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IL CONTRIBUTO DEL SOCIOLOGO PER IL  RAFFORZAMENTO DELLE POLITICE SOCIALI TERRITORIALI

 

                                                    

 

 

Foto delegazione ASI con Ass.re F. RoccisanoUna delegazione del gruppo dirigente dell’ASI (Associazione Sociologi Italiani), sezione Calabria, è stata ricevuta dall’assessore regionale alle Politiche Sociali, Federica Roccisano. La delegazione dei sociologi, composta dal presidente regionale, Franco Caccia e dai vice presidenti Marco Pavone e Giuseppe Bianco, fra i diversi temi trattati nel corso del costruttivo confronto, tenutosi presso gli uffici dell’assessorato, molto spazio è stato dedicato sulla tematica delle iniziative intraprese dalla Regione Calabria per lo sviluppo ed il rafforzamento delle politiche sociali territoriali. Dopo circa 17 anni dall’approvazione della legge quadro n.328-2000, centrata sulla riorganizzazione dei servizi sociali, in Calabria sembra essere arrivato il momento di recuperare il tempo perduto. Con l’approvazione della delibera di Giunta regionale n. 449 /2016, sono stati definiti parametri e requisiti strutturali, professionali ed organizzativi a cui i Comuni devono attenersi, per autorizzare il funzionamento dei servizi sociali attivabili per le diverse fasce della popolazione.  I Comuni saranno il perno della nuova programmazione territoriale, con l’Ufficio di Piano che diventa lo strumento tecnico fondamentale per analizzare scientificamente i bisogni e per progettare, con competenza e creatività, le risposte più efficaci ai differenti bisogni presenti nelle popolazioni dei diversi ambiti territoriali. Tra le figure professionali, che dovranno fornire il loro apporto per consentire alla Calabria di dotarsi di una rete di servizi sociali avanzati, vi sono anche i sociologi, figura professionale in forte aumento nella nostra, grazie anche alla presenza della facoltà di Sociologia presso l’università Magna Grecia di Catanzaro e dell’Unical di Cosenza.

Al termine dell’incontro, che si è svolto in un clima di collaborazione, l’assessore Federica Roccisano, nel ringraziare i sociologi calabresi dell’ASI ha assicurato: “L’incontro di oggi ci aiuterà a qualificare ancora di più le politiche sociali attuate in Calabria e le proposte formulate dalla delegazione di sociologi costituiscono una preziosa risorsa nel contesto della nostra azione di governo nella nuova programmazione dei servizi sociali”. Il presidente della Deputazione Calabria dell’Associazione Sociologi Italiani, Franco Caccia, nel dichiararsi soddisfatto dell’incontro ha sottolineato che “la sfida a cui siamo chiamati è quella di mettere in campo idee e strumenti organizzativi nuovi, per un  welfare che punti l’attenzione sulla persona, spesso catalogata in funzione delle singole disabilità e non già per le diverse abilità di cui pure dispone”.Ed ha concluso:” La moderna azione di cura si costruisce con la persona e non sulle persone. Un esempio emblematico di questo nuovo approccio è rappresentato dall’ invecchiamento attivo, un percorso di attività   strutturate, in cui le motivazioni delle persone rappresentano una leva per mantenersi sani ed in relazione con la comunità”.

 


UOMINI CHE UCCIDONO LE DONNE: LA VIOLENZA DI GENERE

SONIA ANGELISI

Per arrivare a comprendere cosa spinge alla violenza di genere, è importante prima fare chiarezza sulle differenze di genere. Si nasce maschi e femmine e si diventa uomini e donne. Cosa significa? Che nasciamo biologicamente con caratteri sessuali di maschi e femmine, ma il nostro ruolo sociale di uomini e donne si costruisce nel tempo attraverso le pratiche di socializzazione e l’educazione. Gli uomini e le donne apprendono i rispettivi ruoli di genere attraverso sistemi di ricompense e punizioni che incoraggiano alla conformità di genere. In realtà, non esiste una tendenza “naturale” di uomini e donne, ma una costruzione sociale di differenze tra i sessi, tant’è che la differenza nei ruoli tra uomini e donne variano da cultura a cultura; ad esempio, in alcune tribù della Nuova Guinea gli uomini e le donne si occupano entrambi della cura dei bambini e attributi come la gentilezza e l’affettuosità, non sono appannaggio delle sole donne. La sociologa Margaret Mead agli inizi del ‘900 fu la prima a sostenere che il genere non si fonda su differenze biologiche tra i sessi, ma riflette i condizionamenti culturali della società di appartenenza. L’opera di Mead ha gettato le basi per la cosiddetta “rivoluzione sessuale” iniziata negli anni ’60 che ha incentivato una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica.

Il considerare dei ruoli stabiliti naturalmente tra uomini e donne, ha portato a considerare l’eterosessualità come l’unica, innata e “normale” forma di sessualità, secondo la quale gli uomini sono considerati attivi e le donne passive. L’eterossessualità viene protetta e promossa dall’ideologia dominante affinchè essa sia riconosciuta come un’istituzione e un sistema di potere che privilegia gli uomini e sottomette le donne. L’ideologia possiamo riconoscerla, ad esempio: nel tentativo di escludere le donne dal mondo del lavoro costringendole ad una dipendenza finanziaria dall’uomo, attraverso la diffusione di storie romantiche e film che mostrano le relazioni eterossessuali come normali e quelle omosessuali come deviate, l’idea che le donne siano prede della violenza e quindi debbano ricercare protezione in una relazione con un uomo. La società si identifica con l’uomo, le cui esigenze hanno una rilevanza maggiore e le donne tendono a privilegiare le relazioni (amorose) con gli uomini anziché coltivare le relazioni (amicali o amorose) tra donne. Addirittura Adrienne Rich, poetessa e saggista che mise in discussione l’eterossessualità come istituzione, parla di “lesbismo politico”: una forma di opposizione al patriarcato un cui il lesbismo può essere interpretato come un continuum che include le donne attratte dallo stesso sesso e quelle eterosessuali, ma vicine in termini politici ad altre donne.

Perché l’eterosessualità è considerata un sistema di potere? Perché, come afferma sempre Adrienne Rich: “incoraggia strutture di pensiero binarie: eterosessuale/omosessuale, uomo/donna, dove il primo elemento di ogni coppia è privilegiato rispetto al secondo; l’eterosessualità obbligatoria ci presenta copioni ovvero modelli per la gestione dei rapporti”[1]. Carol Smart, sociologa statunitense, affermava come l’identità eterosessuale al pari dell’identità coloniale bianca, non sia altro che l’imposizione di una ideologia dominante per riaffermare rapporti di potere. Uno dei messaggi più dannosi, continua la Rich, è trasmesso dalla pornografia in cui le donne sono prede sessuali naturali degli uomini, costrette a subire l’umiliazione e la violenza sessuale: la sessualità e la violenza convergono.

Accanto alla violenza simbolica dell’ideologia, dunque, si affianca anche la violenza fisica per controllare i comportamenti delle donne (mutilazione genitale femminile, punizioni per l’adulterio). Basti pensare che fino agli anni ’90, in molti Paesi occidentali, lo stupro coniugale non era considerato reato. Lo stesso sfruttamento della donna in casa attraverso l’istituzione del contratto matrimoniale (che altro non è se non un contratto di lavoro in cui si beneficia del lavoro non retribuito della moglie), è una conseguenza della combinazione tra patriarcato e capitalismo, entrambi volti alla conservazione del predominio e del controllo maschili. A rafforzare questa tesi, basti pensare che il lavoro domestico non retribuito non dipende dalla natura del lavoro in sé, poiché quando questo viene svolto fuori dall’ambito familiare prevede un compenso. Il lavoro domestico, perciò, rappresenta una forma di sfruttamento nelle società capitaliste e patriarcali: sia perché considerato di basso livello, sia perché offre scarse opportunità per la creatività e l’autorealizzazione. E’ un lavoro che implica isolamento, monotonia, noia, una continua ripetizione di mansioni in lotta contro il tempo. La sociologa e femminista Ann Oakley afferma: “La vita domestica delle donne è un circolo di deprivazione appresa e sottomissione indotta”.

