere la società, ma quello di trasformarla attraverso l’arte e la creatività in qualcosa di migliore, intendendo una società più giusta che consentirebbe un trattamento migliore di tutte le persone. Concettualizzato nella Sociatria, il benessere dell’Uomo comune diventa l’obiettivo della politica.
4. Analisi Comparativa: Continuità e Innovazioni
4.1 Convergenze teoriche fondamentali
4.1.1 Il primato dell’azione sulla parola
Entrambi gli approcci privilegiano l’azione come strumento terapeutico. Moreno contrapponeva lo psicodramma (terapia dell’azione) alla psicoanalisi (terapia della parola). Analogamente, Cuvato privilegia la performance, il gesto, il colore come linguaggi immediati che precedono e superano la verbalizzazione. La concezione originale del padre fondatore della sociatria, Jacob Levi Moreno, attraverso la forma dello psicodramma, trova un’attuazione concreta nell’arte informale performativa. L’arte informale performativa può essere utilizzata per aiutare le persone a esprimere le proprie emozioni e a esplorare i propri conflitti interiori.
4.1.2 La spontaneità creativa come principio trasformativo
La spontaneità può essere definita come “la capacità di dare una risposta adeguata a una situazione nuova o una risposta nuova a una situazione”. Questo principio moreniano trova piena espressione nell’approccio informale di Cuvato, che incarna nella sua pratica artistica la filosofia dell'”informale nell’arte, informale nella vita”.
4.1.3 Lo spazio pubblico come teatro terapeutico
L’approccio inter-personale di Moreno era così innovativo che prevedeva persino la possibilità di spostare il setting, dallo studio medico al luogo e al gruppo reale in cui vivono i pazienti. Cuvato estende questo principio utilizzando la strada, le piazze di Albisola e i social network come scenari performativi.
4.1.4 Il gruppo come unità funzionale della trasformazione
La convinzione di Moreno è che il gruppo costituisca l’atomo funzionale delle dinamiche sociali, e che mescolandosi con altri gruppi formi strutture sempre più complesse. Cuvato traduce questo concetto nella creazione di community virtuali, che funzionano come gruppi sociometrici digitali.
4.2 Innovazioni metodologiche
4.2.1 Dalla clinica all’estetica
Mentre Moreno lavorava principalmente in contesti clinici e istituzionali (campo profughi, carcere di Sing Sing, Hudson School for Girls), Cuvato opera prevalentemente nel campo artistico. Questa differenza segna un’evoluzione: la sociatria non è più solo una disciplina medico-psichiatrica, ma diventa una pratica estetico-politica.
4.2.2 Dal sociogramma al cromatogramma
Moreno sviluppò la sociometria per misurare e visualizzare le relazioni sociali attraverso i sociogrammi – rappresentazioni grafiche delle dinamiche di gruppo. Cuvato traduce questo approccio in linguaggio visivo: i suoi dipinti informali, con le loro esplosioni cromatiche e forme fluide, possono essere letti come sociogrammi emotivi della società contemporanea.
4.2.3 Dai gruppi ristretti alle masse digitali
Cuvato trova la sua platea nei social media e negli spazi pubblici, come dimostrato durante la pandemia COVID-19 e le proteste contro le guerre. Questa estensione rappresenta un salto di scala: dalla terapia di piccoli gruppi, alla sociatria di massa, attraverso i network digitali.
4.2.4 L’influencer come sociatrico
Significativa è la nicchia di utenza a cui si è rivolto, ben rappresentata nel gentil sesso, oltre che tra gli estimatori d’arte. Una sua community, per la quale riesce a pubblicare contenuti originali ed inediti che stimolano le reazioni e le interazioni. Ogni pubblicazione diventa un micro-evento performativo che stimola reazioni emotive e riflessioni critiche nel pubblico.
4.3 Divergenze contestuali
4.3.1 Contesto storico-sociale
Moreno operò in un’epoca caratterizzata da due guerre mondiali, migrazione di massa, nascita della psicologia sociale come disciplina. Cuvato opera nell’era della globalizzazione, dei social media, delle crisi ambientali e delle pandemie globali. Le “patologie sociali” da diagnosticare e curare sono profondamente diverse.
4.3.2 Strumenti tecnologici
Cuvato rientra di diritto fra quegli artisti definibili precursori in quanto ha percepito le opportunità del marketing online e le dinamiche dei social media. L’algoritmo crea nuove “leggi di gravitazione sociale” attraverso cui le persone si aggregano, modificando radicalmente le dinamiche sociometriche.
4.3.3 Posizionamento disciplinare
Moreno si collocava all’interno della psichiatria e della psicologia sociale, cercando legittimazione scientifica. Cuvato opera nel campo artistico, rivendicando l’autonomia dell’arte come strumento di trasformazione sociale senza necessità di validazione clinica.
5. Discussione: La Sociatria Performativa come Evoluzione Necessaria
5.1 Attualizzazione dei principi moreniani
La Sociatria Performativa di Cuvato non rappresenta una rottura con la tradizione moreniana, ma piuttosto un’attualizzazione creativa dei suoi principi fondamentali. Per Cuvato, l’artista è uno “sciamano urbano” che opera sulla psiche sociale. Le sue opere non si limitano a rappresentare la realtà: vogliono trasformarla. È una sociatria estetica e politica insieme, dove l’arte diventa terapia collettiva.
5.2 Risposta alle patologie sociali del XXI secolo
Durante la pandemia, Cuvato ha inscenato performance fotografiche sull’isolamento e l’autoritarismo, invitando a riflettere su come il potere spesso si travesta da protezione. Le sue opere affrontano le specifiche patologie della contemporaneità: virtualizzazione delle relazioni, crisi democratiche, conflitti globali, emergenze sanitarie.
5.3 Il dibattito contemporaneo sulla sociatria
Attualmente, accanto a numerosi continuatori della tradizione socioterapeutica moreniana in ambito latinoamericano, il campo sociatrico globale mostra una frammentazione in diverse correnti. La corrente performativa italiana, rappresentata da Cuvato, trasforma la sociatria in una pratica artistica e simbolica.
5.4 Limiti e criticità
L’approccio di Cuvato solleva alcune questioni critiche:
La misurabilità dell’efficacia terapeutica delle performance artistiche.
Il rischio di estetizzazione del disagio sociale.
La scalabilità degli interventi artistici rispetto alle dimensioni delle patologie sociali.
La necessità di integrazione con approcci clinici e sociologici più strutturati
6. Conclusioni
6.1 Sintesi dei risultati
La ricerca ha evidenziato una forte continuità teorica e metodologica tra la sociatria moreniana e la Sociatria Performativa di Ivan Cuvato. Entrambi gli approcci condividono: il primato dell’azione sulla parola; la centralità della spontaneità creativa; l’utilizzo dello spazio pubblico come teatro terapeutico; la concezione del gruppo come unità funzionale della trasformazione; una visione utopica della trasformazione sociale attraverso metodi attivi. Al contempo, Cuvato introduce innovazioni significative: traduzione dei principi moreniani nel linguaggio dell’arte contemporanea; estensione della sociatria dall’ambito clinico a quello estetico-politico; aggiornamento dei metodi sociometrici all’era digitale dei social media e il mantenimento della fedeltà ai principi fondamentali, pur in un contesto radicalmente diverso
6.2 Contributo originale
Ivan Cuvato si configura come prosecutore innovativo della tradizione sociatrica moreniana. Non è un semplice epigono, ma un artista-terapeuta sociale che ha saputo:
Riconoscere la validità dei principi moreniani per il XXI secoloTradurli in un linguaggio artistico contemporaneo accessibile.
Estenderne l’applicazione attraverso i nuovi media digitali.
Mantenere intatta la carica utopica e trasformativa originaria.
Come Moreno fu definito “l’uomo che portò la gioia e il sorriso nella psichiatria”, Cuvato potrebbe essere definito “l’artista che portò la terapia sociale nell’arte contemporanea”.
6.3 Prospettive future
La Sociatria Performativa apre prospettive promettenti per: l’integrazione tra arte, terapia sociale e attivismo politico; lo sviluppo di metodologie sociatriche adatte all’era digitale; la creazione di reti transnazionali di artisti-terapeuti sociali; l’applicazione dei principi sociatrici alle sfide globali contemporanee. Tuttavia, per consolidarsi come paradigma scientifico, necessita di: maggiore sistematizzazione teorica; sviluppo di strumenti di valutazione dell’efficacia; dialogo con altre discipline (sociologia, psicologia sociale, arte terapia) e di documentazione rigorosa delle pratiche e dei risultati.
6.4 Riflessione finale
In ultima analisi, sia Moreno che Cuvato condividono la stessa visione utopica: l’idea che attraverso la creatività, la spontaneità e l’azione collettiva sia possibile trasformare la società in qualcosa di migliore, più giusto, più umano. Entrambi credono che l’arte (intesa in senso lato come azione creativa) non debba solo rappresentare la realtà, ma trasformarla. Entrambi rifiutano la separazione tra vita e opera, tra teoria e prassi. Entrambi sono, nel senso più profondo, terapeuti sociali che hanno fatto della propria esistenza un atto di cura collettiva.”Il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli è la pace; ma ciò richiede che siamo disposti a morire per essa, e allora non ci sarà più nessuna guerra” – questa affermazione di Cuvato risuona profondamente con l’utopia moreniana di una società guarita attraverso la creatività e l’incontro autentico. La Sociatria Performativa rappresenta dunque non una rottura, ma un’evoluzione necessaria del pensiero moreniano per il XXI secolo: un’epoca dove le patologie sociali si manifestano nella virtualizzazione delle relazioni, nella crisi delle democrazie, nelle guerre globali e nelle pandemie. In questo contesto, l’artista-sociatrico di Cuvato opera come uno sciamano contemporaneo che usa colore, performance e social media per diagnosticare e curare il malessere collettivo, perpetuando e rinnovando la visione rivoluzionaria di Jacob L. Moreno.
Dott. Antonio Rossello
Bibliografia di riferimento:
Opere di Jacob L. Moreno
Moreno, J.L. (1953). Who Shall Survive? Foundations of Sociometry, Group Psychotherapy and Sociodrama. Beacon House.
