La Sociurgia: un nuovo paradigma per comprendere e trasformare l’arte contemporanea

di Antonio Rossello

Negli ultimi anni, riflettendo sul senso e sulle contraddizioni dell’arte contemporanea, ho sentito l’urgenza di elaborare un concetto nuovo: la sociurgia. Non si tratta di un semplice neologismo, ma di una prospettiva teorica e pratica che nasce da un percorso personale, fatto di esperienze dirette, osservazioni partecipanti e dialoghi con artisti, critici e comunità creative. La domanda da cui tutto è partito è semplice e radicale al tempo stesso: come può l’uomo comune del nostro tempo comprendere e riconoscersi nell’arte contemporanea? Sempre più spesso l’opera d’arte appare muta, distante, opaca. Eppure, la creatività continua a vivere nei gesti quotidiani, nelle pratiche degli hobbisti, nei
laboratori informali, nelle reti associative.
Era chiaro che serviva un cambio di prospettiva. Non bastava più limitarsi a leggere l’arte attraverso categorie estetiche tradizionali o a denunciare le distorsioni del mercato. Era necessario considerare l’arte come
atto sociale, come processo comunitario che cura, interpreta e trasforma.

Dalla sociatria alla sociurgia

Il primo passo è stato riscoprire il concetto di sociatria, introdotto da Jacob Levi Moreno e ripreso in tempi recenti, che indica la “cura della società” attraverso pratiche simboliche e relazionali. In ambito artistico, la sociatria
si traduce in un’arte che offre catarsi, rimedio, guarigione interiore. Ma presto mi sono reso conto che questo non bastava. La cura interviene a posteriori, mentre oggi serve qualcosa di più: un’arte che
opera preventivamente, che non solo lenisce ferite ma apre spazi di convivenza, che costruisce relazioni e non si limita a ripararle. Da qui la sociurgia: dal greco ergon (opera), non più soltanto cura, ma opera sociale.

I riferimenti teorici

Nel mio lavoro ho intrecciato riferimenti molteplici: la fenomenologia, che ci ricorda come l’osservatore sia sempre partecipe e mai neutrale; l’ermeneutica, che insegna a leggere le opere e gli artisti come testi da interpretare; il neoplatonismo, che offre una struttura logica per passare dal molteplice all’unità concettuale; la sociologia contemporanea (da Simmel a Bauman), che evidenzia le trasformazioni antropologiche in atto nella società liquida e globalizzata.
La sociurgia nasce proprio in questo crocevia, come tentativo di dare una forma concettuale a ciò che accade nelle pratiche artistiche reali.

Motivazioni e applicazioni

Le motivazioni sono chiare: restituire all’arte una funzione sociale e spirituale in un’epoca segnata da crisi di senso, frammentazione comunitaria e mercificazione della cultura.
Le applicazioni possibili sono molteplici: nell’arte partecipativa, dove la sociurgia funge da cornice critica per distinguere ciò che è semplice coinvolgimento da ciò che diventa vera trasformazione sociale; nelle pratiche hobbistiche, che, libere da logiche di mercato, mostrano la potenza democratica della creatività diffusa; nei contesti comunitari, dove l’arte può diventare strumento di coesione, rigenerazione urbana e costruzione di memoria condivisa.

La sociurgia è ancora un concetto in divenire, ma già capace di aprire piste di riflessione. Il mio intento, con questo articolo, non è esaurire il discorso, bensì anticipare i nuclei fondamentali che saranno oggetto di una trattazione sistematica nel saggio che sto preparando e che vedrà la luce prossimamente. Spero che questo contributo possa stimolare il dibattito e suscitare l’interesse di chi, come me, ritiene che l’arte non sia solo bellezza o mercato, ma soprattutto gesto sociale vitale, capace di incidere sul nostro tempo e di generare nuove forme di convivenza.

dott. Antonio Rossello


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