Author Archives: Franco Faggiano

Il Subbuteo: un gioco di passione, strategia e socializzazione

di Franco Faggiano

Il Subbuteo è molto più di un semplice gioco da tavolo; è una vera e propria istituzione per gli appassionati di calcio e di strategia. Nato negli anni ’40 in Inghilterra, il Subbuteo ha conquistato il cuore di milioni di giocatori in tutto il mondo, diventando un simbolo di competizione e divertimento. Ma quali sono le sue origini e la sua storia? Il Subbuteo fu inventato da Peter Adolph nel 1947, inizialmente come un modo per ricreare le partite di calcio in miniatura. Il nome “Subbuteo” deriva da un uccello, il “Hobby”, che era il soggetto di un gioco di società che Adolph aveva creato in precedenza. Con il passare degli anni, il gioco si è evoluto, introducendo squadre, stadi e accessori sempre più dettagliati, diventando anche vero modellismo con la personalizzazione dei giocatori e la creazione di diorami. E come si gioca? Il gioco si basa su una semplice ma avvincente meccanica: i giocatori utilizzano miniature di calciatori montate su basi circolari per muoverli, colpendo con la punta del dito gli stessi, sul campo di gioco, e cercando di segnare gol contro l’avversario. Ogni giocatore può controllare la propria squadra, con particolari strategie gestendo le posizioni e le azioni al fine di ottenere la vittoria. Le partite possono essere giocate in modalità amichevole o in tornei ufficiali (locali, nazionali ed internazionali), dove la competizione è inevitabilmente serrata.

Uno degli aspetti più affascinanti del Subbuteo è il suo potere di unire le persone, ovvero l’aspetto sociale, essendo un microcosmo sociologico tra gioco, identità e comunità. Che si tratti di una partita tra amici in casa o di un torneo, il gioco crea un’atmosfera di convivialità e competizione amichevole. Molti giocatori formano legami duraturi attraverso il Subbuteo, condividendo non solo la passione per il calcio, ma anche momenti di divertimento e sfida. Infatti, negli ultimi anni, la comunità del Subbuteo ha visto una rinascita, con nuovi giocatori che si avvicinano al gioco grazie ad eventi, tornei e gruppi online. Le piattaforme social e i forum dedicati permettono agli appassionati di scambiarsi consigli e strategie, nonché miniature esclusive ed uniche. Fin dalla sua creazione, il Subbuteo ha rappresentato una miniaturizzazione del calcio, uno sport che ha forti connotazioni sociali e identitarie. I giocatori, le squadre, gli stadi in scala ridotta hanno permesso a milioni di appassionati di “vivere” il calcio anche fuori dal campo, riproducendo partite leggendarie o inventandone di nuove. In questo senso, il Subbuteo riflette il bisogno collettivo di appartenenza e la passione viscerale per il calcio, trasformandosi in una forma di espressione personale e culturale. Inoltre, dal punto di vista sociologico, chi gioca a Subbuteo partecipa ad una vera e propria sottocultura. Club ed associazioni si sono sviluppati ovunque, creando reti sociali strutturate, con regole, gerarchie, rituali e simboli condivisi. Questa dimensione collettiva va oltre il gioco stesso: i club diventano luoghi di socializzazione, di trasmissione di valori e tradizioni, dove si costruiscono legami intergenerazionali e si rafforza il senso di comunità.

Il Subbuteo, poi, è anche un contenitore di memoria e nostalgia. Per molti adulti, rappresenta un legame con l’infanzia e con un’epoca in cui il gioco fisico aveva un ruolo centrale nella crescita. Questo legame emotivo contribuisce alla costruzione dell’identità personale e sociale. Allo stesso tempo, collezionare squadre, costruire stadi personalizzati e “vivere” il gioco secondo le proprie regole è una forma di auto-rappresentazione e di narrazione del sé, simile a quella che si ritrova nei giochi di ruolo. Peraltro, pur essendo stato storicamente un gioco maschile, il Subbuteo sta attraversando una trasformazione. In alcune comunità emergono pratiche più inclusive, con la partecipazione crescente di donne e persone di ogni età. Questo cambiamento riflette dinamiche più ampie legate all’evoluzione dei ruoli di genere e all’apertura del mondo del gioco a nuove forme di partecipazione. Infine, con la diffusione dei videogiochi e del calcio virtuale, il Subbuteo potrebbe sembrare un’anomalia, eppure continua a sopravvivere e a rinnovarsi. La sua dimensione “analogica”, fisica e tattile, rappresenta una forma di resistenza culturale al digitale. Al tempo stesso, molte comunità hanno saputo ibridare tradizione e modernità, usando social network, streaming e forum online per mantenere vivo il dialogo e ampliare la partecipazione. Insomma, si può tranquillamente affermare che il Subbuteo è un gioco che trascende il tempo, continuando ad affascinare generazioni di giocatori. Che uno sia un veterano o sia un neofita, il Subbuteo offre un’esperienza di gioco coinvolgente e appassionante, sfidando i propri amici e vivendo l’emozione di una partita di calcio in miniatura, dove ogni mossa può fare la differenza!

dott. Franco Faggiano, EPS (esperto di progettazione sociale), membro dell’Associazione Sociologi Italiani | Blog: retisocialienetworking.blogspot.com


Dieci anni fa moriva il rabbino di Roma, Elio Toaff

di Sara Spoletini

Il “rabbino più amato” e il “rabbino buono” era solito dire che due avvenimenti avevano segnato la sua vita: “Le leggi razziali e la creazione d’Israele”. Non si può non ricordare il suo sorriso tipicamente romano, i suoi occhi vispi e la sua naturale propensione non solo al dialogo ma alla pacificazione.

Classe 1915, figlio del rabbino livornese Alfredo Sabato, ancora giovanissimo, Elio iniziò presso il Collegio rabbinico di Livorno (allora diretto da suo padre Alfredo) sia gli studi ebraici sia, in parallelo, quelli liceali. E’ il 1938 quando Elio conseguì il primo livello del titolo di rabbino, quello di maskil (cólto). Negli anni precedenti aveva anche seguito gli studi universitari, condotti presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pisa. Il 5 luglio 1939 – nonostante le discriminazioni antiebraiche già in corso e l’opposizione del capo della commissione, Widar Cesarini Sforza – Toaff conseguì la laurea in legge, con una tesi su “Le società commerciali in Palestina”, relatore Lorenzo Mossa, docente di diritto commerciale. Nel 1938, il governo italiano aveva promulgato le prime leggi antiebraiche (le cosiddette leggi razziali), e l’anno seguente Elio espresse al padre l’intenzione di trasferirsi, come già avevano fatto i suoi fratelli; ma questi lo convinse a rimanere in Italia, affermando (soprattutto in vista delle dure prove a cui presumibilmente sarebbe stata sottoposta la comunità ebraica italiana): «Un rabbino non ha la stessa libertà di scelta degli altri. Un rabbino non abbandona mai la sua comunità». Nel 1951, dopo la morte del rabbino capo di Roma, David Prato, Toaff (che aveva allora 36 anni) fu chiamato a sostituirlo. In quanto rabbino capo della maggiore comunità ebraica del Paese, gradualmente assunse de facto il ruolo di capo spirituale dell’intero ebraismo d’Italia. E questa comunità non l’ha mai abbandonata. Non sono anni facili: gli ebrei sono una minoranza ma grazie alle capacità di relazionarsi sia con le autorità nazionali che con quelle cittadine, Toaff riesce a portare in risalto una complessa serie di problemi concernenti i diritti religiosi e civili degli ebrei, in particolare l’esenzione da mansioni lavorative o la convocazione a concorsi pubblici nei giorni delle festività ebraiche comandate. Toaff fu particolarmente attento alla promozione dell’istruzione ebraica, e durante il suo rabbinato, nel 1973, fu creato a Roma un liceo ebraico, il Renzo Levi, che si aggiunse alle scuole già esistenti (quella elementare, la Vittorio Polacco, e quella media, la Angelo Sacerdoti). Il ruolo di guida per il suo popolo lo incarna molto bene alla fine degli anni 50, quando a Roma gli ebrei hanno subito diverse aggressioni; immediatamente Toaff chiese l’intervento delle autorità di ristabilire e mantenere l’ordine. Fu, inoltre, promotore di provvedimenti volti ad assicurare, sia in quel momento, sia negli anni successivi, l’autodifesa della comunità di fronte alle provocazioni.