Moreno, J.L. (2017). Chi sopravviverà? Principi di sociometria, psicoterapia di gruppo e sociodramma. Di Renzo Editore, Roma (ed. orig. 1953).
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Moreno, J.L. (2005). Psicomusica. Di Renzo Editore, Roma.
Moreno, J.L. (2002). Il profeta dello psicodramma. Di Renzo Editore, Roma.
Moreno, J.L. (1973). Psicodramma e vita. Rizzoli.
Studi su Moreno e la sociometria
Schützenberger, A.A. (2008). Lo psicodramma. Di Renzo Editore, Roma.
Schützenberger, A.A. (1975). La sociometria. Armando, Roma.
Ferrarotti, F. (1972). Trattato di sociologia. UTET, Torino.
Opere e documentazione su Ivan Cuvato
Biografia ufficiale Ivan Cuvato. Disponibile su: digilander.libero.it/ivan.cuvato/biografia.htm
Profilo artistico. Disponibile su: gigarte.com/vancuv
Profilo su ArtMajeur.com. Disponibile su: www.artmajeur.com/ivan-cuvato
Articoli scientifici e critici
“Ivan Cuvato e la Sociatria Performativa: L’Arte come Terapia Sociale”. Pagina Tre, 2025.
“Sociatria e Sociurgia: La Nuova Cura della Società nel 2025”. Alessandria.Today, novembre 2025.
“Sociatria: sfide e futuro della ‘Cura della Società'”. Alessandria.Today, novembre 2025.
“Ivan Cuvato e la domanda sulla Sociatria”. Eco di Savona, 21 aprile 2022.
“Ivan Cuvato si pone come Paladino della Sociatria e dell’Arte contro la Guerra per la Pace”. Eco di Savona, 7 marzo 2022.
“Ivan Cuvato ricorda don Gallo 10 anni fa a Savona”. Il Corriere Nazionale, 5 settembre 2022.
“Albisola, Ivan Cuvato: Riflessi di Nuova Luce Sociale. Essere influencer”. Trucioli, 1 luglio 2021.
“Ivan Cuvato. Cromatica sinderesi in un sogno americano”. WeeklyMagazine, 4 luglio 2020.
“Arte informale come strumento di sociatria. Opportunità e limiti della questione”. Reteluna Italia.
Opere di riferimento generale
Bevilacqua, S. (2018). Introduzione alla sociatria. La nuova sociologia clinica di società e persone. IBUC Edizioni.
Molteni, F. (a cura di) (2009). Dizionario degli Artisti Savonesi. De Ferrari.
Bauman, Z. (2000). Liquid modernity. Polity Press.
Bourriaud, N. (2002). Relational aesthetics. Les presses du réel (ed. orig. 1998).
Negli ultimi decenni, le trasformazioni dei flussi migratori in Europa hanno reso evidente la dimensione di genere delle esperienze migratorie. Donne e uomini migranti vivono forme diverse di precarietà e sofferenza, ma condividono una radice comune: l’esposizione a vulnerabilità strutturale radicate nei sistemi economici e nelle rappresentazioni sociali dell’“altro”. Due fenomeni emblematici — la Sindrome Italia, che colpisce molte donne migranti impiegate nel lavoro di cura, e le morti sul lavoro, che coinvolgono prevalentemente uomini migranti in settori ad alta precarietà — offrono una lente potente per leggere questa doppia realtà. Dietro entrambe le esperienze si cela una sofferenza sociale (Das, Kleinman, Farmer) che si manifesta attraverso il corpo: corpi che curano, corpi che faticano, corpi che si spezzano. L’analisi congiunta di questi due fenomeni mette in luce la dimensione relazionale e simbolica del lavoro migrante, spesso invisibile nelle letture puramente economiche o politiche della migrazione. In questa analisi si assume che la vulnerabilità dei corpi migranti non sia effetto di carenze individuali, ma manifestazione di violenza strutturale e di conflitto tra sistemi di cura, produzione e riconoscimento. Questo contributo si articola in tre sezioni: il contesto migratorio europeo contemporaneo, la sofferenza femminile incarnata nella Sindrome Italia, e la sofferenza maschile nelle morti sul lavoro, concludendo con una riflessione sulle implicazioni sociali e simboliche della vulnerabilità migrante.
Il contesto migratorio europeo contemporaneo
L’Europa è oggi attraversata da flussi migratori più frammentati, circolari e plurimotivazionali rispetto alle grandi ondate degli anni ’90 e 2000. Non si tratta più solo di migrazione economica, ma anche di fattori sociali, ambientali e geopolitici. Secondo Eurostat e l’OIM (2024), l’Unione Europea ospita oltre 37 milioni di cittadini natifuori dall’UE, pari a circa il 7% della popolazione totale, con un progressivo aumento della femminilizzazione dei flussi e della diversificazione delle traiettorie migratorie. Le migrazioni intraeuropee, soprattutto dall’Est e dal Sud verso i Paesi del Nord e dell’Ovest, hanno prodotto nuove forme di stratificazione sociale, in cui la cittadinanza formale non coincide necessariamente con l’inclusione reale. Le trasformazioni dei flussi migratori sono anche il risultato di conflitti globali, economici eambientali, espressione di poteri che decidono chi è mobilizzato, su quali condizioni, e come i corpi vengano inseriti nei sistemi di lavoro e di cura. L’Italia rappresenta un laboratorio di migrazione “ibrida”, dove convivono lavoro regolare e irregolare, accoglienza ed esclusione, solidarietà e sfruttamento. La dimensione di genere emerge come cruciale: le donne migranti sono sempre più presenti nel lavoro di cura, rispondendo alla crisi del welfare e alla domanda di assistenza domestica (Ehrenreich &Hochschild, 2003), mentre gli uomini sono sovrarappresentati nei settori più a rischio —edilizia, agricoltura, logistica — dove si concentrano sfruttamento, infortuni e morti sul lavoro (INAIL, 2023).In entrambi i casi, la migrazione è spazio di vulnerabilità e di resistenza, in cui il corpo diventa la prima frontiera del contatto con la società ospitante: corpo che lavora, che cura,che soffre, che media tra culture e sistemi di valore. Comprendere questo scenario richiede uno sguardo sociologico e clinico insieme, capace di cogliere la dimensione relazionale, affettiva e simbolica delle esperienze migratorie.
La Sindrome Italia: il prezzo invisibile della cura
La Sindrome Italia è stata identificata nei primi anni Duemila da psichiatri ucraini (Kiselyov &Faifrych) in donne ucraine rientrate in patria dopo periodi di lavoro come badanti in Italia. Non si tratta di una patologia clinica in senso stretto, ma di una sindrome sociale e culturale, espressione di tensioni affettive, identitarie e relazionali legate all’esperienza migratoria femminile. I sintomi — insonnia, apatia, ansia, dolori fisici, senso di colpa — riflettono una sofferenza relazionale profonda, derivante dalla condizione di “doppia assenza” (Sayad, 1999): assenza dal proprio Paese e dalla rete affettiva, ma anche assenza simbolica nella società ospitante. Le donne migranti affrontano una contraddizione dolorosa: forniscono cura e presenza alle famiglie italiane, mentre sperimentano assenza e distanza dai propri figli e affetti. Il corpo diventa il luogo in cui questa tensione si inscrive, traducendosi in sintomi psicosomatici che parlano di amore, colpa e separazione. Molte lavoratrici migranti vivono condizioni di isolamento, carico emotivo continuo e mancanza di confini tra tempo lavorativo e vita privata. Dormono in camere anguste, spesso condivise con la persona assistita, e affrontano quotidianamente violenze psicologiche come svalutazione, controllo e minacce di licenziamento. La solitudine diventa il denominatore comune, e strategie di compensazione come alcool, farmaci o gioco d’azzardo diventano tentativi di colmare il vuoto relazionale. Il fenomeno riflette la femminilizzazione della migrazione e la crisi del welfare europeo. Le donne migranti coprono un vuoto di cura lasciato dalla società, ma restano invisibili e svalutate. Come mostrano Hochschild (2003) e Lutz (2018), le catene globali della cura producono una nuova forma di disuguaglianza affettiva: le emozioni diventano forza lavoro e, la cura, pur essendo atto d’amore, si trasforma in prestazione economica e relazionale segnata dal potere. La Sindrome Italia può essere letta come un effetto della violenza strutturale: il sistema di cura che recluta donne migranti, chiede loro una disponibilità totale, non riconosce la soggettività, isola socialmente il corpo e rende la distanza affettiva un motore di sofferenza.
Le morti sul lavoro e la vulnerabilità maschile
Se la Sindrome Italia rappresenta il volto invisibile della sofferenza femminile, le morti sul lavoro sono la sua controparte maschile. Gli uomini migranti affrontano lavori faticosi, precari e pericolosi come prova di forza, responsabilità e amore verso la famiglia rimasta lontana. In questo modello di maschilità sacrificale, la dignità si misura sulla capacità di resistere al dolore e al rischio. Il corpo maschile diventa moneta di scambio identitaria: forza e sacrificio sono simboli di valore, ma a costo altissimo. Quando questo sacrificio conduce alla malattia, all’infortunio o alla morte, la società non riconosce la vulnerabilità. Dal 2000, in Italia, si contano in media oltre 1.200 morti sul lavoro ogni anno. Nel 2024, l’INAIL ha registrato 797 decessi in occasione di lavoro e 280 “in itinere”. Circa un quarto riguarda lavoratori stranieri impiegati in settori ad alto rischio come edilizia, agricoltura, logistica e industria pesante. Le morti sul lavoro testimoniano una violenza strutturale (Farmer, 2004): un sistema che considera certi corpi più “spendibili” di altri, normalizzando il rischio e negando visibilità al dolore. La vulnerabilità maschile si esprime attraverso l’esposizione quotidiana al pericolo, in una società che ancora associa virilità a resistenza e silenzio. Donne muoiono dentro, uomini muoiono fuori. Nel contesto migratorio contemporaneo, la sofferenza si declina secondo linee di genere profondamente intrecciate ma opposte. Le donne muoiono dentro: il corpo si ammala perché non trova spazio per sé, la mente si spegne nella ripetizione della cura altrui, l’identità si dissolve nella distanza dagli affetti. Gli uomini muoiono fuori: il corpo si spezza nel lavoro, nei campi, nei magazzini, nei cantieri. Il sacrificio maschile diventa dispositivo di annullamento: essere uomo significa resistere fino alla fine, anche quando la fine arriva davvero. Entrambe le morti derivano dalle stesse disuguaglianze strutturali: un ordine simbolico che esalta la produttività e svaluta la cura, che chiede forza e nega la vulnerabilità, che misura il valore umano in termini di utilità. Riconoscere questa doppia morte — interiore e materiale — significa restituire visibilità e dignità a chi sostiene le fondamenta invisibili della società.
