Author Archives: Antonio Latella

Curare,prendendosi cura: riflessione in prospettiva sociologica

di Carmela Cioffi *

Uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead, quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra.Ma non fu cosi.

<<== Carmela Cioffi

Mead disse che il primo segno di civilta’ in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiego’ che nel regno animale,se ti rompi una gamba , muori.Non puoi scappare dal pericolo,andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo.Sei come le bestie predatrici che si aggirano intorno a te.Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perche’ l’osso  guarisca.

Un femore rotto che e’ guarito e’ la prova che qualcuno  si e’ preso il tempo di stare con colui che e’ caduto, né ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi( Curare prendendosi cura).Mead disse che aiutare qualcun altro  nelle difficoltà e’ il punto preciso  in cui la civiltà inizia . Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili e’ questo”. Non c’e’ più un villaggio che si riunisce intorno al malato ma una societa’ che lascia l’ individuo solo, con il suo senso di smarrimento,la sua paura incoscia, legata all’abbandono e alla perdita dei riferimenti quotidiani. Il paradgma odierno riconosce nel malato un portatore di disordine sociale e il malato diviene immediatamente “soggetto altro” allontanato dalla comunita’,a cui apparteneva fino a qualche momento prima,viene isolato dalla comunita’,medicalizzato e raramente curato dalla sua famiglia.

Una società  che cura la malattia con attenzione prettamente chimica e farmacologica. Se il primo segno di civiltà in una cultura  è stato, come fosse indicare Mead, aiutare qualcun altro nelle difficoltà, allora la salvaguardia di questa civiltà’ nella cura della comunità e nella pratica quotidiana della cura dell’individuo in quanto persona, in ogni suo aspetto, nella ricostruzione di legami emotivi e relazionali, al di là se si vive in un villaggio o in una città .E’ in questo momento storico, ora ,diventa necessario  avere una visione  con dimensione universale e di futuro, una visione che non si riduca a pensieri alla stregua di carità e assistenza. Una solidarietà e condivisione che superi la sfera dell’individuo ,o di gruppi di individui e che si evolva come pilastro .Questa ci aiuterà ad individuare una diversa prospettiva del significato di civiltà ,dove la cura o meglio il prendersi cura assume la funzione di dono e reciprocità. Dove  il prendersi cura di se,’ dell’ambiente, degli altri ,del malato diventa una produzione che nessuno può fare a meno.

Vorrei condividere con voi la lettura di un bellissimo saggio ,avendo avuto la fortuna di incontrarlo lungo il mio percorso intrapreso ,essendomi accostata agli studi sociologici. “L’uomo  che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks, rivolge il suo sguardo ai casi clinici che gli si presentano, trattandoli come se fossero delle storie impregnate da risvolti curiosi e arrivando a romanzare questi dolorosi percorsi di vita. Lo fa, rivolgendo  nei confronti di essi uno sguardo carico di umanità e di empatia. Viene evidenziato quel processo di umanizzazione ,che ogni me dico dovrebbe mettere in atto, quel medico  che ci sa ascoltare in quanto prima di tutto ha davanti a se’ persone con un bagaglio di emozioni, solitudini, stati emotivi, intelligenze e mondi sommersi e mai raccontatili paziente non è soltanto una sterile, fredda e asettica cartella clinica.

Il medico sognato e mai incontrato,quell’uomo che appartiene insieme alla scienza e alla malattia,mettendo in evidenza il dramma ponendo in risalto i vantaggi e la peculiarieta’ attraverso un processo di convivenza al disagio.La cosa più entusiasmante  che in nessun suo caso ho mai avuto la percezione che queste persone “anormali” fossero pazze,ma  sempre persone speciali,perche’ speciali sono agli occhi di chi li racconta.

Non ho mai intravisto casi,ma persone  e non esistono ostacoli che non possono essere superati se sappiamo vedere oltre la disabilita’ e la malattia,e’ come se  in ognuno di noi possa emergere un talento che puo’ farci sentire speciali nonostante la malattia. E ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto,un racconto interiore  la cui continuita’,il cui senso e’ la nostra vita,ognuno di noi costruisce  e vive un racconto  e che questo racconto e’ noi stessi,,la nostra identita‘.

Il mio vissuto né fa da padrone, immergendomi e sommersa in questa realtà ,accudendomi dei miei genitori ,prima di mia madre ,la quale non ce l ha fatta  ed oggi di mio padre malato oncologico, sono stati anni in cui ho stratificato in me una crescente, disincantata, amarezza forse anche in relazione alle mie iniziali aspettative ,  in cui avevo immaginato che il medico, l’infermiere o chiunque svolgesse una professione di aiuto, fosse una sorta di missionario. Persone con una predisposizione particolare, con un indole umanitaria protesa al conforto, che li rendesse in grado di affrontare l’arduo compito di curare, da un punto di vista strettamente strumentale e medico, e nello stesso tempo di accogliere, confortare, in altre parole “prendersi cura”.

Nel  mio semplice ruolo,  i due concetti del curare o prendersi cura che non sono per me in contrapposizione, ma dovrebbero ‘fondersi’ in una collaborazione continua, in un interscambio dai confini sfumati in cui sia semplice e naturale curare la persona fisica e nello stesso tempo prendersi cura dei suoi aspetti più intimi e profondi.
Premetto che, in base all’esperienza che ho accumulato sul campo, ho scelto di dare voce soprattutto a ciò di cui sono stata testimone e che ruota intorno alla persona malata, mio padre.
Ho sempre immaginato che il medico fosse uno specialista la cui professione ha per oggetto “la cura dell’anima”.
E non può esserci “cura dell’anima” senza “prendersi cura” delle persone. E non un continuo volersi comunque interrogarsi, mettersi in discussione, un voler andare oltre la conoscenza teorica, i dogmi scientifici, il punto di vista dei super sapienti.


In questo arduo confronto, la relazione medico- paziente, MALATO e MALATTIA, è resa ancora più insanabile dai vari operatori del settore che rischiano sempre più di identificarsi con il sapere e saper fare, ma non con il saper essere. E’ in questo contesto  che emerge la privatizzazione della sofferenza e un dilagante sentimento di solitudine che non permette all’uomo malato di parlare del proprio dolore, dei propri bisogni e necessità, di fronte al quale penso  quanto mai sia urgente riaffermare la “centralità” della persona, soprattutto quella che soffre, ammalata  e quindi vulnerabile.

 “Pazienti” pronti a subire, accogliere, sopportare (a seconda dei casi e della fortuna), i disagi conseguenti a una vicenda di malattia che riguarda il corpo: il suo guastarsi, il perdere per strada il corretto funzionamento, spesso il suo dolore fisico e’ tangibile. Sono ,invece, esseri umani che vivono intorno all’esperienza del dolore, perplessità, dubbi, preoccupazioni non esprimibili, con un notevole carico di emozioni profonde, sentimenti intensi verso la malattia, di cui nessuno si occupa. Lontani dalla loro abituale condizione sociale e familiare, trapiantati in una situazione, quella ospedaliera, del tutto o quasi indifferente, i malati vivono grandi momenti d’inquietitudine, di ansia, paura e persino panico. Depersonalizzati fin dal primo momento, vivono in balia di eventi sconosciuti che non possono  dominare né correggere.

E cosi, sempre piu’, le voci di pazienti smarriti, spaventati, disorientati a fronte di poche persone dell’ambiente sanitario , pre-disposte a colmare la devastante angoscia di vuoto e di morte che la malattia, la solitudine nella malattia, spesso generano. Pazienti abbandonati dalle famiglie, genitori ‘dimenticati’ o ‘parcheggiati’ in ospedale dai propri figli.  Pazienti la cui dignità è  continuamente lesa, la cui privacy è negata. In un contesto così disumanizzato, il paziente depersonalizzato, sperimenta un ruolo essenzialmente passivo, e’un ‘contenitore da riempire’ e, a conferma dell’immaginario collettivo diventa solo un numero, una patologia. Ciò non toglie che medici e personale sanitario si stanno occupando di loro curandoli, ma di certo non ci si sta prendendo cura di loro.

Ritmi di vita pressanti, preoccupazioni, stanchezza, mancanza di consapevolezza, a volte solo distrazione, rendono capace di curare con efficienza, ma non di prendersi cura con efficacia.
L’empatia è quella capacità, che potremmo dire, ci consente di ‘leggere tra le righe’ di ciò che ci viene raccontato andando oltre quelli che sono i nostri propri schemi di attribuzione di significato. Sapersi calare nell’esperienza emozionale dell’altro, ci consente di provare ciò che l’altro prova, di sentirsi non solo al suo posto ma nella sua pelle.

 Solo se chi si occupa della persona malata, riesce ad individuare modalità in cui il paziente si senta coinvolto e partecipe nell’intero processo, il CURARE può trasformarsi in prendersi CURA .
 Le capacità empatiche del medico emergono proprio nel riconoscimento di valori e potenzialità, di diritti e doveri, di bisogni e di opportunità, di realtà e di sogni del paziente che, se condivisi ,consentono a chi cura e a chi è curato di non focalizzare l’attenzione solo sulla malattia, ma ampliare il proprio campo visivo ad una visione d’insieme che mette medico e paziente, in grado di incontrarsi ed interagire nella dimensione del rispetto, con il coraggio e l’umiltà del medico di accettare in modo neutrale i modi, tempi, scelte del paziente.

 La ‘narrazione’ è una delle metodologie di ricerca qualitativa fra le più adatte. Già da alcuni anni ‘LE STORIE DI CURA” sono strumenti che non solo permettono di guardare con chiarezza nella vita dei malati come gli altri strumenti tecnici permettono di guardare nei loro corpi, ma anche di accogliere e sostenere il legame umano fra paziente e professionista.  La raccolta della storia clinica, importantissima ai fini della diagnosi, diventa allora uno strumento di recupero di preziosi frammenti di passato.
Tramite i “contenuti narrati” si cerca di creare idonei ponti relazionali fra il processo di cura e il vissuto della stessa persona malata, affinché conservi l’umanità di tutta la propria esperienza di malattia evitando rassegnazione, illusioni o eccessive aspettative, accanimento o tentazioni di abbandono terapeutico. La persona malata potrà sentirsi unica e non solo un caso clinico se scoprirà che anche per il medico è importante quello che si dice, importantissimo come si dice ma di fondamentale importanza è a chi lo si dice.


In ogni situazione va comunque riconosciuto al malato in quanto persona il VALORE e la DIGNITÀ che sono considerati inerenti all’essere umano e che caratterizzano ognuno di noi quale essere unico e differente, con il dovere e il diritto di affermarsi, e realizzarsi in tutta la sua originale pienezza e completezza. Tuttavia quando una persona è colpita dalla malattia, spesso smarrisce il senso della propria dignità e del proprio valore non sentendosi altro che “un malato”.

