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L’impatto sociale del software Open Source: Linux come alternativa sostenibile ai sistemi operativi proprietari

di Franco Faggiano

L’adozione del software Open Source rappresenta uno dei fenomeni più significativi dell’evoluzione dell’informatica contemporanea. Oltre agli aspetti tecnologici ed economici, il modello aperto esercita un impatto sociale rilevante in termini di inclusione digitale, democratizzazione dell’accesso alla conoscenza, sostenibilità economica, sicurezza informatica, trasparenza amministrativa e riduzione del divario digitale. Questo contributo analizza tali dimensioni concentrandosi sul sistema operativo Linux e sulle sue numerose distribuzioni, evidenziandone il ruolo quale valida alternativa ai sistemi operativi proprietari, in particolare Microsoft® Windows®. Attraverso un’analisi della letteratura scientifica e della documentazione prodotta da organizzazioni internazionali, emerge come Linux costituisca non soltanto una soluzione tecnologica efficiente, ma anche uno strumento di innovazione sociale e di sviluppo sostenibile.

Negli ultimi trent’anni il software Open Source ha progressivamente assunto un ruolo centrale nell’ecosistema informatico mondiale. Inizialmente confinato agli ambienti accademici e di ricerca, oggi costituisce l’infrastruttura tecnologica alla base di Internet, del cloud computing, dei supercomputer, dei dispositivi mobili e di una parte crescente delle infrastrutture pubbliche. Il successo del software Open Source non deriva esclusivamente dalla sua qualità tecnica, ma soprattutto dal paradigma collaborativo introdotto dal movimento del Software Libero, formalizzato da Richard Stallman negli anni Ottanta e successivamente sviluppato attraverso il modello Open Source delineato da Eric Raymond (Raymond, 1999). Tra i principali esempi di software Open Source, Linux rappresenta probabilmente il caso di maggior successo. Nato nel 1991 per iniziativa di Linus Torvalds, il kernel Linux è oggi alla base di centinaia di distribuzioni destinate a differenti contesti applicativi: desktop, server, cloud computing, sistemi embedded, Internet of Things e supercalcolo. L’obiettivo del presente lavoro è analizzare gli effetti positivi che la diffusione di Linux produce sul piano sociale, economico e culturale, con particolare attenzione alla sua capacità di rappresentare un’alternativa concreta ai sistemi operativi proprietari.

Secondo la definizione dell’Open Source Initiative, un software può essere definito Open Source quando il codice sorgente è liberamente accessibile, modificabile e redistribuibile. Questo paradigma produce un cambiamento radicale rispetto al modello proprietario.

  • il codice sorgente è chiuso;
  • gli utenti acquistano una licenza d’uso;
  • lo sviluppo è controllato da un’unica impresa.
  • il codice è pubblico;
  • la comunità può contribuire allo sviluppo;
  • la verifica del software è distribuita;
  • l’innovazione è collaborativa.

Come osserva Raymond (1999), il modello “Bazaar” accelera l’identificazione degli errori e favorisce un’evoluzione continua del software grazie al contributo distribuito di migliaia di sviluppatori.

Linux costituisce il più importante progetto Open Source della storia dell’informatica. Secondo i dati della TOP500 Foundation, Linux alimenta praticamente tutti i supercomputer più potenti del mondo. Analogamente, la quasi totalità dei principali servizi cloud (Amazon AWS, Google Cloud, Microsoft Azure) utilizza sistemi Linux come piattaforma di riferimento. Nel mercato desktop, sebbene Microsoft Windows mantenga una posizione predominante, la diffusione delle distribuzioni Linux è in costante crescita, favorita da:

  • maggiore stabilità;
  • sicurezza;
  • assenza di costi di licenza;
  • ridotti requisiti hardware;
  • disponibilità di software libero.

Tra le principali distribuzioni si possono citare:

  • Debian
  • Ubuntu
  • Linux Mint
  • Fedora
  • openSUSE
  • Kali Linux

La varietà delle distribuzioni consente di adattare Linux sia agli utenti meno esperti sia agli ambienti professionali.

4. Impatto sociale

Uno dei principali vantaggi sociali del software Open Source consiste nella riduzione delle disuguaglianze nell’accesso alle tecnologie digitali.

L’assenza di costi di licenza permette infatti a:

  • scuole;
  • università;
  • enti pubblici;
  • organizzazioni non governative;
  • famiglie a basso reddito

di utilizzare strumenti informatici senza sostenere costi proibitivi. Le distribuzioni leggere, come Lubuntu o Linux Lite, consentono inoltre di prolungare la vita utile di computer considerati obsoleti da Windows. Ciò riduce il costo di accesso all’informatica.

Gli utenti possono: comprendere il funzionamento del sistema; modificare il software; personalizzare l’ambiente operativo; partecipare alle comunità di sviluppo. Questo approccio promuove competenze digitali avanzate, oggi considerate fondamentali dalla Commissione Europea.

L’accesso al codice sorgente costituisce un potente strumento educativo. Università e scuole possono: studiare algoritmi reali; analizzare sistemi operativi completi; contribuire direttamente allo sviluppo del software. Ciò favorisce una cultura della condivisione della conoscenza piuttosto che del semplice consumo di tecnologia.

Le amministrazioni pubbliche rappresentano uno degli ambiti in cui Linux può generare importanti risparmi. L’eliminazione delle licenze proprietarie consente di destinare maggiori risorse a: formazione; infrastrutture; sicurezza informatica; innovazione. Numerosi studi della Commissione Europea hanno evidenziato come il software Open Source produca effetti economici positivi anche attraverso la crescita dell’ecosistema delle piccole e medie imprese specializzate in servizi ICT.

Linux contribuisce indirettamente alla riduzione dei rifiuti elettronici. Le distribuzioni leggere possono funzionare su hardware con oltre dieci anni di vita.

Questo consente:

  • minore produzione di rifiuti elettronici;
  • riduzione delle emissioni associate alla produzione di nuovi dispositivi;
  • estensione del ciclo di vita delle apparecchiature.

Il contributo del software Open Source si inserisce pertanto negli obiettivi dell’economia circolare.

Uno dei temi maggiormente discussi riguarda la sicurezza. Contrariamente a un luogo comune diffuso, la disponibilità del codice sorgente non rappresenta un elemento di vulnerabilità. Al contrario, numerosi autori sostengono che la revisione pubblica favorisca una più rapida individuazione delle vulnerabilità. Il principio formulato da Kerckhoffs nel XIX secolo, secondo cui la sicurezza non deve dipendere dalla segretezza del sistema ma dalla robustezza dei meccanismi crittografici, trova piena applicazione nel software Open Source. La trasparenza assume inoltre un’importanza strategica nella Pubblica Amministrazione, dove la verificabilità del codice contribuisce a rafforzare fiducia, accountability e sovranità digitale.

Microsoft Windows rappresenta ancora il sistema operativo desktop dominante. Tuttavia Linux offre numerosi vantaggi.

  1. Costi: Linux è generalmente gratuito.Windows richiede licenze commerciali.
  2. Privacy: Linux raccoglie una quantità significativamente inferiore di dati di telemetria rispetto ai moderni sistemi Windows.
  3. Aggiornamenti. Gli aggiornamenti delle distribuzioni Linux risultano generalmente meno invasivi e più controllabili dall’utente.
  4. Prestazioni. Linux mantiene elevate prestazioni anche su hardware datato.
  5. Personalizzazione. Ogni componente del sistema può essere modificato.
  6. Ecosistema software. La disponibilità di migliaia di applicazioni Open Source rende Linux una piattaforma completa per: sviluppo software; ricerca scientifica; grafica; videoscrittura; calcolo; intelligenza artificiale; amministrazione di sistemi.

Permangono tuttavia alcune criticità, principalmente legate alla compatibilità con specifici software proprietari (ad esempio alcuni videogiochi o applicativi professionali altamente specializzati). Tali limitazioni risultano oggi sensibilmente ridotte grazie a strumenti di compatibilità e alla crescente disponibilità di applicazioni multipiattaforma.

L’adozione del software Open Source nelle amministrazioni pubbliche produce benefici che trascendono il mero risparmio economico.Tra essi si evidenziano: indipendenza dai fornitori (vendor lock-in); trasparenza amministrativa; interoperabilità; conservazione dei dati nel lungo periodo; sviluppo del mercato locale dei servizi ICT; incremento della sovranità digitale. Le recenti strategie europee in materia di interoperabilità e sovranità tecnologica attribuiscono infatti crescente rilevanza all’adozione di software Open Source nella Pubblica Amministrazione.

L’analisi della letteratura mostra come il software Open Source debba essere interpretato non soltanto come un modello tecnico, ma come un fenomeno sociale. Linux rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui è possibile:

  • ridurre le disuguaglianze digitali;
  • favorire la formazione informatica;
  • incrementare la sicurezza;
  • promuovere la trasparenza istituzionale;
  • sostenere la sostenibilità ambientale;
  • rafforzare l’autonomia tecnologica dei Paesi.

In questo senso, la diffusione di Linux contribuisce alla costruzione di un ecosistema digitale più aperto, inclusivo e resiliente.

L’evidenza scientifica suggerisce che il software Open Source costituisca un fattore abilitante per lo sviluppo economico e sociale. Linux, grazie alla sua natura aperta, alla stabilità tecnica, alla sicurezza e alla sostenibilità economica, rappresenta una valida alternativa ai sistemi operativi proprietari in numerosi contesti applicativi. Pur permanendo alcune limitazioni in specifici settori professionali, il continuo miglioramento delle distribuzioni Linux e la crescente maturità dell’ecosistema Open Source rendono plausibile un progressivo incremento della sua diffusione anche nel mercato desktop. La promozione del software Open Source dovrebbe pertanto essere considerata una componente strategica delle politiche pubbliche orientate all’innovazione, all’inclusione digitale e alla sovranità tecnologica.

Dott. Franco Faggiano, Linux user con esperienza informatica fin dal 1982. EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), direttore vicario del laboratorio della Macrodeputazione ASI Nordovest “The Elsewhere project” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com – Blog personale: franco-faggiano.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • Aksulu, A., & Wade, M. (2010). A Comprehensive Review and Synthesis of Open Source Research. Journal of the Association for Information Systems, 11(11), 576–656.
  • Feller, J., & Fitzgerald, B. (2002). Understanding Open Source Software Development. Addison-Wesley.
  • Kerckhoffs, A. (1883). La cryptographie militaire. Journal des Sciences Militaires.
  • Lakhani, K. R., & Wolf, R. G. (2005). Why Hackers Do What They Do. In J. Feller et al. (Eds.), Perspectives on Free and Open Source Software. MIT Press.
  • Lerner, J., & Tirole, J. (2002). Some Simple Economics of Open Source. Journal of Industrial Economics, 50(2), 197–234.
  • Raymond, E. S. (1999). The Cathedral and the Bazaar. O’Reilly Media.Stallman, R. M. (2002). Free Software, Free Society: Selected Essays of Richard M.
  • Stallman. GNU Press.
  • Weber, S. (2004). The Success of Open Source. Harvard University Press.
  • Commissione Europea (2020). Open Source Software Strategy 2020–2023.
  • Commissione Europea (2020). European Interoperability Framework.
  • UNESCO (2021). Recommendation on Open Science.
  • OECD (2021). The Digital Transformation of SMEs.
  • TOP500 Foundation. TOP500 Supercomputer Sites.
  • Netcraft. Web Server Survey.
  • Wheeler, D. A. (2007). Why Open Source Software / Free Software (OSS/FS)? Look at the Numbers!

Hashtag #: Open Source, Linux, Software Libero, Inclusione Digitale, Digital Divide, Sostenibilità, Innovazione Sociale.