Conclusione
La Sindrome Italia e le morti sul lavoro rappresentano due espressioni di una stessa sofferenza sociale, prodotta dal mancato riconoscimento dell’umanità nelle relazioni di cura e di produzione. Donne che “muoiono dentro” e uomini che “muoiono fuori” incarnano la duplice faccia di un medesimo processo di disumanizzazione. Queste sofferenze non sono patologie individuali, ma sintomi collettivi di un sistema che fonda la propria stabilità sull’invisibilità di chi lo sostiene. Riconoscere il corpo che cura e il corpo che lavora come portatore di vulnerabilità è un atto politico, etico e umano. Solo quando la società saprà accogliere la fragilità come parte della dignità, la cura come forma di sapere e la fatica come esperienza di valore, sarà possibile una vera giustizia relazionale. Riconoscere queste forme significa identificare la violenza che non esplode necessariamente in aggressioni evidenti, ma che opera silenziosamente nei meccanismi del lavoro, della cura e della mobilità. Si tratta di un conflitto permanente tra la dignità dei corpi e le esigenze di un sistema che li usa, li lascia, li celebra poco — o non li celebra affatto. Fino ad allora, continueremo a contare corpi e a perdere presenze.
Dott.ssa Viorica Bunduc, presidente Deputazione ASI Centro-Italia
Bibliografia
Castel, R. (1995). Les métamorphoses de la question sociale. Paris: Fayard.
Das, V. (2007). Life and Words: Violence and the Descent into the Ordinary. Berkeley:University of California Press.
Farmer, P. (2004). Pathologies of Power: Health, Human Rights, and the New War on thePoor. Berkeley: University of California Press.
Fassin, D. (2009). La raison humanitaire: Une histoire morale du temps présent. Paris: Seuil.
Hochschild, A. R. (2003). The Commercialization of Intimate Life: Notes from Home andWork. Berkeley: University of California Press.
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Kiselyov, A., & Faifrych, A. (2000). Studi sulla “Sindrome Italia”. Ospedale di Chernivtsi,Ucraina.
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Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). (2024). World Migration Report 2024.Ginevra: IOM.
Pagella Politica. (2023). Morti sul lavoro in Italia: analisi dei dati INAIL.https://www.pagellapolitica.it
In questo saggio analizziamo una figura passata nel tempo da molto popolare a molto impopolare: l’impiegato dello Stato. L’indagine si sofferma sulla combinazione di interessi che hanno determinato la caduta del prestigio di una categoria di lavoratori apostrofati negativamente come statali. Dall’analisi emerge che: la definizione di statale va ben oltre quella del semplice impiegato a cui di solito ci si riferisce; è rifiutata dall’alta burocrazia e dalle alte professioni che pure lavorano per lo Stato; il ruolo della politica è decisivo nel processo di disgregazione dell’immagine del dipendente pubblico. In conclusione, l’analisi rileva che il discredito sociale si concentra prevalentemente sulla fascia bassa dei lavoratori pubblici, i quali sono stati trasformati in un facile capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità, quando i servizi destinati ai cittadini non funzionano come dovrebbero.
Crisi chiama crisi.
L’impiegato dello Stato è oggi situato al centro di tre pressioni: mediatica, politica, imprenditoriale. Queste pressioni sono dovute alla combinazione di diversi interessi: l’interesse dei media: contenere la crisi dell’editoria additando lo statale come un peso per la società e puntando sullo scandalismo per attirare l’attenzione del pubblico; l’interesse della politica: contenere la crisi dei partiti continuando a gestire il personale delle amministrazioni pubbliche e le altre risorse dello Stato per mantenere il ruolo di arbitro della società; l’interesse dell’imprenditoria: contenere la lunga stagnazione economica causata dalle politiche neoliberiste acquisendo nuovi mercati tramite la privatizzazione dei servizi pubblici1. Per motivi diversi l’azione di questi soggetti converge nell’assediare lo statale in nome dell’efficacia e dell’efficienza della Pubblica Amministrazione. Risultato? Indebolirlo coinvolgendolo nella propria crisi.
Potere di interdizione.
Da tempo il sostantivo statale ha acquisito una connotazione così negativa che persino i sindacati del pubblico impiego si guardano bene dall’utilizzarlo2. E non lo utilizzano per timore di cadere all’interno di un campo semantico talmente pericoloso per la credibilità dei propri iscritti da somigliare a un campo minato. La domanda allora è: chi ha messo le mine? Se ci si limita al discorso destinato al grande pubblico, la parte del leone la recita la stampa tramite una campagna permanente volta a distruggere la reputazione dell’impiegato dello Stato prendendo a pretesto episodi di mala burocrazia3. Interdire un nome collettivo ha effetti pratici sul riconoscimento (e l’auto-riconoscimento) del gruppo interessato. Nel nostro caso si è arrivati a falsarne la soggettività e a permettere in tal modo la proliferazione di un dibattito (dentro e fuori i media) spesso superficiale e gravido di pregiudizi. Un dibattito per lo più ignaro della realtà del lavoro pubblico, per nulla attento nel distinguere i dipendenti dello Stato che hanno perso prestigio sociale da quelli che non l’hanno perso affatto, disinteressato dal verificare se chi si trova in vantaggio nella sfida per una buona immagine è davvero chi dice di essere. Interrogarsi sui limiti del dibattito pubblico è un invito a osservare la figura dello statale con occhi diversi da quelli di una narrazione diventata ormai parte del senso comune.
Quadro di massima del pubblico impiego.
Secondo le rilevazioni della Ragioneria Generale dello Stato4 , aggiornate al 12 dicembre 2024, i dipendenti pubblici in servizio nel 2023 erano 3.327.854, di cui circa 3,14 milioni a tempo pieno e gli altri in part-time. La componente femminile supera largamente quella maschile (circa 1.988mila dipendenti contro 1.340mila). L’età media, seppure in leggero calo rispetto all’anno precedente, è ancora molto elevata (48,9 anni), ma con forti differenze tra un settore e l’altro (nei ministeri si superano ampiamente i 53 anni). I laureati sono circa 1,33 milioni (dato che comunque rappresenta un netto miglioramento rispetto ai meno di 800mila di vent’anni prima), ossia un terzo di tutto il personale in servizio, a cui si aggiungono circa 370mila lauree brevi (ma nelle Funzioni Centrali 5 la percentuale di laureati sale al 38% circa), con una netta prevalenza della componente femminile che sovrasta quella maschile di più del doppio (930mila contro 398mila). I diplomati, a loro volta, sono circa 1.156mila, mentre appaiono in forte calo rispetto al passato i dipendenti con titolo fino alla scuola dell’obbligo, che ora sono poco più di 304mila (vent’anni fa erano 750mila). Infine, superano di poco i 131mila coloro che possiedono una specializzazione post-laurea o un dottorato di ricerca, dei quali oltre 80mila nella sanità e circa 5.000 nei ministeri. Complessivamente il costo del lavoro nel 2023 è stato di circa 183 miliardi annui, di cui 125 miliardi circa per le retribuzioni del personale a tempo indeterminato e 4,3 miliardi circa per il personale con contratto a termine, mentre altri 2,8 miliardi sono stati spesi per retribuire personale esterno alla Pubblica Amministrazione (consulenti, agenzie di somministrazione, incarichi professionali, co.co.co. ecc.)6. La retribuzione media di un impiegato ministeriale di medio livello si aggira intorno ai 33mila euro lordi, compresa tredicesima e straordinari; quella di un dirigente ministeriale di seconda fascia è pari a 125mila euro, mentre quella di un dirigente ministeriale di prima fascia supera i 235mila. Quanto all’informatica, all’innovazione e all’uso delle nuove tecnologie, la Pubblica Amministrazione ha speso circa 4,6 miliardi di euro nel 2023, destinati a salire a circa 5,1 miliardi nel 2024 e a oltre 5,4 miliardi nel 2025 secondo le previsioni dell’Agenzia per l’Italia Digitale7. Agenzia che però – si badi bene – basa i suoi calcoli su un campione selezionato di 77 amministrazioni centrali e territoriali; il che lascia intendere che il totale effettivo per tutto il settore pubblico sia ben più elevato.
Una visione allargata dello statale.
Pensare la Pubblica Amministrazione solo come un lento pachiderma è un cliché perché significa non tenere conto delle sue peculiarità, della sua storia e delle sue molteplici funzioni. Inoltre, il confronto a perdere che si fa spesso con la dinamicità dell’impresa privata, è fuorviante perché nella modernità lo Stato è tutt’altro che un soggetto passivo. Ha creato le condizioni per l’affermazione del capitalismo, definisce e applica le regole con cui funziona il mercato. Non si tratta della storia di ieri. La stessa new economy nasce e si sviluppa grazie a massicci investimenti pubblici, tutele fiscali e coperture politiche8. Queste considerazioni costituiscono la premessa necessaria per passare dall’oggetto (lo Stato) al soggetto (gli statali). Ossia, per dire che, seppure in maniera frammentaria e talvolta persino confusa, numerose e profonde trasformazioni sono intervenute negli ultimi decenni a modificare oggi più che mai lontano dalle caricature dello scrivano con le mezze maniche e del tremante Monsù Travet dinanzi al capoufficio. Certo, permangono differenze come quelle che distinguono l’impiegato dal dirigente, ma senza addentrarci in questioni definitorie per noi è sufficiente considerare statale chiunque si trovi nella condizione di dipendente della Pubblica Amministrazione9. In nome della complessità questa scelta non soddisferà molti. Per esempio: come classificare il tecnico del CED assunto a tempo determinato da una società esterna, ma da anni “somministrato” al servizio di un’amministrazione pubblica nella quale non vede l’ora di entrare ufficialmente per avere un lavoro stabile?10 A questo punto ci si arena in sottigliezze inestricabili. E così, per uscire dal ginepraio, siamo partiti dalla condizione che accomuna il pubblico impiego in generale: il contratto di lavoro subordinato. Istituto che inquadra la prestazione lavorativa in una struttura gerarchica nella quale la libertà di iniziativa e la responsabilità di ciascuno sono giuridicamente confinate entro una complessa griglia di adempimenti e regole. Adempimenti e regole la cui elasticità è inversamente proporzionale al grado di subordinazione dei loro destinatari: molto alta per le alte qualifiche, molto bassa per le basse qualifiche.