Un’altra famosa studiosa di genere, Judith Butler, afferma che la divisione della società in due sessi è il prodotto, non la causa, della disuguaglianza

Negli ultimi anni, il quadro finora prospettato ha subito delle variazioni importanti. Le donne si stanno opponendo ai rapporti patriarcali e i tradizionali ruoli famigliari dell’uomo lavoratore e della donna casalinga non hanno più rilevanza. Emergono nuovi modelli di famiglia definiti famiglia postmoderna (famiglie gay e lesbiche, coppie conviventi e nuclei monoparentali) che, tuttavia, fanno fatica ad acquisire i medesimi diritti della famiglia tradizionale riconosciuta dalle istituzioni. Difatti, la tendenza a definire la sessualità è sia un costrutto sociale sia una forma di controllo: è la legge a decidere a chi è consentito sposarsi, adottare bambini, fare sesso, ecc. (Jefrrey Weeks).

L’origine culturale della violenza di genere la sua prevenzione, dunque, passano attraverso immaginari sociali e stereotipi radicati nella nostra società. Secondo l’Onu, nel mondo la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne è la violenza degli uomini. Dalla Declaration on the elimination of violence against women, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 december 1993, New York, la violenza contro le donne è definita come: “la manifestazione di una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione contro di loro, e ha impedito un vero progresso nella condizione delle donne”. La violenza alle donne solo da pochi anni è diventato tema e dibattito pubblico, mancano politiche in contrasto alla violenza alle donne, ricerche, progetti di sensibilizzazione e di formazione. Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che la violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali, e a tutti i ceti economici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. E il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio. Esistono diverse forme di violenza: la violenza domestica esercitata soprattutto nell’ambito familiare o nella cerchia di conoscenti, attraverso minacce, maltrattamenti fisici e psicologici, atteggiamenti persecutori, percosse, abusi sessuali, delitti d’onore, uxoricidi passionali o premeditati. I bambini, gli adolescenti, ma in primo luogo le bambine e le ragazze adolescenti sono sottoposte all’incesto. Le donne sono esposte nei luoghi pubblici e sul posto di lavoro a molestie ed abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali. In particolare verso le lesbiche vengono praticati i cosiddetti “stupri correttivi”. In molti paesi le ragazze giovani sono vittime di matrimoni coatti matrimoni riparatori e/o costrette alla schiavitù sessuale mentre altre vengono indotte alla prostituzione forzata e/o sono vittime di tratta. Altre forme di violenza sono le mutilazioni genitali femminili o altri tipi di mutilazioni come in un recente passato le fasciature dei piedi, lo stiramento del seno, le cosiddette “dowry death” (morte a causa della dote), l’uso dell’acido per sfigurare, lo stupro di guerra ed etnico.

Va citato il femminicidio che in alcuni paesi, come in India e in Cina, si concretizza nell’aborto selettivo (le donne vengono indotte a partorire solo figli maschi, perché più riconosciuti e accettati socialmente) mentre in altri addirittura nell’uccisione sistematica di donne adulte. Esistono infine violenze relative alla riproduzione (aborto forzato, sterilizzazione forzata, contraccezione negata gravidanza forzata)[2].

Esiste, dunque, un’asimmetria di potere tra i sessi rafforzata dagli stereotipi che relegano la donna quasi esclusivamente ad un ruolo tradizionale di cura e di sostegno non solo per le diverse figure maschili, ma anche per tutto ciò che ruota intorno al nucleo familiare, caricando la donna del cosiddetto lavoro di cura. E’ una violenza dai contorni sfumati che inizia sin dalla tenera età, quando si costruiscono modelli femminili e maschili che prevedono una divisione dei ruoli così come la società li ha sempre concepiti. La violenza di genere oggi emerge più che mai a causa di due fattori principali: 1) la diminuzione del silenzio e della paura delle donne che riescono a trovare un sostegno nei centri antiviolenza; 2) l’aumento dei casi di femminicidio[3] e violenza che conseguono al vuoto d’identità creato dalle trasformazioni sociali che non relegano più la donna ad “angelo del focolare”. Se il patriarcato (agli uomini sfugge il controllo della relazione e non esercitano più l’autorità tradizionale) e la rottura dei modelli tradizionali di genere sono stati sufficienti finora a spiegare la violenza di genere, oggi bisogna intersecare altre direttrici che possano fornire una visione più ampia del fenomeno. E’ necessaria una lettura strutturale e sistemica della violenza, guardando al modello tradizionale di mascolinità costruito intorno a concetti di potere, lavoro, successo economico, omofobia. Questo modello chiarisce i casi violenza in maniera longitudinale, superando la separazione dei contesti sociali e storicamente differenti e spiega la durata del modello egemonico di mascolinità. Tuttavia, in virtù di una visione olistica del fenomeno, è fondamentale guardare alla costruzione delle soggettività come punto fondamentale di partenza ovvero, come uomini e donne si costruiscono come soggetti gendered? Come le pratiche discorsive e sociali riescono a riprodurre modelli dominanti definendo i ruoli di genere? Alcuni studi socio-antropologici vedono le moderne violenze di genere non come una rottura dell’ordine sociale, ma come una lotta per il mantenimento di alcune fantasie e identità di potere. Più la donna tenta di conquistare autonomia, più c’è una recrudescenza della violenza. Discorsi e pratiche discorsive in contraddizione tra loro in una stessa cultura che vedono l’uomo e la donna in forma dicotomica e allo stesso tempo concepiscono il genere processualmente.

In un contesto sociale, dove i discorsi dominanti sul genere costruiscono le categorie di uomo e di donna come esclusive e gerarchicamente ordinate, la rappresentazione della violenza è essa stessa altamente sessualizzata e inseparabile dalla nozione di genere. Il genere, le fantasie di potere e di identità contribuiscono a generare discorsi sulla formazione delle soggettività.

In conclusione, diversi fattori socio-economici e culturali contribuiscono a spiegarci nascita ed evoluzione di queste forme di violenza che, purtroppo, speso coinvolgono anche i minori sottoposti ad assistere a scene cruente e traumatizzanti (la cosiddetta violenza assistita). La ricerca femminista aveva studiato e sottolineato la violenza sulle donne che emerge nelle relazioni intime, svelando come terminologie come “violenza in famiglia”, “abuso coniugale” nascondano l’aspetto di rapporto di genere, ovvero la direzione sessuata della violenza, richiamando un concetto neutro, simmetrico di violenza (tra coniugi). Si tratta, invece, di violenze di “uomini” contro le “donne”. Esistono tre tipi di violenza perpetrata in particolare nell’ambiente domestico:

  1. quella fisica, in scala graduata (minaccia di essere colpita fisicamente, essere spinta, afferrata o strattonata, essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci o a morsi, tentativi di strangolamento, soffocamento, ustione, minaccia con armi);
  2. quella sessuale, dove la donna è costretta a fare/subire contro volontà atti sessuali di diverso tipo (da baci/carezze imposti, palpeggiamenti, esibizionismo allo stupro, tentato stupro, rapporti sessuali con terzi, ecc.);
  3. quella psicologica, con forme di denigrazione, intimidazioni, controllo dei comportamenti, forti limitazioni economiche da parte del partner.