Di fronte alla malattia, tutto ciò che costituiva il suo  mondo perde bruscamente importanza. La sensazione


*Dott.ssa Carmela Cioffi – sociologa


La violenza di genere e la sua piramide, la sociologia indaga!

di Sofia Pulizzi *

In molti si sono espressi sul ruolo della donna nel passato e di come si sia evoluto nel presente, in molti si sono espressi anche sulle violenze consumate su quest’ultima, a tal proposito, secondo i report della polizia, i femminicidi nel 2021 risultano essere 118, tra cui 70 per mano del partner o dell’ex. 

 <<== S.Pulizzi                                                                                                                                                                   

Ricordiamo che anche il 2022 è stato un anno segnato dai femminicidi, purtroppo si parla di 120 donne uccise, dato in leggero  aumento rispetto agli anni precedenti (nel 2019 ce ne sono state novantasei e nel 2020 centodue); inoltre nonostante sia appena iniziato da solo un mese, il 2023 ha visto già 5 vittime.  Oggi mettiamo da parte le statistiche e invece di soffermarci sui femminicidi in senso stretto, che rappresentano l’apice della violenza, è bene approfondire da dove nasce quest’ultima, come sorge in un uomo il pensiero di poter arrivare a togliere la vita a una donna, che sia una compagna, la propria madre, la sorella o un’amica.

Queste notizie, già nel momento in cui le ascoltiamo in tv o le leggiamo sui giornali, capiamo ci siano arrivate troppo tardi, in quanto sono ormai irrimediabili, non si può tornare indietro, una vita è stata spezzata e non possiamo più far nulla per impedirlo, ciò che possiamo cambiare in via precauzionale però, è la visione della donna dalla prospettiva maschile, il modo di rapportarsi ad essa.    Prima dell’escalation della violenza che porta al femminicidio, il quale rappresenta l’apice della violenza di genere, alla base della piramide si trovano tante altre variabili disfunzionali che vanno combattute.        

  E’ bene analizzare questa “piramide” virtuale, partendo proprio dalla base, dove troviamo un linguaggio e una comunicazione nei confronti della donna offensiva, sono comprese tutte quelle battute sessiste, omofobiche, trans fobiche e la visione della donna oggetto.  Salendo la piramide, vi è l’idea di incanalare la donna nei ruoli tradizionali, le discriminazioni sul lavoro e i rigidi stereotipi di genere, salendo ancora troviamo le minacce, l’abuso verbale e le molestie, tutto ciò prepara il campo per l’abuso fisico, emotivo o finanziario, per arrivare poi alla violenza sessuale e in fine all’omicidio.    Sono in molti, quelli che ancora non hanno compreso le varie forme di violenza ma che si soffermano solamente su quella fisica, sulle azioni violente, in realtà le donne possono essere vittimizzate sotto più aspetti della propria vita.

                                  Le varie forme di violenza

La violenza femminile si manifesta in vari modi, andiamo ad analizzarla:

La violenza fisica sicuramente è quella che salta maggiormente all’occhio, comprende calci, pugni, schiaffi, bruciature, spinte, una tipologia di violenza che viene presa maggiormente in considerazione e anche quella che ci sconvolge di più poiché rispetto alle altre, lascia segni più evidenti, come lividi, ematomi, cicatrici, proprio per questo ha un impatto visivo più forte su dinoi. Ciò su cui è importante focalizzarsi però e ciò che troppo spesso passa anche in secondo piano, risulta essere la violenza psicologica, che può risultare come qualcosa di futile, inutile o meno grave rispetto ad altre forme di violenza, ma in realtà è la forma più subdola, concerne qualsiasi comportamento volto a ledere l’identità e il rispetto della persona, avviene solitamente tramite l’uso di un linguaggio denigratorio formato da appellativi ed epiteti volti a svalutare il più possibile la donna.  La comunicazione verbale e in più un linguaggio del corpo coerente con quello che diciamo può arrivare a penetrare dentro il nostro interlocutore provocando un malessere non indifferente nei confronti delle donne, tutto parte da qui.

Questo è il caso in cui molti uomini prima di arrivare alla violenza tentano in tutti i modi di distruggere psicologicamente le donne che si rendono conto di non poter controllare, perciò procedono facendole sentire sbagliate, dando loro epiteti sgradevoli come definirle delle poco di buono, degli esseri inutili e cercando in tutti i modi di isolarle; purtroppo determinate parole o frasi perpetuate per un lungo periodo di tempo possono avere un effetto deleterio nella mente di una persona, possono devastare l’autostima di una donna e soprattutto perché sentendole pronunciare così spesso determinate parole, quello che accade è che molte volte anche le donne possono convincersi di non valere e di ciò che il loro aguzzino le dice, arrivando a dubitare di loro stesse, cercando di cambiare per compiacere quell’uomo che le richiama “all’ordine”.   Un’altra forma di violenza poco indagata e conosciuta riguarda quella economica/finanziaria, in questo caso ci riferiamo al fatto che l’uomo debba avere il controllo e monitoraggio del comportamento di una donna con cui intrattiene rapporti affettivi, in termini di uso e distribuzione del denaro, con la costante minaccia di negare risorse economiche, esponendola a debiti, o ancora impedendole di avere un lavoro e un’entrata finanziaria personale al fine di limitare la sua indipendenza economica e personale.                                                                                                                                                                             

Le donne vittime che la subiscono faticano a riconoscerla come vera e propria violenza, a causa di comportamenti che ancora risultano essere culturalmente giustificati, normalizzati e accettati, in particolare quando la vittima è una donna e risulta essere parte di un retaggio culturale il fatto che sia l’uomo a detenere il controllo economico. Degli esempi concreti e lampanti di questa forma di violenza sono: la gestione esclusiva sul conto corrente bancario cointestato,riconosce al partner un compenso periodico rispetto al quale la vittima è tenuta a fornire rendiconti dettagliati delle spese o ancora, negare ad una donna di disporre di una propria carta di credito o bancomat.

                                                                                                                                             La violenza religiosa invece, su cui ci si concentra davvero raramente, consiste nell’impedire alle donne di esprimere la loro religione, di pregare o di frequentare il luogo di culto, questo accade magari all’interno di matrimoni in cui i coniugi appartengono a due orientamenti religiosi diversi.  Presente, tra le violenze che una donna può subire, è anche la pratica dello stalking, si tratta di una serie di comportamenti persecutori ripetuti e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie, telefonate, messaggi o attenzioni indesiderate, tenuti da una persona nei confronti della propria vittima.  Questo comportamento mina la libertà della donna che lo sta subendo, in quanto per via dello stato di paura in cui si trova a vivere decide di isolarsi sempre di più, arrivando ad avere il timore anche di uscire di casa, di andare a lavoro, diminuisce al minimo le uscite con amici e parenti, questo la porta inevitabilmente ad all’allontanarsi dall’ambiente sociale e rimanere sola, cosa che in realtà risulta essere l’obiettivo dello stalker.  Anche se tutto ciò dovesse terminare nel migliore dei modi quindi con una tutela della donna, allontanando il suo aguzzino, la figura femminile si troverebbe in uno stato di disturbo post-traumatico da stress perché continua ad avere incubi, ansia, attacchi di panico, insonnia,  visioni, vive in un continuo stato di paura dato dal luogo periodo in cui è stata sottoposta allo stress del suo stalker.

                                  Il ciclo della violenza

Dall’esterno non si riesce a comprendere  come una donna possa rimanere intrappolata in una relazione violenta, molte persone se lo chiedono e le risposte sono molteplici; come abbiamo descritto pocanzi, a volte si rimane insieme ai loro aguzzini anche per bisogni economici, essendo l’uomo il gestore del loro denaro, ma in realtà perché si innesca un circolo vizioso dalla quale è difficile uscire, in letteratura è definito il “ciclo della violenza”, che vede l’alternarsi di tre fasi principali, le quali si susseguono con intervalli sempre più brevi. Inizialmente, l’uomo corteggia la donna, la riempie di attenzioni, gesti amorevoli, si tratta del cosiddetto love bombing, ovvero la messa in atto di comportamenti affettuosi volti a coinvolgere emotivamente per indottrinare, o rendere dipendenti, le persone che si vogliono legare a sé. Questa strategia è molto diffusa si può riscontrare alla base soprattutto anche nei soggetti narcisisti.  Passato questo periodo iniziale di idillio, inizia la prima fase di questo ciclo, in cui si instaura un clima di tensione e l’uomo inizia a mostrarsi per quello che è, manifestando un atteggiamento scontroso, iniziano i litigi, inizia il comportamento passivo-aggressivo, i silenzi punitivi dell’uomo, iniziano le umiliazioni e il controllo.   La seconda fase del ciclo prevede l’attacco, in cui ha luogo l’escalation della violenza e delle urla, lo stimolo che provoca l’attacco violento è generalmente casuale ma quasi sempre riconducibile a qualche comportamento che viene interpretato dall’uomo come segno di autonomia psicologica della vittima, il timore è quello di perdere il controllo sulla donna e l’attacco è un modo per riconquistare il pieno controllo della situazione.                                                                                                                                                                   

Successivamente entra in gioco la terza fase, la cosiddetta “luna di miele” caratterizzata dal fatto che il partner di sesso maschile, per paura dell’abbandono, cerca di riconquistare la fiducia della vittima attuando un comportamento premuroso e dolce, lascia perciò spazio a  comportamenti di riparazione, seduzione e alle scuse, possono essere presenti anche le minacce di suicidio per scaturire sensi di colpa nei confronti della donna e farsi perdonare, può essere presente inoltre anche lo scarico della responsabilità: spesso si attribuisce la causa della perdita di controllo e quindi di aver usato violenza fisica, psicologica o altre tipologie, a motivi esterni come ad esempio il lavoro, una difficoltà economica, oppure al comportamento stesso della donna. Questa fase è soprannominata lune di miele appunto perché il partner violento cerca di far andare tutto bene proprio come quando si parte per un vero e proprio viaggio di nozze, spesso diventa di nuovo agli occhi della donna l’uomo di cui si è innamorata, mostrandosi desideroso di salvare la relazione. Si tratta di una vera e propria tregua per la donna, in cui si ricomincia a vivere più tranquillamente.     Questo tuttavia è un periodo destinato finire, perchè una volta riavuto il controllo della partner, l’uomo tornerà ad assumere di nuovo comportamenti disfunzionali sulla vittima, innescando una nuova fase di tensione e iniziando di nuovo il ciclo. Con il tempo, inoltre, le fasi del ciclo si susseguiranno  sempre più velocemente, intensamente e frequentemente

Il ciclo della violenza contempla quindi una continua alternanza di atteggiamenti ostili e violenti con atteggiamenti opposti di cura e affetto; ed è esattamente questa alternanza a rappresentare la prigione da cui può diventare difficile liberarsi: poiché lo stesso uomo procura tanto male tanto quanto il bene che le fa, e questi momenti di tranquillità danno alla donna la forza e la speranza che andrà sempre meglio, perciò invece di troncare una relazione pericolosa, può decidere di dare un’altra opportunità all’uomo, impegnandosi lei stessa per migliorare la situazione. Questo impegno da parte delle donne diventa spesso un rinunciare alle proprie libertà, sottomettersi, fare tutto affinché lui non sia mai scontento, sacrificare spazi personali, restare zitta quando avrebbe invece da ridire, accettare di vivere in una relazione non alla pari. E’ importante prestare attenzioni a tutti i segnali, in particolari i più banali, quelli che minimizziamo in realtà sono proprio quegli indizi, da cui parte tutto; perciò se troppo spesso il linguaggio verbale che ci viene rivolto da parte di un uomo è denigratorio, sessista, aggressivo, denunciare è il primo passo affinché la violenza di genere non i ripercuota per sempre nella nostra vita e sfoci in veri e propri omicidi . Nessuna donna merita di vedere la sua vita nelle mani di un uomo che gliela sta rovinando, anche le parole malvagie vanno denunciate, non solo i gesti, anche il linguaggio è un’arma. L’atteggiamento che può sembrare più banale molto spesso è quello che lascia nel proprio inconscio i segni più dolorosi che una donna si porterà per il resto della vita.