Il Rabbino Toaff è ricordato soprattutto perché dagli anni ’60 iniziò a tessere una tela di relazioni con il Vaticano che ha portato gradualmente la Chiesa Cattolica a cambiare la propria posizione nei confronti degli ebrei, che si manifestarono durante il pontificato di papa Giovanni XXIII (1958-63), e furono seguiti dalla promulgazione da parte di papa Paolo VI, nel 1965, della dichiarazione Nostra aetate (Nel nostro tempo). Il testo affermava (al punto 4) che «quanto è stato commesso durante la […] passione [di Gesù] non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo». Era un serio passo in avanti rispetto alla tradizionale accusa di deicidio nei confronti dell’intero popolo ebraico. Inoltre nel documento si condannava, per la prima volta in modo esplicito, l’antisemitismo: «La Chiesa […] deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque». L’azione di ricongiungimento tra Chiesa Cattolica ed ebraismo fu l’apertura della porta della sinagoga a Giovanni Paolo II in nome delle comuni verità bibliche. Ma questo non gli impedì di assumersi una certa responsabilità nell’attaccare la stampa cattolica che spargeva menzogne e odio su Israele.Così, nel 1988, Toaff accusò il Vaticano di condurre “una politica antisemita attraverso i mass media cattolici che demonizzano Israele e il sionismo”,Toaff accusa alcuni giornali cattolici di “antisemitismo di antica matrice religiosa, razzista, fascista che demonizza Israele, il sionismo, l’ebraismo e banalizza la più grande tragedia di questo secolo paragonandola a pur gravi manifestazioni di violenza israeliane. Peggio, si cerca di dimostrare che le vittime dell’Olocausto non erano poi cosi innocenti”. Perché lui stava sempre dalla parte di Israele. Abile e docile nel costruire rapporti diplomatici, eppure fermo e deciso nel difendere i diritti e la sicurezza degli ebrei.Gli anni difficili non mancano, come non manca il pericolo di odio e l’orrore vissuto che forse non va mai via dagli occhi per chi quell’orrore lo ha guardato dritto negli occhi.Vari sono stati gli episodi contro gli ebrei vissuti, affrontati e risolti da Toaff: Cgil di Luciano Lama, che aveva chiesto agli ebrei romani di “dissociarsi” da Israele. Toaff lo attaccò dopo lo sciagurato gesto di alcun esponenti della sinistra di lasciare una bara di cartone davanti alla Sinagoga di Roma, in coda a un corteo della Triplice. L’assassinio del bambino ebreo Stefano Taché per lo scoppio di una bomba palestinese il 9 ottobre 1982 nei pressi del Tempio sul Lungotevere, in occasione del giorno di Simchà Torah che conclude il ciclo annuale della lettura del Pentateuco e lo ricomincia, Toaff si scaglia duramente verso chi riteneva una frangia esigua di minoranza, per lui era un’“indegna esplosione di antisemitismo” che per lui rievocava il “lontano e infausto periodo che va dal 1939 al 1944”.Un evento che lo scosse duramente fu nel 1982 quando Yasser Arafat venne in visita a Roma e fu accolto dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini mentre il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini si era rifiutato di incontrare il leader dell’Olp e i segretari dei tre principali partiti (Dc, Pci e Psi) lo avevano accolto con gli onori di un capo di governo. a cui Toaff non si fece scrupolo a ricordare al Capo dello Stato italiano che il leader palestinese e i suoi seguaci avevano versato il sangue di molti ebrei e voleva distruggere tutta Israele.

L’eredità di Toaff è pesante, non solo per la comunità ebraica, ma per Roma, l’Italia e i rapporti diplomatici tra nazioni. Toaff ci ha insegnato a dialogare, e ci ha fatto capire per trovare la pace bisogna cercare i punti in comune che diventano forza, rispetto. Ci ha insegnato a non dimenticare, perché la memoria fa comunità, fa identità e se non sappiamo chi siamo è sempre difficile sapere dove si vuole andare. La pace è quando si ha coscienza della propria identità e si ha rispetto di quella degli altri. Ciao Elio, in questo momento storico manchi a tutti

Dott.ssa Sara Spoletini, sociologa ed educatrice


Universo 25: l’esperimento che voleva prevedere il futuro dell’umanità

di Franco Faggiano

Universo 25 è uno degli esperimenti più affascinanti, inquietanti e dibattuti nella storia della psicologia e dell’etologia. Condotto dallo scienziato americano John B. Calhoun negli anni ’60 e ’70, questo esperimento aveva l’obiettivo di studiare il comportamento sociale delle popolazioni animali in condizioni di sovrappopolazione e abbondanza di risorse. I risultati furono talmente estremi da spingere molti a considerare Universo 25 come una possibile metafora del destino dell’umanità.

L’esperimento. Universo 25 fu l’ultima e più celebre versione di una serie di studi simili condotti da Calhoun. L’esperimento prevedeva la creazione di un habitat artificiale ideale per una colonia di topi, un “paradiso dei roditori”: abbondanza illimitata di cibo e acqua, temperatura controllata, assenza di predatori e malattie, con spazio sufficiente per una popolazione di circa 4000 individui. Nel luglio 1968, otto topi (quattro maschi e quattro femmine) vennero introdotti in questo ambiente. Inizialmente, la colonia crebbe in modo rapido e sano. Tuttavia, dopo circa 600 giorni, la popolazione si stabilizzò attorno ai 2200 individui e cominciò un lento e inquietante declino.

Il “crollo del comportamento”. Una delle osservazioni più importanti fu il cosiddetto “behavioral sink” (abisso comportamentale). I topi, pur disponendo di tutte le risorse materiali necessarie, iniziarono a manifestare comportamenti anomali: aggressività estrema tra maschi; madri negligenti o violente, che spesso abbandonavano o uccidevano i propri cuccioli; isolamento sociale e apatia in molti individui; la comparsa dei cosiddetti “belli” (the beautiful ones): topi che si isolavano, non interagivano più con gli altri, non si riproducevano, e passavano il tempo a mangiare e pulirsi, privi di qualsiasi funzione sociale.Nonostante la disponibilità di cibo e sicurezza, la popolazione non riprese mai a crescere. Alla fine, l’intera colonia collassò e si estinse.

Le implicazioni. Calhoun vide in Universo 25 una rappresentazione simbolica della società umana. Secondo lui, il collasso della colonia non fu causato da carenze materiali, ma dalla rottura dei legami sociali, del significato dei ruoli e dalla perdita dello scopo. Una società iperstrutturata, iperprotetta e iperconcentrata, sosteneva Calhoun, avrebbe potuto portare alla stessa fine. Alcuni hanno interpretato Universo 25 come un ammonimento verso la sovrappopolazione e l’urbanizzazione estrema. Altri lo hanno criticato, affermando che l’esperimento non può essere applicato direttamente agli esseri umani, dotati di cultura, simbolismo e capacità di autocritica.

Critiche e rivalutazioni. Negli anni successivi, l’esperimento è stato ampiamente dibattuto. Alcuni studiosi hanno criticato la metodologia di Calhoun, sostenendo che l’ambiente, sebbene “ideale”, fosse comunque un sistema artificiale e limitato, incapace di rappresentare la complessità della società umana. Inoltre, la mancanza di stimoli cognitivi e sfide avrebbe contribuito al collasso comportamentale. Tuttavia, Universo 25 resta ancora oggi un monito importante nella riflessione su temi come l’alienazione sociale, il benessere psicologico collettivo, e il rapporto tra abbondanza materiale e salute mentale. Universo 25 è molto più di un semplice esperimento sui topi: è una riflessione simbolica e potente sul rischio di disintegrazione sociale in un mondo che, pur essendo ricco di risorse, può diventare povero di significato. Ci ricorda che la salute di una società non si misura solo in termini materiali, ma anche — e forse soprattutto — in termini relazionali, psicologici e culturali.

dott. Franco Faggiano, Esperto di progettazione sociale e socio ASI

blog di divulgazione scientifica: https://retisocialienetworking.blogspot.com/

Fonti fotografiche: Yoichi R Okamoto, White House photographer © Wikipedia


ORIGINE, STORIA ED EVOLUZIONE DELLE IMMINENTI PULIZIE DI PASQUA

di Sara Spoletini

Con l’avvicinarsi della Pasqua, si ricorda un rito che nella nostra tradizione era molto caro alle nonne, chi non ha mai sentito parlare delle “pulizie pasquali”? Anche quando ci si dedica con molta cura ai mestieri casalinghi ci si sente dire se quelle che si stanno facendo sono le pulizie pasquali. Con l’arrivo della nuova stagione nell’emisfero settentrionale, emerge una voglia contagiosa di far sparire le ragnatele ed eliminare il disordine. Le pulizie di primavera, una pulizia profonda della casa, sono una tradizione radicata nelle società di tutto il mondo, le cui radici risalgono ai tempi antichi.

In questo tempo solenne dal punto di vista religioso per Ebrei e Cristiani, che spesso coincide con l’arrivo della primavera, si sente la necessità di purificare la casa, ma vediamo perché. L’usanza delle pulizie di Pasqua deriva dalla tradizione ebraica di purificare la casa, tradizione che celebra la liberazione dalla schiavitù egizia, avvenuta circa 3.300 anni fa. L’usanza di fare una grande pulizia in casa, prima delle celebrazioni pasquali deriva da una prescrizione della Pasqua ebraica, Pesach (letteralmente “passaggio”), che nei giorni precedenti la festa impone una scrupolosa pulizia della casa per eliminare ogni più piccolo residuo di sostanze lievitate, infatti Pesach, la “Festa del passaggio” citata nella Bibbia, dura 7 giorni In Israele (8 giorni fuori dal Paese), inizia con la cena della prima sera, detta seder (“ordine”), in cui si cena con un preciso ordine, mangiando cibi che ricordano l’amarezza e il duro lavoro della schiavitù, come verdure amare e una miscela di datteri, noci, miele. Il pane azzimo e scondito ricorda invece che il popolo eletto dovette fuggire tanto in fretta dall’Egitto verso la Terra promessa, da non avere il tempo di far lievitare le pagnotte: ecco da dove deriva il detto “fare le pulizie di Pasqua”. Così, l’usanza delle pulizie di primavera nasce dalla necessità di eliminare i residui di lievito rimasti, dato il divieto di consumare o possedere alimenti lievitati durante l’intero periodo.

Oltre all’aspetto più pratico e religioso, fare le pulizie di primavera, ha un aspetto anche spirituale. Questo rito viene, infatti, associato ad un atto di pulizia spirituale in un rito di rinnovamento annuale con lo scopo di allontanare da sé qualsiasi negatività. Occorre inoltre sapere, che nelle famiglie ebraiche, non è solo la donna ad occuparsi delle pulizie, ma viene coinvolta l’intera famiglia, bambini compresi. Allo stesso modo, i cattolici puliscono gli altari nelle chiese il Giovedì Santo in vista del Venerdì Santo , che si tiene ogni anno in primavera, a marzo o aprile. Il Nowruz , celebrato intorno all’equinozio di primavera a marzo, prevede la tradizione chiamata khāne-takānī o “scuotere la casa”. Le persone lavavano vestiti, coperte e tessuti per prepararsi a questa festa che risale a circa 3.000 anni fa e che può essere fatta risalire allo Zoroastrismo, una delle prime religioni monoteiste del mondo. Anche in Russia, con l’arrivo della Pasqua ortodossa, è comune dedicarsi alla pulizia e alla decorazione della casa. Prima del Capodanno lunare , in Cina è consuetudine ripulire la casa dalla sfortuna e dalle disgrazie. Conosciuta come “spazzare la polvere”, la pulizia fa spazio alla fortuna e alla prosperità del nuovo anno, dice Patten. Le pulizie devono essere fatte prima della festività, in genere a gennaio o febbraio, poiché spazzare dopo i festeggiamenti è visto come una rimozione della buona sorte.