A contrasto di questa violenza nascono i primi “telefoni rosa” a Londra nel 1971. In Italia i primi centri antiviolenza sono nati a fine anni ’90. I Centri antiviolenza in Italia si sono riuniti nella Rete nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne. Nel 2008 è nata una federazione nazionale che riunisce 65 Centri antiviolenza in tutta Italia dal nome “D.i.Re: Donne in Rete contro la violenza alle donne”. Ma è chiaro che ciò non è sufficiente. E’ necessario trasformare soggetti passivi e deresponsabilizzati in soggetti attivi e agire sulla dimensione della costruzione sociale della violenza all’interno delle tecniche di riproduzione culturale.

La violenza di genere è considerata violazione dei diritti dell’umanità:

“diritti delle donne sono una responsabilità di tutto il genere umano; lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità; il rafforzamento del potere di azione delle donne significa il progresso di tutta l’umanità.” (Kofi Annan)

La violenza di genere, dunque, è strettamente collegata alle differenze tra sessi come prodotto di una creazione culturale. La prima teoria sociale che ha messo in discussione non solo da un punto di vista concettuale la distinzione sesso/genere è la teoria queer, emersa negli anni ’90, che mira a decostruire le strutture binarie di cui parlavamo all’inizio di questo articolo e a sostituire il concetto di identità con una “visione affermativa delle differenze”. In particolare, la teoria queer rigetta la creazione di categorie ed entità-gruppo artificiali e socialmente assegnate basate sulla divisione tra coloro che condividono un’usanza, abitudine o stile di vita e coloro che non lo condividono[4].

Il carattere del profondo radicamento degli stereotipi di genere, lo dimostrano alcuni fatti di cronaca: dai più efferati femminicidi alle vergognose difese dell’opinione pubblica nei confronti degli assassini o degli stupratori. Raccapricciante, ad esempio, è stata la reazione di un paese intero, Melito Porto Salvo in provincia di Reggio Calabria, quando in risposta alla violenza sessuale di gruppo aggravata perpetrata ai danni di una ragazzina per tre anni da parte, la maggioranza dei cittadini ha parlato di “prostituzione” o ha esordito con affermazioni del tipo “se l’è andata a cercare” come se questo legittimasse la violenza. Nei dettagli, una testata giornalistica così scrive: Ragazzina violentata per anni dal branco: “Se l’è andata a cercare”. La bambina, vittima di una violenza di gruppo durata tre anni, è stata abbandonata dal suo paese: “Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione” (Marta Proietti – Dom, 11/09/2016 – 12:46). Nella fiaccolata organizzata per lei davanti alla stazione del suo paese, Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, ci sono pochissime persone: appena quattrocento su 14 mila residenti. È quello che ha visto e documentato Niccolò Zancan, inviato de La Stampa. Pochi giorni fa era arrivata la notizia dell’arresto di nove persone accusate, a vario titolo, di violenza sessuale di gruppo aggravata, atti sessuali con minorenne, detenzione dimateriale pedopornografico, violenza privata, atti persecutori, lesioni personali aggravate e di favoreggiamento personale. Tra gli accusati anche un ragazzo minorenne e Giovanni Iamonte, figlio del boss della ‘ndrangheta Remigio Iamonte. Quando gli stupri di gruppo sono iniziati la bambina aveva solo 13 anni. Il branco ha continuato ad abusare di lei per tre anni. Andavano a prenderla all’uscita della scuola media Corrado Alvaro. L’istituto si trova sulla via principale del paese, proprio di fronte alla caserma dei carabinieri. Caricavano la bambina in auto e andavano al cimitero vecchio, oppure al belvedere o sotto il ponte della fiumara. Più spesso in una casa sulla montagna a Pentidattilo. Qui la ragazzina veniva violentata.Poco dopo l’arresto, il procuratore capo di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ha detto: “Questo territorio sconta un ritardo costante. C’è una mancanza di sensibilità. Anche i genitori sono stati omertosi. Tutti sapevano”. Tutti sapevano e nessuno ha denunciato. Non solo: il paese addossa le colpe delle violenze sulla ragazza: “Se l’è cercata”, oppure “Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione” e ancora “Sapevamo che era una ragazza movimentata, una che non sa stare al suo posto”. Anche il parroco Benvenuto Malara: “Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese”.[5]

 Sonia Angelisi, sociologa ASI

[1] “Il libro della sociologia” Gribaudo, 2016.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Violenza_contro_le_donne

[3] Femminicidio è il termine usato da Barbara Spinelli, mutuato dall’antropologa messicana Lagarde, per indicare la violenza sistemica e strutturale a cui sono sottoposte le donne nell’asimmetrico contesto di potere e di vita, una violenza che lede quotidianamente i corpi delle donne, ne nega i diritti fino ad arrivare ai casi estremi di stupro e omicidio.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_queer

[5] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/reggio-calabria-ragazzina-violentata-anni-nove-persone-se-l-1305356.html


ATTORI SOCIALI IN RETE NELLA SFIDA AL BULLISMO E AL CYBERBULLISMO

2DORIANA DORO FOTO 5 SETTEMBRE 2017  Il bullismo ed il Cyberbullismo sono fenomeni molto gravi in crescita nella nostra società ed il conflitto che causano transita dall’extra-scuola agli ambienti scolastici con comportamenti aggressivi che superano i limiti nei bambini e negli adolescenti. Si commettono reati di condotte aggressive con molestie, ricatti, ingiurie, diffamazioni, furto d’identità allo scopo di attaccare la persona, denigrarla, ridicolizzarla. Più della metà della popolazione coinvolta non ne parla, per vergogna e/o per paura. L’8,5% degli adolescenti viene colpita sul web e sui social network con un incremento del 30% annuo provocando effetti devastanti sulla psiche e sul corpo dei giovani in quanto i contenuti in rete si diffondono con una velocità incontrollata. Secondo un’inchiesta diffusa di recente dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza e condotta in Italia su 8mila studenti di età compresa tra i 14 ed i 18 anni,il cyberbullismo colpisce soprattutto le ragazze, – circa il 70 % tra le vittime. Questo a dimostrazione del fatto che esiste una stretta correlazione tra cyberbullismo e violenza di genere.   Una nuova legge, la prima in Europa, entrata in vigore il 18 giugno 2017 con misure di prevenzione e di contrasto al bullismo ed al cyberbullismo , legge voluta dalla senatrice PD Elena Ferrara, nasce dalla vicenda di Carolina Picchio, suicida nel 2013 ed oggetto di molestie sessuali da parte di un gruppo di coetanei e del suo ex-fidanzato che avevano condiviso sul web un video. La legge è a lei dedicata. Le vittime provano disperazione, soprattutto quando il cyberbullismo si manifesta sottoforma di fotografie e video a sfondo sessuale e pornografico con contenuti espliciti condivisi sui social network e molto spesso si suicidano. Le vittime del cyberbullismo, in particolare quelle morte suicide, non parlano e maturano dentro di sé disturbi emotivi devastanti a livello psichico.   L’82% delle vittime sistematiche delle prevaricazioni digitali, anche quotidiane, si sente frequentemente triste e depresso, il 59% ha pensato almeno una volta al suicidio ed il 52% mette in atto condotte autolesive.   Il Miur ha elaborato un piano nazionale per la prevenzione del bullismo e del cyberbullismo a scuola.

La campagna si chiama “Un nodo blu contro il bullismo” e si articola in 10 azioni studiate per la prevenzione e il contrasto. La nuova legge , per arginare questo fenomeno, fornisce strumenti soprattutto di prevenzione e tutela, piuttosto che misure repressive e sanzionatorie. La prevenzione viene attuata coinvolgendo gli attori sociali di tutti i possibili enti educativi in particolare la scuola. Ecco alcuni punti salienti della legge. I minori possono fare segnalazioni dirette e chiedere in prima persona la rimozione dei contenuti, il blocco e l’oscuramento dei profili social e di qualsiasi dato personale. Ciò consente di intervenire in modo tempestivo fermando la diffusione, nell’immediato del materiale online. Il minore si rivolge al gestore della piattaforma che ha a disposizione 24 ore per prendere in carico la segnalazione ed altre 24 ore per rimuovere i contenuti. Dopo questi limiti temporali interviene il garante della privacy entro le successive 48 ore. Sui social network sono inoltre tantissimi i giovani iscritti illecitamente riportando date di nascita false, giovani che non possono essere tutelati. Viene istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri un tavolo tecnico interministeriale che ha il compito di redigere un piano di azione integrato dei vari interventi per il contrasto al cyberbullismo e per l’istituzione di una banca dati per il monitoraggio del fenomeno. Il cyberbullo o il bullo viene ammonito per essere rieducato.