Statale sarà lei! Ambasciatore, primario dell’ospedale, docente universitario, alto magistrato, generale di corpo d’armata rappresentano alcune figure che possiamo chiamare élite professionale pubblica. Questa élite non si percepisce né è percepita come statale11. La stima sociale di alcuni di questi soggetti può risolversi nel considerarsi, e all’occasione per essere pubblicamente considerati, “Servitori dello Stato”. Categoria supportata da riti come l’inaugurazione dell’anno giudiziario o di quello accademico, la giornata nazionale delle Forze armate, la presentazione del rapporto annuale sul contenzioso tributario e così via. Ma per lo più ciò che permette all’élite professionale pubblica di godere di un forte prestigio sociale è la combinazione di tre fattori: l’alto livello di competenze che contraddistingue le attività svolte; il potere che esercitano (il docente universitario può bocciare, il magistrato condannare, il primario salvare la vita, il generale togliere la vita, l’ambasciatore favorire con la fine arte della diplomazia gli interessi del proprio Paese); infine il reddito, mediamente molto buono e comunque nettamente più elevato, rispetto a quello delle altre categorie lavorative pubbliche.
Lo Stato: una fucina del ceto medio.
Il prestigio dell’élite professionale pubblica permette un’inquadratura di carattere più generale in relazione all’appartenenza di classe. I membri di tale élite si distribuiscono prevalentemente all’interno del ceto medio e fanno dunque dello Stato una fucina che genera, nutre e riproduce classi sociali. Non si tratta di una scoperta, ma è bene ribadire la funzione di promozione sociale che ha lo Stato per molti individui. Una funzione necessaria se si tiene conto che in larga misura il personale dello Stato altamente qualificato proviene da classi sociali abbienti, ma può avere difficoltà a trovare un’occupazione adeguata al proprio status. Per di più, in una società come quella italiana, una volta raggiunta una posizione apicale all’interno del lavoro pubblico il fenomeno del nepotismo non è trascurabile. Il che significa che nella Pubblica Amministrazione il ceto medio trova una nicchia ecologica favorevole in cui riprodursi. Ma significa anche un’altra cosa: per il rappresentante del ceto medio un posto di prestigio nell’amministrazione dello Stato è, per così dire, uno sbocco naturale in mancanza di meglio.
Statale sì, ma non troppo.
Nella scala del prestigio sociale si pone il problema di dove collocare il Capo di Gabinetto di un Ministero e in generale la dirigenza dello Stato di rango più elevato, ossia coloro che esercitano funzioni di gestione amministrativa. Si tratta di un mondo assai articolato ma è lecito chiedersi se, ad esempio, un direttore generale di un Ministero, il direttore di una ASL, un pubblico ministero, un avvocato dello Stato, un magistrato contabile, un prefetto, un commissario governativo si percepiscono come impiegati statali. In parte sì, in parte no. Sì per un motivo oggettivo: rappresentano la tecnocrazia che ha la responsabilità di far funzionare operativamente la macchina dello Stato di cui essi stessi sono ingranaggi. La loro funzione è strategica per far camminare le amministrazioni pubbliche. Amministrazioni, giova ricordarlo, che applicano le leggi e offrono una larghissima gamma di servizi senza i quali non sarebbero garantiti i diritti di cittadinanza e il funzionamento delle istituzioni. Dunque, sì, il dirigente di fascia alta della Pubblica Amministrazione è uno statale, ma allo stesso tempo non si percepisce come tale per gli stessi motivi che contraddistinguono l’élite professionale pubblica. E cioè: un sapere specialistico (in questo caso amministrativo); il potere decisionale (obbligare gli uffici a rispettare le variazioni di indirizzo politico); un reddito che permette un tenore di vita da ceto decisamente più alto che medio. Tre motivi essenziali per comprendere la condizione di latente alterità che contraddistingue queste figure dal novero indistinto degli altri funzionari e operatori pubblici. Tre motivi ai quali ne va aggiunto un quarto in grado di amalgamarli in un tutto organico: l’interlocuzione diretta con il potere politico, per il proprio primato in termini di status, rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici.
Il virus della cattiva politica.
I punti di contatto con le professioni che nettamente non si percepiscono come statali collocano i grand commis ai piani alti del prestigio occupazionale, ma ciò non sembra sufficiente a garantire un pari livello sul piano reputazionale. Una delle cause principali è lo stretto rapporto con il potere politico, di cui i vertici dirigenziali sono diretta espressione. Persino la norma imporrebbe una netta separazione tra gestione politica e amministrativa12, ma la realtà è tutt’altra. Le ingerenze dei partiti all’interno della Pubblica Amministrazione sono sistemiche a tutti i livelli territoriali, il più delle volte interessate a ben altro che migliorare la qualità dei servizi. Non basta: i partiti sono inclini al clientelismo e quando intervengono sull’organizzazione del lavoro pubblico lo fanno quasi sempre senza cognizione di causa. Ad aggravare la situazione si aggiunge una folta schiera di “esperti” nella gestione delle risorse umane e di voracissimi consulenti esterni chiamati dai vertici delle amministrazioni (locali, regionali, nazionali), che forniscono supporto organizzativo o stendono progetti finalizzati a migliorare le performance degli uffici pubblici. Progetti infarciti di inglesorum manageriale che il più delle volte restano nel cassetto oppure, se applicati, appesantiscono gli adempimenti burocratici, generano confusione e provocano persino disservizi13.
Il dipendente pubblico come capro espiatorio.
I membri delle élite professionali pubbliche non si ritengono statali e gli alti burocrati ne ammettono l’appartenenza a mezza bocca. Ma allora chi sono gli statali contro cui la stampa aizza l’opinione pubblica? Di certo non sono coloro la cui attività richiede una forte specializzazione tecnica. Specializzazione che rappresenta un solido scudo al discredito sociale per il timore reverenziale che scatta nei confronti di chi possiede competenze elevate e, soprattutto, non facilmente reperibili sul mercato delle professioni. Tanto è così che alla gogna mediatica non sono incatenati impiegati pubblici quali archeologi, restauratori dei beni culturali, geometri del catasto, vulcanologi, demografi, astrofisici, infermieri, vigili del fuoco, carabinieri, tecnici dei laboratori di ricerca e così via. Ma allora, a furia di esclusioni, autoesclusioni ed esclusioni d’ufficio chi sono gli inclusi che portano cucito addosso l’ignominioso marchio di statali? Sono prevalentemente gli impiegati agli ultimi livelli nella scala gerarchica, a qualsiasi ente essi appartengano. Sono loro i principali bersagli dei media da offrire in pasto a cittadini incattiviti quando i servizi pubblici non funzionano. Nel mirino entrano così l’impiegato del Comune, il piccolo funzionario del ministero, l’amministrativo di fascia bassa, lo sportellista, il commesso, l’archivista, l’addetto alla portineria, il bibliotecario, l’autista, l’operatore ecologico e così via. Tutte figure la cui posizione nell’organigramma dell’ufficio potrebbe risultare, per aggravio di sventura, ulteriormente appannata dallo svolgimento di incarichi sindacali. Nonostante ciò senza queste “formiche operaie” la macchina dello Stato non sarebbe in grado di fare molta strada. Per il momento l’innovazione tecnologica non è in grado di sostituirle. Ma così ragiona il potere mediatico, politico e imprenditoriale: che sentano il peso del disprezzo collettivo e non osino alzare la testa. Oggi, trovarsi in fondo alla scala del prestigio sociale significa automaticamente trovarsi in fondo alla scala del reddito14. A questo punto siamo finalmente giunti a individuare chi è lo statale disonorato: quello con la busta-paga più leggera. Soggetto il cui ritratto esposto in pubblico è più o meno questo: un privilegiato che vive sotto l’ombrello protettivo dello Stato approfittando del posto fisso per lavorare poco e male. Di contro, il comparto del lavoro privato è sì una vera e propria giungla, ma dove si produce la ricchezza del Paese e dove tutto funziona a meraviglia. Ecco confezionato il capro espiatorio perfetto da offrire allo scontento dell’opinione pubblica: lo statale fannullone15.
Declino della Pubblica Amministrazione.