In Thailandia, durante il Songkran , in aprile, è consuetudine pulire a fondo case, scuole e spazi pubblici per purificarli in vista del Capodanno tailandese. Le persone si gettano acqua addosso per le strade per lavare via la sfortuna dell’anno precedente e sulle statue di Buddha per assicurarsi la fortuna per l’anno a venire. Sebbene il concetto di pulizie di primavera sia precedente alla tecnologia moderna, progressi come l’elettricità e gli elettrodomestici hanno influenzato la sua pratica. Ad esempio, prima delle luci elettriche, per illuminare e riscaldare le case ci si affidava al fuoco di carbone, olio e legna, che lasciava dietro di sé una notevole quantità di fuliggine. Le finestre venivano tenute ben chiuse per evitare l’ingresso di correnti d’aria mortali. In primavera era pragmatico aprire le finestre per arieggiare le case soffocanti, rimuovere la sporcizia e riparare i danni che si erano verificati durante i mesi invernali. Invenzioni come aspirapolvere, lavatrici e detergenti hanno reso il processo più efficiente e conveniente, consentendo una pulizia più profonda e accurata degli spazi abitativi.

Il comportamento umano è fortemente influenzato dai cicli della natura. Nei mesi più freddi abbiamo meno energie da dedicare a lavori come la pulizia profonda. Non si tratta di pigrizia: la luce del giorno limitata attiva l’ormone della melatonina , che ci fa dormire di più. Ma vi è anche un significato simbolico. Considerata come un “nuovo inizio”, questa tradizione simboleggia il passaggio dall’inattività della stagione invernale alla vibrante crescita della primavera. Le pulizie di primavera rappresentano un’occasione per dare nuova vita alla casa dopo i mesi invernali. Si tratta di un riordino approfondito che va oltre la pulizia quotidiana: si lavano tende, tappeti, finestre e superfici, si riordinano armadi e si eliminano oggetti inutilizzati. Questo processo non ha solo una funzione pratica, ma anche psicologica: rinnovare gli spazi domestici contribuisce a una sensazione di freschezza e benessere, in linea con il ciclo naturale della stagione primaverile. In conclusione, le pulizie di Pasqua e di primavera non sono solo una pratica igienica, ma un vero e proprio rito di passaggio che accomuna molte culture, segnando simbolicamente l’inizio di una nuova fase dell’anno, con freschezza e rinnovamento.

dott.ssa Sara Spoletini


Reti sociali e Networking

di Antonio Rossello e Franco Faggiano

Nel mondo iperconnesso di oggi, comprendere le dinamiche delle reti sociali è fondamentale per valorizzare il potenziale delle relazioni umane e professionali. Il blog “Reti sociali & Networking” rappresenta un punto di riferimento per studiosi, professionisti e appassionati di sociologia, offrendo contenuti di alta qualità su temi chiave, come l’analisi delle reti sociali, la sociologia relazionale e clinica, l’organizzazione delle associazioni e molto altro ancora.

Grazie alla collaborazione con i curatori, soci dell’Associazione Sociologi Italiani, uno in qualità di sociologo e l’altro di EPS (esperto di progettazione sociale), il blog ha approfondito gli elementi fondanti della rete del Centro XXV Aprile, contribuendo al suo sviluppo attraverso studi, esperienze e ricerche. Queste sinergie hanno permesso di migliorare e implementare la rete sociale del Centro, sia a livello nazionale che internazionale tramite delegazioni e sezioni territoriali. Gli articoli presenti su Reti sociali & Networking spaziano da approfondimenti teorici a casi pratici, offrendo una visione completa e aggiornata del settore. Tra i contenuti di spicco troviamo contributi sul tema dell’analisi delle Reti sociali, in particolare applicata al campo dell’associazionismo. Tra questi emergono le metodiche per elevare il riconoscimento e il prestigio delle associazioni locali e i profili legali e sociologici di strumenti attuativi originali di cooperazione interassociativa, quali i Patti di Mutuo Riconoscimento e Alleanza (PmReA) e i Patti di Scambio Associativo (PSA).

per approfondimenti è possibile visitare il blog all’indirizzo web:

Antonio Rossello (sociologo) e Franco Faggiano (EPS), soci Associazione Sociologi Italiani


I Patti di Scambio Associativo: Profili Legali e Sociologici

di Antonio Rossello

ABSTRACT: I Patti di Scambio Associativo rappresentano una modalità innovativa di collaborazione tra associazioni, in cui enti giuridici si uniscono formalmente come soci collettivi per perseguire obiettivi comuni. Questi accordi consentono di ottimizzare le risorse, potenziare l’efficacia delle azioni sociali e promuovere un networking tra organizzazioni con finalità affini. L’articolo esplora i profili legali e sociologici di tali patti, analizzando la loro natura giuridica, i requisiti statutari e le opportunità di cooperazione che offrono, ma anche le sfide e criticità derivanti da potenziali conflitti di interesse e disparità di risorse. In tal modo, facendo seguito ad un precedente articolo dedicato ai Patti di Mutuo Riconoscimento e Alleanza, il presente lavoro si propone di offrire una comprensione completa del valore e delle implicazioni di questi strumenti, sia dal punto di vista normativo che sociale, per le associazioni che decidono di adottarli.

1. Profili legali dei patti di scambio associativo. Definizione e natura giuridica

I patti di scambio associativo sono accordi regolati dagli statuti delle associazioni coinvolte, che consentono a queste ultime di aderire come soci collettivi ai rispettivi enti partner. Tale adesione implica l’assunzione di diritti e obblighi previsti dal regolamento associativo, promuovendo un rapporto di collaborazione stabile e formalizzato.

Requisiti statutari. Affinché un’associazione possa sottoscrivere un patto di scambio associativo, il suo statuto deve prevedere:

• La possibilità di accogliere altre associazioni come soci, riconoscendo loro una posizione istituzionale all’interno dell’organizzazione.

• Procedure chiare per deliberare l’adesione, attraverso organi come il Consiglio Direttivo.

• Disposizioni per regolare la partecipazione dei soci collettivi agli organi sociali e alle attività.

Obblighi contrattuali. Dal punto di vista giuridico, il patto configura un rapporto contrattuale multilaterale, disciplinato dagli articoli del Codice Civile relativi ai contratti associativi. Le parti devono rispettare:

• Le clausole pattuite, che includono l’impegno a partecipare alle attività comuni e a condividere risorse.

• Le norme statutarie delle associazioni partner.

• La trasparenza nella gestione delle iniziative comuni e nella rendicontazione delle risorse condivise.

Durata e risoluzione. I patti di scambio associativo sono generalmente di durata indeterminata, con possibilità di rinnovo automatico. La risoluzione può avvenire per:

• Mutuo consenso tra le parti.

• Inadempimento grave di una delle associazioni.

• Risoluzione statutaria, in caso di modifiche agli statuti che rendano incompatibile l’adesione reciproca.

2. Profili sociologici dei patti di scambio associativo. Promozione di reti associative

Dal punto di vista sociologico, i patti di scambio associativo favoriscono la creazione di reti tra enti che condividono valori, finalità e obiettivi. Questo consente di:

• Rafforzare il capitale sociale: le associazioni coinvolte possono ampliare la propria rete di contatti, creando legami di fiducia e cooperazione.

• Migliorare l’efficacia delle azioni sociali: la condivisione di risorse, competenze ed esperienze consente di sviluppare progetti più strutturati e impattanti.

• Incrementare la visibilità: attraverso il patto, le associazioni possono ottenere maggiore riconoscimento pubblico, attirando nuovi soci e sostenitori.

Sfide e criticità. Tuttavia, l’adozione di patti di scambio associativo presenta alcune sfide:

• Conflitti di interesse: la reciproca adesione può generare situazioni di conflitto, specialmente in caso di divergenze sugli obiettivi strategici.

• Disparità di risorse: associazioni con mezzi o competenze limitate potrebbero non riuscire a contribuire equamente alle attività comuni, rischiando di essere marginalizzate.

• Rigidità istituzionale: l’adesione come socio collettivo comporta vincoli statutari che potrebbero limitare l’autonomia operativa delle parti.

3. Benefici e opportunità

Nonostante le criticità, i patti di scambio associativo rappresentano un’opportunità significativa per il mondo associativo:

• Ottimizzazione delle risorse: la collaborazione istituzionale consente di ridurre i costi e massimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili.

• Innovazione progettuale: le associazioni possono sviluppare iniziative congiunte innovative, combinando le rispettive competenze.

• Solidarietà e inclusione: i patti favoriscono la costruzione di una rete di solidarietà tra enti che operano per il bene comune.

Conclusioni. I patti di scambio associativo si collocano al crocevia tra diritto e sociologia, offrendo una soluzione strutturata per rafforzare le relazioni tra associazioni. Tuttavia, per garantirne il successo, è fondamentale che le parti adottino un approccio equilibrato, basato su trasparenza, rispetto reciproco e obiettivi condivisi. Solo così questi strumenti possono rappresentare un motore di innovazione e coesione sociale, contribuendo al rafforzamento del tessuto associativo.

SCHEMA TIPO DI: PATTO DI SCAMBIO ASSOCIATIVO TRA LE ASSOCIAZIONI A E B

PREMESSA

Le associazioni A e B, entrambe operanti nel settore [specificare settore, es. culturale, sociale, sportivo], riconoscendo la convergenza dei rispettivi obiettivi statutari e il comune impegno nella promozione di [specificare ambito, es. valori tradizionali, solidarietà sociale], decidono di instaurare un Patto di Scambio Associativo basato sulla figura del socio collettivo, secondo quanto previsto dai rispettivi statuti. Tale figura consente a un ente giuridico di aderire a un’altra associazione per promuovere una collaborazione istituzionale e progettuale stabile e sinergica.

DATI UFFICIALI DELLE PARTI [Associazione A]

• Denominazione completa: [Nome ufficiale dell’associazione]

• Sede legale: [Indirizzo completo]

• Codice fiscale: [Codice fiscale]

• E-mail: [E-mail ufficiale]

• Presidente: [Nome e cognome]

• Scopo: [Breve descrizione della missione e delle finalità dell’associazione].