Con il compimento dei14 anni di età viene accompagnato dalle figure parentali di riferimento dal questore ed ammonito direttamente in Questura per responsabilizzarlo della sua aggressività. L’ammonimento termina con il compimento della maggiore età. Il Ministero dell’Istruzione agisce in stretta collaborazione con quello della Giustizia elaborando linee di orientamento per le scuole al fine di prevenire il fenomeno. Le Linee guida affermano che nelle scuole si deve fare prevenzione e formazione con progetti che coinvolgono il personale docente tra i quali sarà presente il referente per iniziative contro il cyberbullismo ed il bullismo, docente che si servirà dell’appoggio e della collaborazione costante della Polizia Postale e collaborerà anche con altri soggetti del territorio. Un ruolo attivo avranno la popolazione studentesca e le famiglie. La nuova legge stabilisce una mobilitazione inclusiva in toto perché tutti gli attori,le famiglie, gli enti educativi,le Associazioni, le istituzioni, le scuole, la polizia postale , i gestori delle piattaforme dei social network collaborino per la tutela dei minori e la presa in carico delle vittime da parte dei servizi sociali. Questo l’obiettivo primario. La violenza è in noi e bisogna saperla arginare, affrontandola, comprendendola in noi stessi prima che negli altri. La percezione è comunque quella che la violenza sia inestirpabile dall’umano, che i comportamenti sbagliati continuino a perpetuarsi da una generazione all’altra. Il web, il mondo che cambia, i valori di un tempo sconfitti ci hanno resi ancora più vulnerabili.

Noi adulti siamo i primi a mettere in atto comportamenti aggressivi e violenti e a non essere capaci di metterli in discussione. Ogni volta che urli ed alzi le mani ad un bambino, anche se hai ragione, stai perdendo tu adulto. Il bambino impara dagli adulti, è così che si difendono e che attaccano: con le urla, con le umiliazioni e con le botte. Se è terrorizzato, vedendo un adulto aggressivo che urla ed alza le mani anche lui di conseguenza imparerà a reagire così. Se si è sentito umiliato e ferito, cercherà qualcuno più debole ed indifeso sul quale sfogarsi.     Il cyberbullismo non riguarda solo i minori ma anche il mondo degli adulti in quanto i social media sono lo strumento primario per pressioni psicologiche e di tipo persecutorio ed arginare il fenomeno del cattivo uso delle tecnologie , strumenti primari di comunicazione a distanza nell’Era digitale, per proteggersi dal mondo virtuale è estremamente difficile.

Dott.ssa Doriana Doro Sociologa

Bibliografia -Legge E.Ferrara, 18/06/2017 per il contrasto e la prevenzione al bullismo ed al cyberbullismo. -Inchiesta dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza sul Cyberbullismo. -Conferenza del 26/06/2017 organizzata da CFIS Scuola di Ferrara in collaborazione con l’ USR Emilia Romagna.


“SALUTI DA…”, IL FASCINO DELLA CARTOLINA

CAMIGLIATELLO2Vecchie, belle abitudini che resistono al tempo. Come quella di spedire a parenti e amici la tradizionale cartolina da un luogo di villeggiatura. Un fenomeno ridimensionato dalla posta elettronica, dai social e dalle varie applicazioni legate alle tecnologie digitali. Il fascino della vecchia cartolina: uno scorcio di panorama marino o montano, un monumento, un angolo di città con la semplice didascalia: “Saliti da…”. Nostalgia canaglia.Trovare una cartolina nella cassetta della posta, oggi è un avvenimento tanto raro quanto affascinante. Molti ancora usano questo tipo di messaggio, forse, per una questione di privacy, considerato che solo i destinatari verranno a conoscenza del luogo in cui siamo stati. I tempi sono cambiati e la diffusione dei social media ci permette di raccontare la nostra esistenza come se tutto fosse appuntato su un diario. Con la differenza che le nostre esperienze di vita non rimarranno chiuse in un cassetto al riparo da occhi indiscreti, ma vengono a conoscenza della vasta comunità del web.L’uomo contemporaneo preferisce l’apparenza alla sostanza. Ed allora basta un telefonino per immortalare i momenti della nostra giornata e postare le foto o i video su Facebook, spedirli con la posta elettronica, recapitarli ai singoli o a gruppi attraverso le varie applicazioni, in particolare WhatsApp e Instagram. Una manciata di secondi e quegli istanti vengono condivisi con centinaia, forse migliaia di persone: familiari, parenti, amici reali o virtuali, sconosciuti.

CAMIGLIATELLO 3Appaio, dunque sono.

Il digitale aumenta il nostro narcisismo che, sommato allo spazio planetario del web ancora ( non sappiamo per quanto) privo di confini nazionali, matura in noi l’errata convinzione che non esistono limiti alle libertà. Invece, siamo soggetti al rischio, mai così grave ed attuale soprattutto per via del terrorismo, di momentanee e necessarie rinunce in nome della sicurezza.Il continuo apparire, inoltre, può cambiare la nostra identità sociale più volte nel corso di una stessa giornata, a seconda dei momenti che decidiamo di condividere con altri cybernauti. Dai luoghi di vacanza, anche da quelli dove la sicurezza è precaria, postiamo sui social solo foto e immagini di positività: postura disinvolta, sorriso sulle labbra, immortalati quasi sempre davanti al un mare cristallino, un lago incantevole, una montagna innevata o un immenso prato. Per dire: “Guardate come sono felice!”. I disagi e le negatività, che spesso sono tanti, non vengono assolutamente immortalati altrimenti la nostra villeggiatura perde valore.E allora meglio nascondere la polvere sotto il tappeto.Nella società postindustriale, noi immigrati digitali, siamo stati costretti a dire addio a molte abitudini che hanno caratterizzato la nostra adolescenza e la nostra gioventù.Addio vecchio album di foto in bianco e nero, o a colori, gigantografie dei nostri figli ancora bambini su una giostrina o che tirano calci ad un pallone. Tante foto, sistemate in una scatola di cartone e tenute come santini, magari in un cassetto del comò o in salotto: sempre disponibili per rinverdire i ricordi, per volare con le ali delle nostre nostalgie.

Niente più foto stampate, oggi c’è il digitale.

VELA AL TRAMONTOÈ vero, questo sistema ci consente di immortalare decine, centinaia, forse, migliaia di attimi della nostra quotidianità, dei nostri viaggi, della nostra villeggiatura, ma diventa difficile decidere quanti dovranno essere salvati a futura memoria e quanti invece verranno stoccati nei magazzini dell’oblio.La foto digitale che trova posto in un CD, nell’hard disk, nella pennetta USB bene si presta alla cultura della cancellazione. Azione volontaria (magari perché quella foto ci ricorda un certo periodo della nostra vita che preferiamo cancellarne le tracce), per un virus che attacca il nostro pc, per un sbalzo di energia elettrica che danneggia hardware, oppure formattare per errore il dispositivo di registrazione. Tutto cancellato e i ricordi diventano sbiaditi fino a scomparire dalla nostra mente. Resettati per sempre.La versatilità del digitale consente agli individui di usare, modificare le nuove tecnologie in funzione dei loro bisogni, dei loro desideri, in base alla loro cultura, alla loro personalità, all’ambiente in cui vivono e all’organizzazione sociale di appartenenza.