                    Pregiudizi e stereotipi femminili

Della figura femminile, fin dagli antipodi viene criticata qualsiasi cosa, poiché ci si aspetti che queste corrispondano all’ideale di genere ormai consolidato; viene messo in discussione l’abbigliamento di una donna, il suo modo di rapportarsi agli uomini, il suo lavoro o il lavoro che non ha, questo e tanto altro, a livello psicologico per una donna è dura subire tutto questo, perché mente le ferite fisiche si rimarginano il nostro cervello immagazzina tutto e questo senso di svalutazione continuerà ad attanagliare le donne per tutta la vita.  Le nostre azioni sono figlie dei nostri pensieri, se crediamo che qualcosa o qualcuno non valga attueremo dei comportamenti che metteranno in luce quanto per alcuni uomini le donne siano solamente le loro schiave, o l’oggetto di abuso del potere che si sono auto attribuiti.   Molto spesso le donne faticano ad uscire da questa situazione anche se non sta loro bene per via della scarsa fiducia e scarso appoggio che viene dato dalle istituzioni, non sentendosi abbastanza protette e supportate. In molti casi di stalking, quando le donne denunciano, ad esempio i pedinamenti subiti o le numerose chiamate telefoniche e minacce, veniva loro detto “raccolga maggiori prove, queste non sono sufficienti” come se le donne oltre a essere vittime debbano anche fare le investigatrici o improvvisarsi agenti di polizia degli stessi reati che subiscono, comprendiamo a questo punto che secondo la loro visione diventi scoraggiante tutto questo, è scoraggiante vedere ogni azione minimizzata, vedere ogni prova essere non sufficiente.  Se le istituzioni bloccassero sul nascere tutto questo, il linguaggio, “le battute” , se si prendessero provvedimenti più seri per l’abuso verbale e tutte le altre forme, alla stessa stregua dell’abuso fisico, probabilmente molte donne si sentirebbero più tutelate e protette.                                                                                                                                                                                        

Anche perché in questo modo le vittime subiscono oltre alla vittimizzazione primaria quindi quella causata dal loro aguzzino, anche una vittimizzazione secondaria, dalle istituzioni, dagli agenti di polizia, dai media, da chi non le ascolta e supporta. Ricordiamoci che tutto nasce dalla base della piramide quindi è necessario rieducare ad una cultura di rispetto e sensibilizzazione nei confronti delle donne.  Sottolineiamo che è  importante per le donne vittime della spirale della violenza psicologica, fisica e non solo, capire che non sono sole, ma che hanno la possibilità di essere accompagnate, ascoltate e sostenute in un percorso di liberazione accedendo al supporto di uno psicologo online, ma anche all’aiuto psicologico, legale e informativo dei centri antiviolenza. 

* Dott.ssa Sofia Pulizzi – sociologa e criminologa


Tra conformismo e de-individuazione

di Sofia Pulizzi

La sociologia è una disciplina sottovalutata ancora da molti, da altri poco conosciuta invece.                                  <<<= E. Durkheim

La sociologia è una disciplina sottovalutata ancora da molti, da altri poco conosciuta invece. Si parla di psicologia, si parla di economia, si parla di criminologia ma poche volte viene citata la sociologia e l’importanza che ha e ancora una volta in pochi sanno che quest’ultima si posiziona alla base di tutto. La sociologia infatti è la scienza sociale che studia i fenomeni della società umana, indagando anche il rapporto tra il singolo individuo e il gruppo sociale, in particolar modo si tratta dello studio scientifico della società.                                                                                                             A tal proposito, mi soffermerò sulla relazione tra l’individuo e il gruppo sociale. Cosa succede quando un individuo entra a contatto con un gruppo? Con una folla?

 Ogni caso è a sè naturalmente, dipende da che tipologia di gruppo si tratti, (un gruppo di delinquenti, un gruppo di scienziati), quello su cui è importante focalizzarsi è il cambiamento che si nasce nel soggetto ogni qualvolta viene a contatto con un qualsiasi gruppo sociale.  Se quell’uomo non si fosse trovato in quel ambiente, in quel determinato momento e se non fosse stato assalito dalle suggestioni del gruppo , avrebbe ugualmente assunto quell’atteggiamento o si sarebbe comportato in maniera diversa?                                                                                                                                                

Tutti noi abbiamo comunemente l’idea di cosa sia un gruppo o una folla: l’associazione che la nostra mente fa pensando a questo concetto è riferita ad un gruppo di persone riverse per strada o in un luogo dove ci sia tanto spazio, definiremo la folla o il gruppo come un ammasso di individui insomma.  L’anima collettiva della folla non è l’anima dei singoli individui che la compongono ma è una vera e propria neoformazione che si viene a creare, ha una propria fisionomia, una propria estetica, un proprio ideale e più numerosa è la folla più aumenta negli individui il senso di de responsabilità, decresce invece l’autonomia e l’iniziativa personale dei singoli soggetti

Nel passato, molti autori, scrittori, sociologi, psicologi, si sono dibattuti su tale argomento, uno tra questi fu  Scipio Sighele, il quale definiva la folla come propensa al male, affermando che da essa non nasce nulla di buono.    Secondo la sua teoria, le qualità migliori dei singoli individui all’interno del gruppo si elidono per lasciar spazio all’insorgere di quegli stati primitivi e violenti, per queste ragioni le folle erano considerate un brutale pericolo.

Un altro contributo importante che arriva dal passato è quello di Gabriel Tarde, colui il quale ha messo in evidenza il concetto di IMITAZIONE, è proprio quest’ultima, secondo l’autore, che permette al gruppo di aggregarsi e trasformarsi in un movimento di massa, definendo l’individuo all’interno di un gruppo come “una particella oscillante nei flussi costanti dell’interazione.”    Come dargli torto, se pensiamo alla nostra quotidianità ne abbiamo la prova, esempio lampante sono le sale da teatro o le assemblee o ancora le riunioni politiche dove un solo applauso o un solo fischio bastano per influenzare il resto del pubblico che sta vivendo quella situazione, la sta osservando, ne prendo esempio e la mette in atto.                                                                                                                                                          

E’ importante mettere in luce però, come l’immersione di un singolo individuo all’interno di un gruppo, non ha solo aspetti negativi, anzi, secondo un giornalista e scrittore statunitense James Surowiecki, il gruppo o la folla può essere anche saggia, intelligente affermando che le nostre capacità di giudizio singolarmente imperfette, se si aggregano nel modo giusto fanno si che l’intelligenza collettiva possa diventare eccezionale. .   Al giorno d’oggi, un esempio che rappresenta perfettamente l’applicazione concreta della teoria sopra descritta è la piattaforma Wikipedia, il termine sta a significare “cultura veloce” è uno dei siti come sappiamo più visitati al mondo e dal quale noi attingiamo per saperne di più, una vera e propria enciclopedia moderna potremmo definirla.

Si tratta di una piattaforma gratuita basata sulla libertà di pensiero di tutti coloro i quali ne fanno parte, allo stesso tempo è composta da una community molto rigida che controlla ogni contenuto che viene pubblicato; in quanto è scontato dire che ogni affermazione deve essere corretta e attendibile.   Il rischio più grande quindi è quello di scommettere sul sapere comune, di dar fiducia ad un gruppo molto ampio di individui e per la prima volta grazie alle nuove tecnologie viene data importanza all’intelligenza di massa, al fatto che più individui insieme possano fare del bene.

Questo era il concetto di cui parlava James Surowiecki, la saggezza della folla. Un’altra piattaforma internet che incarna perfettamente la teoria dello scrittore statunitense è Yahoo, si differenzia da Wikipedia perché chi decide il valore di un’affermazione, quindi se è vera o falsa, se poter fare affidamento su di essa o meno, é il lettore. Yahoo offre diversi spunti su cui riflettere, permette di venire a conoscenza di una vasta gamma di informazioni ed esperienze altrui.   Quello che possiamo esplicare con certezza è che, il periodo storico, le nuove invenzioni, le tecnologie e tanti altri fattori hanno influenzato il pensiero della folla, i connotati che vengono associati ad essa.  

.        Riguardo questa tematica, sociologia e psicologia sociale si intersecano, quest’ultima disciplina ci espone come i fattori di questi cambiamenti che avvengono nel singolo individuo nel momento in cui entra a contatto con un gruppo, avvengono per il senso di potenza invincibile che si viene a creare per via della numerosità di soggetti che sente al suo fianco, in secondo luogo per la suggestionabilità, ovvero un annullamento della personalità cosciente e un predominio della personalità inconscia. In terzo luogo, ha importanza anche il meccanismo di contagio attraverso il quale gli individui tendono ad uniformarsi gli uni agli altri, meccanismo che potremmo definire influenza pluralistica.                                               

Non si può negare che tutti noi cambiamo i connotati del nostro essere dinnanzi ad un gruppo, ci plasmiamo in base a quello che gli altri vogliono vedere di noi, per essere accettati magari, lo facciamo consapevolmente o senza accorgercene.  Più concretamente, conosciamo tutti quella categoria di persone che comunemente definiamo introverse, timide, riservate, impacciate e insicure, questi soggetti, sapendo che esiste un gruppo che condivide le loro paure, ansie, preoccupazioni farà di questo gruppo il veicolo attraverso il quale dar voce ai suoi pensieri, quindi il gruppo, in questo caso, diventa un vero e proprio megafono per chi fino a quel momento aveva vissuto ai margini. 