[Associazione B]

• Denominazione completa: [Nome ufficiale dell’associazione]

• Sede legale: [Indirizzo completo]

• Codice fiscale: [Codice fiscale]

• E-mail: [E-mail ufficiale]

• Presidente: [Nome e cognome]

• Scopo: [Breve descrizione della missione e delle finalità dell’associazione].

ARTICOLI DEL PATTO

Articolo 1:

Obiettivi

1. Rafforzare la collaborazione tra le associazioni A e B.

2. Promuovere la figura del socio collettivo come strumento per consolidare sinergie istituzionali e operative.

3. Condividere risorse, competenze ed esperienze per il perseguimento di finalità comuni.

Articolo 2:

Natura del Patto

1. Il Patto si fonda sull’adesione reciproca come soci collettivi, secondo le disposizioni statutarie di ciascuna associazione.

2. L’adesione non compromette l’autonomia gestionale e organizzativa delle parti.

3. La durata del Patto è fissata in [specificare periodo], con rinnovo automatico salvo comunicazione scritta entro [specificare termine] da una delle parti.

Articolo 3:

Modalità di Adesione

1. L’adesione sarà formalizzata mediante:

  • Delibera del Consiglio Direttivo di ciascuna associazione.
  • Registrazione delle adesioni nei rispettivi registri sociali.
  • 2. Ogni associazione parteciperà alle assemblee e agli organi sociali dell’altra attraverso un rappresentante designato, che agirà in qualità di portavoce istituzionale.

Articolo 4:

  • Diritti e Doveri
  • 1. Ogni associazione, come socio collettivo, ha diritto di:
  • Partecipare a tutte le attività e iniziative organizzate dall’altra.
  • Proporre progetti o attività congiunte.
  • 2. Ogni associazione si impegna a:
  • Rispettare lo statuto e le normative interne dell’altra associazione.
  • Contribuire, nei limiti delle proprie capacità, al successo delle attività comuni.

Articolo 5:

  • Progetti e Iniziative Comuni
  • 1. Le iniziative congiunte saranno pianificate e gestite da un Comitato di Coordinamento composto da membri designati da entrambe le associazioni.
  • 2. Ogni progetto sarà disciplinato da accordi specifici che definiscano obiettivi, risorse e responsabilità.

Articolo 6

  • Risoluzione del Patto
  • 1. Il Patto può essere risolto previa comunicazione scritta con un preavviso di [specificare periodo].
  • 2. In caso di gravi inadempienze agli obblighi previsti, il Patto sarà risolto mediante delibera motivata dei Consigli Direttivi delle parti.

Articolo 7:

  • Disposizioni Finali
  • 1. Il Patto sarà registrato negli archivi delle rispettive associazioni e comunicato ai soci.
  • 2. Eventuali controversie saranno risolte tramite un Collegio Arbitrale, composto da un rappresentante per ciascuna associazione e un arbitro terzo scelto di comune accordo.
  • FIRMATO IL [data]
  • Per l’Associazione A [Nome, cognome e firma del Presidente o Legale Rappresentante]
  • Per l’Associazione B [Nome, cognome e firma del Presidente o Legale Rappresentante]

Approfondimenti. Caratteristiche degli statuti delle associazioni che sottoscrivono Patti di Scambio Associativo

Ecco una definizione chiara del concetto di socio collettivo per evidenziare l’idoneità del Patto alle associazioni che contemplano questa figura nei rispettivi statuti: un socio collettivo è un’entità giuridica, come un’altra associazione, fondazione, ente pubblico o privato, che entra a far parte di un’associazione in qualità di socio, ma non come individuo fisico. In altre parole, il socio collettivo è un’istituzione che aderisce a un’associazione, assumendo diritti e doveri statutari, ma senza il coinvolgimento diretto di persone fisiche, come accade per i soci ordinari. La figura del socio collettivo è una forma di adesione che consente a enti esterni di entrare in relazione ufficiale con l’associazione, partecipando alle sue attività, beneficiando dei suoi servizi, e contribuendo al raggiungimento degli obiettivi comuni, pur mantenendo una propria autonomia organizzativa. Di solito, i soci collettivi sono associati con il fine di cooperare su progetti comuni, condividere risorse, o promuovere obiettivi sociali, culturali o professionali specifici. Per garantire un’effettiva reciprocità tra le parti, è raccomandabile che non vengano richieste quote associative da nessuna delle parti per l’ammissione a soci collettivi, al fine di evitare che l’ingresso di enti esterni possa risultare condizionato da oneri economici che potrebbero compromettere la genuinità e l’equilibrio della cooperazione. Per sottoscrivere un Patto di Scambio Associativo, gli statuti delle associazioni devono possedere alcune caratteristiche essenziali:

• Apertura alla figura del socio collettivo: lo statuto deve prevedere la possibilità di far aderire altre associazioni o enti giuridici come soci con diritti specifici.

• Finalità compatibili e convergenti: gli obiettivi statutari devono essere in linea con quelli delle altre associazioni coinvolte, garantendo una sinergia tra le parti.

• Previsione di collaborazioni istituzionali: lo statuto deve contemplare meccanismi che agevolino collaborazioni operative, come l’organizzazione di progetti comuni, la partecipazione reciproca agli organi sociali o agli eventi.

• Capacità decisionale degli organi direttivi: il Consiglio Direttivo deve avere l’autonomia di deliberare l’adesione o l’accettazione di patti con altre associazioni.

• Trasparenza amministrativa e rendicontazione: per garantire la gestione chiara delle risorse condivise, gli statuti devono includere norme di trasparenza.

Alternative per le associazioni che non possono sottoscrivere Patti di Scambio Associativo

Se uno statuto non prevede l’adesione di soci collettivi, esistono alternative per instaurare rapporti di collaborazione:

  • Patti di Mutuo Riconoscimento e Alleanza
  • È un accordo non istituzionale, che non prevede l’adesione formale delle parti, ma si basa su un reciproco riconoscimento di intenti, scopi e obiettivi.
  • Le associazioni mantengono piena autonomia e non assumono obblighi reciproci di adesione, pur collaborando in modo strutturato su iniziative comuni.
  • Il patto può includere protocolli d’intesa per progetti specifici o attività periodiche.
  • Convenzioni operative:
  • Accordi temporanei o circoscritti per singole iniziative o eventi.
  • Non vincolano a un rapporto continuativo, ma consentono di lavorare insieme su specifici progetti.
  • Reti associative:
  • Creazione o adesione a network o reti di associazioni che collaborano senza l’obbligo di relazioni bilaterali dirette.

Differenze in termini di risultati tra i Patti di Scambio Associativo e i Patti di Mutuo Riconoscimento e Alleanza

Risultati principali:

• Patti di Scambio Associativo: favoriscono una collaborazione più stretta e duratura, utile per sviluppare progetti strutturati o condividere risorse nel lungo periodo. Tuttavia, richiedono maggiore impegno e compatibilità statutaria.

• Patti di Mutuo Riconoscimento e Alleanza: ideali per collaborazioni flessibili, senza vincoli istituzionali. Consentono di mantenere indipendenza e autonomia, ma possono risultare meno efficaci per obiettivi a lungo termine

Ing. Antonio Rossello, Dr. Hc in Sociologia e socio ASI


L’involuzione della cultura di massa

di Patrizio Paolinelli

Correvano gli anni ’60 e Edgar Morin pubblicò un libro destinato a diventare un classico della sociologia: L’esprit du temps (trad. it. L’industria culturale, il Mulino, 1963). Nelle prime pagine del volume Morin definì la cultura di massa in questi termini: “essa costituisce un corpo di simboli, di miti e immagini concernenti la vita pratica e la vita immaginaria, un sistema di proiezioni e di identificazioni specifiche, e si aggiunge alla cultura nazionale, alla cultura umanistica, entrando in concorrenza con loro”.

A partire dal secondo dopoguerra la cultura di massa ha conquistato spazi sempre più larghi generando nuovi saperi, nuovi gusti estetici, nuovi stili narrativi, nuovi modelli di rappresentazione del Sé e realizzando prodotti di qualità in numerosi campi: musica, cinema, televisione, editoria. Novità, qualità, sperimentazioni pop, reciproche contaminazioni con l’arte, il teatro, la moda hanno sostenuto la volontà di evasione dal grigiore degli anni ’50 e più in generale l’idea di democratizzare la cultura. Nel giro di pochi decenni la cultura di massa ha vinto la sfida lanciata alla cultura classica e a quella elitaria accompagnandosi per un momento persino con la contestazione giovanile. Negli anni ’70 è diventata egemone in Occidente e ha iniziato la sua espansione planetaria accelerandola al massimo dopo la fine della guerra fredda. Ma tra gli anni ’80 e gli anni ’90 una volta consolidata la propria posizione nell’immaginario collettivo la qualità spettacolare dei prodotti della cultura di massa ha fagocitato quella contenutistica e l’iniziale spinta democratica si è spenta a favore della ricerca del profitto.