La finzione si sovrappone alla realtà.

Rispetto al passato, quando nel nostro bagaglio non mancava la vecchia reflex e, in anni recenti la macchinetta digitale con scheda o hard disk, l’archivio dei nostri ricordi è diventato il telefonino. Basta sfiorarlo che, come la lampada di Aladino, spalanca una finestra sul mondo e farci diventare spettatori e attori del villaggio globale.Nell’era digitale tutto è in continua trasformazione, soprattutto il nostro modo di comunicare. Oggi, infatti, si è creato uno spostamento dalla comunicazione di massa all’auto comunicazione di   massa. L’unidirezionalità dei tradizionali mass media ha ceduto il posto alla forma orizzontale delle reti: diventate anagrafe della nostra cittadinanza digitale, spazi infiniti di democrazia e partecipazione, voce di popoli oppressi e di uomini perseguitati, speranza di nuove “primavere”.Il nostro modo di apparire è cambiato anche attraverso i selfie: virus che “contagia” in particolare gli adolescenti che non perdono l’attimo per un clic con personaggi dello spettacolo e dello sport. Modelli che condizionano i loro gesti quotidiani e, probabilmente, il loro avvenire fino a metterlo a rischio con selfie estremi. Il fascino del selfie non risparmia gli adulti i quali, analogamente ai più giovani, visitano le città, i musei, le pinacoteche, gli stadi di calcio, i palazzetti dello sport, assistono ai comizi elettorali, ai convegni con il telefonino in tasca ed in mano lo stick selfie che gli psicologi chiamano la protesi del narcisismo.CAMIGLIATELLO 1

Tutto questo fino ad oggi, ma domani? Difficile che il progresso tecnologico si fermi ed allora le nostre abitudini, i nostri linguaggi, il nostro modo di comunicare andranno oltre i paradigmi imposti dalla globalizzazione. Ecco perché non appare azzardato ipotizzare l’agonia del mondo liquido e senza confini per un ritorno alla spazialità degli stati nazionali, ai muri, al filo spinato, alle frontiere con guardie armate. Come i nuovi nazionalismi o sovranismi (come oggi vengono definiti) si coniugheranno con l’inarrestabile evoluzione tecnologica è difficile da prevedere. I confini, infatti, potrebbero non essere in grado di interrompere i flussi del finanzcapitalismo da tempo assurto ad unico vero potere mondiale. La storia dirà

Antonio Latella


SPORT E INTEGRAZIONE, INIZIATIVA DEL CONI CALABRIA RIVOLTA AI GIOVANI IMMIGRATI

IMMIGRATI GIOCANO A CALCIO

Si intitola “Sport e integrazione” il progetto approvato e finanziato dal comitato regionale del Coni, su iniziativa della delegazione provinciale di Catanzaro, per contribuire all’inserimento nella nostra realtà dei giovani migranti, soprattutto minorenni. La proposta ha ottenuto il via libera durante l’ultima giunta regionale del comitato olimpico, nel corso della quale si è proceduto alla rimodulazione del budget 2017 con l’individuazione delle risorse economiche necessarie.

Il progetto, ideato dal delegato provinciale Giampaolo Latella, si prefigge lo scopo di promuovere l’integrazione sociale degli stranieri attraverso lo sport, contrastando le forme di discriminazione razziale e di intolleranza, ma soprattutto promuovendo un’idea di società culturalmente aperta, plurale e multietnica.Giampaolo-Latella[1]

“Sport e integrazione” è rivolto a giovani migranti ospitati in strutture di accoglienza della provincia di Catanzaro e prevede l’organizzazione di lezioni di avviamento allo sport, di educazione alla pratica agonistica, di formazione tecnica e regolamentare.

Un percorso nel quale i destinatari del progetto saranno accompagnati da tecnici e professionisti (figure non solo strettamente legate al mondo dei cinque cerchi) che avranno il compito di agevolare l’inserimento di questi giovani, trasferendo loro diverse competenze, tra cui le norme generali di comportamento, di soccorso, di igiene e di sicurezza.

Il Coni Catanzaro punta molto su questo progetto per il quale rivolge un sentito ringraziamento al presidente regionale Maurizio Condipodero e all’intera giunta. “Sport e integrazione” riveste infatti un alto valore sociale in una terra, come la Calabria, che si distingue per la qualità dell’accoglienza dei migranti. Proprio per la particolare attenzione a queste tematiche, l’obiettivo del Coni del capoluogo di regione è quello di coinvolgere nel progetto le migliori realtà del condipodero-e1450359578562[1]sistema dell’accoglienza, guardando soprattutto ai principi di trasparenza e legalità.Lo spirito del progetto

“Sport e integrazione” è volto a esaltare la capacità dello sport dicreare senso di comunità: niente più della pratica agonistica, infatti, può spingere i giovani di diverse etnie a conoscersi e a stringere legami di solidarietà. Stare insieme per superare le difficoltà e raggiungere un obiettivo comune è l’essenza dell’attività sportiva così come della vita sociale. Per questo il progetto “Sport e Integrazione” può svolgere un ruolo chiave nel contrasto a forme assai diffuse di xenofobia, abituando i giovani a condividere un sistema di regole, a sviluppare una cultura del CONI CALABRIArispetto e della convivenza e soprattutto a costruire un comune senso di appartenenza con i loro coetanei provenienti da un contesto straniero, con effetti positivi nelle relazioni interne alle comunità locali.


IMMIGRAZIONE, NESSUN COMPROMESSO: VENGA ESPULSO CHI RIFIUTA LA NUOVA TENDOPOLI

LA C  SETTE sociologia onwebIl rifiuto degli immigrati di trasferirsi nella nuova tendopoli di San Ferdinando, recentemente realizzata per dare dignità ai lavoratori agricoli stagionali, non deve essere considerato un fulmine a ciel sereno. Non aver voluto o saputo leggere i segnali provenienti dal vecchio ghetto, dove sfruttamento e intolleranza furono tra le cause della rivolta di Rosarno del 2010, è stato un grande errore delle istituzioni, della politica e della società civile.La realizzazione della nuova tendopoli, diventata realtà solo grazie all’infaticabile opera e alla determinazione dell’attuale Prefetto di Reggio Calabria, restituisce dignità ai lavoratori stagionali e crea le premesse per ripristinare l’autorità dello Stato rispetto ad un fenomeno di illegalità per lungo tempo tollerato.E, diciamolo pure, il ghetto dei braccianti agricoli della Piana di Gioia Tauro continua ad essere materia di scontro politico, vetrina di populismi, cavallo di battaglia degli imbonitori di certa società civile. Il campo immigrati, da sempre, è uno spazio fisico senza regole: una sorta di zona franca, un territorio gestito dalle gerarchie che si sono formate senza alcuna delega democratica e, cosa ancora più grave, in violazione delle norme che sono alla base del nostro sistema repubblicano.