Le criticità dei servizi pubblici hanno cause ben precise. Esemplare è il caso delle Funzioni Centrali16. Questa categoria è passata da 330.401 dipendenti nel 2001 (9,4% sul totale della Pubblica Amministrazione) a 205.204 nel 2023 (6,2%)17. Un drastico calo di personale originato da almeno dieci anni di riduzione, se non addirittura di blocco totale del turn over, che ha lasciato nella maggior parte degli uffici pesanti vuoti di organico. Vuoti che obbligano il personale a lavorare in condizione di perenne emergenza. Il mancato ricambio di personale per un periodo così lungo ha poi comportato un forte invecchiamento della forza-lavoro, la cui età media si attesta oggi poco al di sotto dei 50 anni, il che si traduce nel fatto che le fasce di età più rappresentative sono quelle comprese tra i 55 e i 64 anni. Non basta. Per rispondere alle richieste dell’utenza una parte di questo stesso personale è costretto a svolgere più mansioni e persino mansioni superiori che non vengono né riconosciute né retribuite. Non basta ancora. L’affidamento a società esterne di molti compiti prima eseguiti direttamente dalle amministrazioni pubbliche non è servito né serve tutt’oggi a lubrificare il processo produttivo, tanto meno a migliorare in maniera tangibile la qualità dei servizi. E la tecnologia? Può rappresentare un ancora di salvezza? Non sembrerebbe, perché nonostante cospicui investimenti l’informatizzazione non ha eliminato il cartaceo, tende a creare sovrapposizioni e ridondanze organizzative che moltiplicano la burocrazia interna, dilatando le posizioni apicali e le funzioni di responsabilità connesse ad attività di indirizzo, controllo e vigilanza con relativi audit e processi di valutazione della ‘performance’18. La dirigenza è prevalentemente assunta attraverso meccanismi di selezione pubblica che dovrebbero garantirne l’imparzialità e l’oggettività. Ma, a parte le italiche piaghe della raccomandazione e del nepotismo, le stesse norme prevedono anche la possibilità di assegnare un certo numero di incarichi dirigenziali in via fiduciaria e personale sia a dipendenti interni delle amministrazioni che a professionisti esterni, scavalcando le normali procedure selettive. Non c’è bisogno di essere esperti di Pubblica Amministrazione per prevedere quanto una simile discrezionalità possa scatenare favoritismi, clientele, camarille. Il cahiers de doléances è così lungo che talvolta viene da domandarsi come facciano certi uffici pubblici a restare aperti. Non sarà l’unica risposta, ma di sicuro restano aperti anche grazie ai bistrattati travet che giorno per giorno trovano il modo per mandare avanti la baracca. Questa è la realtà di uno spicchio del pubblico impiego. Una realtà che non è sotto i riflettori, il cui declino può essere fermato invertendo la politica tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea.
Scostamenti dallo stereotipo.
L’immagine dell’impiegato pubblico ha subito di recente alcuni scostamenti dallo stereotipo dello statale fannullone. Una causa è stata la pandemia da Covid 19 (2020-2023). Il Paese ha retto all’emergenza sanitaria anche e soprattutto perché i dipendenti pubblici hanno sorpreso tutti i loro detrattori e fatto funzionare la macchina dello Stato. Giornalisti, politici, giuslavoristi, economisti che fino al giorno prima sui quotidiani e in TV seminavano il dubbio che nel pubblico impiego non esistesse una vera corrispondenza tra lavoro e retribuzione, hanno iniziato a chiamarli “I volti della Repubblica”. Una riabilitazione tanto repentina quanto tartufesca perché passata la pandemia si è tornati alle politiche di contenimento della spesa pubblica, in particolare per scuola, sanità, welfare e ministeri, mentre sulla fronte del dipendente pubblico ritornava ad essere ben esposto il marchio dell’improduttività. Un’altra causa che ha contribuito allo scostamento dallo stereotipo va ricercata nel mutamento del mondo del lavoro. Ad eccezione della dirigenza e dei profili funzionariali più elevati, il travet pubblico ha sempre guadagnato mediamente poco. Il che per lungo tempo ha contribuito alla diffusione di una certa tolleranza rispetto all’applicazione delle regole del lavoro subordinato nel mondo statale. Così, ad esempio, nessuno ha mai indagato più di tanto sul livello di impegno degli statali durante l’attività di servizio o se nel tempo libero svolgessero un secondo lavoro in nero. Questo tacito patto è stato fortemente intaccato, se non decisamente rotto, da diversi fattori: introduzione di regole più restrittive, drastica riduzione di personale in molte amministrazioni, violente campagne stampa contro la “piaga” dell’assenteismo, esasperazione mediatica della contrapposizione tra lavoro pubblico e lavoro privato, maggiori controlli fiscali, crisi economica permanente, maggiore disponibilità per le imprese di forza-lavoro a basso costo e così via. Basse retribuzioni e prestigio sotto i tacchi hanno contribuito a generare un fenomeno nuovo. L’ondata di concorsi pubblici arrivata grazie ai finanziamenti che la Pubblica Amministrazione ha ricevuto in nome degli obiettivi del PNRR19 non ha visto il solito assalto di partecipanti e ha conosciuto qualcosa di impensabile fino a poco tempo prima: cospicue rinunce da parte dei vincitori. Evento che ha fatto gridare a una compiaciuta stampa la fine dell’attrazione per il posto fisso. In realtà per i vincitori di concorso trasferirsi da una regione all’altra comporta spese insostenibili per stipendi che si aggirano sui 1.500 euro al mese. E in generale i numerosi concorsi pubblici non hanno dato i risultati sperati perché le remunerazioni del pubblico impiego sono comunque troppo basse per la gran parte degli impiegati; allo stesso tempo il costo della vita è sempre più alto e l’economia sommersa non più in grado come in passato di assorbire forza lavoro20. Dopo aver perso l’onore, una sostanziosa fetta di impiegati pubblici a basso reddito è precipitata nel girone infernale degli working poor.
Il prestigio: un attributo assai elastico.
Gli scostamenti dall’immagine dello statale fannullone evidenziano come il prestigio di una categoria professionale sia elastico e, nel nostro caso, dipenda soprattutto dalla valutazione di poteri esterni: economico, mediatico, politico. Di volta in volta sono questi poteri a decretare in larga misura il disprezzo o l’apprezzamento sociale dei dipendenti pubblici. E i soggetti sottoposti a questo giudizio hanno scarse possibilità di replica. I sindacati del pubblico impiego, come peraltro quelli di tutte le altre categorie, non possiedono network televisivi né catene di giornali. Perciò fanno quello che possono, ma non hanno mezzi di comunicazione così potenti da imbastire una contro-narrazione in grado di rimuovere i pregiudizi intorno alla figura dello statale. In definitiva, sul piano dell’immagine, il dipendente pubblico è in balia di forze sulle quali ha scarsa influenza. Perciò si trova sempre sulla difensiva. Ad eccezione della parentesi pandemica, giornalisti, politici e imprenditori si accorgono di questo soggetto per gridare allo scandalo quando lo si coglie in difetto o quando i servizi pubblici non funzionano. Un martellante storytelling ruota intorno a una dicotomia tanto semplice quanto inesatta: il mondo del lavoro pubblico è il regno dell’approssimazione e dell’indifferenza per i disagi degli utenti, il mondo del lavoro privato è il regno dell’organizzazione e della ricerca di soddisfazione per i clienti.
Statali poveri e imprenditori poveri: due facce dello stesso sistema.
Per quanto si trovi al vertice del prestigio sociale la figura dell’imprenditore non è affatto nitida. Cosa ha a che fare una ditta individuale col titolare di un’azienda con 200 dipendenti? Ben poco. Eppure entrambi sono considerati imprenditori: uno micro e l’altro medio. Questo paragone indica che non tutti gli imprenditori sono uguali. Ma tutti tentano la scalata sociale. Se si considera che il 79% delle imprese italiane censite dall’ISTAT ha meno di 10 dipendenti e che un altro 18,5% è compreso nella fascia tra 10 e 49 addetti21, la mobilità di questi imprenditori si esaurisce in larga misura nell’entrare a far parte della piccola e media borghesia, nel confermarne l’appartenenza o nel passare al gradino immediatamente superiore rispetto a quello di provenienza. Naturalmente possono esserci salti molto più ampi. Ma costituiscono più l’eccezione che la regola. Se poi guardiamo il popolo delle partite IVA22 molte di queste attività nascono perché non c’è lavoro e se c’è è sottopagato. Nascono cioè più per la necessità di sbarcare il lunario che per vocazione al business e questa condizione contribuisce a spiegare perché i coscritti all’imprenditorialità abbiano spesso difficoltà ad affrontare i marosi del mercato. Se il prestigio è “l’ombra del denaro e del potere”23, allora, anche il mondo dell’impresa privata ha i suoi ultimi nella gerarchia del successo sociale, come nel mondo della Pubblica Amministrazione. Ma si tratta di ultimi speciali. Non è affatto infrequente che siano laureati (avvocati, psicologi, sociologi, giornalisti, insegnanti, editor, interpreti, ricercatori ecc.), oppure professionisti (laureati e non) in possesso di un curriculum e/o di una specializzazione conseguiti alla fine di un percorso formativo di tutto rispetto (informatici, pittori, lavoratori dello spettacolo ecc.). Passando sul fronte del pubblico impiego sappiamo che anche in questo caso al suo interno sussistono grandi disomogeneità: di status, di reddito, di prestigio. Cosa ha a che fare l’addetto al protocollo col direttore generale? Ben poco, se non appartenere alla medesima amministrazione. Né più e né meno come in un’azienda privata. Dunque la scarsità di prestigio colpisce sia le fasce basse dei dipendenti pubblici sia le fasce basse degli imprenditori. Che cosa distingue i primi dai secondi? Che l’imprenditore opera in funzione del profitto personale e, almeno in potenza, può diventare milionario. Mentre l’impiegato dello Stato è al “servizio esclusivo della Nazione”24, opera in funzione dell’utilità sociale ed è rigorosamente tenuto a non servirsi della sua posizione per perseguire l’arricchimento personale. Le prospettive di avanzamento economico del dipendente pubblico sono regolate da norme di legge e la sua carriera può svilupparsi solo all’interno di percorsi disseminati di limiti, prescrizioni e controlli: il titolo di studio, i concorsi, i premi legati alla produttività e così via. Si tratta tuttavia di barriere molto porose per una serie di fattori: lo stesso titolo di studio si può ottenere leggendo ponderosi volumi o sfogliando le esili dispense di qualche università on-line; i sempre più numerosi concorsi con questionari a risposta multipla rendono la preparazione dei candidati meno necessaria della fortuna che occorre nel piazzare le crocette sulle caselle giuste; le valutazioni sulla produttività individuale risentono della concorrenza sleale dei raccomandati. In definitiva, a differenza dell’imprenditore lo statale non naviga nel mare aperto del mercato e allo stesso tempo non corre sui binari di regole sicure uguali per tutti. La sua dimensione è quella di trovarsi impantanato in una palude di prescrizioni che vanno e vengono, a volte incomprensibili, spesso insormontabili, rispetto alle quali avverte una sensazione di impotenza e di estraneità, finendo per diventare un coscritto della norma.
Gli statali purosangue.