Mentre divorava se stessa, la cultura di massa si è perfettamente saldata con la cultura del consumo e la sua penetrazione nella società è cresciuta in estensione e specializzazione. Basti pensare al passaggio dalla paleotelevisione alla neotelevisione o alla mutazione della pubblicità da veicolo meramente promozionale a filosofia di vita. Ma lo sviluppo non si è fermato agli aspetti tecnologici o a quelli propri del settore come potrebbe essere per l’industria automobilistica. Col passaggio al post-fordismo la cultura di massa si è integrata con una lunga filiera di attività del terziario in virtù di due processi principali: 1) pratiche universali quali la comunicazione, il gioco, la seduzione, l’immaginazio¬ne, il gusto, il piacere e la cura del corpo sono diventate oggetti dell’economia politica; 2) per essere appetibile ogni merce deve apparire il più possibile come un segno distintivo, da qui la proliferazione dei marchi, l’onnipresenza del design e l’estetizzazione della vita quotidiana. Data la matrice statunitense che la caratterizza, la cultura di massa adegua la soggettività ai valori dell’utilitarismo, dell’individualismo e del consumismo. La conseguenza è un’etica della vita come gara. Etica sostenuta dalla cultura di massa tanto che oggi quasi in ogni occasione d’incontro dentro e fuori lo schermo è condizionata dalla logica della performance: una corsa senza fine per essere più prestanti, più furbi, più ricchi, più giovani, più belli, più atletici, più sexy e così via. Per giustificare questo tipo di soggettività alcuni sociologi sostengono che sono i destinatari a utilizzare i mass-media o i clienti a manipolare la moda tramite micropratiche di fruizione personalizzata dei prodotti e di ibridazione di tali prodotti con le subculture urbane. A sentir loro si tratterebbe di mediazioni che dovrebbero de-monopolizzare le gerarchie simboliche lasciando così emergere una relazione paritaria tra l’industria culturale e i suoi fruitori. In realtà il rapporto di potere tra chi produce l’immaginario collettivo e la massa sterminata di coloro che lo traducono in comportamenti reali è completamente sbilanciato a favore dei produttori. Tale asimmetria permette alla cultura di massa di esercitare un controllo di tipo politico sulla vita degli individui governandoli fin nei loro minimi gesti. Osservata sul piano regolativo la cultura di massa è soprattutto un avanzato, flessibile e spesso occulto vettore di un ethos che induce il grande pubblico al consumo di ogni cosa: dall’abbigliamento ai telegiornali, dai partner sessuali ai telefoni cellulari, dai prodotti musicali ai generi letterari, dal tipo di fumetto al modello di pettinatura, dalle mete turistiche ai prodotti cine-televisivi e così via.

Tutta la variabilità dei comportamenti collettivi generati dalla cultura di massa ha finito per mantenere in piedi gli assetti di dominio presenti nella nostra società. Il dirompente slogan Sex, drugs and rocknroll non ha minimamente arrestato la corsa verso una società sempre più programmata, sempre più diseguale. Anzi l’ha rafforzata tra gli applausi dei meno abbienti. Da tempo il rock è morto, poi è stato il punk a lasciarci e uno dopo l’altro se ne sono andati generi e sottogeneri musicali che però hanno dato lavoro a innumerevoli band e soprattutto hanno intrattenuto il pubblico in recinti ben circoscritti dove sfogare aggressività, frustrazioni, pulsioni sessuali o dove più semplicemente ammazzare il tempo. Intanto, nel giro di poche generazioni, il mondo occidentale si sta progressivamente feudalizzando. Addirittura Barak Obama nel suo discorso sullo stato Dell’Unione si era lamentato del fatto che negli USA la mobilità sociale ha il fiato corto nonostante la nazione sia risorta dalla recessione.

E il sesso? E sempre più sfruttato dalla cultura di massa tanto da farne una vera e propria ossessione collettiva. La TV commerciale ha trasformato gran parte degli italiani in voyeuristi mentre star globali della pop music fanno a gara tra chi si esibisce in performance sempre più spinte. L’escalation della provocazione che va da Madonna a Lady Gaga fino a Miley Cyrus concede maggiore spazio ai richiami dell’eros che alla musica, mentre al di fuori dello schermo le persone sono più sole, diffidenti e instabili. In quanto alla libertà sessuale, se davvero fosse generalizzata, non si assisterebbe al dilagare della prostituzione e della pornografia. Non ce ne sarebbe bisogno. Ma il bisogno c’è e la cultura di massa gestisce la sessualità orientandone pratiche e saperi. L’oggetto privilegiato resta il corpo delle donne. Un corpo estetizzato, erotizzato che serve non solo a vendere merci ma che è stato trasformato in un’arma utilizzata dal potere politico. E anche in nome della libertà delle donne che negli anni scorsi L’occidente ha bombardato questo o quel paese islamico. I media si accodano alla propaganda e quasi non c’è testata giornalistica che non dia notizie sull’oppressione delle donne nel mondo arabo senza interrogarsi seriamente sulla complessità di quel mondo, sulla sua cultura, i suoi valori, la sua storia. Il modello che la cultura di massa impone è il corpo glamour: quello delle starlette hollywoodiane e delle top model. Possibile che non esistano altre forme di libertà dal patriarcato e altre modalità di espressione del desiderio? Per la cultura di massa no. Pretende il monopolio e rivela così il suo volto autoritario.

Il controllo sul corpo non è separato dal controllo della coscienza. Attraverso riti, media e mode la cultura di massa ha annesso la parte socializzata del Sé (il Me) riducendo ai minimi termini la parte individuale (l’Io). Un paradosso per le società liberali che sostengono di valorizzare al massimo l’individuo. Ma al di là della retorica la cultura di massa è un apparato di potere che influenza profondamente la vita pubblica e privata delle persone e in virtù di tale influenza ne governa la soggettività. Sul piano individuale il risultato è un anticonformismo telecomandato. Sul piano sociale è una diffusa forma di alienazione. Come ricostruire un rapporto più equilibrato tra l’Io e il Me? Un utile esercizio può essere quello di porsi delle domande sul proprio immaginario. Eccone alcune. Perché quella canzone che ho canticchiato per settimane a un certo punto non mi piace più? Perché non sopporto il silenzio? Da cosa nasce il desiderio di non perdere una puntata di quella fiction? Chi mi ha inculcato la paura di invecchiare? Cosa mi spinge a desiderare così tanto quel paio di stivali? Come mai mi spaventa un libro che supera le cento pagine? Perché sento di non avere mai tempo? Da dove provengono i sogni a occhi aperti che faccio di tanto in tanto? L’attrazione fisica verso quella persona nasce dal mio mondo interiore o dal mondo delle immagini che attraverso e che mi attraversa ogni giorno?

dott. Patrizio Paolinelli, sociologo e giornalista


Progetto DSA {Disturbi Specifici dell’Apprendimento} svolto con il Ministero dell’istruzione, in collaborazione con il Ministero degli Affari Sociali ed il Ministero della Salute Tunisino

a cura di: A.i.P.U. (Associazione ltaliana di Posturologia Universitaria], con il supporto .della P.S.A.F. (Associazione Scientifica dei Professionisti dello Sanità, Medicina Legale e delle Assicurazioni) – S.F.G. (Scuola Forense di Grafologia) – ASI {Associazione Sociologi Italiani} – IRC UniFunvic Europa – International Research Center (Brasile).

I componenti del progetto DSA:

Prof. Dott. Gaetano Agliata: Presidente dell’A.l.P.U. – Associazione
Italiana Posturologia Universitaria, Medico, Docente Universitario di Scienze Motorie, Posturologia e Grafopatologia;
Dott.ssa Hamida Ouled Slimane: Ricercatrice specializzata in Neuropsicopatologia e Neuroscienze;
Dott.ssa Mariarosaria Greco: Posturologa Clinica;
Dott. Antonio Magnone: Sociologo, Responsabile sviluppo aziendale;
Dott. Gaetano Pizzuti; Psicologo, Avvocato;
Prof. Dott. Raffaele Zinno: Presidente della P.S.A.F. Professionisti Sanitari Assicurativi Forensi, Medico Legale;
Prof. Avv. Gennaro Gino Mazzo: Direttore della S.G.F. – Scuola di Grafologia Forense del Tribunale di Napoli, Avvocato e Magistrato,
Grafologo;
Dott. Aniello Ertico: Psicologo esperto in Neuropsicologia;
Dott.ssa Ornella Calascibetta: Psicologa, Psicoterapeuta, Dirigente di V livello dell’ASLNAl;
Prof. Davide Magnone: Posturologo Clinico e Operatore Medicina Quantica;

Sig.ra Faouzia Dayegue: Operatrice Sanitaria, lnterprete; Dott.ssa Nafisa Zroud: Medico Pediatra; Dott.ssa Souad Kammoun Chouk: Docente Universitaria, Pedagogista; Dott.ssa Hela Slams: Docente Universitaria di Neuropsichiatria infantile, Neuropsichiatra infantile; Dott.ssa Nesrine Hitira: Educatrice specializzata nei DSA Dott.ssa Hanen Aissa: Psicologa Scolastica; Prof. Antonio Imeneo: Delegato Lazio FISPES, Docente della UniFunvic, Responsabile Europa Unifunvic, Direttore Centro Internazionale Ricerca UniFunvic Bruxelles; Prof. Dott. Francesco MacDonald, Medico, Specialista in patologia e chirurgia vertebrale, Docente Università degli Studi di Palermo – Istituto Ortopedica “Galeazzi” di Milano, Umanitas Gradenigo Torino – Eurospine Member – Direttore Scientifico del Centro Sudi “Skolios” – membro del ‘ Comitato Scientifico Fondazione Scoliosi ltalia. ll progetto prevede tre giorni di formazione da realizzare presso gli istituti scolastici e parteciperanno: Dott.ssa Cheima Jeribi: Educatrice; Dott.ssa Farah Allouche: Logopedista; Dott.ssa Montaha Nasri: Logopedista. L’evento, organizzato dal Ministero dell’istruzione, sarà a cura di: Amel Ben Mahjoub (ispettrice Scolastica della Regione Mahdia), Lamia Ammari (Commissario e Responsabile dell’istruzione Regione Mahdia), Lasad Magri (Direttore Scolastico), Sofien Elkemel (Commissario e Portavoce del Ministero dell’istruzione della Regione Mahdia), Hichem Chebbi (Portavoce del Ministero dell’istruzione).