Il rifiuto in questione non è altro che la conseguenza di un coacervo di interessi, non escluso quello riconducibile alla criminalità comune e organizzata. Questo sistema illegale si è cristallizzato ed oggi lo Stato, che ha deciso di mettere ordine con il ripristino della sua sovranità, si trova a dover fare i conti con resistenze sostenute anche da chi predica l’eguaglianza che vorrebbe realizzare attraverso atti di disobbedienza. Il rispetto delle regole vale sia per gli italiani, dunque anche per gli abitanti della Piana di Gioia Tauro, che per gli immigrati, altrimenti le deroghe provocano una reazione a catena di piccole e grandi illegalità. Sull’immigrazione non è consentita la presenza di enclave. Chi non ha intenzione di rispettare le nostre leggi venga spedito via senza sé e senza ma. La solidarietà bisogna meritarsela e l’accoglienza deve anche tener conto degli interessi legittimi del territorio ospitante. Dunque, nessun compromesso per riportare tutti gli immigrati nella nuova tendopoli. E soprattutto niente eccezioni per cucine speciali che sono un alibi per la delocalizzazione, dal vecchio al nuovo accampamento, di forme di ristorazione illegale somministrata senza autorizzazioni di natura amministrativa e senza precise garanzie igienico -sanitarie.Da tempo i sociologi calabresi, attraverso le loro associazioni, tentano, purtroppo inutilmente, di far capire alle amministrazioni locali la necessità di realizzare una mappa della situazione esistente all’interno dell’accampamento in questione dove vige un’arcaica forma di “divisione del lavoro” che si basa sulla forza di gruppi o di singoli immigrati. Qualcuno li chiama “leader” che dalle disagiate condizioni di gran parte degli ospiti traggono benefici economici e prestigio.In una notte di tre anni fa, grazie all’aiuto della CGIL di Gioia Tauro e in particolare di Celeste Lo Giacco, telecamera in spalla entrammo sia nella tendopoli sia nell’ex cartiera. E il reportage, dal taglio sociologico, fu mandato in onda nel contesto del programma “Filo Diretto” rubrica settimanale di una emittente televisiva regionale.

auditorium 8Quello che Michele Albanese, grande conoscitore delle dinamiche socio –economiche della Piana di Gioia Tauro, ha riscritto sabato su il Quotidiano del Sud, all’epoca lo documentammo nei novanta minuti di trasmissione: il “bazar”, lo “spaccio FOTO PLATEA VIBOalimentare”, l’officina per la riparazione delle biciclette, e finanche la vendita dell’acqua fredda e calda con tariffe a scaglione rispetto alla quantità richiesta. Un sospetto di quella notte si appuntò su un rifugio di fortuna: uno strano via vai come fosse un luogo di meretricio. Nel buio fummo “invitati” a spegnere le telecamere. In quel programma parlammo del sistema dei caporali, delle gerarchie e di altri aspetti umani e sociali di quell’enclave: riserva di manodopera bracciantile che il mercato locale non garantisce ormai da tempo.In Calabria, e non solo qui, solo quando si parla di ‘ndrangheta, di boss, di picciotti, di dubbi sulla massoneria l’opinione pubblica si mobilità, mentre se vengono denunciati altri gravi fatti sociali l’allarme non è degno di essere preso in considerazione. Gli SPRAR aumentano e l’immigrazione continua ad essere un business. Sulla condizione degli immigrati, l’Associazione Sociologi Italiani, i sindacati regionali di CGIL, CISL e UIL e le associazioni di immigrati, in un recente passato hanno organizzato ben tre manifestazioni provinciali (quella svoltasi nell’auditorium della scuola della Polizia di Stato di Vibo Valentia ha registrato la partecipazione di oltre 400 immigrati provenienti da tutta la Calabria), ma si sono ritrovati soli: nessun prefetto, nessun questore, nessun sindaco. Presente la Regione Calabria, con Giovanni Mannoccio, e la Chiesa con mons. Peppino Fiorillo.Lo stesso tentativo di collaborazione i sociologi lo stanno portano avanti da quasi un anno con il Comune di Rosarno, al quale hanno offerto le loro competenze per la mappatura dei bisogni del territorio anche rispetto alla presenza degli immigrati, ma si è arenato per la latitanza della locale amministrazione comunale e del Sindaco in particolare.Da tempo consideriamo l’immigrato una risorsa, non un privilegiato o, cosa ancora più grave, un’occasione di business a beneficio di certe associazioni costituite ad hoc, di caporali indigeni o di colore.

Antonio Latella , Presidente Nazionale dell’Associazione Sociologi Italiani

 

 


GLI ARISTOCANI E I RANDAGI PROLETARI

    sociologiaonwebLungo il salotto buono di una nota località turistica montana della Calabria, nell’ora dello struscio mattutino, una giovane mamma, con una mano spinge la carrozzina con il bambino di poco più di un anno e con l’altra tiene al guinzaglio il “figlioletto” dal pelo di cashmere. Scene come questa, ormai, fanno parte della nostra quotidianità. Nel mondo postmoderno- ostaggio della globalizzazione, vittima dell’individualismo e degli egoismi, impoverito dal liberismo sfrenato e dallo strapotere del capitalismo finanziario, delle borse e delle banche – i rapporti umani stanno diventando sempre più liquidi al punto che la solidarietà e la tolleranza sono sostituiti da individualismo e rissosità. L’uomo è in cerca di nuovi modelli, di nuovi punti di riferimento, che sembra trovare in altri esseri viventi a cui riservare affetto e attenzioni, forse nel tentativo di esercitare nuove forme di dominio. Ma siamo certi che il cane (e in generale tutti gli altri animali) ricambi l’amore del padrone? Costringerlo ad adeguarsi alle abitudini di chi lo porta in giro come un trofeo limita i comportamenti naturali del migliore amico dell’uomo e lo trasforma in essere eterodiretto. Se questa non è violenza! Sulla strada principale di questo rinomato luogo di vacanze, in qualsiasi ora di una qualsiasi giornata, si può contare una grossa percentuale canina: un cane ogni dieci/quindici persone. Gli animali di compagnia aumentano, i bambini diminuiscono. Meglio l’apparire in società con un cane – bello o brutto, di razza o meno – rispetto ai sacrifici per crescere un figlio.

Anche il Sud, secondo recenti classifiche, è agli ultimi posti nella natalità nazionale. Le carrozzine con un pupo dentro, infatti, stanno diventando una rarità, al punto che nessuno, o quasi, fa più caso al passaggio di un bambino.sociologiaonweb3 - Copia Al contrario per i cani che molte donne tengono stretti al petto dentro un marsupio. In una sera di mezza estate tra centinaia di fedeli in processione dietro la statua della Madonna Assunta, tanti cagnolini al guinzaglio. E finanche un’elegante signora di mezza età che, tra un canto sacro e un’orazione collettiva, meccanicamente accarezzava i riccioli del cagnolino che aveva in braccio.

L’uomo e l’animale, altro capitolo della metamorfosi del mondo, intesa come modalità di cambiamento della natura dell’esistenza umana. Come tra gli uomini, anche nel mondo canino esistono situazioni di benessere e povertà. Forse il termine vi sembrerà un po’ forzato, ma non si può fare a meno di sottolineare le grandi diseguaglianze presenti anche nel mondo animale che, nel caso in esame, si divide in “aristocani” e “cani poveri”. I primi godono dei privilegi della società consumistica controllata dalle multinazionali che producono beni destinati al mondo animale: dal cibo al vestiario, dalla culletta al bagno schiuma, dai giochi ai medicinali, dai prodotti di bellezza a quelli veterinari. Provare per credere. Basta entrare in un negozio per animali per rendersi conto non solo della varietà ma anche dei prezzi degli articoli che rendono felice un qualsiasi bau: lettini, fasciatoi, passeggini, bagnetti, vestiti per ogni stagione e per tutte le occasioni, sediolini da macchina, collari e guinzagli in pelle. E tanti altri oggetti di cui un arsitocene non può fare a meno.sociologiaonweb1