Lavorare nell’algoritmo

di Vincenzo Testagrossa

La trasformazione digitale del lavoro non consiste semplicemente nell’uso di nuovi strumenti tecnologici. Cambia il modo in cui il lavoro viene organizzato, misurato, controllato e regolato. Piattaforme digitali, intelligenza artificiale e smart working descrivono tre volti di questo cambiamento: il lavoro frammentato in incarichi brevi, il potere crescente dei sistemi automatizzati nei processi decisionali e la progressiva ridefinizione dei confini tra luogo di lavoro, tempo professionale e vita privata. Non si parte dall’idea che la tecnologia produca automaticamente precarietà, subordinazione o disoccupazione, perché una simile lettura sarebbe riduttiva. La digitalizzazione può migliorare l’efficienza, ampliare l’autonomia e favorire nuove opportunità. Tuttavia, può anche creare asimmetrie informative, rendere meno visibili le forme di controllo e trasferire parte del rischio economico e organizzativo sul lavoratore. Anche i dati statistici richiedono cautela. In questo articolo sono utilizzati come indicatori descrittivi, non come prova automatica di rapporti causali. Il dato ISTAT sui 565 mila lavoratori tramite piattaforma nel 2022, ad esempio, riguarda persone che hanno dichiarato almeno un’ora di attività nei dodici mesi precedenti l’intervista: non coincide quindi con una platea stabile e omogenea di lavoratori della gig economy. Allo stesso modo, i dati sul lavoro da remoto fotografano un fenomeno sociale più ampio rispetto alla nozione giuridica di lavoro agile, mentre quelli sull’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese, indicano diffusione tecnologica, non effetti occupazionali univoci. La sfida è leggere il lavoro digitale senza enfasi e senza allarmismi: come un campo di trasformazione reale, nel quale innovazione, produttività, diritti e disuguaglianze si intrecciano.

Gig economy: autonomia formale e dipendenza possibile

La gig economy si fonda su prestazioni organizzate tramite piattaforme digitali: consegne, trasporti, servizi alla persona, micro-attività online, vendita di beni o altre attività intermediate da applicazioni. Il dato ISTAT del 2022 segnala che il fenomeno è ormai riconoscibile, ma non autorizza a descriverlo come forma dominante del mercato del lavoro italiano. Il nodo sociologico è soprattutto qualitativo. Il lavoratore può scegliere quando connettersi, ma la possibilità concreta di ricevere incarichi può dipendere da rating, tempi di risposta, geolocalizzazione, disponibilità e criteri di assegnazione non sempre trasparenti. L’algoritmo non impartisce necessariamente ordini nel senso tradizionale; più spesso orienta comportamenti attraverso incentivi, penalizzazioni e sistemi reputazionali. Sul piano giuridico occorre evitare automatismi. Non tutti i lavoratori di piattaforma sono subordinati. Tuttavia, quando la piattaforma incide in modo significativo su tempi, modalità, compensi e accesso agli incarichi, diventa legittimo interrogarsi sulla reale autonomia del lavoratore e sulla possibile esistenza di dipendenza economica o etero-organizzazione.

Intelligenza artificiale: mansioni, competenze e decisioni

L’intelligenza artificiale incide sul lavoro perché può modificare mansioni, processi decisionali e forme di controllo. Secondo i dati ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti, utilizza almeno una tecnologia di IA. Il dato indica una crescita importante, ma riguarda un perimetro specifico: non comprende l’intero universo produttivo, formato anche da microimprese. L’impatto occupazionale non va presentato come inevitabile disoccupazione di massa. È più corretto parlare di trasformazione: alcune mansioni possono essere automatizzate, altre integrate, altre ancora rese più produttive. Il rischio principale è la polarizzazione tra lavoratori in grado di usare l’IA come strumento professionale e lavoratori più esposti a dequalificazione, controllo o sostituzione parziale delle attività. Per questo il tema delle competenze digitali è decisivo. L’ISTAT segnala che nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base. Il dato mostra un miglioramento, ma anche un divario ancora rilevante. Quando l’IA è usata per selezionare candidati, valutare performance, organizzare turni o monitorare attività, diventano centrali trasparenza, supervisione umana e possibilità di contestazione.

Smart working e lavoro da remoto: flessibilità e confini

Lo smart working ha modificato l’idea tradizionale di luogo di lavoro. L’ISTAT rileva che nel 2023 poco meno di 3,4 milioni di occupati, pari al 13,8% del totale, hanno sperimentato forme di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la rilevazione. Il dato segnala una stabilizzazione dopo la fase pandemica, ma non una diffusione generalizzata a tutte le professioni. Il lavoro da remoto può ridurre spostamenti, migliorare la conciliazione dei tempi e aumentare l’autonomia organizzativa. Questi effetti, però, dipendono dalla mansione, dalla qualità dell’organizzazione, dagli strumenti disponibili e dalle condizioni materiali del lavoratore. La stessa modalità può essere un’opportunità per chi dispone di spazi adeguati e diventare problematica per chi vive in contesti abitativi o familiari più complessi. Il punto critico è il confine tra lavoro e vita privata. E-mail serali, messaggi fuori orario e reperibilità informale possono trasformare la flessibilità in disponibilità continua. In termini giuridici è quindi preferibile parlare di misure di disconnessione da definire nell’organizzazione del lavoro e nell’accordo di lavoro agile, evitando formule generiche che facciano pensare a un diritto assoluto e indistinto.

Profili economici e giuridici

Sul piano economico, la digitalizzazione può aumentare efficienza e produttività: le piattaforme riducono i costi di incontro tra domanda e offerta, l’IA automatizza attività informative, il lavoro da remoto può ridurre vincoli logistici. Tuttavia, il miglioramento dell’efficienza non coincide necessariamente con un miglioramento della qualità del lavoro. La questione centrale è come vengono distribuiti benefici e rischi. Nella gig economy il rischio dell’intermittenza della domanda può ricadere sul lavoratore; nell’uso dell’IA il rischio di obsolescenza professionale può pesare su chi ha minori competenze; nel lavoro da remoto alcuni costi organizzativi possono spostarsi nello spazio domestico. In Italia, secondo i dati provvisori ISTAT di aprile 2026, il mercato del lavoro mostra segnali positivi, con tasso di disoccupazione al 5,1% e occupazione al 63,1%; tuttavia, i più recenti dati ISTAT richiamati nel Rapporto annuale pubblicato nel 2026 confermano aree di vulnerabilità, in particolare tra lavoratori a termine, part-time involontari, giovani e donne. Sul piano giuridico, il diritto del lavoro deve misurarsi con poteri meno visibili ma non per questo irrilevanti: piattaforme, software, rating e procedure automatizzate. La Direttiva UE 2024/2831 rafforza il tema della corretta qualificazione del lavoro tramite piattaforma e della gestione algoritmica, mentre l’AI Act considera ad alto rischio diversi sistemi di IA usati nell’occupazione e nella gestione dei lavoratori. Per lo smart working, la disciplina italiana valorizza l’accordo individuale, ma la tutela effettiva richiede anche contrattazione collettiva e policy aziendali chiare.

Frammentazione sociale e rappresentanza

Gig economy, IA e smart working condividono una possibile frammentazione del lavoro. Il lavoratore di piattaforma può operare in isolamento; il lavoratore valutato da sistemi automatizzati può non conoscere pienamente i criteri decisionali; il lavoratore da remoto può perdere parte del contatto quotidiano con colleghi e luoghi di confronto.
Questo non significa che la rappresentanza collettiva sia impossibile. Significa piuttosto che deve aggiornare il proprio campo di intervento. Salari e orari restano fondamentali, ma occorre negoziare anche uso dei dati, criteri algoritmici, sistemi di monitoraggio, formazione digitale, misure di disconnessione e procedure di contestazione delle decisioni automatizzate.

Il lavoro digitale non deve essere descritto né come minaccia assoluta né come soluzione automaticamente positiva. È un campo di trasformazione nel quale tecnologia, organizzazione, mercato e diritto ridefiniscono continuamente i confini della prestazione lavorativa. La tecnologia può aumentare produttività e autonomia, ma può anche trasferire rischi, rendere opache le decisioni e rafforzare disuguaglianze già presenti. Il compito della sociologia, del diritto e dell’economia è rendere leggibile questa complessità, senza trasformare i dati in allarmi e senza ridurre l’innovazione a semplice progresso tecnico. La sfida non è adattare passivamente il lavoratore all’algoritmo, ma costruire regole, competenze e forme di rappresentanza capaci di adattare l’innovazione tecnologica ai diritti, ai bisogni e alla dignità della persona che lavora.

Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista, esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro; vice presidente Deputazione ASI Sicilia-Sardegna

Bibliografia di riferimento

  • Aloisi, A., & De Stefano, V. (2022). Your Boss Is an Algorithm: Artificial Intelligence, Platform Work and Labour. Hart Publishing.
  • Castel, R. (1995). Les métamorphoses de la question sociale. Fayard
  • De Stefano, V. (2016). The rise of the just-in-time workforce. Comparative Labor Law & Policy Journal, 37(3), 471-504.
  • European Union. (2024). Directive (EU) 2024/2831 on improving working conditions in platform work.
  • European Union. (2024). Regulation (EU) 2024/1689 laying down harmonised rules on artificial intelligence.
  • Gandini, A. (2019). Labour process theory and the gig economy. Human Relations, 72(6), 1039-1056.
  • ISTAT. (2024). Lavoratori delle piattaforme digitali – Anno 2022.
  • ISTAT. (2025). Imprese e ICT – Anno 2025.
  • ISTAT. (2026). Cittadini e ICT – Anno 2025.
  • ISTAT. (2026). Smart working: da necessità a nuovo stile di vita – Anno 2023.
  • ISTAT. (2026). Occupati e disoccupati – Aprile 2026. Dati provvisori.
  • ISTAT. (2026). Rapporto annuale 2026. La situazione del Paese. Pubblicato il 21 maggio 2026, con dati prevalentemente riferiti al 2025.
  • Polanyi, K. (1944). The Great Transformation. Farrar & Rinehart.
  • Srnicek, N. (2017). Platform Capitalism. Polity Press.
  • Vallas, S., & Schor, J. B. (2020). What do platforms do? Understanding the gig economy. Annual Review of Sociology, 46, 273-294.

Devianza adolescenziale nella società frammentata: tra anomia, deresponsabilizzazione e mediazione digitale

di Simona Carucci

L’articolo analizza le possibili cause della devianza adolescenziale nel contesto delle società contemporanee, caratterizzate da fluidità identitaria, frammentazione dei legami sociali e crescente mediazione digitale. Attraverso il contributo di autori classici e moderni, si evidenzia come la perdita di riferimenti normativi stabili, la deresponsabilizzazione sociale e la costruzione identitaria mediata dai social network, contribuiscano alla formazione di soggettività fragili, isolate e più esposte a comportamenti devianti.

Introduzione: la devianza nell’epoca della fluidità

La devianza adolescenziale non è un fenomeno nuovo, ma assume oggi caratteristiche inedite: i confini normativi risultano sempre più delegittimati, la crisi e la frammentazione dei ruoli sociali provocano una rottura delle aspettative e disorientamento identitario e sociale. Il gruppo è sostituito da interazioni social. L’adolescente cresce in un contesto in cui istituzioni come famiglia, scuola e comunità perdono forza regolativa e riconoscimento, lasciando spazio ad una socializzazione frammentata e spesso incoerente. Questa condizione produce una tensione tra libertà e disorientamento: se da un lato aumentano le possibilità di scelta, dall’altro diminuisce la capacità di orientarsi entro sistemi di valori condivisi. La costruzione identitaria mediata dai social network contribuisce alla formazione di soggettività fragili, isolate e più esposte a comportamenti devianti. L’analisi delle motivazioni e dei contesti in cui i fenomeni di devianza nascono, si sviluppano e si consolidano, non implica in alcun modo una loro giustificazione, né tantomeno una legittimazione dell’autore o dell’autrice dell’atto, ma rappresenta piuttosto un tentativo di comprensione scientifica dei complessi processi sociali che li producono.