Anche al contrario però, è appurato che da soli  faremo cose che dinnanzi ad una folla non ci sentiremo nella condizione di fare, per pudore, riservatezza o privacy.   Crediamo di vivere in un mondo che si sta dirigendo sempre più verso un duro individualismo ma in realtà sentiamo il bisogno della condivisione con gli altri, è un bisogno innato, questo perché in realtà certe volte è  un sollievo abbandonarsi alle convenzioni sociali e non dover valutare ogni situazione con occhio critico, perché costerebbe troppa fatica e tutti sappiamo che alla gente piacciono le strade più facili.                     

Ricordiamo sempre che tutto ciò che abbiamo detto ha un valore probabilistico, non si tratta di una verità scientifica assoluta, in quanto gli esseri umani sono così diversi tra loro e quando questi si uniscono tutto diventa così irrazionale e mai scontato.  Non possiamo prevedere come reagiranno due individui che interagiscono insieme per un determinato periodo di tempo o i cambiamenti caratteriali che subirà un individuo se lo spostiamo da un gruppo ad un altro, possiamo solamente studiare caso per caso, persona per persona e gruppo per gruppo per avere un’analisi precisa.     Quello che possiamo certamente affermare però è che un individuo cambia il suo modo d’essere a seconda del contesto, gruppo, luogo o persona si trovi davanti.                                                                                                                                                                     

Dott,ssa Sofia Pulizzi – sociologa e criminologa


Messina Denaro, tra lotta alla mafia e luci della ribalta

di Antonio Latella

Le cronache dell’arresto di Matteo Messina Denaro riportano che il “mamma santissima” di Campobello di Mazara, nel corso della sua latitanza, leggeva le biografie di Hitler e Putin. Francamente, non sappiamo se per fare una comparazione tra la guerra di mafia e i crimini riconducibili ai due dittatori, o se per un semplice arricchimento culturale.

<<<<== Antonio Latella

In questo l’ex primula rossa si è dimostrato agli antipodi rispetto alla latitanza dei boss della ‘ndrangheta che nei loro covi, prima di tutto, tappezzano le pareti con figure sacre. Al di là di questo non insignificante dettaglio, entrambe le mafie operano con un una struttura piramidale e hanno un grande alleato: l’omertà che taglia trasversalmente i territori criminali di loro competenza.

Con una differenza: le cosche della ‘ndrangheta, in prevalenza, sono caratterizzate dal vincolo di consanguineità e, pertanto, hanno maggiore impermeabilità al pentitismo. Nel caso di cosa nostra siciliana, invece, non è così e questo spiega come da oltre trent’anni il contributo dei collaboratori di giustizia sia stato particolarmente rilevante per la scoperta dei lati più oscuri di questa organizzazione.

Ma proprio in considerazione di ciò, la vicenda dell’arresto di Messina Denaro evidenzia la rete di omertà che potrebbe averlo protetto a Campobello di Mazara. Appare, infatti, inverosimile che in una comunità così piccola, nella quale tutti si conoscono, nessuno avesse idea di chi fosse quell’uomo, cresciuto proprio lì, e che conduceva una vita “normalissima”: andava a curarsi in una clinica privata, dove peraltro si faceva fotografare con il personale sanitario (strano che un anonimo paziente potesse essere compagno di conversazione con medici e paramedici) e, addirittura, si è recato in una concessionaria di automobili acquistando una Giulietta in contanti. Il tutto, con al polso un orologio del valore di 35mila euro.

Anche per questo l’operazione dei carabinieri del Ros assume grande rilevanza investigativa, sommata alla professionalità, la costanza, i sacrifici e, per certi versi, la solitudine degli uomini del generale Pasquale Angelosanto. Un autentico capolavoro di intelligence, seguito  dal blitz che ha portato alla liberazione di un vastissimo territorio dalla presenza di un catalizzatore di illegalità che, come un virus, aveva contagiato cittadini di diversa estrazione sociale. 

Ma come in tutte le battaglie non sono stati in pochi a salire sul carro del vincitore: dalla politica all’associazionismo antimafia, sempre pronti a suggestionare l’opinione pubblica che scende in piazza saltellante e ballante prima di rientrare nei ranghi della normalità. L’impegno antimafia è qualcosa di diverso rispetto alle coreografie e ai titoli giornalistici: la lotta contro questa specie di leviatano deve partire dalla scuola, con progetti extra curriculari di rigenerazione socio-culturale.  Tutti auspichiamo il cambiamento ma non facciamo nulla perché ciò avvenga. E non è un caso che questa storia sia ambientata nella meravigliosa Sicilia, la terra di Tomasi di Lampedusa, che nel suo Gattopardo ci ha lasciato una frase storica: “Perché tutto resti com’è, è necessario che tutto cambi”.

Antonio Latella – giornalista e sociologo


Equipe Itineranti per il Sistema Sanitario della Sardegna

di Francesco Oggianu Pirari

Un possibile modello da integrare, sull’esempio delle altre regioni.

Introduzione

Il Servizio Sanitario della Regione Sardegna è articolato nei seguenti enti di governo: Azienda regionale della salute (ARES), Aziende socio-sanitarie locali (ASL), Azienda di rilievo nazionale ed alta specializzazione (ARNAS), Aziende ospedaliero-universitarie (AOU) di Cagliari e Sassari, Azienda Regionale dell’emergenza e urgenza della Sardegna (AREUS) e Istituto zooprofilattico della Sardegna (IZS). In particolare, in Sardegna vi sono 8 aziende ASL (Sassari, Olbia, Nuoro, Lanusei, Oristano, Sanluri, Carbonia, Cagliari) e un’Azienda Ospedaliera (“Brotzu”) in grado di offrire tre tipologie di assistenza sanitaria: collettiva, distrettuale e ospedaliera.

Per l’assistenza “collettiva”, facciamo riferimento a tutti quegli adempimenti in merito ai contesti di vita e di lavoro, come la profilassi contro le malattie infettive e parassitarie, la prevenzione dei rischi ambientali e infortunistici, le attività di medicina legale, il controllo igienico degli alimenti e l’assistenza veterinaria. Con assistenza “distrettuale”, invece, si fa rimando a tutti quei presidi e professionisti sanitari che sono dispiegati sul territorio regionale e che, attraverso una serie di servizi assistenziali, garantiscono le prestazioni sanitarie di base, quelle farmaceutiche, l’assistenza integrativa alimentare, l’assistenza specialistica ambulatoriale e domiciliare.

Infine, con assistenza “ospedaliera” intendiamo quell’insieme di attività che vengono erogate attraverso i presidi ospedalieri gestiti dalle ASL e dalle aziende ospedaliere afferenti, come il pronto soccorso, i ricoveri in degenza ordinaria, day hospital e day surgery, nonché interventi ospedalieri a domicilio, prelievi, trapianti, ricoveri per riabilitazioni e altre prestazioni sanitarie di questo genere. Per far fronte a un numero così alto di prestazioni sanitarie equamente divise sul territorio tra assistenza collettiva, distrettuale e ospedaliera, il Servizio Sanitario della Regione Sardegna deve aver a disposizione un numero congruo di medici che, stando alle ultime rilevazioni, viene a mancare, in particolare per le Unità Operative ad alta specializzazione.

Conseguentemente all’assenza dei medici, si dimezzano, pertanto, anche il numero (e la qualità) di servizi sanitari e assistenziali offerti alla popolazione sarda nei vari territori delle ASL. A volte, ma non esclusivamente, anche per una ragione di razionamento dei costi del servizio sanitario regionale. Al fine di contrastare la carenza di personale e, quindi, garantire al contempo un alto livello e numero delle prestazioni sanitarie come sopra indicato, si è pensato all’avvio di un modello “a pendolo” costituito da equipe itineranti, sull’esempio di quanto fatto da altre regioni italiane. L’ausilio di un modello fondato su equipe di medici itineranti sul territorio, che rivoluzionerebbe il paradigma sanitario sardo finora in vigore, consentirebbe di spostare le equipe di specialisti laddove necessario, garantendo al contempo le coperture territoriali e l’alto livello di professionalità. Tale modello si integrerebbe con il Piano Regionale dei Servizi Sanitari 2022-2024 attualmente in vigore in Sardegna, sull’esempio, peraltro, di quanto fatto da altre regioni italiane.

Le ragioni alla base delle equipe itineranti

In ragione della frammentazione dei territori e, al contempo, della complessità delle patologie, nonché della presa in carico “multidisciplinare” delle stesse, all’interno delle tradizionali idee di modelli sanitari si stanno facendo largo nuove concezioni di assistenza. Per tale motivo, negli ultimi anni si sono fatti strada, nei sistemi sanitari di varie regioni italiane, i modelli di unità multidisciplinari ed equipe itineranti, le cui funzionalità possono integrarsi vicendevolmente anche nel sistema sardo.

Secondo l’approccio multidisciplinare, un determinato tipo di problema, in base alla tipologia, deve essere preso in carico dall’ASL di riferimento secondo un’ottica “di rete”, ovvero da più professionisti che possano analizzarne il caso sotto ogni punto di vista, al fine di una globale presa in carico del paziente. Si tratta ovvero di aggregazioni e meccanismi organizzativi che fanno convergere più specialità e specialisti per la risoluzione del problema di salute del paziente che, sul piano organizzativo, comporta il prendere in carico un problema attraverso articolazioni organizzative funzionali e trasversali di diverse Unità Operative.

Accade, però, che non sempre l’approccio multidisciplinare può essere adottato in tutti i contesti territoriali di un’ASL, come nel caso sardo, proprio perché in determinate circostanze non si dispone di Unità Operative complete e sufficienti di ogni singola specializzazione medica. La prestazione sanitaria, pertanto, non può essere svolta nella dislocazione territoriale dell’ASL, ma rinviata al presidio ospedaliero centralizzato, con conseguenti estensioni delle liste d’attesa. In queste circostanze, il modello delle equipe itineranti rappresenta la giusta soluzione, in quanto consiste nella creazione di meccanismi di movimento delle Unità Operative sanitarie sui diversi nodi della stessa rete ospedaliera e territoriale.

Secondo l’approccio delle equipe itineranti, ovvero, vi è un cambio di approccio rispetto al modello tradizionale di assistenza sanitaria, seppur intesa nei suoi parametri multidisciplinari e trasversali. Una rottura, in altre parole, del legame tra luogo ospedaliero e cura della malattia, con un’equipe di medici che, invece, si integra nel territorio, apportando la propria professionalità laddove richiesta. Il tutto al fine di garantire una risposta sì “multidisciplinare”, ma adeguata, nonché una distribuzione dei servizi a più elevata specializzazione a livello locale. Le equipe itineranti, in definitiva, rappresentano delle soluzioni organizzative differenti e flessibili per ciascuna rete ospedaliera in relazione alle motivazioni alla base dello spostamento dei professionisti, agli obiettivi da conseguire e alle caratteristiche intrinseche dell’assistenza sanitaria.