“Oh cara, ti avrei chiamata per invitarti alla festa di compleanno di Chicca, ma ora che ci siamo incontrati ti lascio l’invito. Ti aspetto in villa sabato alle 17, porta Dingo, vedrai si divertirà. Non siamo molti, solo una ventina di famiglie con cani di razza. Sono impegnata nei preparativi: mi sta seguendo il veterinario, soprattutto nella scelta del cibo”. Ovviamente, tutto selezionato e, battutaccia, forse non mancheranno i palloncini colorati, i giochi di società e i fuochi d’artificio.Cosa non si fa per rendere felice il nostro amichetto a quattro zampe. Lo sapevate che esistono anche le spa per cani? Agli aristocani è consentito tutto: alzare la gambetta per innaffiare la soglia di un negozio di souvenir; fare i bisognini all’angolo della strada sotto gli occhi compiaciuti del padrone che poi lascia gli escrementi alla mercé delle scarpe dei malcapitati passanti; irritarsi incrociando un collega che considera di blasone inferiore perché appartenente ad una famiglia nel cui stemma araldico troviamo appena tre palle. Scene a cui i padroni apparentemente si disinteressano. La realtà è diversa, come si può intuire dalla mimica facciale e dalla postura: pancia in dentro, petto in fuori e testa alta nell’intento di chiedere strada. “Fateci largo che passiamo noi” sembra dire l’incedere di un’appariscente dama che tiene al guinzaglio il suo gran bell’Alano. Amore, amore vero o status symbol? Ai margini della strada, trasformata in isola pedonale che contribuisce a restituire il senso di comunità e favorisce il nascere di nuove relazioni sociali, un anziano stende la mano e, in stretto dialetto locale, chiede l’elemosina per “un panino a Ferragosto”. La gente lo ignora per concentrarsi sul “litigio” tra un cagnolino e un altro suo simile dieci volte più grosso. Non capiamo più il mondo e la domanda sorge spontanea: “Dove è finita la solidarietà?sociologiaonweb6 - Copia

Tutto questo mentre all’interno di una delle tante salumerie e vendita di prodotti tipici locali, una signora con il suo cagnolino nel marsupio, dopo un paio di minuti di fila, chiede al commesso del negozio “due etti di prosciutto cotto, di quello buono” per il cucciolo che stringe al petto. “Mi dia una fetta bella grossa – dice con voce impostata – per fare dei quadratini al mio Vasco”. E domanda: “Posso lasciarla qualche giorno in frigorifero?”.Da quando gli alberghi, in ossequio alle vigenti disposizioni di legge, accettano animali da compagnia può capitare che nel cuore della notte l’ospite a quattro zampe dalla camera accanto violi il silenzio abbaiando in continuazione.Qualcuno è preda agli incubi, altri si girano su un altro fianco e riprendono a dormire, altri ancora protestano. Una volta si diceva “vita da cani”. Mah!Gli aristocani, e soprattutto i loro boriosi padroni, non tollerano la presenza di cani vagabondi (sinonimo di randagi) che vengono snobbati, guardati con disprezzo, evitati e a volte allontanati con le cattive. Se questo è amore!

Una serata di gran caldo, la luna piena che da dietro il bosco si affaccia sul retro di un ristorante, in uno dei tanti tavolini cenano un uomo in compagnia del suo cane e tre ragazze. A quell’ora e per tutta la notte, la popolazione canina aumenta per effetto del randagismo. Un cane mendicante, che in quel tratto di strada staziona anche durante la giornata, si avvina al più nobile collega, sia per annusarlo sia per racimolare resti di cibo. Il cane borghese al quale solitamente viene impedito di avere contatti con qualsiasi suo simile si lascia coccolare dal meno blasonato amico. Anche la “carne” animale è debole. A qual punto, da sotto il tavolo, compaiono le gambe del padrone che prende a calci il randagio: una, due, tre volte fino a scacciarlo via con l’aria di chi evita la plebe.

sociologiaonweb5 - Copia sociologiaonweb4 - Copia sociologiaonweb9 - Copia sociologiaonweb7 - Copia sociologiaonweb8 sociologiaonweb2 - Copiasociologiaonweb10

sociologiaonweb12sociologiaonweb11sociologiaonweb13Rassegnato, con la coda tra le gambe, il cane povero prosegue il suo cammino alla ricerca di qualche resto di cibo. Le vetrine dei negozi diventano buie e gli ultimi avventori abbandonano i locali, gli aristocani e i loro padroni raggiungono le ville o le camere d’albergo, mentre decine e decine di randagi si radunano nel solito punto d’incontro e per tutta la notte si spostano da un capo all’altro della cittadina montana alla ricerca di cibo che sperano di trovare fuori da ristoranti, negozi di prodotti tipici, cassonetti dei rifiuti. Vagano per tutta la notte fino a quando il sole si affaccia da dietro degli alberi secolari per illuminare le case con ancora le persiane chiuse. Il branco rompe le righe. L’ultimo disperato tentativo per limitare i morsi della fame viene fatto andando incontro a quanti ogni mattina fanno jogging. Un appuntamento che vale un paio di biscotti. Poi il bosco diventa la loro casa e solo qualche temerario rimane sul corso principale a guardare gli aristocani che, assecondando il volere dei loro padroni, come tante mannequin sfilano annoiati tra la gente.

I fatti, realmente accaduti, confermano che anche il regno animale è fatto di classi che l’uomo, dopo secoli di lotta per eliminare quelle che lo tenevano schiavo, ha inventato per avere il dominio su altri esseri viventi. Ovviamente, appartenenti al mondo animale.

Antonio Latella, presidente nazionale  ASSOCIAZIONE SOCIOLOGI ITALIANI


RIFLESSIONI FERRAGOSTANE ALL’OMBRA DI UN PINO LORICATO

Latella 10 agosto 2017 All’ombra di un pino loricato per ripararci dell’afa, che anche qui a mille e trecento metri d’altezza ci toglie in respiro come sulla spiaggia dell’area dello Stretto di Messina, mettiamo a dura prova i neuroni e ci lasciamo andare ad alcune riflessioni ferragostane. Caronte, Lucifero e il solleone che si appresta, grazie a Dio, a tirare le cuoia, hanno ridotto al lumicino le nostre energie psico-fisiche. Il clima è cambiato e continua a preoccupare l’uomo che cavalca il progresso tecnologico che prima o poi provocherà la morte di “Madre terra”, come Edgar Morin chiama il nostro pianeta. Lo scenario appare apocalittico e i protocolli sottoscritti delle grandi potenze industriali appaiono come i trattati di hitleriana memoria, soprattutto dopo che il miliardario americano Donald Trump, eletto presidente degli Usa, ha deciso, non si esclude   per fare un dispetto al suo predecessore, di cancellare quanto fatto da Barack Obama anche su fronte della difesa climatica. Forse per questo ha deciso di non dare seguito all’accordo di Parigi. Ma le sorti del mondo, nell’immediato futuro, sono minacciate anche dall’odio del dittatore della Corea del Nord nei confronti degli Stati Uniti.Pino loricato

L’ombra del pino loricato è una finestra sul mondo. Basta alzare lo sguardo sopra il davanzale per vedere cosa sta accadendo sul fronte dell’immigrazione. Non solo immagini. Perché da fuori giungono anche le voci delle polemiche che nelle ultime settimane hanno arroventato il clima sia del dibattito politico, alimentato dal rifiuto di molti paesi di accogliere il contingente di immigrati fissato dell’Unione Europea, sia sul codice per le ONG, voluto dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, per usare i porti italiani nel salvataggio in mare di migliaia di disperati, che ha rischiato di provocare una crisi nel governo Gentiloni.

MINNITIIl codice in questione non solo non viola alcuna norma di diritto  nazionale e internazionale, ma ha già prodotto lusinghiere riduzioni del flusso di quanti sbarcano sulle coste meridionali della nostra Penisola. Una decisione, quella assunta dal responsabile del Viminale, finalizzata al rafforzamento della sicurezza nazionale e, al tempo stesso, per allontanare i sospetti di strani, quanto presunti, accordi tra gli scafisti e qualcuna delle organizzazioni che si stanno prodigando al salvataggio di quanti scappano dai paesi d’origine per raggiungere il Vecchio continente.Tutti siamo per la guerra ai mercanti di uomini: senza pregiudizi politico-ideologici o di interessi che sfuggono all’attenzione del cittadino. Ecco perché, da cristiani, preferiamo il pragmatismo di Marco Minniti alla solidarietà pelosa di certi ambienti cattolici.