Anomia e crisi della regolazione sociale

Il concetto di anomia, introdotto da Émile Durkheim, è fondamentale per comprendere la devianza contemporanea. Durkheim (1893) descrive l’anomia come una condizione di deregolazione sociale, in cui le norme perdono la loro capacità di guidare i comportamenti individuali, proprio per dei rapidi cambiamenti sociali, certo quelli dell’epoca, ma questo concetto è adattabile ad oggi. In una società fluida, l’anomia non è più una condizione eccezionale, ma strutturale: i giovani si trovano privi di limiti chiari e di riferimenti stabili. Manca chi trasmette i valori, credenze e norme da un soggetto all’altro (al più giovane), come in tutti i gruppi sociali umani e animali. Troppo spesso è delegato a terzi o ad algoritmi, tante volte chi tenta il passaggio è deligittimato. Questo vuoto normativo favorisce comportamenti devianti, non tanto come trasgressione consapevole, quanto come ricerca di orientamento, lì dove manca il condiviso. A questa prospettiva si collega Merton (1938), che interpreta la devianza come tensione e adattamento alle discrepanze tra obiettivi culturali e mezzi legittimi, ad esempio, i modelli di successo veicolati dai social, risultano spesso irraggiungibili, generando frustrazione e strategie devianti alternative, non avendo alle spalle una struttura di valori sociali stabile e coerente.

Il controllo sociale e la sua trasformazione

Secondo Travis Hirschi (1969), la devianza emerge quando i legami sociali si indeboliscono. I quattro elementi del legame sociale (attaccamento, impegno, coinvolgimento e credenze) risultano oggi compromessi. La devianza giovanile emerge come esito di un processo di indebolimento dell’integrazione sociale. Quando i vincoli con la famiglia, la scuola, il lavoro, l’associazionismo e la comunità territoriale si deteriorano, il giovane perde progressivamente il senso di appartenenza alla vita collettiva e diminuisce la sua disponibilità ad assumere comportamenti conformi alle aspettative normative. La riduzione del controllo sociale informale comporta, infatti, una minore interiorizzazione delle regole e un incremento della probabilità di condotte trasgressive. La devianza può essere interpretata non solo come scelta individuale, ma anche come manifestazione di una progressiva disaffiliazione sociale, nella quale il giovane si percepisce sempre meno come partecipante responsabile dell’ordine collettivo e, quindi, legittimato ad un comportamento irresponsabile verso se stesso e verso gli altri. Il fenomeno è connesso al deficit di partecipazione civica, di responsabilizzazione sociale e di integrazione istituzionale. Il controllo sociale (come fonte di regolazione del membro del gruppo) nelle società moderne non deve scomparire ma trasformarsi (M. Foucault): da esterno a interno, da visibile a diffuso. Oggi, quindi, il controllo passa anche attraverso i dispositivi digitali, producendo forme di sorveglianza e auto-esposizione, che influenzano profondamente i comportamenti adolescenziali.

Social media e costruzione della realtà

I social network non sono semplici strumenti, ma ambienti di costruzione simbolica della realtà. Attraverso di essi si produce una rappresentazione spesso distorta della vita sociale, basata su performance, visibilità e riconoscimento immediato. A questo punto emerge la necessità di ciò che ci offre Goffman (1956), per interpretare il comportamento online. Esso è una vera “messa in scena” permanente e non un semplice come, in cui l’individuo è tradotto in mera immagine, dove la sua storia come individuo, la sua cultura e le sue caratteristiche personali sono cancellate, per la necessità di conformarsi ad una proposta di un Io, non socialmente compatibile, ma social condivisibile. In questa messa in scena, quindi, non vi è più il ruolo sociale del soggetto, ma vi è una figurina che semplicemente risponde, non alle aspettative sociali, ma agli standard di algoritmi. La società contemporanea è sicuramente dominata da simulacri (J. Baudrillard): rappresentazioni che sostituiscono la realtà. I giovani interiorizzano modelli irrealistici durante la fase di costruzione/crescita dell’Io e dell’Io Sociale, compensando i vuoti che l’ambiente reale che li circonda lasciano, generando dissonanza tra sé, comunque inserito nel reale e quel sé costruito nel web. Ispirandosi a Russell (1938), si può notare una sorta di paradosso, ovvero, in un ambiente come quello WEB dove ci si può pensare liberi e deresponsabilizzati, in realtà si viene condotti in un’autocensura feroce. Traslando la sua teoria nel contesto contemporaneo dei social media, tale dinamica assume una forma particolarmente intensa tra i giovani, dove la costruzione del loro Io è costantemente mediata da processi di visibilità e comparazione sociale. Ne deriva una forma di conformismo performativo, in cui la libertà di espressione è formalmente preservata, ma sostanzialmente riorientata verso la riproduzione di standard (meramente) estetici e narrativi condivisibili. Tale dinamica contribuisce, inoltre, ad un rafforzamento dell’ansia reputazionale (reputazione non come prodotto di un agito sociale su base dei valori condivisi, ma di immagine condivisibile), poiché il riconoscimento social diventa una risorsa competitiva continuamente da ottimizzare. In questa chiave, l’autocensura giovanile generata da questo meccanismo social, può essere letta come esito di un più ampio processo di internalizzazione delle norme implicite della visibilità digitale, che trasforma l’interazione social in una pratica di costante autovalutazione e regolazione del sé. Interazione social che prende il sopravvento o il totale sopravvento, lì dove le agenzie di socializzazione umane hanno perso credibilità o voglia di esserci. In questo contesto, la devianza può essere interpretata non solo come violazione delle norme, ma come tentativo di costruzione identitaria. L’atto deviante diventa un modo per affermarsi, ottenere visibilità o colmare un vuoto relazionale.

Il Crollo dei Dispositivi Sanzionatori e la Normalizzazione della Devianza

In ogni assetto societario, la conformità alle norme e il contenimento della devianza sono storicamente garantiti da tre specifici meccanismi sanzionatori. Questi dispositivi operano con una funzione deterrente: dovrebbero indurre il soggetto che intende porre in essere un atto deviante ad una riflessione e ad un timore tali da ricondurlo all’interno delle regole, del buon senso e del rispetto sociale. Tali meccanismi si articolano nel timore delle conseguenze legali, nel timore di incorrere nella censura sociale e, infine, nel timore derivante dalla propria coscienza. Nella società attuale, tuttavia, si assiste ad una profonda crisi di questa triade sanzionatoria: le conseguenze legali appaiono fortemente annacquate, perdendo la loro originaria forza di deterrenza e non essendo percepite come un limite invalicabile. La censura sociale risulta quasi del tutto azzerata. Ciò avviene poiché i diversi attori della società tendono sistematicamente a giustificare i soggetti devianti. Questo fenomeno di legittimazione vede il coinvolgimento attivo sia di professionisti del settore, i quali, attraverso i mezzi di comunicazione di massa come la televisione e i social media, analizzano e, in qualche modo, scusano tali condotte, sia in modo ancora più strutturale, dai genitori. Questi ultimi tendono a giustificare l’azione criminale o deviante del figlio o della figlia non solo dinanzi ai media, ma anche di fronte alle stesse istituzioni che intervengono, quali le forze dell’ordine e la magistratura. La sanzione della coscienza viene di conseguenza disattivata. In questo contesto culturale e relazionale, il ragazzo non può sviluppare un sano meccanismo di senso di colpa, dinanzi ad azioni che provocano danno o dolore a terzi. Invece di richiamare il giovane ad una responsabilità oggettiva attraverso i tre modelli sanzionatori, la società odierna ne favorisce la deresponsabilizzazione quasi totale attraverso un giustificazionismo diffuso e ad una normalizzazione dell’atto. Questo processo si esplicita attraverso precise dinamiche cognitive e sociali: lo spostamento della responsabilità tramite meccanismi di diffusione, che sottraggono al giovane la sua qualità di soggetto agente; la minimizzazione, l’ignoranza o la distorsione delle conseguenze che le vittime devono subire; fino a giungere alla deumanizzazione della vittima stessa o all’attribuzione a quest’ultima di una parte della colpa. E poi si arriva ad un paradosso, ovvero alla condanna di chi condanna l’atto deviante come un soggetto estremista. Il risultato finale di questa transizione è una radicale inversione percettiva: venendo meno il freno delle sanzioni esterne e interne, la condotta deviante, pur restando sanzionabile sulla carta, diventa personalmente e intimamente accettabile per il soggetto che la compie.

Conclusioni: verso una ricostruzione del legame sociale

In conclusione, appare necessario ribadire che all’interno dei medesimi contesti socio-strutturali oggetto di analisi, non si dà alcuna determinazione univoca degli esiti biografici, né tantomeno una corrispondenza lineare tra condizioni ambientali e traiettorie devianti. Al contrario, l’evidenza empirica e la letteratura teorica, convergono nell’individuare la coesistenza di percorsi differenziati, nei quali accanto a forme di possibile vulnerabilità o disaffiliazione, emergono configurazioni di marcata integrazione normativa, caratterizzate da partecipazione civica, responsabilità relazionale ed investimenti prosociali, esemplificati da pratiche di volontariato, dall’assunzione di ruoli di cura in ambito familiare e da forme stabili di embeddedness nei contesti scolastici e amicali. Ne deriva che una medesima configurazione ambientale non può essere assunta quale variabile esplicativa deterministica, bensì deve essere concettualizzata come insieme di vincoli e opportunità, all’interno dei quali si articolano processi di agency differenziata. In tale prospettiva, ad un’identica struttura di condizioni sociali non corrisponde una risposta comportamentale necessitata, ma una pluralità di esiti potenziali, mediati dall’interazione tra risorse individuali, capitale sociale disponibile e processi di socializzazione primaria e secondaria. Ne consegue che il comportamento del soggetto giovanile deve essere interpretato entro una cornice teorica, che tenga insieme struttura e agency, evitando riduzionismi sia di tipo deterministico sia di tipo volontaristico e riconoscendo la complessità dei processi di costruzione situata dell’azione. Anche le condotte collocate nell’area della devianza penalmente rilevante, non possono essere automaticamente deprivate di ogni dimensione di intenzionalità o consapevolezza, se non nei casi specificamente riconducibili a compromissioni clinicamente accertate delle capacità cognitive e volitive. Tale impostazione non implica alcuna sovrapposizione tra analisi sociologica dei processi eziologici e giudizio normativo, poiché la comprensione delle condizioni di produzione della devianza, non coincide con la sua legittimazione, ma consente piuttosto di distinguere analiticamente tra i processi di costruzione sociale delle categorie di devianza e normalità e la dimensione materiale delle conseguenze lesive, prodotte dalle azioni sociali. In tale quadro interpretativo, permane centrale l’assunto secondo cui il soggetto, entro i limiti della propria capacità di intendere e di volere, agisce all’interno di razionalità situate e contestualmente prodotte, potendo pertanto intraprendere condotte che egli stesso riconosce come coerenti con sistemi di significato localmente costruiti, anche laddove tali condotte si traducano in esiti oggettivamente lesivi per altri attori sociali. In ultima analisi, l’essere umano non è un atomo isolato, ma un soggetto relazionale. Ignorare questa dimensione significa favorire condizioni di disorientamento che possono sfociare in comportamenti devianti.

Dott.ssa Simona Carucci


Spazio, fede e alienazione: un’analisi sociologica di Stalker di Andrej Tarkovskij

di Franco Faggiano

Il film Stalker (1979) rappresenta una delle opere più dense e stratificate del cinema del XX secolo, situandosi all’intersezione tra sociologia, filosofia e teologia. Ambientato in un mondo indefinito segnato dalla presenza della “Zona”, uno spazio proibito e misterioso, il film segue tre figure archetipiche — lo Stalker, lo Scrittore e lo Scienziato — in un viaggio che è al contempo fisico e spirituale. Questo saggio propone una lettura sociologica dell’opera, integrando prospettive teoriche classiche (Max Weber, Émile Durkheim) e contemporanee, per analizzare i contenuti simbolici del film e il suo impatto generazionale, con particolare attenzione alle dimensioni religiose e filosofiche.

La Zona come spazio sociologico: alienazione e modernità

Dal punto di vista sociologico, la “Zona” può essere interpretata come una metafora della modernità avanzata e delle sue contraddizioni. In linea con la teoria dell’alienazione di Karl Marx, lo spazio esterno alla Zona appare come un mondo industriale, grigio e disumanizzato, mentre la Zona stessa, pur pericolosa, rappresenta un luogo di autenticità e possibilità. La dicotomia interno/esterno richiama anche il concetto di “disincanto del mondo” di Weber: la società moderna, dominata dalla razionalizzazione, ha perso il senso del sacro e del mistero. La Zona, invece, reintroduce una dimensione magico-sacrale che sfugge alla logica scientifica. In questo senso, lo Stalker funge da mediatore tra due mondi: è una figura liminale, simile allo sciamano nelle società tradizionali (cfr. Victor Turner), che guida gli individui attraverso un rito di passaggio.