Gli esempi delle altre regioni

Un esempio lungimirante di modello di equipe itineranti è offerto dal Servizio Sanitario della Regione Emilia Romagna, che da tempo lo ha sviluppato nelle proprie ASL di riferimento. All’interno della Regione Emilia Romagna, infatti, si è sempre promosso il tema della distribuzione e concentrazione dei servizi sanitari attraverso schemi organizzativi sia intra-aziendali sia interaziendali. In tal senso, ad esempio, l’azienda USL della Romagna, nata nel 2014 dalla fusione di 4 aziende USL, è caratterizzata per un’alta ramificazione nel territorio e da un bacino di utenza che supera il milione di unità. La formazione di un modello basato (anche) su equipe itineranti è partita dalla costituzione di Unità Operative trasversali e, in egual modo, dalla creazione di un modello a rete di tipo multidisciplinare, incentivando la collaborazione tra Unità Operative diverse. I nodi di questa rete, che è stata formata nel tempo, sono costituiti proprio da professionisti che si muovono e connettono sul territorio in maniera multidisciplinare e “a rete”, sopperendo all’eventuale carenza di personale e, soprattutto, sviluppando le proprie competenze a vantaggio dei pazienti.

Questo modello si è reso necessario, in Emilia Romagna, per l’aumentata complessità assistenziale che ha richiesto la concentrazione in pochi luoghi fisici di tutti i servizi sanitari di supporto e delle necessarie competenze specialistiche, soprattutto in casi di complesse attività chirurgiche. È stato quindi fatto uno studio della letteratura per consentire la creazione di equipe itineranti in merito a quelle tipologie di assistenza sanitaria per i quali fosse più complicato garantire una continuità assistenziale dislocata nel territorio regionale (come ad esempio le Unità Operative di Ortopedia, Otorinolaringoiatra, Chirurgia specialistica…). Il modello dell’USL della Romagna permette così di raggiungere con efficienza e competenza anche le “periferie” sanitarie, ovvero quei territori, come quelli di montagna o dell’entroterra, in cui alcune competenze professionali non potevano essere garantite. Con l’ausilio di equipe specialistiche itineranti, infatti, i professionisti si muovono nell’ambito della stessa unità operativa (ginecologi, chirurghi, gastroenterologi) che ha più sedi territoriali, nello stesso dipartimento (radiologi, senologi…) o tra dipartimenti diversi. La costituzione di tali equipe itineranti, pertanto, garantisce una buona risposta alle criticità determinate dalla dispersione del territoriale dovuta all’eventuale carenza di medici.

Entrando più nello specifico nel caso della Regione Emilia Romagna, prendiamo ad esempio l’esperienza dell’ASL di Reggio Emilia, che estende la propria area di competenza nell’omonima provincia situata intorno al centro della regione Emilia Romagna, nella quale risiedono circa 500000 abitanti. Il presidio ospedaliero, in particolare, si compone di 5 stabilimenti ospedalieri che svolgono un ruolo di riferimento fondamentale per rispondere ai bisogni di ricovero e assistenza specialistica della popolazione residente nei distretti. All’interno di questi stabilimenti sono integrati servizi ospedalieri e territoriali, in particolare la specialistica ambulatoriale, il centro prelievi e il CUP. Per alcuni servizi sanitari (Oculistica, Urologia, Endoscopia digestiva…) è stato sviluppato un servizio di collaborazione interaziendale in grado di garantire ai professionisti che fanno parte di Unità Operative complesse una sede fissa, ma al contempo di spostarsi tramite i nodi della rete ospedaliera (con relativo rimborso delle spese di trasferimento per gli stessi professionisti), nell’ottica delle equipe itineranti.

Da questo modello sono nati, peraltro, i dipartimenti interaziendali di radiologia e di emergenza-urgenza, che hanno visto migliorare i servizi sanitari territoriali dati ai pazienti, in merito a tempestività e qualità d’intervento. Altro esempio proviene dalla Regione Toscana, dove è stata istituita l’Azienda USL Toscana centro a partire dal gennaio 2016 con un bacino di quasi un milione e mezzo di persone, 13 presidi ospedalieri organizzati secondo il modello dell’intensità di cura e diffusi capillarmente su tutto il territorio dell’azienda, 220 strutture territoriali, 8 zone distretto e 7 società della salute.

La necessità di dotarsi di svariate specializzazioni e di un’equa distribuzione dei servizi nei diversi luoghi della regione Toscana ha reso necessario, per la verità fin dal 2004, un processo di sviluppo non solo della rete del sistema sanitario, ma anche della programmazione delle equipe specialistiche itineranti (con un complessivo riordino del Sistema Sanitario Regionale fino ad allora esistente). Per la parte che ci interessa, in merito al modello itinerante prospettato, la Regione Toscana ha scelto nel tempo di centralizzare soltanto i casi e le patologie più complesse, che necessitano di tecnologie e dotazioni di supporto e, al contempo, di prevedere la possibilità di fare chirurgia anche nei presidi ospedalieri minori, laddove non sia necessario disporre di tecnologie di supporto. In tal modo, i professionisti sanitari, in base alle loro competenze, possono operare nelle sedi periferiche gli interventi di chirurgia generale e meno complessi, nonché operare nelle sedi centralizzate quelli più complessi. Con interventi complessi si intendono quelli che hanno bisogno di una tecnologia strumentale di supporto, mentre quelli meno complessi che non ne hanno bisogno. Quello della Regione Toscana è quindi un servizio sanitario che si basa su un modello misto, con specializzazione dei centri su determinate prestazioni ed equipe itineranti.

Altro esempio da riportare è quello dell’ASST Ovest Milanese, comprendente le strutture ospedaliere e territoriali di Legnano e dell’ASL n. 1 di Milano, costituita da 4 presidi. Le equipe coinvolti nelle attività di “movimento” sono in questo caso numerose, e abbiamo ortopedia, chirurgia generale, chirurgia plastica, chirurgia vascolare, neurologia, nefrologia, gastroenterologia ed endoscopia digestiva. Su queste Unità Operative si basano le collaborazioni interaziendali che, nel tempo, hanno consentito anche una forte condivisione dei progetti tra le equipe delle Unità Operative stesse. Nel caso di discipline specializzate al proprio interno come, ad esempio, neurologia e gastroenterologia ed endoscopia digestiva, il percorso è stato più semplice poiché lo spostamento viene considerato dai professionisti come parte imprescindibile della propria attività di «esperti di patologia». Anche la creazione di Unità Operative trasversali ai diversi ospedali ha aiutato lo sviluppo di queste esperienze, sebbene lo sforzo maggiore sia stato quello della costruzione di un’identità culturale comune all’interno dell’azienda.

Il possibile modello “itinerante” della Sardegna

Sulla base dell’esempio delle altre regioni italiane e della situazione sanitaria attualmente in essere all’interno della regione, anche in Sardegna lo sviluppo di un modello di equipe itineranti può portare notevole giovamento al servizio sanitario regionale. Partendo dal già menzionato Piano Regionale dei Servizi Sanitari 2022-2024, legge regionale 11 settembre 2020, n. 24, art. 32, che prevede una riorganizzazione territoriale e dell’offerta dei servizi, implementando la visione paziente-centrica e ponendo il cittadino al certo del servizio assistenziale, il modello di equipe itineranti può integrarsi alla perfezione con questa visione.

Il Piano, infatti promuove il potenziamento del distretto sociosanitario quale punto di riferimento per l’assistito rispetto alla complessità della rete dei servizi e favorisce la presa in carico globale dell’assistito. Tale presa in carico globale, tuttavia, non può sussistere se manca il personale che possa garantire, per l’appunto, una presa in carico “multidisciplinare”, nei canoni che abbiamo detto sopra. La creazione di equipe itineranti può quindi ridimensionare tale problema, ma non solo.

I passaggi da fare, sull’esempio delle regioni menzionate sopra, sono chiari. Dapprima, uno studio riguardo le competenze specialistiche di cui il sistema sanitario regionale sardo difetta, quindi la costituzione di Unità Operative trasversali e, dunque, la creazione di equipe itineranti che possano muoversi nel territorio, tra i vari distretti ospedalieri e sanitari sardi. In tal senso, rifacendoci al Piano Regionale Sanitario 2022-2024, occorrerebbe distinguere la presa in carico del paziente con bisogno semplice (PDTA) e quello del paziente con bisogno complesso (PAI). Laddove siano necessari esami strumentali specifici, occorrerebbe mantenere la centralizzazione degli interventi presso i presidi ospedalieri. In caso contrario, le equipe itineranti create si muoverebbero tra i distretti socio-sanitari e le sue strutture (case della comunità, centrali operative territoriali, ospedali di comunità…). Si dovrebbero creare ovvero delle linee guida che permettano alle Unità Operative di acquisire delle competenze trasversali, nell’ottica futura di sviluppare delle equipe di “movimento”, al pari di quanto fatto nelle altre regioni italiane analizzate.

Questa nuova riorganizzazione del sistema sanitario, in merito alle procedure di intervento sanitario più urgenti, garantirebbe una più fattiva condivisione tra le diverse Unità Operative di intervento, nonché un cambio di paradigma in merito all’idea di assistenza sanitaria sarda. Ridimensionerebbe, al contempo, la problematica dell’assenza di specialisti medici (per le quali Unità Operative carenti sarebbero formate unità itineranti e trasversali) e, a lungo termine, è auspicabile possa anche ridimensionare le liste d’attesa, in quanto non più centralizzate nei presidi ospedalieri, ma delocalizzate nei vari distretti territoriali distaccati, che sarebbero dunque garantiti dalle equipe itineranti formate.

Francesco Oggianu Pirari Sociologo, Dottore in Alimentazione e Nutrizione Umana


La sociologia storica: esperimento dei sociologi ASI di analisi sulla Tarda Antichità

Recensione alla raccolta Unum? Ipotesi per un modello sociologico del Tardo Antico; Arbor Sapientae 2022, Roma

di Barbara Lattanzi

La sociologia, nata in germe durante il primo positivismo, tende allo studio dell’attualità in epoche tradizionalmente stabili – per la precisione epoche industriali – mentre la filosofia sembra preferire  i periodi di mutamento. >> Mitreo

Questa differenza deriva sicuramente dalle tradizioni e dalla data di nascita e di attività delle discipline e, a sua volta, ne definisce i metodi e gli strumenti di lavoro. Forse per questo motivo – la sua inadeguatezza metodologica e teorica a concettualizzare i mutamenti – la sociologia è in questo momento in forte crisi. Contro la “tendenza presentista” delle scienze sociali, come definita da Flavia Munafò nella sua introduzione a Unum? (Munafò 2022: pag. 12), gli autori membri dell’Associazione Sociologi Italiani hanno deciso di confrontarsi con tematiche di sociologia storica come analisi di epoche passate affrontate da un punto di vista sociologico utilizzando fonti storiografiche e analisi provenienti da varie discipline.