Quando nei talk show si parla degli statali il più delle volte si prende un grosso abbaglio perché lo statale povero e disonorato, oggetto privilegiato della discussione, non è propriamente uno statale. Non lo è su un piano essenziale: quello contrattuale. Dagli anni ’90 una parte preponderante del pubblico impiego è subordinata alle disposizioni del Libro V del Codice Civile e all’applicazione del diritto privato al rapporto di lavoro. Con importanti conseguenze in termini di disciplina della contrattazione collettiva e, soprattutto, di assegnazione al datore di lavoro pubblico (leggasi dirigenza) del potere di gestione e organizzazione del lavoro tipico del datore di lavoro privato. Per il personale non dirigente i settori interessati alla “privatizzazione” del rapporto di lavoro sono: Funzioni Centrali (205.204 dipendenti); Funzioni Locali (493.967); Sanità (701.170); Istruzione e Ricerca (1.306.941 dipendenti, di cui 1.222.015 nella Scuola)25. Ma se il personale non dirigente si è, per così dire, ibridato per effetto della privatizzazione del rapporto di lavoro, allora chi sono gli statali purosangue? Sorprendentemente sono proprio quelle categorie che appartengono alle élite professionali pubbliche e che non si percepiscono né sono percepite come statali. Categorie che hanno mantenuto le prerogative e le caratteristiche del vecchio ordinamento pubblicistico e, pertanto, non sono contaminate dai principi, tipicamente privatistici, ispirati a produttività, misurazione e valutazione della performance, adozione di meccanismi oggettivi per la verifica della corrispondenza fra qualità del lavoro e retribuzione. Ne fa parte il personale dello Stato in regime di diritto pubblico e comprende: Magistrati (10.797); Professori e ricercatori universitari (51.324); Carriera diplomatica (1.068); Carriera prefettizia (1.058); Carriera penitenziaria (282); Corpi di polizia (303.706); Forze armate (175.117); Vigili del fuoco (35.970).
Lo statale eroe dei media.
Sul piano del prestigio gli statali non sono tutti uguali. Ma c’è davvero chi è più uguale degli altri e svetta sopra la massa disonorata dei colleghi: il commissario, l’agente segreto, il soldato, l’astronauta. Quattro personaggi cine-televisivi di così grande appeal da non conoscere l’usura del tempo e da apparire sotto una luce che lascia nell’ombra la loro appartenenza allo Stato. Eppure sono anch’essi dipendenti pubblici pagati coi soldi dei contribuenti. Come si conciliano questi eroi dello schermo con l’immagine dello statale fannullone? Non si conciliano. Siamo dinanzi a una contraddizione. Ma una contraddizione produttiva risolta sul piano comunicativo attraverso il romanzo, lo schermo, lo spettacolo. Il commissario, l’agente segreto, il soldato e l’astronauta non sono raccontati come lavoratori. E in effetti non timbrano il cartellino, non hanno un orario da rispettare, non scioperano. Di solito le organizzazioni di cui fanno parte rimangono sullo sfondo. In primo piano c’è l’autonomia, il genio, il coraggio del singolo. Qualità che permettono di uscire dall’anonimato, di deviare dal protocollo, di affascinare. Il prestigio di questi personaggi è essenzialmente dovuto all’essere fabbricanti della propria storia e in definitiva la loro storia ha successo anche perché rappresenta al grande pubblico la negazione dell’essere statali. Si tratta di una finzione perché di fatto lo sono. D’altra parte, in una società di narcisisti come la nostra chi vorrebbe identificarsi con un oscuro impiegato dell’anagrafe?
Potere senza prestigio/1.
A prescindere dai difetti e dalle manchevolezze in cui cadono i burocrati di tutti i tempi, ci sono stati momenti storici in cui la burocrazia statale ha goduto di un forte prestigio in funzione del suo compito politico principale: cementare la nazione. È stato così nel Celeste Impero, nella Francia napoleonica, all’epoca di Bismarck. Con l’ascesa del neoliberismo (dagli anni’80 a oggi) la politica si è vista progressivamente sottrarre spazi di manovra. Nel senso che le decisioni più importanti sono dettate dall’economia. Dinanzi alla quale i partiti più grandi sono da decenni subordinati finendo per diventare sempre meno distinguibili gli uni dagli altri. Un appiattimento che ha condotto alla loro generalizzata perdita di credibilità, a urne elettorali sempre più deserte, all’aumento della povertà e alla caccia allo statale. Può la politica smettere di arretrare? Potrebbe farlo partendo dalle posizioni storicamente acquisite. I governi nazionali dirigono una massa di oltre tre milioni di dipendenti pubblici e gestiscono i proventi del gettito fiscale. In breve, lo Stato è, tra le altre cose, il più grande datore di lavoro di ogni Paese avanzato, il detentore di un enorme tesoro da distribuire nella società, il possessore di inestimabili banche-dati, il manovratore della leva fiscale, il detentore della violenza legale, il garante dell’ordine sociale. Politica e burocrazia hanno quindi ancora un ruolo strategico nella conduzione della società. Il problema è che questi poteri godono di sempre meno prestigio. E sembra che non siano interessati più di tanto a recuperarlo. Mentre di sicuro sono interessati alla propria sopravvivenza come ceto. Per questo motivo cercano di accattivarsi il potere economico smantellando la macchina dello Stato e dando il colpo di grazia all’immagine del “Servitore dello Stato” per sostituirla con quella del manager sulla scorta di quanto avviene nel mondo del lavoro privato. L’aziendalizzazione della Pubblica Amministrazione si riduce quasi sempre a tagli del personale, riduzione di investimenti, esternalizzazioni. Le vicende delle Funzioni Centrali (ma si possono aggiungere quelle della Sanità e della scuola) sono la dimostrazione lampante di un fallimento politico che manda in crisi la coesione sociale e indebolisce il Paese nel suo complesso. La Pubblica Amministrazione, mandata avanti dai bistrattati statali, non può funzionare con criteri aziendalistici a causa, o in virtù, del suo fine: soddisfare i bisogni della collettività e non le esigenze del profitto privato. Come stimare il prolungamento medio della vita grazie a una buona sanità pubblica? Come stimare un alto livello d’istruzione di studenti che escono dalla scuola e dall’università? Come stimare il salvataggio di un bosco grazie all’intervento dei Vigili del Fuoco o l’assicurazione alla giustizia di un criminale, la restaurazione di una cattedrale colpita dal terremoto, la verifica delle attrezzature antinfortunio in un cantiere edile? Niente di tutto questo si può stimare, né si può prevedere con un modello matematico, perché non tutto è misurabile, non tutto è quantificabile. Il bene della collettività è inestimabile. A questo serve la Pubblica Amministrazione. Distoglierla da tale compito significa navigare verso l’anomia26.
Potere senza prestigio/2.
Il potere economico bussa alle porte del potere politico minacciando di sfondarle. E così il ministro di turno si inventa una riforma della Pubblica Amministrazione e del pubblico impiego27 per soddisfare le richieste delle associazioni degli imprenditori e soprattutto per passare alla storia. Infatti, tutte le grandi riforme del lavoro pubblico succedutesi negli ultimi quattro o cinque decenni portano scolpito in epigrafe il nome del ministro che le ha promosse: Giannini, Frattini, Cassese, Bassanini, Brunetta, Renzi, Madia e, ai nostri giorni, Zangrillo. Riforme puntualmente naufragate dinanzi alla complessità dei problemi accumulati nel tempo e a valle delle quali oggi rimane ben poco. Quel che resta è una Pubblica Amministrazione fatta a pezzi: riduzione del numero dei dipendenti, servizi pubblici affidati a precari, alcune fasce di lavoratori pagate il meno possibile, limitazione del diritto allo sciopero, svuotamento dell’istituto della contrattazione, aumento del potere discrezionale della dirigenza e, dulcis in fundo, crescente scontento dei cittadini. Un’opera di demolizione che è avvenuta e avviene per la mancanza di coraggio del corpo politico di rivendicare la propria autonomia. Un’autonomia che il potere economico non è più disposto a concedere, mentre corrode quel poco che resta della reputazione dei politici con l’arma della corruzione e deprimendo il ruolo dello Stato tramite una gigantesca evasione fiscale.
Democratizzare la Pubblica Amministrazione.
Le pressioni a cui è sottoposto l’impiegato dello Stato finiranno per stritolarlo? I bassi redditi della Pubblica Amministrazione potranno liberarsi dalla condizione di capro espiatorio? L’innovazione tecnologica ridurrà drasticamente i loro posti di lavoro? Non possiamo prevederlo. Possiamo però prendere atto dell’attivismo dei sindacati del pubblico impiego per tutelare i diritti dei dipendenti, per migliorare l’organizzazione del lavoro e la qualità dei servizi pubblici mentre sta prendendo sempre più piede la consapevolezza della necessità di contrattare l’algoritmo. Resta da chiedersi come i working poor della Pubblica Amministrazione possono ritrovare la loro rispettabilità nel dibattito pubblico. Una strada c’è: dargli il diritto di parola. Sembrerebbe una cosa scontata ma così non è. E così non è perché ampi settori della Pubblica Amministrazione sono ancora oggi gestiti con criteri che impediscono, per precisa volontà politica, la partecipazione dei lavoratori. Una tendenza che si sta inasprendo. Ormai non c’è decisione che non sia calata dall’alto. Persino l’organizzazione del lavoro all’interno degli uffici non è oggetto di trattativa con i sindacati. Non parliamo di decisioni che impattano in maniera duratura sull’operatività delle amministrazioni. Prendiamo il caso del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO)28 a cui devono attenersi i ministeri e il cui scopo è quello di mettere ordine nella giungla di adempimenti programmatici che gravano sulle amministrazioni pubbliche. Bene, questo Piano, così come quelli che contiene al suo interno, è frutto di decisioni prese dalla politica e dall’alta burocrazia senza il minimo coinvolgimento dei diretti interessati: coloro che lo debbono applicare. Risultato: il PIAO non semplifica l’attività amministrativa, anzi la complica, perché è avulso dalle concrete condizioni di lavoro di gran parte uffici che afferiscono ai ministeri. Il motivo? Non sono stati consultati i soggetti che conoscono, per esperirla ogni giorno sul campo, la realtà operativa degli uffici: i lavoratori e i loro rappresentanti. Si potrebbero fare decine di esempi come questo per dimostrare che la maggior parte delle criticità della Pubblica Amministrazione dipendono dalla cultura politica con cui i decisori insediati dai partiti si relazionano con i dipendenti e in particolare con quelli che si trovano nella fascia medio-bassa della scala gerarchica. Una cultura elitaria, verticistica, qualche volta sabauda, altre volte bizantina. Una cultura restia a comprendere che la convivenza tra potere politico e potere della burocrazia passa oggi per un ascolto attivo nelle relazioni industriali e per nuove forme di orizzontalità nell’organizzazione del lavoro. A guadagnarci sarebbero tutti: i politici, gli statali, le imprese e, soprattutto, i cittadini che fruiscono dei servizi pubblici.