Tipologie sociali e crisi dell’intellettuale

I tre protagonisti incarnano differenti tipi ideali (in senso weberiano):

  • Lo Scienziato: rappresenta la razionalità tecnica e il positivismo.
  • Lo Scrittore: incarna la crisi dell’intellettuale moderno, disilluso e nichilista.
  • Lo Stalker: figura della fede e della speranza, marginalizzata ma resistente.

Il conflitto tra questi personaggi riflette una tensione tipica delle società tardo-moderne: la perdita di fiducia nelle grandi narrazioni (cfr. Jean-François Lyotard) e la frammentazione dei sistemi di senso. Lo Scrittore, in particolare, esprime una condizione esistenziale vicina all’“uomo assurdo” di Albert Camus, incapace di trovare significato ma allo stesso tempo incapace di rinunciare alla ricerca.

Dimensione religiosa: fede, grazia e sacrificio

Dal punto di vista religioso, Stalker è profondamente intriso di simbolismo cristiano ortodosso. Tarkovskij, influenzato dalla tradizione spirituale russa, concepisce il cinema come un mezzo di rivelazione. La Zona può essere letta come uno spazio sacro (hierophany, secondo Mircea Eliade), dove il tempo e lo spazio ordinari sono sospesi. La “Stanza dei desideri” rappresenta una forma di giudizio interiore: non realizza i desideri coscienti, ma quelli più profondi e nascosti. Lo Stalker assume tratti cristologici: soffre per gli altri; guida senza imporre; viene rifiutato dalla società. Il suo fallimento finale non è una sconfitta, ma un atto di testimonianza: la fede, in una società secolarizzata, non produce risultati visibili, ma resta una forma di resistenza simbolica.

Impatto generazionale e ricezione culturale

L’impatto di Stalker si è manifestato in diverse ondate generazionali:

  1. Contesto sovietico. Nel contesto dell’Unione Sovietica, il film è stato interpretato come una critica implicita al sistema tecnocratico e alla repressione ideologica. La Zona può essere vista come uno spazio di libertà proibita, mentre il controllo statale rappresenta l’oppressione.
  2. Generazioni postmoderne. Negli anni successivi, soprattutto in Occidente, Stalker è diventato un punto di riferimento per le culture controculturali e filosofiche. Ha influenzato: il cinema contemplativo; la filosofia esistenziale contemporanea; la cultura videoludica (es. la serie S.T.A.L.K.E.R.).
  3. Attualità. Oggi, il film continua a risuonare in una società caratterizzata da:
  • crisi ecologiche;
  • disorientamento esistenziale;
  • sfiducia nelle istituzioni.

La Zona può essere reinterpretata come metafora delle “zone di crisi” contemporanee (ambientali, sociali, psicologiche), mentre il bisogno di senso espresso dai personaggi resta profondamente attuale.

Filosofia dell’esistenza e temporalità

Tarkovskij sviluppa una concezione del tempo che si avvicina alla “durata” di Henri Bergson: il tempo non è lineare, ma qualitativo, vissuto interiormente. Il ritmo lento del film, spesso criticato, è in realtà una scelta estetica e filosofica che invita lo spettatore a un’esperienza contemplativa. In questo senso, Stalker si oppone alla logica accelerata della modernità, proponendo una forma di “resistenza temporale”.

In conclusione, Stalker non è semplicemente un film, ma un dispositivo simbolico complesso che interroga le fondamenta della società moderna. Attraverso la metafora della Zona, Tarkovskij esplora temi centrali della sociologia contemporanea: alienazione, crisi del senso, secolarizzazione e ricerca del sacro. Il suo impatto generazionale risiede nella capacità di parlare a epoche diverse, offrendo non risposte, ma spazi di riflessione. In un mondo sempre più dominato dalla razionalità strumentale, Stalker continua a ricordare la necessità del mistero, della fede e della speranza.

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), direttore vicario del laboratorio della Macrodeputazione ASI Nordovest “The Elsewhere project” | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Riferimenti bibliografici

  • Tarkovskij, A. (1986). Scolpire il tempo.
  • Weber, M. (1905). L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
  • Durkheim, É. (1912). Le forme elementari della vita religiosa.
  • Eliade, M. (1957). Il sacro e il profano.
  • Arkadij e Boris Strugackij, (1972). Picnic sul ciglio della strada.
  • Lyotard, J.-F. (1979). La condizione postmoderna.
  • Camus, A. (1942). Il mito di Sisifo.

Nota dell’autore

Si invita a leggere prima il libro Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij al fine di comprendere meglio l’opera cinematografica di Andrej Tarkovskij.


Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica

di Antonio Rossello

Nota di lettura: Il presente articolo offre una disamina sistematica e dettagliata del saggio integrale allegato (disponibile in calce nel file PDF), finalizzata a introdurre nel dibattito sociologico contemporaneo il paradigma alternativo del realismo dinamico.

1. Introduzione: perché Demaria oggi?

Nel panorama sociologico contemporaneo, spesso diviso tra l’approccio critico-decostruttivo e le metodologie quantitative, emerge l’esigenza di una teoria della realtà storica che ne colga la specificità ontologica rispetto alla natura. La proposta di Tommaso Demaria (1908-1996), teologo e filosofo salesiano, risponde a questa necessità offrendo una “terza via” concettuale e pratica, radicalmente alternativa sia al capitalismo che al marxismo. Il saggio allegato dimostra come il realismo dinamico non sia un’astratta speculazione metafisica, bensì una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per una sociologia costruttiva, capace di governare i complessi processi di innovazione e rigenerazione del nostro tempo.

2. La cornice teoretica: l’ente dinamico e la realtà storica

Il fulcro del pensiero demariano risiede nella distinzione tra due categorie ontologiche:

  • Ente Statico (ens cuius essentia est): l’ente la cui essenza è compiuta fin dal primo istante (es. rocce, piante, animali). Essi crescono per sviluppo naturale, non per composizione.
  • Ente Dinamico (ens cuius essentia fit): l’ente la cui essenza non è data, ma “si fa” attivisticamente nello spazio e nel tempo attraverso l’agire.

Mentre l’essere umano è un ibrido (ente statico per l’individualità intrinseca e il libero arbitrio; ente dinamico per il suo storicizzarsi attraverso le scelte) , tutti gli enti interumani di secondo grado — come la famiglia, lo Stato e l’azienda — sono puramente enti dinamici. Essi non sono riducibili alla mera somma delle loro parti (le persone).

La realtà storica è l’ente dinamico per eccellenza (l’ente dinamico universale e concreto o EDUC). Essa non è un semplice sfondo inerte, ma un superorganismo dinamico vivo dotato di una logica vitale superpersonale. Con l’avvento dell’era industriale, la realtà storica ha subìto una discontinuità ontologica: da “statico-sacrale” (schiacciata sulla sopravvivenza) è divenuta essenzialmente “dinamica e secolare”, costringendo l’umanità a scegliere consapevolmente quali valori incarnare in essa.

Per generare e mantenere in vita questo superorganismo, la prassi umana deve conformarsi a cinque principi formali, denominati trascendentali dinamici:

  1. Religiosità (Sintetico): apertura costitutiva dell’azione al senso ultimo e all’unità del reale (non in senso confessionale).
  2. Educatività (Analitico): la necessità di riplasmare continuamente i componenti e i processi in vista del tutto.
  3. Moralità: l’imperativo etico per cui i comportamenti non devono “avvelenare” o danneggiare il superorganismo.
  4. Missionarietà: la propagazione della razionalità costruttiva a tutto il sistema.
  5. Socialità: l’inclusione di tutta la “materia” e di tutti gli enti componenti senza esclusioni.

A coronamento del sistema si pone il principio altruico organico: la persona vive per la vita del superorganismo nella sua totalità e il superorganismo dà vita alla persona nella sua totalità.

3. La critica al Capitalismo e alla prassi attuale

La razionalità oggi dominante — quella laicista-liberal-capitalista — è mossa dal principio di selezione competitiva della “predazione” (mors tua, vita mea). Secondo il realismo dinamico, tale modello è affetto da due deformazioni metafisiche:

  • Disorganicità: riduce la realtà storica alla sola funzione economica (approvvigionamento di risorse), dimenticando le altre dimensioni qualitative (valori, significati).
  • Assenza del principio altruico: utilizza le persone e le comunità come meri strumenti sacrificabili per la sopravvivenza competitiva dell’azienda.

4. L’Esperto di Progettazione Sociale (EPS) Dinontorganico

Se la progettazione sociale tradizionale si limita a essere analitico-strumentale (scomporre i bisogni per erogare servizi legati ai bandi), l’EPS dinontorganico si configura come un professionista della sintesi. Egli applica il metodo sintetico, il quale non isola i problemi, ma esplicita l’ente finale risultato della sintesi (il progetto stesso come ente dinamico di secondo grado) e pone ogni risorsa in relazione a esso.

Il Ciclo del Progetto Dinontorganico

Il saggio propone di ridefinire le quattro fasi standard del project management integrando i tre criteri chiave della dinontorganica (DINamico, ONTologico, ORGANico) e i cinque trascendentali:

5. L’Impresa dinontorganica e l’evoluzione dei Rating ESG

Il paradigma si applica concretamente anche al mondo aziendale, convertendo il motto competitivo in “vita tua, vita mea”. Nell’azienda dinontorganica il profitto perde il ruolo di fine ultimo: diventa lo strumento subordinato alla creatività, che a sua volta serve la costruttività (il bene comune dell’intera società).

Verso un Rating ESG “Ontologico”

Pur riconoscendo il valore dei correnti criteri ESG (Environmental, Social, Governance) per la mitigazione del rischio, il saggio ne evidenzia l’insufficienza intrinseca: un’azienda può ottenere un rating eccellente pur mantenendo una logica predatoria di fondo.

Un rating ESG dinontorganico deve compiere un salto di qualità:

  • Valutare se l’azienda opera per il superorganismo o per la sola sopravvivenza competitiva;
  • Misurare l’attivazione dei cinque trascendentali (es. capacità di formare “persone-cellule”);
  • Spostare la domanda fondamentale da “Quanti rischi eviti?” a “Quanta costruttività generi?”

6. Considerazioni epistemologiche e conclusioni

Il saggio mette in luce i vantaggi netti del realismo dinamico per le scienze sociali contemporanee:

  1. Superamento del dualismo Struttura/Azione: la realtà storica è un superorganismo che guida l’intenzionalità individuale, ma vive solo se continuamente sintetizzato dalle persone.
  2. Affrancamento dal riduzionismo: fornisce uno statuto metafisico proprio alla sociologia, senza ricalcare passivamente le scienze naturali.
  3. Dalla denuncia alla costruzione: orienta il ricercatore non solo a decostruire le asimmetrie del capitalismo, ma a progettare architetture sociali alternative fattibili (es. laboratori territoriali permanenti).

Sfide aperte per la ricerca futura

Il testo si conclude aprendo la strada a tre filoni di ricerca metodologica necessari per i prossimi anni:

  • La quantificazione: operazionalizzare concetti densi come “sintesi organica” e “altruismo” in indicatori statistici affidabili.
  • Il dialogo accademico: tradurre la metafisica demariana confrontandola con concetti consolidati (es. l’habitus di Bourdieu o i sistemi autopoietici di Luhmann).
  • La gestione del conflitto: declinare l’istanza unificante e finalistica di Demaria all’interno di contesti sociali caratterizzati da pluralismo esasperato e disaccordo sui valori.