Nella sua premessa il presidente Antonio Latella così descrive il contributo dell’analisi: “… possiamo considerare la sociologia storica come una vera e propria metodologia, una terza via che arricchisce le tradizionali analisi qualitative e quantitative attingendo a entrambe nel trascenderle, per mezzo di un diverso modo di acquisire dati e informazioni. La sociologia storica è sia analitica che comprendente, acquisisce dati ufficiali insieme allo “spirito dei tempi”: norme, dati quantitativi, modelli culturali, scoperte archeologiche e scritture sacre sono considerati elementi di pari dignità e importanza. Secondo questa linea interpretativa una minoranza etnica può essere elemento centrale per un importante mutamento, i contatti tra i popoli (siano essi amichevoli o bellici) fondamentali per la definizione della propria identità.” (Latella, 2022: pag. 7).

L’Associazione Sociologi Italiani ha quindi deciso di avviare un esperimento di analisi storico sociologica di una delle più affascinanti epoche di mutamento in Italia e Europa: i pochi secoli che separano l’Età antica dal Medio Evo e che sono definiti Tarda Antichità (III-VI secoli d.C.). Il progetto è partito dal sociologo Raffaele Cellini, che si è offerto di coordinare i lavori, e altri colleghi – compresa la sottoscritta – hanno aderito con entusiasmo dividendosi le tematiche di ricerca salienti che compongono i capitoli: il diritto di famiglia, l’organizzazione militare, la filosofia e religione, il ruolo e la condizione della donna, fisco e finanze, le identità sociali (argomento scelto dallo stesso coordinatore) e, infine, una tematica complessa come la prostituzione abbracciata coraggiosamente da Maria Vasta. Due membri del direttivo della deputazione centro Italia hanno fornito i contributi di prefazione e postfazione mentre il presidente nazionale ha scritto la premessa. >>>>>> Diocleziano

Il risultato è un saggio scorrevole pubblicato dalla casa editrice scientifica specializzata in antichità Arbor Sapientae di Roma. Ritengo che il saggio renda il senso della densità dei mutamenti fondamentali, con i contrasti e le angosce che li accompagnano ma anche la fervida nascita di nuove esigenze, organizzazioni, speranze e modelli culturali e ideologici, ruoli e attività. “… la fine dell’antichità l’esaurimento di alcuni processi storici e fenomeni socio-culturali e l’avvento di altri di segno diverso. L’Impero Romano appare irreversibilmente in crisi:  attaccato da fuori e minato da  dentro. Grandi cambiamenti a livello demografico, sociale, religioso ed economico ne scuotono le fondamenta.” <( Munafò 2022: pag. 9).

copertina della pubblicazione

Il senso di decadenza si evince da una sorta di nostalgia dell’epoca classica quasi sbriciolata e il richiamo alle tradizioni, ormai viste come ancora di salvezza dalla deriva anomica delle intense laceranti dinamiche. L’anelito al mutamento è ugualmente  presente a volte espresso in scelte coraggiose e forti, il potente fermento culturale e filosofico e le riflessioni in tutti i settori della vita sociale e politica. E nella dialettica tra i due elementi di proiezione verso un futuro ignoto ancora da costruire e le resistenze del passato vediamo l’Impero Romano in declino affannare verso un Medio Evo che sarà epoca idealtipica di nascita di elementi e riflessioni di grande importanza anche per le epoche successive (cfr. D’Amore 2022: pagg. 127-128), probabile oggetto di future sperimentazioni di sociologia storica.

Barbara Lattanzi


Le potenzialità del biofeedback in ambito sportivo

di Massino Dagnino

Storia del biofeedback

Il biofeedback si sviluppa negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60, quando alcuni ricercatori quali   Neal Miller e Sterman, studiano e dimostrano che nell’uomo è possibile controllare alcuni parametri fisiologici come temperatura periferica, battito cardiaco, respiro e conduttanza cutanea. Biofeedback significa restituzione delle informazioni, “feedback”, sull’attività biologica, “bio”. Il biofeedback è un processo finalizzato all’apprendimento di autoregolazione dove il soggetto può imparare ad influire in modo significativo sulle risposte fisiologiche.

Il Biofeedback permette all’atleta di essere consapevole di determinati processi fisiologici e porli, entro certi limiti, sotto un controllo volontario ed equilibrato dell’attività fisiologica. Questo grazie all’utilizzo di strumentazione tecnologica di ultima generazione che rileva determinati parametri quali l’atto respiratorio, la frequenza e la variabilità cardiaca, la conduttanza cutanea e la temperatura periferica. Il training di Biofeedback contribuisce a sviluppare nello sportivo la consapevolezza del rapporto tra stati emotivi e stati fisiologici, in modo da apprendere strategie idonee al contesto. Quando l’atleta deve esprimere al massimo le proprie potenzialità, ha una preparazione specifica per gestire le emozioni che potrebbero compromettere la performance, elemento fondamentale per alimentare la propria autoefficacia.

La strumentazione

Il procedimento di monitoraggio consiste nel posizionare l’apparecchiatura su un dito di una persona, mostrando in tempo reale sul monitor di un computer collegato tramite bluetooth, come la fisiologia dell’individuo cambi. Il ciclo di feedback creato da questo processo tramite messaggi visivi e sonori consente alla persona di diventare consapevole dei comportamenti inconsci e delle reazioni automatiche. Il biofeedback ci mostra in tempo reale come si modificano i nostri parametri e ci permette gradualmente di imparare a regolarli. I feedback ricevuti sotto forma di grafici e suoni, durante la rivelazione hanno lo scopo di aumentare la consapevolezza dell’andamento del parametro attraverso il training e di imparare a regolarlo. Il training di Biofeedback contribuisce a sviluppare nello sportivo la consapevolezza degli stati fisiologici, in modo da apprendere strategie idonee al contesto. Quando l’atleta deve esprimere al massimo le proprie potenzialità, ha una preparazione specifica per gestire la situazione che potrebbe, non avendola, compromettere la performance, elemento fondamentale per alimentare la propria autoefficacia.

Impiegato dalla Ferrari Drive Academy

La Ferrari Driver Academy utilizza i training di Biofeedback con lo scopo di insegnare ai piloti delle varie categorie, di gestire lo stress e l’ansia, poiché gli stati emozionali e mentali sono fattori cruciali quando si cerca di eccellere in contesti altamente competitivi che generano forti pressioni, il programma FDA è basato sull’applicazione di innovative metodologie che consentono una valutazione oggettiva e costante dei progressi raggiunti.

Sistema di biofeedback utilizzato per supportare le missioni della NASA

Lawrence Klein, vicepresidente e co-fondatore di Thought Technology Ltd., ricorda: “Uno dei risultati di cui la nostra azienda è più orgogliosa è stato che il suo sistema FlexComp Infiniti sia stato scelto come apparecchiatura di monitoraggio fisiologico utilizzata nel progetto NEEMO-9 della NASA. In questo rapporto è incluso un video che spiega come il biofeedback è stato utilizzato a sostegno della missione della NASA. (Citazione (www.bmedreport.com articolo di Christopher Fisher, PhD il 22 luglio 2011)

Conclusioni

Il biofeedback è una tecnica da utilizzare con l’obbiettivo di migliorare le prestazioni fisiologiche, contrastando condizioni che possono influire sullo stress dell’atleta. I training nel corso del tempo, aiutano l’individuo ad essere maggiormente resiliente e performante sia durante gli allenamenti sia durante le competizioni anche senza l’uso dello strumento.

Dott. Massimo Dagnino
psicologo e sociologo Asi
per i rapporti con il mondo dello sport e benessere.

Riferimenti:

http://scihi.org/neal-miller-biofeedback; Ferrari Drive Accademy https://www.ferrari.com/it-IT/fda; https://www.bmedreport.com/archives/30426; Miglioramento delle performance sportive e lavorative (Paul and Garg, 2012); Stress (Hallman al. 2011); Giornale Italiano di PSICOLOGIA DELLO SPORT – 2013.


IL CALCIO E IL RITORNO DELLA FATA MORGANA

di Antonio Latella

PIPPO INZAGHI ( fonte: Reggina1914)

A volte ritorna inaspettato: quasi a voler alimentare le speranze di una comunità illusa e, al tempo stesso, delusa dalla sua classe dirigente. Il fenomeno della Fata Morgana, nella narrazione che si tramanda da secoli, nell’area dello Stretto di Messina, diventa un privilegio che, da più parti, viene indicato come un segnale che annuncia dei cambiamenti. A noi è sfuggito e nessun altro degli abitanti dello Stretto, di recente, pare abbia avuto il privilegio di assistere a questo naturale spettacolo.

 Eppure a Reggio Calabria si respira un’aria nuova, che genera entusiasmo e grandi momenti di aggregazione sociale. Non siamo in pochi a domandarci l’origine di questo nuovo fenomeno di massa che come il venticello di una afosa serata di agosto concede un po’ di sollievo alla gente delle due sponde. Non occorre un’analisi sociologica per scoprire che all’origine di questo entusiasmo ci sia il calcio. Anche da queste parti, in particolare sulla sponda continentale tagliata dal 38° Parallelo, il gioco più bello del mondo esalta la gente condizionandone i comportamenti: alla stregua di quanto si è registrato in moltissimi Paesi in occasione dei recenti campionati mondiali ospitati in Qatar.

Il delirio in Argentina, lo sconforto in Francia, la fine del sogno in casa delle altre due semifinaliste, il Marocco e la Croazia: diversi stati d’animo che solo il calcio riesce a suscitare. Per gli italiani niente emozioni dirette, considerato che gli azzurri non sono riusciti a qualificarsi; e in mancanza di una fede nazional calcistica, hanno avuto libertà di scelta.

Nella città che ospita i bronzi di Riace l’unica fede è l’amaranto: il colore della locale formazione calcistica che, dopo le brutte esperienze degli ultimi campionati, oggi è guidata da Filippo il “profeta”. Al secolo Pippo Inzaghi. In questa città dall’antica civiltà magnogreca, così abitudinaria e spesso priva di coscienza civica, l’amaranto della Reggina si è riguadagnato il fascio più luminoso nella straordinaria bellezza dell’iride. Sì, di quello che appare dopo un qualsiasi temporale che nell’immaginario della gente diventa un vero ponte che unisce la Calabria con la dirimpettaia Sicilia.