INTRODUZIONE AL PROGETTO

a cura di Agliata G.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.) sono trattati da tre figure professionali:

  1. Neuropsichiatria infantile
  2. Psicologo
  3. Logopedista

Da studi osservazionali effettuati mediante screening scolastici, a partire dal 2003 {Agliato G. e coll.), è emerso che molti ragazzi affetti da D.S.A. presentano, se sottoposti ai test specifici dell’oculomotricità, disturbi degli assi visivi, tant’è vero che vengono loro diagnosticate le c.d.”forie”. La “foria” è un disturbo dell’asse visivo distinto in: esoforia, exoforia, ipoforia ed iperforia. Dal punto di vista clinico, trattandosi di un disturbo non evidente, contrariamente alla “tropia”, il più delle volte, sfugge ad una puntuale diagnosi. La valutazione di tale disturbo avviene attraverso dei test mirati: la disamina del punto prossimo di convergenza, il test lontano/vicino, il cover test, il test di Maddox, ecc. Le “forie” creano un disagio nel focalizzare il punto prossimo di convergenza a causa della variazione della distanza di quest’ultimo, secondo la tipologia della specifica “foria” da cui il soggetto è affetto. ln questo quadro clinico, durante la lettura e la scrittura, il soggetto è sottoposto ad un fortissimo livello di stress muscolare, determinando interruzioni cadenzate sia nella scrittura che nella lettura. Lo stress maggiore si verifica quando il soggetto deve associare la visione da lontano a quella da vicino, poiché i muscoli oculomotori, in tali circostanze non svolgono la propria funzione in maniera sincrona. ll punto focale, in tali pazienti, può essere aumentato, diminuito o spostato da un lato o dall’altro, in base allo specifico difetto presente. ln ambito scolastico, l’atteggiamento posto in essere dallo studente è considerato, il più delle volte, come una semplice “distrazione”, laddove in realtà è una “strategia inconscia” fisiologicamente necessaria, che il soggetto mette in atto per rilassare i muscoli oculomotori sottoposti a disagio, consentendo loro di riprendere l’attenzione, solo momentaneamente interrotta. ln realtà, si tratta di una sorta di “attenzione intermittente”, che pone il soggetto interessato in una situazione di evidente imbarazzo e può determinare perfino stati di malessere psicofisico, qualora non si appongano immediatamente adeguati correttivi. Appare di chiara evidenza che un soggetto affetto da tale disturbo, nella fase iniziale dell’apprendimento è sottoposto ad un indice di difficoltà e di stress ben superiori rispetto ai soggetti ortoforici, così come appare evidente che le relazioni neurofisiologiche della visione e dei rapporti con il sistema cerebrale, risultano fortemente condizionate da tali ‘forie”. Le connessioni neuro-fisiologiche risultano, infatti, condizionate da queste problematiche: proprio quelle che, soprattutto nella fase della crescita, debbono essere plasmate in maniera armonica, onde evitare le difficoltà di apprendimento e di attenzione accennate sopra. ln ambito riabilitativo, comunemente, se non d’abitudine, viene richiesto al soggetto di “attenzionare” ciò che sta leggendo, senza considerare che egli non ha gli strumenti adeguati per poterlo fare; ciò determina un ulteriore disagio, minandone le effettive capacità e causando ulteriori problemi di natura psicologica e relazionale. Le terapie per tali disturbi, sono conosciute nel mondo dell’oftalmologia, così come lo sono le tecniche riabilitative. La carenza o l’insufficienza di una corretta e tempestiva diagnosi iniziale, determina che, spesso, esse rimangono non trattate. Lo scopo del presente progetto è quello di diagnosticare in tempo utile le forie, così da poterle trattare precocemente, evitando che possano interferire pesantemente nell’evoluzione dei rapporti neurofisiologici del ‘sistema visivo con quello cerebrale. L’indagine del presente progetto di ricerca, verte su una casistica di circa 600 soggetti diagnosticati (Agliata G. et all.), effettuate tra il 2003 ed il 2423. Lo screening è stato condotto con il supporto dell’Associazione ltaliana Posturologia Universitaria (A.l.P.U.), dell’Associazione Scientifica Professionisti Sanitari Assicurativi Forensi (P.S.A.F.) e della Scuola di Grafologia Forense del Tribunale di Napoli (S.G.F.). I risultati preliminari sono stati presentati nel 2006 all’Università “La Sapienza” di Roma, che ha validato il lavoro effettuato {ed ancora in itinere) assegnando una borsa di studio (Agliata G.). Ad oggi, con gli screening citati è stata realizzata la prima fase dello studio osservazionale del presente progetto. ln seguito, con i dati raccolti si potrà passare alla seconda fase, che sarà resa operativa con il gruppo di controllo. Allorquando verrà fatta sistematicamente la diagnosi per l’accertamento del disturbo dell’oculomotricità ai piccoli pazienti, si otterranno risvolti positivi sia in ambito sociale che sanitario; oltre a ciò è opportuno riflettere sui costi che i D.S.A. incidono sul Sistema Sanitario Nazionale (s.s.N.). lnoltre l’oculomotricità interferisce anche nelle scoliosi, infatti il riflesso posturale condiziona la colonna vertebrale attraverso la relazione occhio/vestibolo/muscoli retro-nucali, tutto cio è mediato dal fascicolo longitudinale mediale.

Nei disturbi DSA sono coinvolte le cellule gangliari: infatti, gli assoni si proiettano verso il pretetto per le risposte vegetative e il follicolo superiore, affinché le informazioni visive si interfaccino con quelle sensoriali, ma anche al corpo genicolato laterale del talamo, per entrare poi in sinapsi con i neuroni che si proiettano verso la corteccia striata; tutti gli assoni convergono, poi, al nervo ottico. Un’altra importante riflessione va fatta per il rapporto che c’è tra l’oculomotricità e la scrittura: l’atto dello scrivere non è altro che la proiezione del cervello nello spazio e la coordinazione visuo-motoria e oculo manuale, attraverso i numerosi movimenti necessari della mano, che simboleggiano l’evoluzione dell’uomo, dato il rapporto di reciprocità sensoriale tra mano e S.N.C. La scrittura è sempre in rapporto con il corpo umano e, quale ritmo della dinamica del movimento, si forma e si sviluppa attraverso le funzioni cerebrali e degli organi periferici, mediante ‘i muscoli, le fasce e le strutture osteoarticolari, che da esso dipendono. Ecco l’importanza di comprendere il rapporto tra la scrittura e l’oculomotricità, laddove il ritmo delle dinamiche del movimento della scrittura è prodotto da una serie di strumenti, tra cui le mani, veri e propri organi finali,che in svariati modi, impugnano e gestiscono il mezzo scrivente. Le alterazioni della scrittura, le cause determinanti, nonché le conseguenze dello stato psicofisico e della vita di relazione dei soggetti DSA sono stati, negli ultimi decenni, oggetto di studio approfondito ed esteso a varie discipline specialistiche, con particolare attenzione ai riflessi di tali disturbi nell’età evolutiva. Riassumendo, possiamo affermare che gli specialisti da integrare nel gruppo di lavoro sono quelli che si interessano fondamentalmente di oculistica clinica, così come i riabilita tori del settore che, lavorando in sincronia, potranno redigere una diagnosi puntuale e rapida, punto di partenza indispensabile per poter intervenire con un’opportuna, tempestiva ed appropriata terapia riabilitativa. ln ambito scolastico, il progetto prevede corsi di formazione/informazione per il gruppo dei docenti coinvolti che, edotti delle indispensabili conoscenze specifiche, potranno essere le prime figure utili, atte ad ipotizzare delle diagnosi precoci, in attesa della valutazione degli specialisti del settore. ll corso di formazione auspicato metterebbe in condizione ciascun docente di attenzionare una patologia subclinica, in modo da informare la famiglia, che potrebbe/dovrebbe provvedere in tempi utili, a far sottoporre ad una visita specialistica il soggetto interessato. ll progetto, quindi, è rivolto fondamentalmente a soggetti considerati nel periodo dell’età evolutiva, proprio per intervenire precocemente sia nella diagnosi che nella terapia. Il presente progetto è stato argomento del Congresso Nazionale dell’Associazione Sociologi ltaliani (riconosciuta dal Ministero delle Imprese e del Made in ltaly) in collaborazione con le associazioni A.l.P.U., PSAF (autorizzata dal Ministero della Salute italiano per delineare le linee guida in ambito scientifico), S.F.G., che si è tenuto a Roma presso la Biblioteca del Senato della Repubblica ltaliana Sala Giovanni Spadolini il 23 marzo 2023.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Viaggio nella medicina narrativa

di Rosario Fittante

“Il benessere come diritto sociale “

Già dagli anni Sessanta e Settanta, il tema della qualità della vita, della salute e del benessere tra gli individui, ha acquistato sempre più interesse, dal punto di vista culturale e della ricerca. Grazie alla conoscenza, all’informazione e alla ricerca, oggi salute e benessere sono diventati dei veri e propri valori universali. Vi sono però alcune categorie di individui che per mezzi, per condizione sociale, per motivi anagrafici, e per le condizioni di disabilità, che non solo non sono in grado a curarsi del proprio benessere e quindi della propria salute, in molti casi a causa della loro fragilità, si trovano a dover affrontare in totale solitudine una serie di ostacoli che in molti casi diventano un muro di gomma, che separa in modo netto, solitudine e benessere, dove la solitudine diventa lo specchio dell’individuo anziano il quale rimane solo, escluso da qualsiasi relazione, e quindi con poche possibilità di curarsi adeguatamente. Il concetto di benessere come diritto sociale si basa sull’idea che ogni individuo debba avere accesso a condizioni che favoriscano una vita sana, soddisfacente e piena, questo concetto è fondamentale nelle società, dove si riconosce sempre più l’importanza di garantire un livello minimo di benessere a tutti i membri della comunità. Tuttavia, la realizzazione del benessere come diritto sociale richiede un impegno politico, sociale ed economico significativo da parte dei governi e delle istituzioni internazionali. La speranza non muore mai, per declinare questo concetto prendo come riferimento alcuni dei più importanti autori, sociologi, psicologi, medici, e narratori, che con i loro scritti hanno contribuito a focalizzare l’attenzione su un fenomeno sociale di grande attualità, quello di riportare nell’alveo del paradigma della medicina narrativa, le storie dei pazienti. Onorare le storie dei pazienti, vuol dire creare intorno ad essi un percorso di cura partendo dalla relazione.