In definitiva, l’invito rivolto alla comunità sociologica è quello di assumersi la responsabilità etica della costruzione sociale. Il realismo dinamico offre la struttura teorica; spetta alla sociologia applicata trasformarla in cantieri di nuova realtà.

dott. Antonio Rossello

File Allegato

Per approfondire lo schema metodologico completo, le filiere applicative (Welfare, Economia Civile, Innovazione Sociale) e i riferimenti bibliografici d’origine, si rimanda alla lettura del saggio completo:

Realismo dinamico, progettazione sociale e impresa dinontorganica


Dalla Gemeinschaft alla società gassosa: isolamento relazionale, fasce vulnerabili e necessità del sociologo clinico

di Viorica Bunduc

Il presente articolo propone un’analisi sociologica dell’isolamento relazionale come condizione strutturale della società contemporanea, attraverso la traiettoria concettuale che va dalla dicotomia tönniesiana Gemeinschaft/Gesellschaft alla metafora della società gassosa. Si argomenta che il disagio psichico dei giovani, la disorientazione degli anziani nell’era digitale, la fragilità delle famiglie in condizione di povertà e isolamento, e la condizione dei bambini allontanati dal nucleo familiare e inseriti nel sistema di tutela non sono fenomeni distinti, ma manifestazioni convergenti di una medesima patologia strutturale: la dissoluzione del legame come ambiente relazionale condiviso. In questo quadro, il sociologo clinico e il sociologo di famiglia non rappresentano una risposta terapeutica aggiuntiva, ma una necessità di sistema — la figura professionale capace di operare all’intersezione tra individuo, famiglia e contesto sociale in trasformazione radicale, con funzione tanto preventiva quanto riparativa.

Parole chiave: Gemeinschaft, società gassosa, isolamento relazionale, sociologo clinico, sociologo di famiglia, famiglie fragili, bambini in affido, sistema di tutela, legame primario, Bauman, Tönnies

1. Introduzione: il disagio che non ha nome

C’è qualcosa che accomuna il quindicenne che non riesce più ad andare a scuola, l’anziana di ottant’anni esclusa dallo sportello digitale dell’INPS, la madre sola con tre figli che non riesce a trovare un servizio che la ascolti prima che la situazione precipiti, e il bambino di nove anni che vive in una comunità di accoglienza senza capire perché non può tornare a casa. Non è la fragilità individuale. Non è l’incapacità di adattarsi. È qualcosa di più profondo, che appartiene alla forma stessa della società in cui vivono. Il presente lavoro si propone di nominare quella forma: la società gassosa. E di dimostrare che, in questo passaggio storico, il sociologo clinico e il sociologo di famiglia non sono figure di nicchia, ma risposte professionali necessarie a una crisi che la psicologia individuale e le politiche sociali tradizionali non riescono, da soli, ad affrontare.La tesi centrale è questa: non viviamo una crisi di individui incapaci di relazionarsi. Viviamo una crisi dell’ambiente relazionale. E quando l’ambiente è malato, occorre qualcuno che sappia leggerlo, attraversarlo e aiutare le persone a orientarsi dentro di esso — non nonostante la complessità, ma a partire da essa.

2. La traiettoria del legame: da Tönnies alla società gassosa

Nel 1887, Ferdinand Tönnies pubblica Gemeinschaft und Gesellschaft, inaugurando una delle distinzioni più produttive della storia del pensiero sociologico. La Gemeinschaft — comunità — è fondata su legami organici, pre-razionali, radicati nel sangue, nel luogo, nella tradizione condivisa. La volontà che la governa è la Wesenwille, volontà essenziale: il soggetto non sceglie di appartenere, appartiene. La Gesellschaft — società — è invece costruita su legami contrattuali, razionali, orientati allo scambio e all’utilità. La sua volontà è la Kürwille, volontà arbitraria: il soggetto calcola, decide, recede. Ciò che Tönnies intuisce — e che sarà esplorato da tutta la tradizione successiva — è che la Gesellschaft ha bisogno di residui di Gemeinschaft per funzionare: fiducia diffusa, senso di appartenenza, solidarietà di base. Ma li consuma più rapidamente di quanto li riproduca. Questo squilibrio non è contingente; è strutturale1

Un secolo dopo Tönnies, Zygmunt Bauman radicalizza questa diagnosi. Nella modernità liquida, le istituzioni solide della prima modernità — Stato, classe, famiglia nucleare, carriera lineare — si sono dissolte. Ciò che rimane sono legami fluidi, temporanei, revocabili. Il soggetto contemporaneo è un consumatore anche di relazioni: le seleziona, le sperimenta, le abbandona quando smettono di essere soddisfacenti2. Il passaggio dalla Gesellschaft classica alla modernità liquida non è solo quantitativo. La Gesellschaft mantiene ancora strutture relativamente stabili — contratti, istituzioni, identità di classe. La liquidità le scioglie. Il soggetto non è più alienato all’interno di una struttura: è libero, ma flottante. La libertà senza struttura relazionale non produce autonomia; produce deriva.

La metafora della società gassosa rappresenta un’ulteriore accelerazione del processo descritto da Bauman. Se il liquido ha ancora una forma — quella del contenitore che lo accoglie — il gas non ne ha nessuna. I legami non si rompono: semplicemente non si formano. La presenza fisica degli altri non implica più contatto reale; la connessione digitale permanente coesiste con una solitudine radicale. In questa configurazione, l’isolamento non è una condizione eccentrica. È la norma relazionale dominante. E produce effetti diversificati a seconda della fase della vita e del grado di vulnerabilità strutturale del soggetto: nei giovani produce ansia sociale e anedonia; negli anziani disorientamento e invisibilità; nelle famiglie fragili produce il collasso silenzioso; nei bambini allontanati dal nucleo familiare produce la perdita del senso stesso di appartenenza. «Il problema non è che le persone non sappiano stare insieme. È che il sistema non produce più contesti in cui stare insieme abbia senso e continuità.» (Bunduc, 2024). La traiettoria può essere sintetizzata nel seguente schema evolutivo: Gemeinschaft → appartenenza organica, identità prescritta, legame come datoGesellschaft → contratto, scambio, alienazione strutturaleModernità liquida → legame flessibile, identità plurale, deriva soggettivaSocietà gassosa → assenza di legame, connessione senza contatto, solitudine istituzionalizzata.

3. Cinque vulnerabilità, una radice strutturale

I disturbi d’ansia e dell’umore tra adolescenti e giovani adulti sono in costante aumento nell’ultimo decennio in tutti i paesi ad alto reddito. In Italia, i rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità documentano un incremento significativo degli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile e adolescenziale, con un’accelerazione marcata nel periodo post-pandemico3. Le presentazioni cliniche più frequenti — ansia sociale e depressione anedonica — hanno come denominatore comune una difficoltà nel tollerare e desiderare il legame con l’altro. Questo non è un deficit costitutivo: è il prodotto di un ambiente relazionale che ha eliminato strutturalmente i contesti dove il legame si forma attraverso la permanenza e l’attrito. Il ritiro è sempre legittimo, immediato, privo di conseguenze sociali. E dove il ritiro non ha costi, il legame profondo non si costruisce.

Per chi è cresciuto in contesti di Gemeinschaft — il quartiere, la parrocchia, il mercato rionale, le relazioni di vicinato consolidate nel tempo — la transizione digitale non è semplicemente l’apprendimento di nuove competenze tecniche. È la perdita del sistema di codici attraverso cui ci si era sempre orientati nel mondo sociale. Lo sportello fisico che diventa app, la ricetta medica che diventa codice QR, il rapporto col medico di base che passa attraverso un portale, la pensione che si gestisce online: per l’anziano che non padroneggia questi strumenti, non si tratta di un disagio marginale. Si tratta di esclusione sistemica dai diritti fondamentali di cittadinanza. Un’esclusione che avviene in silenzio, senza conflitto, senza possibilità di ricorso visibile.4 La società gassosa esclude l’anziano non con violenza, ma per omissione: semplicemente non lo vede.

La famiglia fragile — monoparentale, in condizione di povertà, socialmente isolata, attraversata da conflitti cronici non trattati — è il soggetto più esposto alla gassosità relazionale perché è il luogo in cui essa si riproduce generazione dopo generazione. Una madre sola che non ha rete di sostegno, che non sa a chi chiedere aiuto, che ha esaurito le risorse emotive prima ancora di quelle materiali, non è una persona incapace: è il prodotto razionale di un sistema che ha smantellato le infrastrutture del mutuo aiuto senza costruirne di nuove. Il paradosso della famiglia fragile nella società gassosa è che la sua visibilità istituzionale aumenta solo nel momento in cui la situazione è già precipitata: quando arriva la segnalazione, quando interviene il tribunale dei minori, quando i servizi sociali aprono un fascicolo. Prima di quel momento, la famiglia è invisibile — proprio come il gas che la circonda. Non esiste un sistema strutturato di intercettazione precoce del disagio familiare, né una figura professionale dedicata all’accompagnamento prima che la crisi diventi irreversibile. È qui che la povertà materiale e la povertà relazionale si intrecciano in modo inscindibile. La ricerca sociologica ha ampiamente documentato come l’isolamento sociale sia tanto un fattore di rischio per la povertà quanto una sua conseguenza.5 Una famiglia povera e isolata non è semplicemente una famiglia con meno risorse economiche: è una famiglia che ha perso l’accesso alle reti informali di sostegno, di condivisione, di orientamento — le stesse reti che nella Gemeinschaft erano date per scontate e che la società gassosa ha dissolto senza sostituto.

Tra tutte le vulnerabilità prodotte dalla società gassosa, quella dei bambini allontanati dal nucleo familiare e inseriti nel sistema di tutela — affido familiare o comunità residenziale — è forse la più acuta e la meno nominata nel dibattito pubblico. Perché qui la gassosità non è solo l’ambiente da cui il bambino proviene: è, troppo spesso, anche la risposta che il sistema gli offre. Il bambino allontanato ha già vissuto una rottura del legame primario — la relazione con i genitori biologici, per quanto problematica. La ricerca sullo sviluppo infantile è univoca nel documentare che questa rottura, indipendentemente dalle ragioni che la motivano, produce effetti profondi sull’organizzazione del sistema di attaccamento, sulla regolazione emotiva, sul senso di sé come soggetto degno di cura.6 Quello che il sistema di tutela dovrebbe offrire è un legame sostitutivo solido, continuo, capace di riparare — almeno parzialmente — la frattura subita. Ciò che troppo spesso offre, invece, è un altro ambiente gassoso: operatori che cambiano ogni turno, progetti educativi che cambiano ogni anno, comunità che si svuotano e si riempiono di nuovi ingressi, famiglie affidatarie che non ricevono il supporto necessario e interrompono il percorso, tribunali che rinviano le decisioni lasciando il bambino in una sospensione giuridica e identitaria che può durare anni. Il bambino impara, in questo sistema, che il legame è sempre provvisorio. Che le persone se ne vanno. Che investire nella relazione è pericoloso perché il costo della perdita è sempre più alto del beneficio della vicinanza.Questo apprendimento — sociologicamente prodotto, non costituzionalmente determinato — è esattamente ciò che Bowlby aveva descritto come attaccamento disorganizzato: non un tratto di personalità, ma una strategia adattiva razionale in risposta a un ambiente imprevedibile.7 Un bambino che cresce in questo schema non diventa un adulto incapace di legarsi: diventa un adulto che ha imparato, nel modo più doloroso possibile, che la società gassosa è la norma. E la riproduce. «Il sistema che dovrebbe proteggere il bambino dalla gassosità relazionale non può permettersi di essere, a sua volta, gassoso. Ma spesso lo è.» (Bunduc, 2024)

Per le fasce sociali più vulnerabili — famiglie migranti, persone in condizione di povertà estrema, soggetti con disabilità — la società gassosa produce un effetto di moltiplicazione delle disuguaglianze. Chi non ha capitale sociale, culturale o digitale sufficiente per navigare autonomamente in un ambiente relazionale de-strutturato non è semplicemente svantaggiato: è sistematicamente escluso. Le famiglie migranti vivono una condizione doppiamente gassosa: hanno perso la Gemeinschaft di origine senza aver costruito un’appartenenza stabile nel paese di arrivo. I loro figli crescono in uno spazio di sospensione identitaria che la società non riconosce né contiene. Le istituzioni parlano di integrazione, ma l’integrazione presuppone un contesto relazionale solido a cui integrarsi — e quel contesto, nella società gassosa, non esiste più nemmeno per i nativi.