*Desidero ringraziare il dottor Marco Biagiotti per i preziosi consigli che mi ha dato durante l’elaborazione di questo saggio e per la pazienza con cui ha letto le varie stesure.
L’innovazione tecnologica è esclusa da questo elenco perché, per il momento, non è un soggetto autonomo dotato di una propria intenzionalità né portatore di propri specifici interessi. Tuttavia, costituisce un ulteriore elemento di pressione sul pubblico impiego che va menzionato sia per l’incidenza che ha sulla trasformazione e sull’organizzazione del lavoro, sia per i rischi occupazionali che comporta. ↩︎
Proprio per la sua connotazione negativa da tempo il sostantivo statale è caduto abbastanza in disuso e spesso utilizzato è in senso dispregiativo. Al suo posto si preferisce la definizione “dipendente pubblico”. Definizione che però non si sottrae allo stigma perché la narrazione dominante dà per scontato che il privato sia sempre meglio del pubblico. Perciò i due termini (statale e dipendente pubblico) sono qui considerati come equivalenti. In attesa della sua definitiva scomparsa, la parola statale resta ancora in uso come aggettivo (la Statale di Milano, strada statale, incentivi statali ecc.). ↩︎
Naturalmente lo stesso trattamento non è riservato agli episodi di mala imprenditoria di cui la stampa non dà notizia, o, se è costretta a darla (come nel caso delle morti sul lavoro) lo fa in maniera neutra. Allo stesso tempo la quasi totalità della stampa è impegnata in una campagna permanente di glorificazione della figura dell’imprenditore privato, di diffusione dell’ideologia neoliberista, di esaltazione dell’individualismo proprietario e così via. ↩︎
Si veda la piattaforma del Conto annuale, contoannuale.rgs.mef.gov.it/en/web/sicosito/struttura-personale/occupazione ↩︎
Si tratta del più piccolo fra i quattro “Comparti” in cui è suddiviso il personale delle pubbliche amministrazioni, (Funzioni Centrali, Funzioni Locali, Istruzione e Ricerca, e Sanità), al cui rapporto di lavoro, ‘privatizzato’ in seguito alle riforme degli anni ’90, si applicano le norme del Codice civile (complessivamente, i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro di natura privatistica sono oggi circa 2milioni e 700mila. Cfr., più oltre, il paragrafo: “Gli statali purosangue”). Alle Funzioni Centrali appartengono amministrazioni pubbliche quali: Ministeri, Agenzie Fiscali (Agenzia delle Entrate; Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; Agenzia del demanio) ed Enti Pubblici non economici: Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS); Automobile Club d’Italia (ACI); Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL); Croce Rossa Italiana (CRI); Ente nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ecc. ↩︎
I 50,2 miliardi restanti sono destinati a spese quali oneri sociali, IRAP e altre voci. ↩︎
Si veda al riguardo il recente rapporto AGID, La spesa ICT nella PA italiana. Percorsi e trend in atto 2022-2025. Reperibile in Rete: https://www.agid.gov.it/sites/agid/files/2025-05/Rapporto_La_spesa_ICT_nella_PA_2024.pdf. ↩︎
Esemplare in questo senso è la vicenda della Apple. Tra le pubblicazioni non agiografiche si veda in proposito, E. Morozov, Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Codice edizioni, Torino, 2012, Sul rapporto tra Stato e mercato la letteratura è vastissima. Per restare all’oggi e al nostro argomento ci limitiamo a segnalare M. Mazzucato, Lo Stato imprenditore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato, Laterza, Bari-Roma, 2014. ↩︎
In punta di diritto i dipendenti di un Comune, di una Regione, di un’Asl, di una Camera di Commercio, di un un’Azienda pubblica di servizi alla persona, di un’Agenzia per la protezione ambientale, ecc. non sono da considerare propriamente statali. I quali, invece, sono senz’altro i dipendenti delle Funzioni Centrali (vedi nota n. 5). Ma sulla stampa, nel dibattito politico sui media, nella percezione comune queste distinzioni valgono poco o nulla e non si differenzia l’impiegato di un ministero da quello di una Città Metropolitana, l’insegnante di un liceo dal tecnico di un Istituto di ricovero e cura, il professore di musica di un Conservatorio dall’ispettore di materiale rotabile ferroviario, il restauratore di monumenti dall’addetto a uno spolettificio militare. In virtù di questa generalizzazione abbiamo proposto una visione allargata dello statale al fine di smontare lo stereotipo che bolla negativamente questa figura nel discorso pubblico e nel senso comune. ↩︎
Non di rado nelle amministrazioni pubbliche convivono dipendenti che svolgono segmenti complementari di attività, ma che non dipendono giuridicamente dallo stesso datore di lavoro. È il caso dei dipendenti in regime di somministrazione. Lavorano fianco a fianco con i loro omologhi statali ‘doc’, rispondano al medesimo dirigente statale e tuttavia sono formalmente dipendenti di un’agenzia esterna. ↩︎
Si tratta di una élite ben più larga delle professioni appena elencate. Élite che, tra le altre, comprende la dirigenza di società a partecipazioni pubbliche e a controllo pubblico (statali, regionali, comunali ecc.). La dirigenza delle partecipate/controllate (e del personale che ci lavora) si considera a tutti gli effetti privata perché è esentata dalle regole (organizzazione del lavoro, standard di produttività, livelli retributivi ecc.) che lo Stato applica ai propri dipendenti. Tuttavia, la presenza dello Stato, delle Regioni, degli Enti Locali solleva in tutto, o in larghissima parte, queste società dal rischio di impresa rendendole attività private molto più nella forma che nella sostanza. Solo per dare un’idea della selva di cui stiamo parlando vale la pena riportare l’elenco delle partecipazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze: 1.1 Società quotate: Banca Monte Paschi di Siena S.p.A. (11,73%); Enav S.p.A. (53,28%); Enel S.p.A. (23,59%); Eni S.p.A. (4,34%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 25,76%]; Leonardo S.p.A. (30,20%); Poste italiane S.p.A. (29,26%) [Cassa depositi e prestiti S.p.A. detiene una partecipazione del 35%]. 1.2 Società con strumenti finanziari quotati: Amco S.p.A. Asset management company S.p.A. (100%); Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’impresa S.p.A. (Invitalia) (100%); CDP – Cassa depositi e prestiti S.p.A. (82,77%); Fs – Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. (100%); Rai – Radio televisione italiana S.p.A. (99,56%). 1.3 Società non quotate: Arexpo S.p.A. (39,28%); Consap – Concessionaria servizi assicurativi pubblici S.p.A. (100%); Consip S.p.A. (100%); Equitalia giustizia S.p.A. (100%); Eur S.p.A. (90%); Gse – Gestore dei servizi energetici S.p.A. (100%); Invimit Sgr – Investimenti immobiliari italiani società di gestione del risparmio S.p.A. (100%); Ipzs – Istituto poligrafico e zecca dello Stato S.p.A. (100%); Istituto luce – Cinecittà srl (100%); Mefop – Società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione S.p.A. (59,05%); Ram – Rete autostrade mediterranee S.p.A. (100%); Sogei – Società generale di informatica S.p.A. (100%); Sogesid S.p.A. (100%); Sogin – Società gestione impianti nucleari S.p.A. (100%); Sose – Soluzioni per il sistema economico S.p.A. (88,8%); Sport e salute S.p.A. (100%); STMicroelectronics holding N.V. (50%); Studiare sviluppo S.r.l. (100%).https://www.de.mef.gov.it/it/attivita_istituzionali/partecipazioni/elenco_partecipazioni/index_bak.html ↩︎
Articolo 4 del decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165: “Indirizzo politico-amministrativo. Funzioni e responsabilità”. ↩︎
Per fare un esempio, non manca chi ha proposto di valutare l’efficienza degli impiegati che lavorano agli sportelli di contatto con il pubblico attraverso l’uso di faccine colorate (www.bollettinoadapt.it/a-tu-per-tu-con-lautore-intervista-a-pietro-ichino-sul-lavoro-pubblico/) la cui incidenza, presumibilmente, andrebbe poi utilizzata per graduare le retribuzioni. Ma un esempio meno rapido e oltremodo impegnativo è costituito dalle “Linee guida per il Sistema di Misurazione e Valutazione della performance” per i Ministeri, (n. 2, dicembre 2017) emanate dall’Ufficio per la valutazione della performance del Dipartimento della Funzione Pubblica e tutt’ora valide. Il documento contiene una piccola summa di managerialità in salsa burocratico-amministrativa che mette a dura prova la comprensione di chiunque non abbia fatto parte del team di estensori. Ciò dà l’idea di come l’iper-complessità gestionale della macchina pubblica sia spesso frutto dei tortuosi e dispersivi meccanismi di funzionamento che essa stessa si impone. (Si veda: https://performance.gov.it/system/files/LG-SMVP_29_dicembre_2017.pdf). ↩︎
Fino a qualche tempo fa non era sempre così. Figure come l’insegnante, in particolare di liceo, godevano di un buon prestigio sociale anche se il reddito non era particolarmente elevato. Con la progressiva americanizzazione della società italiana il prestigio di un individuo è sempre più rapportato alla variabile economica. ↩︎
Va segnalato che negli ultimi anni il tentativo di istituzionalizzare lo stereotipo statale fannullone è avvenuto indirettamente, ma inequivocabilmente, attraverso l’attacco al salario di produttività uguale per tutti (ovviamente secondo la qualifica). Attacco rappresentato dal cosiddetto ‘Ciclo della performance’. Si tratta di una lunga sequela di articoli di legge introdotti dalla c.d. “riforma Brunetta” del 2009 e poi più volte modificati, che definiscono un complicato intreccio di regole per misurare e valutare la produttività dei dipendenti pubblici, allo scopo di differenziare la retribuzione individuale. Nella sua versione originaria il meccanismo prevedeva che il 25% dei dipendenti fosse considerato d’ufficio fannullone. Allo scopo il personale fu suddiviso in tre fasce: 25% dei più bravi avrebbero ricevuto il premio di produttività per intero; per il 50% della fascia centrale il premio sarebbe stato dimezzato; il restante 25%, in fondo alla classifica, non avrebbe avuto niente. In pratica, questo aspetto del sistema di misurazione non fu mai applicato, ma l’ossessione per misurare la qualità delle prestazioni lavorative dei pubblici dipendenti e per escogitare sistemi di differenziazione dei salari individuali su base meritocratica continua a ispirare le riforme di tutti i governi, compreso l’attuale. ↩︎