“Honoring the stories of illness“, è il saggio di Rita Charon medico internista e docente alla Columbia University, dove dirige il dipartimento di medicina narrativa, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006 e tradotto in Italia nel 2019 (2019 Raffaello Cortina Editore ed It Micaela Castiglioni). La medicina narrativa trattata nel libro di Rita Charon, è fondata sulla capacità di riconoscere, assimilare e interpretare le storie di malattia, e reagirvi adeguatamente. Afferma “ci troviamo davanti a un bivio, tutti insieme, dobbiamo scoprire come sostenere le enormi capacità delle scienze biomediche, cercando al contempo di alleviare la sofferenza e ridurre le perdite legate alla malattia”. Entrare nella storia del paziente per poter esercitare le giuste pratiche di cura, in particolar modo al soggetto anziano, che privato della sua soggettività, sarà costretto a soccombere fino a perdere definitivamente la propria identità. Vi sono alcune malattie che hanno come conseguenza l’isolamento del paziente anziano, tra queste vi sono certamente la depressione, i disturbi della memoria, le demenze senili e quant’altro. Risolvere il problema relazionale insieme ad un approccio multidisciplinare può essere un modo per rendere l’anziano ammalato ancora degno di umanizzazione. I pazienti non hanno bisogno solo di una diagnosi precisa e di una terapia, ma anche di accettazione, conforto, speranza, tenerezza e sostegno. Il cuore della medicina è la relazione sostiene Rita Charon, gli aspetti narrativi che si trovano nella pratica clinica di ogni giorno sono cinque: La temporalità, la singolarità, la causalità, l’intersoggettività, l’eticità. La sfida è trovare una soluzione per ricollegare medico e paziente. Attuare la medicina narrativa in modo assoluto e non relativo in Italia, non è di facile attuazione, le venti sanità regionali sono scollegate tra loro, in deficit economico, causato da sprechi e da mancanza di risorse, in una cronica carenza di personale medico e infermieristico, il divario nord-sud, senza dimenticare la medicina di prossimità che a causa delle incombenze burocratiche e alla mancanza di medici fatica a dare risposte adeguate ai pazienti. Con questi presupposti il percorso della medicina narrativa fatica ad arrivare all’obiettivo descritto da Rita Charon.“C’è un prezzo da pagare per una medicina tecnologicamente sofisticata: impersonale, con terapie determinate da gruppi interscambiabili di specialisti, ossessionati dagli elementi scientifici e distaccati dal punto di vista umano. Il medico dà l’impressione di tenersi a distanza dall’esperienza dei pazienti, egli ha un modo differente di pensare alla malattia e alle sue cause, di reagirvi, di scegliere la terapia, l’ammalato ha bisogno di sentirsi compreso, di essere accompagnato. È necessario crescere con gli ammalati, imparando a conoscere e soffermarsi sulle informazioni sulle famiglie, sulle paure e sulle speranze, conquistare la loro fiducia è un passo fondamentale per offrire buone cure”. Dopo i 60 anni l’orologio biologico può essere il nuovo punto di riferimento per guardare al futuro, e aprire un nuovo capitolo della vita

La relazione

Il rapporto medico- paziente è la particolare relazione che si instaura tra un professionista sanitario e un paziente, a partire da uno stato di malattia di quest’ultimo, tale asimmetria rende il paziente in uno stato di vulnerabilità e di dipendenza dal medico. Tale condizione deriva da una secolare paternalistica, basata sulla concezione che il medico potesse decidere senza tener conto delle esigenze del paziente. Con il passare del tempo si è passati ad un nuovo approccio in cui il paziente esprime la propria volontà rispetto ad un’autonomia decisionale del medico, di conseguenza il rapporto è diventato via via più simmetrico dove il paziente viene informato e deve dare il suo consenso. Questa relazione si basa sulla fiducia, sulla comunicazione aperta e sulla collaborazione tra il medico e il paziente, al fine di ottenere il miglior risultato possibile per la salute del paziente. Far sentire le persone a proprio agio per poter confidare al medico i loro sintomi, le loro paure, ma in modo particolare le storie mediche personali. Una solida relazione medico-paziente, può migliorare l’aderenza al trattamento, ridurre l’ansia del paziente e migliorare i dati clinici. Di cruciale importanza è mantenere relazioni positive, mettendo sempre al centro delle cure il benessere e il rispetto per paziente.
Quando siamo malati, sperimentiamo la nostra malattia: diventiamo spaventati, angosciati, stanchi, affaticati. Le nostre malattie non sono solo biologiche, ma umane. (Arthur Kleinman)
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L’Empatia

Per comprendere stato d’animo ed emozioni di una persona, è necessario avere la capacità di entrare in connessione con gli altri, percepire emozioni e stati d’animo, come se fossero propri, riuscire a comprendere le azioni degli altri, da un punto di vista non interno a chi osserva, ma a chi agisce, possiamo parlare di “empatia”, o, come affermava Max Weber (Erfurt 1864- Monaco 1920), “comprensione empatica”, secondo la quale il ricettore di informazioni deve mantenere un atteggiamento di apertura e sensibilità tale da rendere fluido il reciproco scambio di comunicazione. Questa interazione, più o meno stabile, che avviene tra individui e gruppi sociali, i quali agiscono in modo intenzionale alle azioni degli altri, diventa simmetrica e complementare. Com’è noto tutti gli esseri umani hanno la necessità di sentirsi considerati e ascoltati, per raggiungere questo obiettivo però è richiesto impegno, tempo e capacità di ascolto. In sintesi l’empatia può essere definita la capacità di sentire con l’altro dal’’interno comprendendone il comportamento e le esperienze.

Il Ruolo del malato di Talcot Parsons

Il” ruolo malato “è una teoria della sociologia medica sviluppata da Talcot Parsons (1902-1979) fondatore dello struttural- funzionalismo, la teoria è sviluppata in associazione con la psicoanalisi, “approccio psicoterapeutico che si interroga sulle cause profonde del disagio soggettivo e riguarda gli aspetti sociali dell’ammalarsi insieme ai privilegi e gli obblighi che ne derivano”. Per Parsons il modo migliore per comprendere la malattia dal punto di vista sociologico è vederla come una forma di “devianza”, in quanto disturba la funzione sociale della società, “la malattia come stato di turbamento normale dell’individuo umano nel suo complesso, e comprende sia lo stato dell’organismo come sistema biologico, sia ai suoi adattamenti personali e sociali. Questo turbamento ha delle ripercussioni non solo sull’individuo, ma sull’intera società. Oggi la sociologia non è più parsonsiana, i ruoli sociali non sono più visti come una sorta di camicia di forza culturale, anche se la tendenza a vedere il malato come deviante è ancora molto presente.

“Io non sono quello che penso di essere”

Charles Horton Cooley (1864-1929) è stato tra i principali teorici dell’interazionismo simbolico, ed è noto per il suo concetto di “looking-glass self” (l’Io riflesso), secondo cui l’Io di una persona è il risultato delle interazioni impersonali nell’ambito sociale e di ciò che gli altri percepiscono di noi. La teoria dell’Io riflesso identifica bene la società di oggi nell’era dei social network, dove molto spesso il culto dell’immagine del SÉ proiettata nello specchio, definisce il proprio status, e le persone si preoccupano eccessivamente di come sono viste dagli altri e di cosa pensano di loro. La società Per Cooley dunque, è un intreccio ed una interconnessione di Io mentali, che lo riassumeva in: “Io non sono quello che penso di essere, e non sono quello che voi pensiate che io sia, ma sono quello che penso che voi pensiate che io sia”. “Human Nature and the Social Order pubblicata nel 1902”.
Già dagli anni Sessanta e Settanta, Il tema della qualità della vita, della salute e del benessere tra gli individui, ha acquistato sempre più interesse, dal punto di vista culturale e della ricerca. Oggi salute, benessere sono diventati dei veri e propri valori sociali, le persone sono più attente al proprio benessere e alla propria salute grazie alla conoscenza, all’informazione e alla ricerca. Molti individui però ossessionati da quell’Io riflesso nello specchio, perdono di vista il “Noi”, dove gli altri servono solo a soddisfare i propri bisogni e raggiungere i propri obiettivi.

Il Cervello Sociale

Lo Psicologo Luis Cozolino, nella sua opera: il Cervello Sociale del 2008 Pepperdine University (Malibu California), definisce il cervello dell’uomo un “organo sociale” che si sviluppa nel contesto delle relazioni sociali, aggiungendo che la relazione tra due persone può essere paragonata a quella tra due neuroni che formano una sinapsi, uno spazio fisico che separa due soggetti agenti. Questo concetto è definito da Cozolino “sinapsi sociale”, e cioè che al posto dei neurotrasmettitori troviamo i comportamenti che portano all’informazione sociale, dove il modellamento delle strutture cerebrali, è causata dall’influenza reciproca.
Il Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) promuove da qualche decennio, l’uso in sanità della medicina narrativa, in modo particolare nell’ambito di patologie complesse come le malattie rare. Lo strumento della medicina narrativa offre l’opportunità di affrontare le malattie, non esclusivamente come “DISEASE “(le conoscenze cliniche del professionista sulla malattia), ma anche come “ILLNESS” (vissuto soggettivo del paziente sulla malattia) e SICKNESS” (percezione sociale della malattia). “J. Launer, A. Wohlmann 2023”
Vi sono alcune categorie di persone che sono culturalmente isolate nella società che chiedono aiuto alle Istituzioni e sono: gli anziani, i disabili, i meno abbienti, i cosiddetti fragili, ed hanno bisogno di risposte ai loro disagi, come garantire loro un adeguato accesso alle cure, ripartendo dalla relazione medico-paziente. Raccontare la malattia, sia dalla parte del paziente che di chi se ne prende cura, è un elemento irrinunciabile della medicina contemporanea, che comprende la partecipazione attiva dei soggetti coinvolti che, attraverso le loro storie, diventano protagonisti nel processo di cura e rendono più efficiente il Servizio Sanitario Nazionale.
Quando gli ammalati si lamentano di essere trattati come numeri, come prodotti di una catena di montaggio, ci stanno dicendo che non si sono sentiti considerati nella loro singolarità, che sono stati ridotti a copie di altri corpi. Ma con la narrazione si può recuperare l’individualità perduta (R. Charon)