Il secondo posto in classifica nel campionato cadetto della squadra guidata da Inzaghi, settimana dopo settimana, successo dopo successo, sta diventando un valore aggiunto socio-economico di una provincia piegata su se stessa da un atavico sottosviluppo aggravato da due anni di pandemia, dalla guerra in Ucraina e dalla drammatica crisi globale.

Anche a questa latitudine, in una società sempre più votata al relativismo, il calcio si pone al centro di una sorta di religione laica. L’antropologo francese Marc Augé (ai più noto per la teoria dei “non luoghi”) considera il calcio come una manifestazione religiosa: “Il riunirsi di diverse migliaia di individui che provano – scrive in un suo libro – gli stessi sentimenti e che li esprimono attraverso il ritmo e il canto” crea le condizioni di una percezione sensibile del sacro.E tutto ciò che avviene negli stadi, veicolato dal mezzo televisivo e dai new media, coinvolge altri milioni di amanti del calcio.

Anche in una partita scialba bastano un assist, una giocata, un gol per scatenare l’entusiasmo: nello stadio si innanzano inni di gioia, gesti spontanei e nuvole d’incenso il cui odore inebria il tifoso. Quella stessa atmosfera viene traslata dai social nelle nostre case. Ed è festa.

Nel calcio non esistono differenze sociali: il popolo tifa per i suoi campioni, per i propri beniamini e non importa se a tirare calci ad un pallone sia uno che guadagna decine di milioni di euro d’ingaggio ogni anno. Il calcio è l’oppio delle masse. Anche il disoccupato non si formalizza se un decreto del governo stanzia 900 milioni di euro per consentire ai club di risanare (a rate) le loro inadempienze fiscali, accumulate per pagare ingaggi da pascià.

La fede calcistica assomiglia ad una lanterna: l’intensità della sua luce dipende dalla quantità e, ovviamente, dalla qualità dell’olio che alimenta la fiammella. Una filosofia che non bada a spese e che nel tempo ha dato vita ad una bolla economica che prima o poi esploderà con conseguenze drammatiche per il sistema pallonaro. E non solo.

Torniamo all’amaranto della Reggina, club prossimo ai centodieci anni di vita: nel cui recente passato, dopo l’epopea della serie A, ha vissuto stagioni contradditorie e discutibili sul fronte della politica economica. Nel campionato in corso, la premiata ditta composta da Saladini, Cardona, Martino, Taibi e Inzaghi, almeno fino ad oggi, dispone di scorte sufficienti per mantenere vive le ambizioni della tifoseria.

“Nord e Sud uniti nella lotta”: lo slogan delle folle sindacali dell’era del fordismo, oggi – mentre il Mezzogiorno rischia il baratro con la strana idea  nordista dell’autonomia differenziata – non sembra più semplice utopia. Ovviamente sul fronte calcistico: grazie a un lombardo di Piacenza che ha sposato la causa della squadra del lembo più meridionale del territorio italico – dove, citando Pascoli, “il mare è pieno di voci e il cielo è pieno di visioni” e “le onde greche vengono a cercare le latine” – il sogno della A potrebbe avverarsi. Come ai tempi della presidenza di Lillo Foti e dei “miracoli” di Bruno Bolchi e Walter Mazzarri (tanto per citare alcuni degli artefici del periodo aureo del calcio reggino).

Dall’estate dello scorso anno, in riva allo Stretto il calcio ha ridestato la gente dal torpore in cui è caduta profondamente a causa dei litigi della politica, della crisi economica, dei fenomeni degenerativi che condizionano la vita di tutti noi: sportivi e non sportivi, tifosi e non tifosi.

In una comunità dove l’inverno è stato sempre la stagione dominante, Inzaghi e la sua Reggina, finalmente, stanno portando il profumo della primavera. Mentre il mandorlo, in tutta la punta dello Stivale, sta per fiorire, lo stacanovista Pippo Inzaghi incomincia a sentire il profumo dei successi del suo grande passato calcistico. E in questo sforzo trova ristoro nell’incantevole scenario dello Stretto visibile, giorno e notte, dalla sua attuale residenza. Chissà se da questo suo strategico punto di osservazione non sia stato testimone esclusivo del ritorno della Fata Morgana.

E quella visione, che fin dalla “serenità del mattino” dà vita ad un immenso bagno di metalli scintillanti, ha coinvolto anche la compagna di mister Pippo, Angela, il cui impegno sociale l’ha candida a testimonial, sincera e appassionata, di un luogo unico al mondo.

ANTONIO LATELLA
giornalista e sociologo


Cos’è il neoliberismo

di Patrizio Paolinelli

Se qualcuno è interessato a sapere come è nata e come si è affermata la dottrina neoliberista una lettura da fare è senz’altro il libro di Marco D’Eramo, “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, (Feltrinelli, Milano, 252 pagg., 19,00 euro).

Iniziamo col chiarire il significato del titolo: il dominio si distingue dal potere perché è una condizione senza possibilità di negoziazione. Una condizione spesso interiorizzata dagli sconfitti come un dato naturale: è così e non può essere altrimenti. “Guerra invisibile” sta invece a significare che i dominatori hanno portato avanti per decenni una battaglia culturale di cui i dominati si sono accorti troppo tardi, quando ormai la situazione politico-economica era irreversibilmente trasformata a loro svantaggio. Infine, con la formula i “potenti contro i sudditi” D’Eramo riprende Aristotele e ci avvisa che a fare le rivoluzioni non sono solo i sudditi contro i potenti, ma anche i potenti contro i sudditi. Questi ultimi talvolta si ribellano contro la disuguaglianza (il proletariato parigino del 1789), mentre i primi si ribellano contro l’uguaglianza (nel 411 a.C. una congiura oligarchia abbatte la democrazia ateniese). I potenti perseguono la disuguaglianza perché si percepiscono come una categoria che merita di occupare il vertice della piramide sociale, mentre chi sta sotto merita di stare in basso. E col neoliberismo la condizione di chi sta in basso non è quella più quella del cittadino, ma del suddito. Cambiamento che richiama le forme del potere feudale.

La sommaria analisi del titolo del libro di D’Eramo ci ha già condotto al cuore dei problemi della nostra società. Una società che involve di anno in anno sotto la spinta del neoliberismo. Una società in cui oggi una decina di capitalisti possiede all’incirca la metà della ricchezza mondiale e in cui persino chi ha la fortuna di avere un lavoro fisso rischia di trovarsi in povertà. “Dominio” spiega in maniera chiara, analitica e con fonti di prima mano come si è potuti arrivare a una situazione così irrazionale.

D’Eramo ricostruisce, tappa dopo tappa, come e perché si è affermato il neoliberismo. Iniziamo dal perché. Negli anni ’60 del secolo scorso il capitalismo statunitense è scosso dai movimenti di contestazione: università in subbuglio, rivolte razziali, proteste in ogni dove, sconfitta in Vietnam, sindacati sul piede di guerra, critica alla logica del profitto, modi di vivere alternativi e così via. Si trattava di un terremoto sociale che metteva in discussione la capacità del capitalismo di dirigere la società. Bisognava correre ai ripari. Ma come?

A compiere le prime mosse negli anni ’60 del ‘900 è la frangia più retriva del potere economico statunitense. Una frangia composta da ricchissime famiglie e magnati del Midwest. Iniziano in solitudine creando e finanziando una serie di fondazioni. Le quali godranno di un’immensa fortuna passando da circa 2mila nel 1959 a oltre 86mila nel 2015. Ed è proprio dalle fondazioni che partirà la controffensiva della rivoluzione conservatrice. Una rivoluzione che permetterà all’élite economica di recuperare il consenso perduto nella società statunitense e poi nel resto dell’occidente. Allo scopo le fondazioni reclutano economisti, intellettuali, scrittori, conferenzieri, docenti, ricercatori e predicatori. Tutti uniti da una fede incrollabile nel liberismo più estremo. Prende così corpo una nutritissima “classe di servizio” che scatena una vera e propria guerra culturale attraverso la produzione di una quantità impressionante di pubblicazioni, di molte delle quali D’Eramo dà conto nel corso del suo libro.

Gli obbiettivi di così tanta produzione intellettuale sono chiari sin da subito: 1) costruire una teoria economica funzionale agli interessi dei dominatori e in grado di legittimarne il potere; 2) impregnare le istituzioni culturali nazionali e internazionali di tale teoria in modo da farla diventare la principale chiave di lettura dei comportamenti umani; 3) occupare le posizioni strategiche all’interno dei governi, delle istituzioni economiche nazionali e internazionali; 4) in virtù di questa colonizzazione neutralizzare ogni tipo di contestazione al primato del mercato sulla società. Da tempo questi obiettivi sono stati raggiunti. A questo punto ci si chiederà cosa ne è della democrazia. In proposito i neoliberisti non difettano di chiarezza: il mercato è più importante della democrazia e la dittatura è preferibile alla democrazia se questa mette in discussione le politiche neoliberiste (come avvenne nel Cile di Pinochet).

La teoria neoliberista viene costruita passo dopo passo, anno dopo anno, successo dopo successo man mano che i movimenti di protesta nati tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso perdono colpi. E qui iniziano le sorprese. La più importante di tutte, e che fa di “Dominio” una lettura imprescindibile, è questa: i neoliberisti reagiscono alla contestazione della sinistra statunitense utilizzando a piene mani idee, tattiche e strategie della sinistra. Si rendono cioè conto dell’importanza della politica e fanno propri concetti come ideologia, capitalismo, classe, intellettuali, egemonia, conflitto e altri ancora. Ma soprattutto comprendono immediatamente l’importanza strategica dell’ideologia per la mobilitazione e il controllo della società.

Impressionante è l’apertura del libro. Nel primo paragrafo troviamo citati alcuni passi di un manuale antiguerriglia dei marines statunitensi che persino nel linguaggio richiamano l’Althusser degli apparati ideologici di stato. Ma cosa c’entrano i marines col marxista Althusser? C’entrano perché entrambi riconoscono l’importanza delle narrazioni ideologiche per spingere gli esseri umani all’azione. E per controllare l’agire di una società facendola passare da anticapitalista a ipercapitalista, da progressista a conservatrice i neoliberisti si rendono conto che occorre costruire una grande narrazione (proprio negli anni in cui Lyotard dava per spacciate le grandi narrazioni).