4. Il sociologo clinico e di famiglia come necessità di sistema

In questo quadro, la figura del sociologo clinico e del sociologo di famiglia non è un lusso professionale né una risposta terapeutica aggiuntiva. È una necessità strutturale, determinata dalla natura stessa della crisi che si intende affrontare. Il sociologo clinico è, per formazione e metodo, la figura che sa leggere il disagio individuale dentro il contesto sociale che lo produce. Non separa il soggetto dall’ambiente; lavora all’intersezione. Non patologizza l’individuo; analizza la struttura che lo ha reso vulnerabile. Non prescrive soluzioni individuali a problemi collettivi; co-costruisce con le persone strumenti di orientamento dentro la complessità. Questa postura professionale è esattamente ciò che la società gassosa richiede. Perché il disagio che produce non è trattabile con la sola psicoterapia individuale — che lavora sul soggetto senza modificare l’ambiente — né con le sole politiche sociali — che modificano l’ambiente senza lavorare sul soggetto. Richiede entrambi i livelli, simultaneamente, in relazione.

Con le famiglie fragili, il contributo più rilevante del sociologo clinico è preventivo. Significa essere presente prima che arrivi la segnalazione, prima che il tribunale apra un fascicolo, prima che il bambino venga allontanato. Significa costruire — nei consultori familiari, nei centri di aggregazione, nelle scuole, nei servizi di base — spazi di ascolto e orientamento accessibili, non stigmatizzanti, non fondati sulla logica del controllo ma su quella dell’accompagnamento. La prevenzione nel lavoro con le famiglie fragili non è informazione: è relazione. Una famiglia isolata non ha bisogno di sapere che esistono servizi; ha bisogno di qualcuno che crei con lei un legame abbastanza sicuro da permetterle di chiedere aiuto prima che la situazione sia già fuori controllo. Questo è il lavoro del sociologo clinico: costruire fiducia in un ambiente che l’ha sistematicamente erosa.

Con i bambini già inseriti nel sistema di tutela, il sociologo clinico e di famiglia svolge una funzione riparativa che va ben oltre il sostegno psicologico individuale. Si tratta di lavorare contemporaneamente su tre livelli: il bambino e la sua storia di legame interrotto; la famiglia biologica, quando esiste ancora una possibilità di recupero del rapporto e il sistema di cura — la comunità, la famiglia affidataria, gli operatori — affinché non riproduca esso stesso la gassosità da cui il bambino proviene. Quest’ultimo punto è cruciale e sistematicamente trascurato. Le comunità residenziali e le famiglie affidatarie non sono ambienti neutri: sono sistemi relazionali con le loro dinamiche, le loro fatiche, i loro punti ciechi. Un operatore esaurito, una famiglia affidataria non supportata, un progetto educativo rigido e non personalizzato possono replicare, in forme diverse, la stessa esperienza di legame provvisorio e imprevedibile che il bambino ha già subito. Il sociologo clinico lavora con questi sistemi — non solo con il bambino — perché sa che il contesto è sempre parte della cura.

Con gli anziani e le famiglie migranti, il sociologo clinico svolge una funzione di mediazione tra sistemi di senso. Non si tratta di insegnare competenze digitali o linguistiche — per questo esistono altre figure. Si tratta di accompagnare la persona nella ricostruzione di un’identità sociale coerente, dentro un mondo che è cambiato più velocemente della sua capacità di adattamento. Per i giovani, il lavoro è di natura diversa ma ugualmente strutturale: creare contesti dove il legame possa formarsi attraverso la permanenza e l’attrito graduato, nei contesti scolastici, nei servizi di salute mentale, nei centri di aggregazione — non come risposta al sintomo, ma come costruzione dell’ambiente relazionale che il sintomo segnala come assente.

5. Verso un riconoscimento istituzionale della figura

La necessità strutturale del sociologo clinico e di famiglia nella società gassosa pone con urgenza la questione del riconoscimento istituzionale di questa figura professionale. In Italia, il percorso verso una definizione normativa chiara è ancora incompleto. Eppure la domanda sociale esiste, è crescente e si manifesta in contesti sempre più diversificati: scuole, ospedali, tribunali dei minori, servizi sociali, cooperative di comunità, enti del terzo settore. Il paradosso è evidente: la crisi della società gassosa produce una domanda diffusa di competenze sociologico-cliniche, mentre il sistema di welfare continua a frammentare le risposte in silos disciplinari — lo psicologo per il disagio individuale, l’assistente sociale per il bisogno materiale, il mediatore culturale per le famiglie migranti, l’educatore per i bambini in comunità — senza prevedere una figura che operi trasversalmente, che legga il sistema nel suo insieme e che lavori sulla relazione tra i diversi livelli. Nel campo specifico della tutela minorile, questa lacuna ha conseguenze dirette sulla qualità degli interventi: i progetti educativi per i bambini allontanati vengono costruiti senza una lettura sociologica della storia familiare; le decisioni dei tribunali vengono assunte senza una valutazione del contesto relazionale complessivo; le famiglie biologiche vengono sostenute — quando lo sono — con strumenti pensati per il disagio individuale, non per la fragilità strutturale.8 È esattamente quello spazio che il sociologo clinico e di famiglia occupa. Non come sostituto delle altre figure, ma come sistema di lettura integrativo che rende possibile interventi coerenti laddove la frammentazione produce — inevitabilmente — inefficacia.

6. Conclusioni

La società gassosa non è una metafora poetica. È la descrizione sociologicamente fondata di un ambiente relazionale in cui i legami non si rompono — semplicemente non si formano. E questo ambiente produce effetti documentabili su tutte le fasce della popolazione, con intensità che cresce al crescere della vulnerabilità strutturale. I giovani crescono senza aver sperimentato la permanenza del legame. Gli anziani perdono i codici con cui si erano sempre orientati nel mondo. Le famiglie fragili collassano in silenzio, invisibili al sistema finché la crisi non è già irreversibile. I bambini allontanati imparano, nel modo più doloroso, che il legame è sempre provvisorio. Le fasce più vulnerabili vengono escluse da un sistema che presuppone competenze che non hanno avuto la possibilità di sviluppare. In tutti questi casi, la risposta non è individuale: è strutturale. E la figura che sa operare a questo livello — tra il soggetto e la struttura, tra il disagio e il contesto che lo produce, tra la crisi del legame e la possibilità di ricostruirlo — è il sociologo clinico e di famiglia. Non come guaritore. Come orientatore. Come costruttore di ponti in una società che ha smesso di produrli. «Tra due mondi si costruisce un terzo. Il cambiamento non si insegna. Si attraversa insieme.» (Bunduc, V.)

dott.ssa Viorica Bunduc

Nota sull’autrice

Viorica Bunduc è sociologa clinica e istruttrice MBSR/Mindfulness certificata, con specializzazione in famiglie biculturali e migranti. È Presidente di A.S.I. Deputazione Centro Italia e coordina il progetto TramAscolto presso l’Associazione A.ge. di Terni. La sua ricerca si situa all’intersezione tra sociologia clinica, trauma transgenerazionale e psicologia dello stress da acculturazione. È autrice del volume in corso di pubblicazione I Bisterde — I Dimenticati e co-autrice di Essere Migranti (in fase di valutazione editoriale).

  1. Tönnies, F. (1887/2011). Comunità e società. Roma-Bari: Laterza. Per una lettura critica contemporanea si veda Bagnasco, A. (2016). La questione del ceto medio. Bologna: il Mulino.
    ↩︎
  2. Bauman, Z. (2000/2002). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza; Bauman, Z. (2003/2004). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Roma-Bari: Laterza.
    ↩︎
  3. Istituto Superiore di Sanità (2023). La salute mentale in Italia: dati e riflessioni. Roma: ISS; OCSE (2023). Health at a Glance: Europe 2023. Paris: OECD Publishing.
    ↩︎
  4. Sul tema dell’esclusione digitale degli anziani si veda ISTAT (2023). Cittadini e ICT. Roma: ISTAT; Caradec, V. (2012). Sociologie de la vieillesse et du vieillissement. Paris: Armand Colin.
    ↩︎
  5. Paugam, S. (2008/2012). Il legame sociale. Bologna: il Mulino. Si veda anche Saraceno, C. (2015). Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi. Milano: Feltrinelli.
    ↩︎
  6. Ainsworth, M.D.S., Blehar, M., Waters, E., Wall, S. (1978). Patterns of Attachment. Hillsdale: Lawrence Erlbaum; van IJzendoorn, M.H., Schuengel, C., Bakermans-Kranenburg, M.J. (1999). Disorganized attachment in early childhood. Development and Psychopathology, 11(2), 225-250.
    ↩︎
  7. Bowlby, J. (1969/1972). Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri. Per l’applicazione al contesto della tutela minorile si veda Schofield, G., Beek, M. (2006). Attachment Handbook for Foster Care and Adoption. London: BAAF.
    ↩︎
  8. Per una critica sociologica del sistema di tutela minorile italiano si veda Bertotti, T. (2012). Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali. Roma: Carocci.
    ↩︎

Riferimenti bibliografici

  • Ainsworth, M.D.S., Blehar, M., Waters, E., Wall, S. (1978). Patterns of Attachment. Hillsdale: Lawrence Erlbaum.
  • Bagnasco, A. (2016). La questione del ceto medio. Bologna: il Mulino.
  • Bauman, Z. (2000/2002). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza.
  • Bauman, Z. (2003/2004). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. Roma-Bari: Laterza.
  • Bauman, Z. (2013/2014). La solitudine del cittadino globale. Milano: Feltrinelli.
  • Beneduce, R. (2007). Etnopsichiatria. Roma: Carocci.
  • Bertotti, T. (2012). Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali. Roma: Carocci.
  • Bowlby, J. (1969/1972). Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri.
  • Caradec, V. (2012). Sociologie de la vieillesse et du vieillissement. Paris: Armand Colin.
  • Durkheim, É. (1897/2014). Il suicidio. Studio di sociologia. Milano: BUR.
  • ISTAT (2023). Cittadini e ICT. Roma: ISTAT.
  • Istituto Superiore di Sanità (2023). La salute mentale in Italia: dati e riflessioni. Roma: ISS.
  • OCSE (2023). Health at a Glance: Europe 2023. Paris: OECD Publishing.
  • Paugam, S. (2008/2012). Il legame sociale. Bologna: il Mulino.
  • Putnam, R.D. (2000). Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster.
  • Saraceno, C. (2015). Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi. Milano: Feltrinelli.
  • Schofield, G., Beek, M. (2006). Attachment Handbook for Foster Care and Adoption. London: BAAF.
  • Sennett, R. (1998/1999). L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale. Milano: Feltrinelli.
  • Tönnies, F. (1887/2011). Comunità e società. Roma-Bari: Laterza.
  • van IJzendoorn, M.H., Schuengel, C., Bakermans-Kranenburg, M.J. (1999). Disorganized attachment in early childhood. Development and Psychopathology, 11(2), 225-250.
  • World Health Organization (2021). Guidance on mental health and psychosocial support for adolescents. Geneva: WHO.


Metropolis di Fritz Lang. Modernità industriale, conflitto sociale e immaginario della tecnica: un’analisi sociologica di un film distopico dalla perdurante attualità

di Franco Faggiano

Uscito nel 1927 e diretto da Fritz Lang, Metropolis rappresenta uno dei vertici del cinema espressionista tedesco e, al contempo, una delle più influenti riflessioni cinematografiche sulla modernità industriale. Ambientato in una città futuristica rigidamente stratificata, il film mette in scena una società divisa tra una classe dirigente che vive in superficie, tra giardini e grattacieli, e una massa operaia relegata nel sottosuolo, impegnata nel funzionamento incessante delle macchine. L’opera si presta ad una lettura sociologica privilegiata, perché condensa temi centrali della teoria sociale del primo Novecento: alienazione del lavoro, razionalizzazione tecnica, conflitto di classe, controllo delle masse, paura della meccanizzazione e crisi della coesione sociale. In questo senso, Metropolis non è soltanto una narrazione fantascientifica, ma un laboratorio simbolico nel quale si esprimono le tensioni della società industriale avanzata.