INCENDIAll’ombra di questa pregiata pianta giunge l’acre odore degli incendi che stanno devastando il nostro patrimonio boschivo. Gran parte dei fronti di fuoco sono riconducibili alla mano all’uomo e ai suoi interessi, singoli o di gruppo. Li chiamano piromani, ma si tratta di delinquenti, alcuni dei quali militerebbero in piccoli nuclei delegati dalle istituzioni pubbliche a vigilare sull’integrità del territorio. Il caso che nei giorni scorsi ha registrato in Sicilia l’intervento dell’autorità giudiziaria appare emblematico e ci riporta alle “narrazioni” sui forestali calabresi della seconda metà del Novecento e al loro presunto coinvolgimento nella devastazione boschiva in questa regione. Un ulteriore inasprimento delle pene e un investimento massiccio sui sistemi di controllo del territorio potrebbero salvarci da questo continuo disastro ambientale.La crisi idrica, le precarie condizioni dei depuratori che scaricano in mare i liquami fognari, il mancato decollo del turismo meridionale dovuto alla carenza infrastrutturale, alla mancanza di programmazione e all’insufficiente professionalità di molti degli addetti al comparto, fanno parte del pacchetto di riflessioni ferragostane.  Tutte incandescenti e amare che ci riportano ad un comune denominatore: l’approssimazione, la litigiosità della classe politica, la corruzione, il malaffare e la pervasività della criminalità organizzata.

emmanuel-macronTanto per rimanere nel clima torrido di questi giorni, brucia ancona sulla guancia degli italiani lo schiaffone del Presidente francese Emmanuel Macron sulla vicenda Fincantieri -STX France. Dall’inquilino dell’Eliseo, la cui elezione aveva esaltato anche la politica italiana con legioni di ammiratori, per la verità, di schiaffi, in così poco tempo, ne abbiamo subiti due: l’altro è sulla Libia. E così, il campione del rilancio dell’Ue si comporta da nazionalista quando le regole favoriscono le imprese estere e liberista se invece sono le aziende transalpine ad operare sul mercato.

neymarIn un mondo sempre più povero, dove meno del 10% della popolazione detiene il 90% della ricchezza, assistiamo ad un calcio – mercato immorale, come dimostra il passaggio Neymar dal Barcellona al Paris Saint Germain per una cifra di oltre mezzo miliardo di euro. Il calcio mondiale è rinchiuso in una bolla speculativa prossima ad esplodere con conseguenza distruttive per lo sport più popolare del pianeta. Ed ancora più immorale è l’ingaggio del calciatore brasiliano: trenta milioni a stagione per 5 campionati. Ma su questo nessuna lacrima da parte dei tanti coccodrilli della moralizzazione, dei predicatori dell’equità sociale in un mondo comandato dal capitale finanziario, delle borse e dalle banche.  Il calcio è un malato terminale e sta andando avanti solo grazie alle cure palliative.

Antonio Latella, presidente Associazione Nazionale Sociologi


Il disagio giovanile sollecita nuove soluzioni

A vector illustration of people having fun in street food festival

L’ennesimo episodio di morte per droga , in quest’ultimo caso vittima una minorenne di Genova , riapre la ferita rappresentata da un forte disagio vissuto dalle nuove generazioni. E’ inutile tirarla lunga con le parole. Assumere sostanze psicotrope , ridicola la distinzione tra pesanti o leggere, è sempre espressione di una fragilità interiore che chiama in causa il mondo degli adulti. La ricerca frenetica, specie nei fine settimana, di assumere sostanze con cui sballarsi è l’epilogo di un percorso di crescita. Da decenni il posto dell’impegno , ma anche della creatività, individuale e di gruppo , come qualità necessarie per crescere e per divertirsi,   è stato occupato da “beni” materiali. All’inizio è stato il computer , poi sono arrivate le play-station, per finire l’orda di telefonini in perenne evoluzione. Abbiamo ceduto alle richieste supplichevoli dei nostri ragazzi mettendo nelle loro mani dei totem dell’isolamento sociale e relazionale . Dobbiamo intervenire prima che si arrivi a scelte scellerate. Occorre restituire all’adolescenza il gusto della scoperta e dell’incontro con gli altri, possibilmente non solo della stessa età. Proviamo allora a fare un passo in avanti.

Si potrebbero sperimentare anche nuovi luoghi in cui incontrarsi. Penso a spazi attrezzati ( ad esempio le strutture delle scuole pubbliche durante i lunghi periodi di interruzione delle attività didattiche?), in cui generazioni diverse, in primis i giovani, si possano incontrare , confrontare e crescere insieme. Il confronto tra l’esperienza degli adulti, anche degli anziani, e la freschezza delle conoscenze unito all’entusiasmo tipico dei giovani, potrebbero produrre un mix vincente da utilizzare per generare nuovi saperi e nuove idee su cui costruire qualcosa di nuovo nelle comunità, spesso prive di futuro.   Può essere un modo nuovo per costruire un senso di appartenenza ai luoghi ed ai valori del nostro territorio passando attraverso gli incontri con persone reali. Un modo per vivere in prima persona il gusto della scoperta dell’altro e delle emozioni , parte vitale del nostro essere umani. Le reti virtuali potranno anche avere il potere di portarci nel luogo più sperduto del pianeta, ma oggi, specie le nuove generazioni , hanno bisogno di scoprire e valorizzare la ricchezza dell’altro accanto a loro.

Franco Caccia

Presidente Associazione Sociologi Italiani- Sez. Calabria


L’ESTETA,TUTTI I CAPOVOLGIMENTI DEL BELLO

 

ulvioSeduto al fianco delle foglie ,recinto naturale e divisorio di proprietà. Luce bianca che illumina un foglio, alcuni libri e riviste ferme sul tavolino e gli occhi che si incontrano con una parola scritta: L’ESTETA. Da uno stato d’animo inizia il viaggio attraverso la mente,mentre il vocio dei bambini che giocano ,a quasi inizio notte, è un bel sottofondo di vita e di speranze per il futuro.

L’ESTETA,il concetto del bello ,arte e sociologia scomposta, termini di paragone e sintesi semantiche ,che nei secoli cambiano con le strutture sociali,con le connessioni tra massificazione e conservazione del “nostro” tradizionale, preservato da un linguaggio o da usi e costumi identificativi.mario-schifano-vero-amore-incompleto-1962-smalto-su-carta-intelata-160-x-140-cmMario_Schifano_Mare_1978_www.arte_.it_

Cos’e’ il bello ,può essere un’opera d’arte che è un pezzo fermo di tempo ,che si rifrange negli occhi e nella mente di chi la guarda .La fruizione del bello l’emozione del bello ,la frammentazione tra bellezza connotata da canoni estetici e la Bellezza vissuta attraverso l’empatia e le percezioni che nascono dal nostro imprinting vissuto.Modelle glam che sfilano ,corpi sinuosi,perfetti,capelli sciolti e sguardi ammiccanti.Troppo belle oggettivamente per poterti emozionare.Cammini per strada ,ti lasci catturare da un modo di camminare,da un gesto,da uno sguardo rubato .In mezzo alla gente, ritrovi colori e odori ,sorrisi si incrociano ,un bimbo e una mamma camminano mano nella mano, sali le scale e occhi di un diversamente abile e braccia che si tendono verso di te ,sono le chiavi di apertura delle porzioni dell’anima che si riuniscono con l’empatia.  

L’ESTETA è il sogno rubato alla fisicità delle cose,ai brividi di pelle ,rubato negli incontro emozionali.Siamo noi la Bellezza ,senza teorie o analisi qualitative e quantitative ,spezzati dalle esperienze di vita e psicologicamente dispersi ed aggrappati a valori e tradizioni.Seduto al fianco delle foglie ,il bello si capovolge e L’ESTETA capitombola nei giochi di parole.

                                      Fulvio D’Ascola

       Portavoce nazionale Associazione Sociologi Italiani


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