La nuova sicurezza urbana: dalla percezione del rischio alla governance della prevenzione
di Vincenzo Testagrossa

Nel corso degli ultimi decenni, la cosiddetta “domanda di sicurezza” dei cittadini è passata da esigenza personale a tema collettivo ed invero, le città, non sono solo spazi fisici, ma spesso diventano veri e propri campi di tensione tra, percezione del pericolo, pratiche di controllo del territorio e politiche locali tese alla prevenzione.
Il bisogno di sicurezza, dallo psicologo Abraham Maslow, inteso come esigenza primaria, non è solo una questione di protezione fisica, ma si puo’ considerare – anche e soprattutto – una garanzia per la stabilità sociale e psicologica di ogni singola comunità. Però, l’insicurezza non coincide sempre con l’aumento dei reati. Come osservava il sociologo W.I. Thomas, se gli uomini definiscono come reali, determinate situazioni, esse stesse diventano reali nelle loro conseguenze; infatti, le percezioni distorte che generano la paura, producono effetti concreti, quali ad esempio, spingere le persone a chiudersi, ridurre l’uso degli spazi pubblici e influire, in ultimo, anche sulle scelte politiche locali.
Per meglio comprendere la richiesta di sicurezza che perviene dalla società civile, è necessario approfondire i concetti di pericolo, rischio e minaccia e come questi incidono nella percezione dell’opinione pubblica. In breve si possono ben evidenziare le tre dimensioni:
- Il pericolo, quale evento naturale o esterno.
- Il rischio, quale conseguenza di decisioni umane.
- La minaccia, che introduce la volontà ostile dell’altro.
Spesso si crea confusione tra questi predetti concetti dimensionali e si sposta l’attenzione, dalle responsabilità sistemiche, alle figure sociali che, via via, vengono percepite – quasi sempre erroneamente – come “nemiche”; in tal modo, l’insicurezza può diventare anche, aldilà degli schieramenti posizionali ed ideologici dei partiti, uno strumento di consenso politico. A ben guardare, sin dal 1993, le città italiane hanno sviluppato strategie di sicurezza più articolate, fondate sulla collaborazione tra lo Stato e le autonomie locali, previste nella nostra Costituzione Repubblicana. Tale condizione legislativa ed istituzionale, permette di poter parlare di nuova prevenzione, con un approccio ibrido che supera la rigida distinzione ideologica tra, sicurezza sociale e sicurezza situazionale.
Volendo, sinteticamente, elencare i passaggi normativi che hanno segnato questa evoluzione, possiamo evidenziare: dapprima, la riforma del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, che li rende responsabili diretti della sicurezza locale e poi, la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che riconosce alle autonomie locali competenze in materia di ordine pubblico; in ultimo, cronologicamente, l’art. 54 del Testo Unico degli Enti Locali (riformato nel 2008), che attribuisce ai sindaci poteri contingibili e urgenti, per la tutela dell’incolumità pubblica. Con il cosiddetto Decreto Maroni del 5 agosto 2008, la sicurezza urbana è definita, per la prima volta, come bene pubblico da tutelare ed il testo normativo ha compreso, in tale siffatta accezione, la vivibilità, la coesione e la convivenza sociale.
Sostanzialmente, la prevenzione si articola su tre livelli e, precisamente:
- Livello sociale, incentrato sull’inclusione, il lavoro e le politiche giovanili.
- Livello situazionale, orientato al controllo del territorio e al decoro urbano.
- Livello comunitario, che chiama i cittadini ad una partecipazione diretta, nella tutela del bene ‘sicurezza’.
Pertanto, l’implementazione delle politiche di sicurezza urbana, riflette, oggi, la logica della governance, più flessibile rispetto al superato modello di government ed accanto alle istituzioni statali, devono operare necessariamente – con maggiore intensità e presenza – le regioni, gli enti locali, le forze dell’ordine, nonché gli attori privati e le associazioni civiche. Dunque, la gestione quotidiana della sicurezza non resta confinata in un monopolio dello Stato, ma diventa un sistema in cui si intrecciano interessi, competenze, pressioni normative e politiche territoriali, tese alla gestione degli spazi pubblici. Tuttavia, il rischio è quello di un’eccessiva frammentazione e di derive punitive verso categorie marginali — immigrati, senzatetto, prostitute — percepite come causa del degrado urbano. Per questo, la sfida della nuova prevenzione è duplice: coniugare efficacia operativa e tutela dei diritti, come ricorda il sociologo Fabio Battistelli, il quale sostiene che la sicurezza è un bene collettivo, ma anche il termometro del livello di democraticità di una società.

Oggi, parlare di sicurezza urbana vuol dire affrontare una tematica complessa, che intreccia psicologia sociale, politiche pubbliche e modelli di convivenza, e la vera innovazione non risiede solo nella capacità di controllo sociale ovvero nelle ordinanze sindacali, ma soprattutto nella capacità delle istituzioni pubbliche, di promuovere azioni che mantengano un adeguato livello di fiducia, di partecipazione e coesione sociale delle comunità, partendo dall’ambito locale. Le città sono sicure quando i cittadini che le abitano non hanno bisogno di difendersi gli uni dagli altri!
Dott. Vincenzo Testagrossa, Funzionario E. Q. Settore finanziario Ente Pubblico – Commercialista; esperto in Sociologia Forense, dei Processi economici e del Lavoro