Il film nasce nella Germania degli anni Venti, un periodo segnato da profonde trasformazioni economiche e culturali. Dopo la Prima guerra mondiale, la società tedesca sperimentò inflazione, instabilità politica, modernizzazione accelerata e conflitti sociali tra capitale e lavoro. Le grandi città, in particolare Berlino, divennero il simbolo della modernità urbana: traffico, massa, pubblicità, consumo e anonimato. Come osserva Siegfried Kracauer, il cinema tedesco del periodo, rifletteva paure e desideri collettivi della società di Weimar. Metropolis può essere interpretato proprio come una proiezione delle ansie sociali generate dalla modernizzazione: la perdita di controllo sulla tecnica, la disgregazione dei legami comunitari e la minaccia rivoluzionaria proveniente dalle classi subalterne.

Stratificazione sociale e conflitto di classe

L’elemento sociologicamente più evidente del film, è la rigida separazione spaziale tra classi sociali. La città è organizzata verticalmente: in alto vivono i dominanti, in basso i lavoratori. Tale disposizione architettonica, visualizza la struttura gerarchica della società industriale e rende tangibile la distanza tra élite e proletariato. Questa rappresentazione richiama direttamente la teoria marxiana del conflitto sociale. Karl Marx aveva individuato nella società capitalistica una contrapposizione strutturale tra proprietari dei mezzi di produzione e lavoratori salariati. In Metropolis, Joh Fredersen incarna il potere capitalistico che governa la città come un apparato tecnico-amministrativo, mentre gli operai appaiono come forza-lavoro anonima e sostituibile. Il film mostra, inoltre, la depersonalizzazione delle masse operaie: file ordinate, movimenti sincronizzati, uniformità dei corpi. L’individuo scompare nella funzione produttiva. È la logica della fabbrica fordista tradotta in immagine cinematografica.

Alienazione e dominio della macchina

Uno dei momenti più celebri del film è la visione della macchina come divinità mostruosa, il Moloch che divora gli operai. Tale sequenza esprime simbolicamente il concetto di alienazione: il prodotto dell’attività umana – la tecnica organizzata – si ritorce contro i suoi creatori e li domina. In termini sociologici, il lavoro non è più esperienza creativa o cooperativa, ma pura subordinazione ai ritmi impersonali dell’apparato produttivo. Il corpo dell’operaio è ridotto a protesi della macchina. Questo tema trova eco sia in Marx sia nelle riflessioni di Georg Simmel sulla vita metropolitana, caratterizzata da intensificazione nervosa, frammentazione dell’esperienza e razionalizzazione dei rapporti sociali. Il film anticipa anche questioni che diventeranno centrali nel Novecento avanzato: l’automazione, la sostituibilità del lavoro umano e il timore che la tecnica sfugga al controllo democratico.

Razionalizzazione e burocrazia

La città di Metropolis è un sistema perfettamente organizzato, scandito da tempi, turni e funzioni. In questo senso richiama la teoria della razionalizzazione di Max Weber. Per Weber, la modernità occidentale è segnata dall’espansione della razionalità strumentale: efficienza, calcolo, previsione, controllo. Nel film, tale razionalità produce però una “gabbia d’acciaio”: l’ordine tecnico non libera l’uomo, bensì lo intrappola. Tutto è amministrato, ma nulla appare realmente umano. La città funziona come macchina totale e gli individui sono ingranaggi di un sistema superiore. La critica non è rivolta alla tecnica in sé, bensì al suo uso sociale quando subordinato esclusivamente al profitto e al comando verticale.

Masse, manipolazione e leadership carismatica

Un altro nucleo sociologico riguarda il comportamento collettivo. Le folle operaie oscillano tra disciplina passiva e rivolta distruttiva, facilmente influenzate dal falso doppio robotico di Maria. Il film mostra così la vulnerabilità delle masse alla manipolazione simbolica e alla propaganda. Il personaggio di Maria rappresenta invece una forma di leadership morale e carismatica, capace di orientare i lavoratori attraverso un linguaggio religioso e salvifico. Questo elemento rimanda ancora a Weber e alle sue tipologie del potere legittimo, in particolare al carisma come fonte di obbedienza. Il film riflette, dunque, un interrogativo tipico dell’epoca di Weimar: come governare le masse in una società di massa, senza cadere né nell’autoritarismo né nel caos rivoluzionario?

Il limite ideologico della conciliazione finale

La celebre frase conclusiva — “Il mediatore tra il cervello e le mani dev’essere il cuore” — propone una riconciliazione tra capitale e lavoro, attraverso la mediazione morale. Dal punto di vista sociologico, questa soluzione appare problematica. Il conflitto strutturale viene tradotto in questione etica e risolto mediante accordo paternalistico tra élite e lavoratori. Molti interpreti hanno sottolineato il carattere conservatore di questo finale: invece di mettere in discussione i rapporti di produzione, il film auspica armonia organica tra le classi. In tal senso, Metropolis oscilla tra critica radicale del capitalismo industriale e desiderio di ordine sociale.

Attualità contemporanea

A quasi un secolo di distanza, Metropolis conserva una sorprendente attualità. Le sue immagini parlano ancora alle società contemporanee segnate da:

  • polarizzazione economica e nuove disuguaglianze urbane;
  • automazione e sostituzione del lavoro umano;
  • sorveglianza tecnologica e governo algoritmico;
  • leadership mediatica e manipolazione delle masse;
  • crisi del rapporto tra efficienza tecnica e giustizia sociale.

La città verticale di Lang richiama oggi le metropoli globali, in cui ricchezza estrema e precarietà convivono nello stesso spazio urbano. In conclusione, Metropolis è molto più di un classico del cinema muto: è una potente allegoria sociologica della modernità industriale. Attraverso la contrapposizione tra superficie e sottosuolo, tra capitale e lavoro, tra uomo e macchina, il film visualizza processi che la sociologia del Novecento ha descritto teoricamente: alienazione, razionalizzazione, conflitto sociale e dominio tecnico. La sua forza duratura consiste nell’aver compreso che la questione decisiva della modernità non è la macchina in sé, ma l’ordine sociale entro cui essa viene inserita. Per questo Metropolis continua a interrogarci: ogni progresso tecnico, se separato dalla giustizia sociale, rischia di trasformarsi in una nuova forma di dominio

Dott. Franco Faggiano, EPS (Esperto Progettazione Sociale) socio dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), direttore vicario del laboratorio della Macrodeputazione ASI Nordovest “The Elsewhere project”. | Blog di divulgazione scientifica: retisocialienetworking.blogspot.com

Bibliografia di riferimento

  • Kracauer, S. (1947). From Caligari to Hitler: A Psychological History of the German Film. Princeton University Press.
  • Marx, K. (1867). Il Capitale.
  • Weber, M. (1922). Economia e società.
  • Simmel, G. (1903). Le metropoli e la vita dello spirito.
  • Elsaesser, T. (2000). Weimar Cinema and After. Routledge.
  • Lang, F. (Regista). (1927). Metropolis. Universum Film AG.

Note

Il film di pubblico dominio è disponibile su YouTube© al link: https://www.youtube.com/watch?v=tVVM60V4_Zc


Gli effetti dannosi dei cellulari sulla salute di bambini ed adolescenti

di Barbara Conti

Ogni anno in più senza smartphone è un investimento nella salute del bambino”. Questo monito è stato lanciato, qualche mese fa, dalla Società Italiana di Pediatria1per fare riflettere sull’uso dei dispositivi digitali e dell’intelligenza artificiale da parte dei più piccoli. L’età pediatrica è una fase delicata di straordinaria vulnerabilità e crescita: il cervello in questa fase continua a formarsi ed a riorganizzarsi per tutta l’infanzia e l’adolescenza. Una stimolazione digitale precoce e prolungata può generare diversi danni, alterando attenzione, apprendimento e regolazione emotiva.

Al giorno d’oggi, la tecnologia è utile, si sa, ma da diversi anni si assiste, ormai, ad un uso eccessivo dei cellulari da parte dei bambini al di sotto dei 12 anni. I genitori, purtroppo, non sempre hanno consapevolezza del danno che procurano ai loro figli regalando un cellulare in età precoce; in una società frenetica dove tutti sono presi dal lavoro e da mille impegni, ecco che il cellulare diventa un babysitter, un modo per intrattenere i bambini più piccoli e così il genitore si sente più spensierato, più tranquillo; nello stesso tempo, rappresenta un modo per lasciare ai figli maggiore libertà quando escono, perché tanto hanno il cellulare e possono sapere dove sono, ma in realtà si sta sottovalutando un problema rilevante: i danni che il bambino può subire a seguito dell’eccessivo uso di tali dispositivi. L’utilizzo illimitato dei dispositivi digitali, infatti, espone i bambini a problemi vari: rischio di obesità, problemi cardiovascolari, dipendenze digitali, problemi dello sviluppo cognitivo, del sonno, della salute mentale, della vista oltre che al cyberbullismo e ad altri pericoli online. Nei bambini sotto i 13 anni l’eccessivo uso di dispositivi elettronici può produrre ritardi del linguaggio, calo dell’attenzione e peggioramento del sonno. Negli adolescenti crescono sintomi di ansia, isolamento, dipendenza dai social e perdita di autostima. Ogni ora passata davanti ad uno schermo è un’ora sottratta ad altre attività che, invece, potrebbero essere più salutari, come il gioco, lo sport, la creatività.

Nella società odierna numerosi bambini al di sotto di dieci anni, sono già in possesso di un cellulare e lo utilizzano, spesso, senza limiti di tempo. L’utilizzo del cellulare da parte dei bambini, può avere effetti negativi a quest’età, soprattutto effetti sullo sviluppo cognitivo, comportamentale e sulla salute. Per quanto riguarda gli effetti cognitivi, si segnalano la riduzione della capacità di attenzione e di memoria, ritardo del linguaggio, diminuzione delle capacità matematiche. Dal punto di vista comportamentale, si assiste ad un aumento dell’impulsività, diminuzione della capacità di autocontrollo, isolamento e riduzione dei rapporti con i propri coetanei, oltre ai disturbi comportamentali, come frustrazione e rifiuto dei limiti. Ma ci sono altri effetti dannosi sulla salute, in modo particolare problemi alla vista, secchezza oculare, irritazione ed abbagliamento ed anche mal di testa, cervicalgia, dolori alle braccia ed ai polsi e mal di schiena. Tra le varie problematiche vi è anche quella legata al sonno: i pediatri raccomandano di evitare l’esposizione agli schermi prima dei 2 anni di età, inoltre è fortemente sconsigliato l’utilizzo almeno due ore prima di andare a dormire la sera, sia nei bambini che negli adolescenti, perché l’esposizione alla luce prodotta dagli schermi, rende difficoltoso il sonno. Tutto ciò non deve fare pensare che la tecnologia debba essere demonizzata, ma occorre insegnare ai bambini ed ai ragazzi, che bisogna utilizzarla con misura e consapevolezza. Non esiste un momento ideale per dare il cellulare ai bambini, perché ogni situazione familiare è unica, ma diversi studi indicano come fascia anagrafica di riferimento per un utilizzo più consapevole del cellulare, quella intorno ai 13-14 anni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di ridurre il tempo davanti ai dispositivi elettronici e di incentivare, invece, i bambini a praticare altre attività più stimolanti, come, ad esempio, l’attività sportiva. Perché è importante ciò? Perché l’attività fisica regolare, oltre a fare bene dal punto di vista fisico, favorisce la socializzazione, la crescita e lo sviluppo armonioso dei bambini. Restare per un tempo prolungato davanti ad uno schermo di uno smartphone o di un tablet può aumentare, come detto, il rischio di sovrappeso o obesità e malattie cardiovascolari oltre che produrre difficoltà a livello di linguaggio e comprensione. Il telefono è sicuramente uno strumento utile, ma va utilizzato quando i bambini hanno acquisito già una certa maturità; a dieci anni o età inferiore, i bambini non sono ancora abbastanza maturi e non hanno ancora acquisito la capacità di discernere cosa sia corretto e cosa no, nell’utilizzo di tali dispositivi, perché tutto viene considerato come un gioco, ma con il rischio di incorrere in situazioni spiacevoli. Inoltre, più i bambini sono precoci nell’utilizzo degli smartphone e nella partecipazione ai social, più il loro rendimento scolastico cala. Questo è stato dimostrato anche in una recente ricerca Eyes Up pubblicata nel mese di febbraio 2025, (Early exposure to screens and unequal performance), condotta dall’Università Bicocca di Milano in collaborazione con l’ateneo di Brescia, l’associazione Sloworking e il Centro studi Socialis2 e con il finanziamento della Fondazione Cariplo: è stato dimostrato che la digitalizzazione precoce influenza in maniera negativa il percorso educativo. Lo studio è stato condotto su più di 6000 alunni della regione Lombardia. È stato evidenziato, tra l’altro, che chi dedica molto tempo ad utilizzare il cellulare, riesce ad ottenere meno risultati nello studio, determinando un approccio superficiale all’approfondimento, una minore concentrazione e una maggiore tendenza alla distrazione, con conseguenti scarsi risultati scolastici. Vi sono, inoltre, gli studi di neuroimaging che mostrano modifiche nelle aree cerebrali legate proprio all’attenzione ed alla comprensione. E poi l’impatto sul sonno e la salute mentale: l’89% degli adolescenti dorme con il cellulare in camera, favorendo deprivazione cronica di sonno. Ma un uso intensivo dei dispositivi genera ansia, sintomi depressivi e minore autostima. Oltre a ciò, crescono anche cyberbullismo e violenza online, in aumento, purtroppo, anche tra i più piccoli (+26% tra 10 e 13 anni). Le vittime presentano un rischio triplo di ideazione suicidaria. L’esposizione a contenuti violenti o sessualmente espliciti aumenta aggressività e disagio emotivo. È fondamentale, quindi, una riflessione e fare un uso consapevole del telefono, evitando di esporre i bambini troppo precocemente all’utilizzo di questi dispositivi, soprattutto evitare di utilizzarli come ‘calmante’, ma piuttosto incentivare le interazioni reali.