Il neoliberismo è infatti una grande narrazione e i suoi teorici non fanno alcun mistero di produrre idee, racconti, schemi di pensiero, valori, credenze, categorie, linguaggi, immagini dell’uomo e del mondo col preciso scopo di sconfiggere le visioni della vita fondate sulla solidarietà. Non basta. Il modo di organizzarsi dei neoliberisti ricalca per diversi aspetti quello della sinistra: penetrare all’interno delle istituzioni (in particolare nell’università e nell’amministrazione della giustizia), crearne di parallele (fondazioni, centri studi, istituti culturali, think tank, università private ecc.) Mentre il loro  modo di muoversi è quello di veri e propri militanti di partito al servizio della rivoluzione conservatrice. Militanti intenti a perseguire senza alcun tentennamento un obiettivo: l’egemonia dell’élite economica sulla società. A ben guardare Gramsci e Lenin hanno fatto scuola tra i loro avversari.

E così mentre nei circoli della sinistra ci si lambiccava il cervello sul vocabolario di Heidegger e si riponevano in soffitta gli strumenti utilizzati per la critica al capitalismo, lo stesso capitalismo li faceva propri e li utilizzava per scatenare una guerra ideologica totale. In molti ricordiamo che per anni buona parte dell’intellighenzia liberal si è baloccata con favole quali, per esempio, il tramonto delle ideologie. Nel frattempo il neoliberismo metteva in piedi la più efficiente macchina ideologica che si sia mai vista nella storia della modernità. Mai vista perché ad essa non ci si può opporre, se è vero come è vero che oggi è più facile ipotizzare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Il successo dell’ideologia neoliberale è arrivato al punto di impedire all’immaginario individuale e collettivo di pensare qualsiasi cosa oltre il perimetro recintato dai neoliberisti. In questo senso il controllo del linguaggio si è rivelato decisivo e ad esso D’Eramo dedica illuminanti riflessioni.

Ma quali sono i caposaldi teorici del neoliberismo? In breve:  la società non esiste; esiste solo l’individuo; neanche la disoccupazione esiste (se si perde il lavoro è razionale godersi il tempo libero); la giustizia sociale è un’espressione vuota; non c’è alternativa al primato dell’impresa privata sulla società; la concorrenza è una legge di natura; gli esseri umani sono solo dei razionali calcolatori che badano al proprio utile (la madre dona affetto ai figli per avere un utile psicologico); i lavoratori sono imprenditori di se stessi (se guadagnano poco è perché hanno sbagliato a investire il loro capitale umano); tutto si compra e tutto si vende (bambini da adottare compresi e dove il bambino bianco vale più di quello di colore); il livello d’inquinamento di un fiume va deciso in base a quanto ci guadagna o ci rimette l’azienda inquinante; le leggi vanno fatte rispettare minimizzando il costo per lo Stato (perciò se costa troppo far rispettare una legge conviene lasciar perdere perché altrimenti aumentano le tasse); al centro dell’economia non c’è il mercato ma l’azienda (rompendo così con l’economia classica); le crisi economiche non sono tragedie ma opportunità (per i paperoni naturalmente); lo Stato deve essere  minimo (per il cittadino, ma non per le grandi aziende, che al contrario, anche negli Stati Uniti mungono a più non posso le casse pubbliche).

Naturalmente l’elenco è molto più lungo. Tuttavia, quanto riportato è sufficiente per dimostrare che la teoria neoliberale non ha niente di scientifico. Alla fin fine tale teoria consiste in una lunga serie di idee blindate da dimostrazioni (operazione tautologica che si può efficacemente utilizzare per qualsiasi idea uno abbia in testa, e proprio per questo motivo è metodologicamente sbagliata). Tuttavia, seppure su principi del tutto arbitrari i neoliberisti hanno costruito cattedrali di parole e di formule matematiche con cui da decenni condizionano e dirigono le politiche dei governi occidentali.

Depurata delle sue tautologie cosa resta della dottrina neoliberista? Resta quel che è: un discorso politico finalizzato a redistribuire la ricchezza a favore dell’élite economica. Resta un’ideologia che esprime una visione dell’essere umano di una povertà sconcertante. Un essere umano desocializzato, inconsapevole dei suoi reali interessi e in competizione col suo prossimo. Niente di più conveniente per un’élite economica che invece è compatta, ben organizzata e solidale nella difesa dei propri interessi di classe.


Recensione a: Raffasofia. Per trovare la felicità-tà-tà

Raffaella Carrà è stata per oltre trent’anni una star del piccolo schermo. Ballerina, cantante e conduttrice di successo ha rappresentato uno dei volti più popolari della Tv italiana. Nel corso della sua lunga carriera ha lavorato all’estero, venduto 60 milioni di dischi in tutto il mondo, ricevuto premi e riconoscimenti nazionali e internazionali. All’artista, scomparsa nel 2021, la scrittrice Marina Visentin ha dedicato un libro agiografico che si ben si presta alla critica sociologica dei miti prodotti dall’industria culturale.

Per quanto Raffasofia si presenti sulle ali della leggerezza avanza pretese filosofiche. Ma non è un libro di filosofia divulgativa. Di quelli annoverabili nella cultura media così tanto disprezzata da Dwight McDonald e rivalutata da Umberto Eco. Raffasofia si colloca su un piano differente perché il suo lettore ideale non è l’agente di borsa che legge Hemingway, ma un pubblico sempre più educato allo schermo e dallo schermo. Un pubblico che alla pagina scritta chiede le stesse performance offerte dalle immagini in movimento: rapidità, cambiamento, sorpresa.

In coerenza con questo tipo di orientamento (cognitivo e contenutistico) Visentin ha organizzato la stesura di Raffasofia su tre piani interagenti: la personale filosofia di vita espressa dalla Carrà in numerose interviste; i testi delle sue canzoni; un pot-pourri di citazioni: scrittori, filosofi, religiosi e politici sono chiamati a raccolta per sostenere la visione del mondo della showgirl. Una macedonia di frasi celebri in cui il lettore può trovare di tutto: Aristotele e Nietzsche, Churchill e Che Guevara, Sant’Agostino e Confucio, Beckett e Bernanos, Alda Merini e Anaïs Nin e così via. Simili frullati di pillole di saggezza sono utilizzati anche nei manuali di auto-aiuto e di marketing. Servono a nobilitare il proprio discorso anche se il pensiero degli autori citati è travisato, così come accade alla Visentin quando associa il dibattito sulla felicità degli antichi filosofi greci al self-improvement di oggi.

Ma qui non si tratta di fare le pulci al testo. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Conviene invece chiedersi: qual è stato l’effetto-Carrà sulla coscienza collettiva degli italiani? Dalla lettura di Raffasofia risulta chiaro: un effetto potente. E l’operazione della Visentin è proprio quella di alimentare tale potenza mitizzando un personaggio dello spettacolo in grado di offrire un’etica e un’idea di felicità a un pubblico che apprezza l’intrattenimento su ogni strumento di comunicazione adottando contenuti facilmente digeribili. Un pubblico che anche con la lettura vuol passare il tempo economizzando energie mentali, che si nutre di pseudo-cultura e che non intende rinunciare al buonumore. Un pubblico allo stesso tempo anti-brechtiano e postmoderno.

A questo pubblico la Carrà offre un’idea di felicità condensabile in una parola: spensieratezza. E come ci si scrollano di dosso i pensieri? Ballando a perdifiato, gettando alle ortiche i falsi pudori, sorridendo alla vita. Ma la spensieratezza è un po’ come la bellezza: richiede impegno, costanza e fatica. Tra le righe di Raffasofia fa così capolino l’attaccamento della Carrà all’etica del lavoro, probabilmente appresa dai genitori, entrambi imprenditori. Un’etica che sovrasta ogni aspetto della vita e che, tra l’altro, condurrà la showgirl a rinunciare alla maternità. Visentin sottolinea spesso l’energia della Carrà e la sua capacità di adattarsi al nuovo. Per esempio, passando indifferentemente da un ruolo all’altro. Abbiamo ricordato che Raffaella Carrà è stata ballerina, cantante, conduttrice (all’inizio della carriera anche attrice cinematografica). Senza nulla togliere alle sue qualità artistiche, non eccelse in nessuno di questi ruoli. Fu la sua fortuna perché le consentì un successo duraturo all’insegna della medietà. E questo stare nel mezzo è la chiave di volta per comprendere la filosofia di vita della Carrà.

Naturalmente per Visentin le cose non stanno così. La Carrà è presentata come una rivoluzionaria, una donna libera da pregiudizi e indipendente nelle faccende di cuore. Lettura che isola il fenomeno-Carrà dal resto della vita sociale. Prendiamo il ruolo di sex symbol attribuito alla showgirl quando nel 1970 buca lo schermo della Tv in bianco e nero mostrando per prima l’ombelico davanti alle telecamere. Al netto dello scandalo, era quello che si aspettava il pubblico di una società industriale ancora sospinta dal boom economico e alla quale i valori e i pudori del mondo rurale andavano stretti. È questo uno degli equivoci di Raffasofia: presentare la Carrà come una contestatrice quando in realtà il suo agire è sempre andato in direzione della stabilità pur nel cambiamento, dei costumi beninteso. Tanto è così che pur cantando l’autonomia delle donne restò estranea ai movimenti femministi perché riteneva la libertà una questione interiore dell’individuo e non un tema sociale.

Raffaella Carrà ha rappresentato i valori di un ceto medio in ascesa e da cui proveniva. Un ceto orgogliosamente dedito alla propria attività professionale, a cui piace godersi la vita e che non vuole scossoni sociali. Ecco la ricetta della felicità. Ricetta politicamente moderata a cui corrisponde il glamour della donna perbene ma al passo coi tempi, il glamour incarnato dalla Raffa nazionale: una bellezza non esagerata, un sex appeal non debordante, un’emancipazione non sovversiva. Ossia il contrario di ciò che racconta Visentin. Perché così tanto contenimento? Perché questo tipo di donna ha tutto ciò che è essenziale: lavoro, denaro, prestigio. Le sue ansie riguardano le pene del cuore e i suoi problemi la sfera del tempo libero. Sono questi gli ostacoli alla gioia di vivere.

Il glamour conformista a uso e consumo del ceto medio in ascesa inizia a scricchiolare con l’affermazione della Tv commerciale fino a crollare col consolidamento del duopolio Rai-Mediaset. Fenomeno parallelo alla lenta discesa di un ceto-medio sempre più esposto ai venti delle crisi economiche. Ed ecco affermarsi, dentro e fuori gli schermi, un nuovo modello di glamour: erotizzato al massimo, esibizionista, spesso volgare. L’ombelico scoperto della Carrà fa sorridere e la sua medietà un ricordo del passato. Il disorientato ceto medio di una società deindustrializzata chiede ben altro: una felicità da rivoluzione passiva, in amore come in politica.

PATRIZIO PAOLINELLI, La Critica sociologica, LVI – 222, aprile 2022


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