dott. Rosario Fittante

Bibliografia di riferimento

Rita Sharon, Medicina narrativa edizione italiana 2009 a cura di Micaela Castiglioni, “Raffaello Cortina Editore
Condizioni Studi- di Sociologia © 1979 Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
24/02/2021 Il malato come deviante o quell’iperbolico di Parsons | Romolo Capuano
Studi di Sociologia- Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
https://www.jstor.org/stable/i23003551- Anno 17, Fasc. 4, ottobre-dicembre 1979-Domenico Secondulfo
(T. Parsons, 1951, Il Sistema sociale, Edizioni di Comunità, 1981, p. 440).
Emanuela Mazza “La relazione medico-paziente” Edizioni Enea 2016 – SI.RE: E
Federica Ucci- Le relazioni sociali come base della nostra esistenza – Sociologicamente
L. Cozolino, Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008.
L’Empatia e la sua possibile critica sociologica – Sociologicamente.it
Cooley, Charles Horton – Teoria (skuola.net)
Charles Horton Cooley – Italia | Teoria sociale, interazionismo simbolico e pragmatismo | Britannica
Cosa c’è davvero dietro ai vostri selfie | Il Foglio
https://www.iss.it
Studi di ricerca sull’esperienza di malattia dei pazienti con l’approccio della Medicina Narrativa: una revisione sistematica – PubMed (nih.gov)
Corriere salute del 17/12/23 a cura di Elena Meli
Corriere salute del 03/03/24 a cura di Danilo Di Diodoro
Istituto Superiore di Sanità 2014/2015 Maria Giulia Marini
Fuori dal blu-Medicina narrativa.eu
The Illness Narrative: Arthur Kleinman, Basic Books2020


Passaggi d’epoca. Dall’intellettuale antisistema all’amministratore culturale.

di Patrizio Paolinelli

Gli intellettuali non sono una specie in via di estinzione. Scrittori e docenti universitari pubblicano regolarmente sulle pagine e gli inserti culturali dei quotidiani. Economisti, filosofi, sociologi sono spesso interpellati dai media e gli atenei non stanno affatto chiudendo i battenti.

Il libro è senz’altro in crisi, ma sono arrivati gli e-book, si continuano a sfornare best-seller e i dibattiti alle fiere del libro sono seguiti con interesse. Su Internet è tutto un fiorire di blog e riviste telematiche. I premi letterari stabiliscono ancora le loro classifiche, mentre mietono successi di pubblico i festival culturali: della filosofia, della complessità, della letteratura e così via. Certo, se per intellettuale intendiamo il portatore di un dissenso politico antisistema, allora sì, quella categoria è oggi poco visibile. E il motivo è semplice: è finita l’epoca delle rivoluzioni antiborghesi. Con molti chiaroscuri le ultime propaggini di quell’epoca furono il ’68 in Francia e il ’77 in Italia. Dopodiché è partita la rivoluzione conservatrice capitanata da Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Bush (padre e figlio). Rivoluzione che ha contaminato la sinistra moderata – basti ricordare Tony Blair – e che continua ancora oggi.

Nonostante il trionfo del neoliberismo gli intellettuali che si fanno carico dei problemi del mondo non mancano. Non sono corteggiati dai media ma risultano vivi e vegeti. Si pensi a Samir Amin e a Noam Chomsky, giusto per citare un marxista e un anarchico noti a livello internazionale. Si pensi a quel laboratorio di idee che è il Forum Sociale Mondiale, nato nel 2001 a Porto Alegre in risposta al Forum Economico Mondiale di Davos. Si pensi alla galassia di autori che pubblicano per case editrici militanti e che fanno sentire la loro voce nei circuiti legati ai movimenti per la globalizzazione alternativa. Rispetto al passato la critica degli intellettuali impegnati soffre di due criticità: si rivolge più all’opinione pubblica che a specifiche classi sociali (trovandosi così in una posizione di debolezza dinanzi alla potenza di fuoco dei media mainstream); agisce in un contesto storico in cui la politica non gode più del primato sociale che le era proprio nel ‘900. Risultato: le idee dei movimenti faticano a intaccare i valori dominanti centrati sull’individualismo e il consumismo. Basti citare per tutte la decrescita felice di Serge Latouche.

Un nuovo intellettuale è oggi egemone: l’amministratore culturale. Chi è costui? E un funzionario della rivoluzione conservatrice. Funzionario che si è dimostrato strategico nel far piazza pulita di soggetti collettivi forti quali i partiti, nel ridimensionamento dei sindacati, nel mettere in discussione la scuola di massa, nella demolizione del Welfare State, nella negazione del diritto al lavoro. L’amministratore culturale è un militante che fa politica con strumenti non tradizionali. Lo troviamo all’opera alla LUISS e alla Bocconi, nelle redazioni dei quotidiani e nelle produzioni cine-televisive, negli uffici e nei centri studi della Confindustria, nelle agenzie pubblicitarie e nell’armata di addetti alle pubbliche relazioni. Lo troviamo persino tra gli esperti di marketing. I quali non si limitano solo a trovare il modo migliore per allocare prodotti/servizi e stimolare la domanda. Si interrogano anche sulla coesione sociale, la coscienza collettiva, la struttura delle emozioni, il senso di appartenenza degli individui, i loro bisogni, la loro ricerca di identità. Nella quasi totalità questi professionisti hanno sostenuto il passaggio dal fordismo al post-fordismo e sostengono oggi il fondamentalismo del mercato. Ovvero, la mercificazione di ogni cosa. E anche grazie al lavoro quotidiano e ormai trentennale degli amministratori culturali che il mondo è cambiato. Si deve soprattutto a loro se l’ideologia del tramonto delle ideologie è diventata senso comune, se nell’Italia di oggi il termine comunista si è trasformato in un insulto e se qualificare come azienda l’unità sanitaria locale rientra nel linguaggio corrente. Si deve a loro se l’intellettuale inteso come coscienza critica della società è relegato nell’ombra, se una popstar particolarmente esuberante è considerata ribelle, se Steve Jobs passa addirittura per un rivoluzionario e se le crisi economiche sono presentate come eventi naturali. E in questa temperie culturale dominata dal pensiero unico che un imprenditore come Diego Della Valle ha potuto recentemente avanzare la proposta di un governo nazionale composto quasi esclusivamente da tecnici. Proposta ritenuta fantascientifica anche solo una decina di anni fa, in pieno berlusconismo. Ma che oggi rientra nel novero delle cose senza sollevare particolari reazioni, neppure dalla comunità politica.

La marginalizzazione di pensatori alla Wright Mills è il risultato delle ristrutturazioni post-fordiste e dell’azione quotidiana esercitata dagli amministratori culturali. Grazie a questo combinato disposto oggi viviamo in una società frammentata in cui gli individui non si riconoscono in un progetto collettivo, fanno parte di specifici target di consumatori e di pubblico, inseguono ideali personali e si sono più o meno ritirati nel privato. Da qui il successo di fenomeni diversissimi tra loro come la Tv commerciale e la New Age. Mancando sia la visione di un progetto comune che un soggetto sociale portatore di tale visione (come potevano essere un tempo i movimenti operaio, studentesco, delle donne) la terra è franata sotto i piedi della critica al neoliberismo. Il grande pubblico è quasi del tutto spoliticizzato, è poco interessato alle idee di eguaglianza e giustizia sociale, ha sempre meno coscienza dei diritti sociali e le rivoluzioni che abbraccia sono tecnologiche o di costume. Esattamente quelle che risultano funzionali al potere economico. A pilotarle ci sono gli amministratori culturali per dare l’illusione di vivere in libertà e tra le cui competenze c’è quella di far passare le politiche neoliberiste in modi surrettizi. Ad esempio, tramite formule oscure come le riforme strutturali.

Con la parcellizzazione del pubblico in tipologie di consumatori il pensiero critico si è trovato a fare i conti con la moltiplicazione degli opinion leader. Che sono, in primis, i giornalisti, seguono in ordine sparso cantautori, soubrette, popstar, attori, campioni sportivi, imprenditori, comici, pornodivi. Non solo: gli amministratori culturali agiscono in sintonia con i ritmi dell’industria culturale, spiazzando così il pensiero riflessivo. I tempi della radio e della televisione impediscono infatti lo sviluppo del ragionamento. Nei talk-show si va per accuse, sentenze, botta e risposta. Mentre nelle interviste si procede per frasi brevi e conclusive. Non c’è alternativa: il pubblico ha imparato ad annoiarsi nel giro di pochi secondi e cambia canale. Questo processo di prolificazione, compressione e accelerazione della parola mortifica la maturazione del concetto e tuttavia non impedisce la partecipazione degli intellettuali alla vita dei mass-media. Sia perché acquistano notorietà, sia perché è l’unico modo per accedere a una platea altrimenti irraggiungibile.

L’adattamento alla società mediatizzata ha condotto a un abbassamento qualitativo generalizzato di produzioni culturali un tempo guardate con rispetto e soggezione. E’ il caso del libro: ormai non c’è personaggio dello spettacolo che non scriva, spesso con grande successo di vendite. Al di là dei giudizi sulla qualità, dopo aver perso la possibilità di interessare il grande pubblico l’intellettuale alternativo vede stornata la capacità di spesa dei lettori a favore di opere di intrattenimento. E a questo punto si pone una domanda: J. K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter, è un intellettuale? Lasciamo aperto il quesito. Certo, la Rowling non rappresenta la coscienza critica della società. Ma d’altra parte un Majakovskij o un Pasolini sarebbero oggi rapidamente inghiottiti dal vortice mediatico. C’è tuttavia un punto da cui forse si può partire per cercare una risposta: ieri si guardava con speranza al futuro, mentre oggi esiste solo il presente. Ecco perché da circa un ventennio la filosofia si è concentrata più sul linguaggio che sulle idee. Ecco perché l’opinione di un giornalista ha una presa assai maggiore di quella di un sociologo. Ciò non toglie che su questioni particolari non esistano intellettuali impegnati che hanno conquistato l’attenzione del grande pubblico. È il caso di Roberto Saviano sul tema della legalità. Non si sogna più di cambiare il mondo, ma almeno un suo spicchio.

Dott. Patrizio Paolinelli


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