Dott.ssa Barbara Conti, Sociologa specialista, Giornalista e Direttrice responsabile Sociologia On Web

  1. Società Italiana di Pediatria, Ogni anno senza digitale è un investimento sulla salute. Il Family Plan digitale per proteggere bambini e adolescenti, www.sip.it ↩︎
  2. Per approfondimenti si veda il Report di fine progetto Eyes up. Precocità digitale performance scolastiche e disuguaglianze: nuove evidenze e prospettive www.benesseredigitale.eu/i-progetti/eyes-up ↩︎

Genitori e figli. L’importanza del dialogo

Rubrica Stalking e Violenza a cura del dott. Antonio Russo.

Entrambi i genitori hanno la “responsabilità genitoriale” dei figli, da esercitare di comune accordo, tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del minore. Accade spesso che la responsabilità dei genitori si trasformi in iper-protezione, in invadenza nella sfera decisionale e di crescita dei propri figli, anche maggiorenni. I figli devono rispettare i propri genitori ma, ancor più dopo la maggiore età, hanno il sacro diritto di volare, prendere le proprie decisioni e provare a diventare autosufficienti, sia socialmente che economicamente. Le cronache ci parlano di genitori che non accettano le decisioni dei propri figli, non dialogano e non si pongono dal loro punto di vista. Una protezione morbosa, che cerca di rompere tutte le relazioni, causando conflitti interni alla famiglia e nell’ “io” del figlio, rendendolo insicuro, limitando la sua autostima e, a volte, maturando un sentimento di “odio” e di chiusura.Tutto ciò può creare una situazione di violenza psicologica dei genitori verso i figli. Una serie di atteggiamenti intimidatori o minacciosi, vessatori e denigranti, da parte dei genitori (o di uno di loro) verso il figlio. Anche queste situazioni, nei casi più gravi, possono configurare ipotesi di “stalking” penalmente perseguibili. Chiunque, anche i genitori o i propri figli, possono rendersi responsabili di tale reato, con condotte reiterate, minaccia o molesta contro qualcuno in modo da provocare un perdurante e grave stato d’ansia o di paura o un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, da costringerlo a cambiare abitudini di vita. Atteggiamenti che, nel quotidiano, si possono tradurre in rifiuto del figlio, per esempio, nella rottura di una “relazione sentimentale” non condivisa dai genitori per i motivi più vari. In questi casi diventa fondamentale il confronto e il dialogo, cercare di mediare cercando di saper ascoltare da entrambe le ragioni dell’altra parte. Sicuramente i figli che non accettano i consigli, i suggerimenti dei propri genitori, di rompere una “relazione scomoda”, di abbandonare il tetto familiare per andare a vivere con il proprio compagno, devono essere consapevoli e assumersi le proprie responsabilità delle loro decisioni, accecate dall’amore e dall’odio verso i propri familiari. Le decisioni prese per “ un odio verso i propri genitori” possono compromettere il loro futuro, con l’abbandono del tetto familiare, nuova vita con il proprio amore. Prima di prendere una qualsiasi decisione, la miglior risposta è il dialogo tra genitori e figli, senza che ognuno abusi dei propri poteri o dei mezzi di correzione. Non è sempre semplice per i genitori parlare con i figli, ma vale sempre la pena provarci perché c’è molto in gioco. Mediante il dialogo si ragiona; saper ascoltare è un’arte in questi casi decisiva.       

Dott. Antonio Russo                 


I diritti dei bambini e i doveri degli adulti in un contesto frammentato

di Simona Carucci

Come osservava Durkheim nei suoi studi sulla funzione educativa e sulla necessità di una coesione morale condivisa, per garantire la continuità sociale, ogni società deve essere in grado di trasmettere ai nuovi membri un patrimonio simbolico stabile e coerente; ed è sulla base di questa premessa che la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia riconosce i bambini non come “adulti in miniatura”, ma come soggetti pienamente titolari di diritti specifici, il cui sviluppo richiede un contesto sociale capace di garantire protezione, continuità e cura; tuttavia, l’attuale configurazione della società tardo-moderna, marcata da fluidità, incertezza, frammentazione e disancoraggio valoriale, rende tali principi sempre più difficili da tradurre nella pratica quotidiana. In questo contesto dove anche i ruoli sono de-strutturati senza ri-definizione, anche il diritto del bambino in quanto tale e il dovere dell’adulto in quanto tale, divengono un qualcosa che ha i contorni non più così chiari.

In un quadro sociologico complessivamente frammentato, che Bauman definisce “liquido” e Beck “società del rischio”, i bambini crescono in un ambiente nel quale gli adulti stessi vivono una profonda crisi del ruolo, un indebolimento delle cornici normative e una perdita di riferimenti stabili. Ricordiamo con Mead che lo sviluppo del Sé infantile dipende dalla presenza di ruoli adulti stabili. La funzione educativa, che nella prospettiva di Parsons costituiva uno dei pilastri della riproduzione sociale attraverso la trasmissione dei valori, oggi appare disarticolata: gli adulti, anziché operare come mediatori simbolici tra il bambino e il mondo, sperimentano forme diffuse di smarrimento identitario e di deresponsabilizzazione, dovute alla mancanza di una chiara definizione del proprio ruolo genitoriale, professionale e comunitario. Questo indebolimento dei ruoli, come osservano Berger e Luckmann, implica una crisi della capacità sociale di costruire e trasmettere universi di senso condivisi, lasciando i soggetti, inclusi i bambini, esposti a una relativizzazione generalizzata in cui i valori vengono messi in discussione senza che emergano alternative strutturanti. Ne deriva un duplice vuoto: da un lato il bambino non riceve più quella trasmissione di continuità intergenerazionale che, in ogni società, ha la funzione di radicare l’individuo nel proprio gruppo; dall’altro, gli adulti non riescono a fornire un quadro di riferimento stabile, entro cui i diritti e i doveri possano assumere significato e consistenza. I diritti dei bambini non sono scontati, perché la figura del bambino, con le sue caratteristiche che lo rendono tale, sembrano non essere più riconosciute. Se vi sono diritti per loro, allora vi sono doveri per l’adulto, ma quale adulto? Così, oggi, la questione è a monte. Contesto e ruoli non sembrano avere più le caratteristiche per supportare diritti e doveri. I diritti e i doveri sono frutto di processi culturali nel tempo e in un luogo e, come tali, sono prodotti sociali. Ma ora quali attori sociali per essi? In tale clima di frammentazione, i diritti dei bambini, tra cui il diritto alla cura, alla protezione, alla guida e alla mediazione adulta, diventano progressivamente “fumosi”, non perché meno rilevanti, ma perché non trovano più un contesto simbolico e istituzionale in grado di sostenerli. Parallelamente, i doveri degli adulti si indeboliscono: non è sempre chiaro cosa significhi “educare”, proteggere, filtrare, accompagnare, poiché la società de-istituzionalizza i ruoli senza però fornire alternative valide. L’adulto, che dovrebbe rappresentare un polo di senso e di responsabilità verso il minore, si trova immerso in un ambiente dove la responsabilità è diventata problematica, relativizzata o addirittura dissolta; e dove il concetto stesso di “dovere”, inteso in senso sociologico come presa in carico dell’altro e come esercizio consapevole del proprio ruolo, appare privo di una cornice stabile. Questo vuoto, valoriale prima ancora che normativo, produce un effetto diretto sulle nuove generazioni: un’infanzia che non riceve protezioni chiare, criteri orientativi, né un’adeguata mediazione con il mondo esterno, finendo per essere sovra-esposta a una realtà per la quale non possiede ancora gli strumenti interpretativi necessari. Una delle manifestazioni più evidenti di questa crisi strutturale dei ruoli è l’adultizzazione digitale dell’infanzia. In assenza di ruoli adulti stabili e responsabilizzati, l’accesso illimitato alle tecnologie immerge i minori in un universo di stimoli, immagini e contenuti tipicamente adulti, che essi sono costretti a processare senza esperienza, senza mediazione e senza strumenti cognitivi maturi. Secondo il rapporto EU Kids Online, una quota significativa di minori italiani tra i 9 e i 17 anni (31%) dichiara di aver visto contenuti sessualmente espliciti su Internet, mentre un’indagine MOIGE rileva che il 76% dei ragazzi utilizza smartphone e tablet senza filtri o con filtri disattivati, accedendo liberamente anche a materiale pornografico. L’effetto combinato di questa esposizione precoce, che include anche rischi sanitari, come l’aumento di infezioni sessualmente trasmesse già rilevate tra preadolescenti in alcune regioni italiane, genera processi di sviluppo distorti: i bambini diventano al contempo attori passivi e attivi di dinamiche adulte, ma senza la maturità necessaria per comprenderle e senza il supporto di figure adulte adeguatamente presenti. Essi si trovano così a processare la realtà “da soli”, generando inevitabili distorsioni percettive, cognitive ed emotive, perché la realtà stessa richiede un’elaborazione esperienziale che per definizione è loro preclusa.

In questo quadro, i diritti dei bambini diventano ambigui e difficili da garantire proprio perché le strutture adulte che dovrebbero interpretare e tutelare tali diritti, sono indebolite. Allo stesso tempo, i doveri degli adulti, proteggere, orientare, filtrare, educare, perdono consistenza perché la società non offre più ruoli definiti, né sistemi valoriali capaci di sostenere l’azione educativa. La relativizzazione generalizzata, svuota di senso sia le norme sia i ruoli: l’adulto non sa più quale posizione assumere, mentre il bambino viene esposto a un mondo privo di mediazione, trasformato in un soggetto a cui spesso si attribuiscono competenze o libertà che non corrispondono al suo sviluppo reale. Ne deriva un paradosso sociologico: per non affrontare la questione dei diritti reali dell’infanzia, cioè la necessità di prenderla in cura, la società tende a trasformare il bambino in altro, a ridefinirne arbitrariamente l’identità o la competenza, evitando così il problema di garantire protezione, guida e continuità. Eppure, il diritto fondamentale del bambino, come riconosciuto dalla Convenzione ONU, è proprio la presa in cura, che richiede una società capace di offrire ruoli chiari, responsabilità definite, valori trasmissibili e adulti in grado di esercitare la propria funzione educativa. Finché tale quadro rimane frammentato, i diritti e i doveri continueranno a essere vaghi, instabili e privi di effettiva applicazione, lasciando l’infanzia esposta alle contraddizioni di una società che mette in discussione tutto, senza proporre nulla che possa sostituire ciò che è stato perduto.

Dott.ssa Simona Carucci, Sociologa delle organizzazioni, Ambiti: organizzazioni jihadiste, organizzazioni militari – Blog Interlegere


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