Sulla composizione di questo Comparto della Pubblica Amministrazione si veda la nota n. 5. ↩︎
Dati della Ragioneria Generale dello Stato pubblicati sulla piattaforma del Conto annuale, (contoannuale.rgs.mef.gov.it), aggiornati al 12 dicembre 2024. ↩︎
Su questo specifico aspetto ci sia consentito rinviare a P. Paolinelli, Transizioni digitali. Sindacato, lavoro privato e pubblico impiego nell’era hi-tech, Arcadia Edizioni, Roma 2019. ↩︎
L’attività delle pubbliche amministrazioni è trasversale a tutte le “missioni” in cui si articola il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Le risorse stanziate sono pari a 194,4 miliardi di euro ripartite in 7 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute; REPowerEU. Il Piano promuove anche un’ambiziosa agenda di riforme, e in particolare, le quattro principali riguardano: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione, competitività. ↩︎
Per colmare il vuoto di organici dei ministeri, la Legge di bilancio 2025 (L. 207/2024, art. 1, comma 165) ha previsto la possibilità di trattenere in servizio fino al compimento del settantesimo anno di età (e nel limite massimo del 10% dei posti disponibili) il “personale, dirigenziale e non dirigenziale, di cui, ad esclusiva valutazione dell’amministrazione, si renda necessario continuare ad avvalersi anche per far fronte ad attività di tutoraggio e di affiancamento ai nuovi assunti e per esigenze funzionali non diversamente assolvibili”. Per dare attuazione a tale previsione legislativa, nel gennaio 2025 il Ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha emanato disposizioni applicative che: 1) non attribuiscono al lavoratore alcun diritto o automatismo al trattenimento in servizio, né prevedono la presentazione di richieste in tal senso; 2) attribuiscono esclusivamente alle amministrazioni il potere di individuare il personale di cui ritiene necessario il trattenimento in servizio; 3) condizionano la possibilità di trattenimento alla valutazione del merito e al consenso dell’interessato. ↩︎
ISTAT, Censimento permanente delle imprese 2023: primi risultati, https://www.istat.it/comunicato-stampa/censimento-permanente-delle-imprese-2023-primi-risultati/ ↩︎
A dicembre 2024 erano 498.631. Fonte: MEF. Dipartimento delle Finanze, Osservatorio sulle partite IVA, “Sintesi dei dati delle aperture nell’anno 2024”. www1.finanze.gov.it/finanze/osiva/public/report_ann.php?req_classe=01&req_contrib=OSIVA&req_tema=02&req_pag=1 ↩︎
C. Wright Mills, Le élite del potere, Feltrinelli, Milano, 1973, (3), pag. 84. ↩︎
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 98. ↩︎
La Ragioneria Generale dello Stato conteggia poi a parte altri 41.250 dipendenti appartenenti a speciali categorie di amministrazioni dotate di particolare autonomia gestionale e amministrativa (es.: Presidenza del Consiglio, Autorità indipendenti ecc.). Dati aggiornati al 12 dicembre 2024 e riferiti al 2023. ↩︎
Non necessariamente questa navigazione porta a infrangersi sugli scogli. E in una fase di transizione come l’attuale le classi dominanti utilizzano un’anomia controllata per gestire la società. Nel disordine, nell’iper-complessità, nell’incertezza elevata a sistema continuano a governare. Resta da vedere fino a che punto le classi subalterne possono sopportare di vivere e lavorare in un modello sociale dove regna la legge del più forte. ↩︎
Detto in breve la riforma della Pubblica Amministrazione riguarda l’assetto e l’organizzazione delle strutture. Per esempio, il decentramento amministrativo della fine anni ’90. Mentre per riforma del pubblico impiego si intende la trasformazione delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e delle condizioni di lavoro. Per esempio l’introduzione di nuovi strumenti di valutazione della produttività. ↩︎
Il PIAO riunisce in un unico documento i Piani periodici adottati dalle pubbliche amministrazioni: Piano dei fabbisogni, Piano delle azioni concrete, Piano per l’utilizzo delle dotazioni strumentali e informatiche, Piano della performance, Piano di prevenzione della corruzione, Piano organizzativo del lavoro agile (POLA), Piano di azioni positive. Una quantità incalcolabile di tempo e di energie delle amministrazioni se ne va per stare dietro a tutti questi Piani, che purtroppo non rendono più efficiente la Pubblica Amministrazione. ↩︎
Nel corso degli ultimi decenni, la cosiddetta “domanda di sicurezza” dei cittadini è passata da esigenza personale a tema collettivo ed invero, le città, non sono solo spazi fisici, ma spesso diventano veri e propri campi di tensione tra, percezione del pericolo, pratiche di controllo del territorio e politiche locali tese alla prevenzione.
Il bisogno di sicurezza, dallo psicologo Abraham Maslow, inteso come esigenza primaria, non è solo una questione di protezione fisica, ma si puo’ considerare – anche e soprattutto – una garanzia per la stabilità sociale e psicologica di ogni singola comunità. Però, l’insicurezza non coincide sempre con l’aumento dei reati. Come osservava il sociologo W.I. Thomas, se gli uomini definiscono come reali, determinate situazioni, esse stesse diventano reali nelle loro conseguenze; infatti, le percezioni distorte che generano la paura, producono effetti concreti, quali ad esempio, spingere le persone a chiudersi, ridurre l’uso degli spazi pubblici e influire, in ultimo, anche sulle scelte politiche locali.
Per meglio comprendere la richiesta di sicurezza che perviene dalla società civile, è necessario approfondire i concetti di pericolo, rischio e minaccia e come questi incidono nella percezione dell’opinione pubblica. In breve si possono ben evidenziare le tre dimensioni:
Il pericolo, quale evento naturale o esterno.
Il rischio, quale conseguenza di decisioni umane.
La minaccia, che introduce la volontà ostile dell’altro.
Spesso si crea confusione tra questi predetti concetti dimensionali e si sposta l’attenzione, dalle responsabilità sistemiche, alle figure sociali che, via via, vengono percepite – quasi sempre erroneamente – come “nemiche”; in tal modo, l’insicurezza può diventare anche, aldilà degli schieramenti posizionali ed ideologici dei partiti, uno strumento di consenso politico. A ben guardare, sin dal 1993, le città italiane hanno sviluppato strategie di sicurezza più articolate, fondate sulla collaborazione tra lo Stato e le autonomie locali, previste nella nostra Costituzione Repubblicana. Tale condizione legislativa ed istituzionale, permette di poter parlare di nuova prevenzione, con un approccio ibrido che supera la rigida distinzione ideologica tra, sicurezza sociale e sicurezza situazionale.
Volendo, sinteticamente, elencare i passaggi normativi che hanno segnato questa evoluzione, possiamo evidenziare: dapprima, la riforma del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, che li rende responsabili diretti della sicurezza locale e poi, la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che riconosce alle autonomie locali competenze in materia di ordine pubblico; in ultimo, cronologicamente, l’art. 54 del Testo Unico degli Enti Locali (riformato nel 2008), che attribuisce ai sindaci poteri contingibili e urgenti, per la tutela dell’incolumità pubblica. Con il cosiddetto Decreto Maroni del 5 agosto 2008, la sicurezza urbana è definita, per la prima volta, come bene pubblico da tutelare ed il testo normativo ha compreso, in tale siffatta accezione, la vivibilità, la coesione e la convivenza sociale.
Sostanzialmente, la prevenzione si articola su tre livelli e, precisamente:
Livello sociale, incentrato sull’inclusione, il lavoro e le politiche giovanili.
Livello situazionale, orientato al controllo del territorio e al decoro urbano.
Livello comunitario, che chiama i cittadini ad una partecipazione diretta, nella tutela del bene ‘sicurezza’.
Pertanto, l’implementazione delle politiche di sicurezza urbana, riflette, oggi, la logica della governance, più flessibile rispetto al superato modello di government ed accanto alle istituzioni statali, devono operare necessariamente – con maggiore intensità e presenza – le regioni, gli enti locali, le forze dell’ordine, nonché gli attori privati e le associazioni civiche. Dunque, la gestione quotidiana della sicurezza non resta confinata in un monopolio dello Stato, ma diventa un sistema in cui si intrecciano interessi, competenze, pressioni normative e politiche territoriali, tese alla gestione degli spazi pubblici. Tuttavia, il rischio è quello di un’eccessiva frammentazione e di derive punitive verso categorie marginali — immigrati, senzatetto, prostitute — percepite come causa del degrado urbano. Per questo, la sfida della nuova prevenzione è duplice: coniugare efficacia operativa e tutela dei diritti, come ricorda il sociologo Fabio Battistelli, il quale sostiene che la sicurezza è un bene collettivo, ma anche il termometro del livello di democraticità di una società.
Oggi, parlare di sicurezza urbana vuol dire affrontare una tematica complessa, che intreccia psicologia sociale, politiche pubbliche e modelli di convivenza, e la vera innovazione non risiede solo nella capacità di controllo sociale ovvero nelle ordinanze sindacali, ma soprattutto nella capacità delle istituzioni pubbliche, di promuovere azioni che mantengano un adeguato livello di fiducia, di partecipazione e coesione sociale delle comunità, partendo dall’ambito locale. Le città sono sicure quando i cittadini che le abitano non hanno bisogno di difendersi gli uni dagli altri!
Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro