STRAPPATE ALLA MORTE

TESTIMONIANZE DAL FRONTE ANTI VIRUS

Nei reparti COVID il tempo ed i rapporti hanno un valore differente. I pazienti sono in camere triple o doppie, si condividono momenti durissimi. L’idea di creare alleanze terapeutiche trasversali tra pazienti è venuta per strappare alla morte il maggior numero di pazienti ed anche poi per favorire la ripresa.

In una camera con tre signore tutte molto compromesse decido di affidare la più grave alla meno grave con lo scopo di farle tenere l’ossigeno: tutte e tre presentano valori di ossigeno molto bassi, tutte e tre trovate più volte senza mascherina per l’ossigeno!!!! Se la rimuovono per la tosse, perché si girano nel letto, perché hanno vomitato o per difficoltà a riposizionarla.

In una camera con tre signore tutte molto compromesse decido di affidare la più grave alla meno grave con lo scopo di farle tenere l’ossigeno: tutte e tre presentano valori di ossigeno molto bassi, tutte e tre trovate più volte senza mascherina per l’ossigeno!!!! Se la rimuovono per la tosse, perché si girano nel letto, perché hanno vomitato o per difficoltà a riposizionarla.

MIMMA, 59 ANNI – LA PIÙ GRAVE

La più grave Mimma è anche la più giovane, 59 anni, depressa? Tiene gli occhi chiusi. Forse è una demente, penso. Forse ha patologie che non siamo riusciti ad evidenziare.  In cartella poche scarne notizie. Nessuna patologia grave neurologica in passato. Forse è semplicemente debilitata dalla malattia, spossata dalla febbre, non vuole mangiare, non risponde, non sappiamo se ce la farà. Sappiamo poco della sua vita e della sua famiglia, non sappiamo neppure come si sia contagiata. Le telefonate al marito che risponde sempre in modo vago.

MARIANNA, 87 ANNI.

La più anziana Marianna sta appena meglio ha ben 87 anni, parla a fatica, mangia e beve qualche boccone e goccio d’acqua, fatica a spostarsi nel letto perché è obesa 100Kg o anche di più, è anche diabetica e cardiopatica. Non sono sicura che ce la farà, anzi devo faticare non poco per convincere la palliativista a darmi 24 ore di tempo per impostare una terapia con il cortisone.

JASMIN , 70 ANNI

Infine, la signora con diagnosi di demenza Jasmin. Non è molto anziana, 70 anni, ma da anni vive in casa con la badante, ucraina che all’inizio della pandemia è tornata nel suo Paese d’improvviso ed ha lasciato la paziente che seguiva da 4 anni. La figlia che lavora a sua volta come OSS, operatrice sociosanitaria, non può seguire la madre e così cerca disperatamente qualcuno che stia con lei, si alternano badanti e vicine di casa finché alla mamma giunge la febbre e poi il ricovero, la scoperta del contagio. La figlia deve lavorare, è difficile contattarla telefonicamente.

Jasmin viene lasciata con la sola terapia di supporto: troppo grave, troppo compromessa, contenuta con le polsiere per non strapparsi l’ago cannula che la idrata e la mascherina dell’ossigeno. È sudamericana non parla la mia lingua. È orribile, sudata, con croste sul volto, sul naso e sulle labbra, la lingua asciutta con una specie di lamina nerastra che si stacca ai bordi.

Decido di provare comunque una terapia per ciascuna delle tre, minimale ma con senso, di dare un po’ di conforto, di offrire un fruttino fresco di frigorifero a ciascuna delle tre. Ma che intervento è? Gli otorini che mi affiancano non capiscono il senso dell’offrire io un fruttino fresco: ci sono le infermiere per questo. Tempo perso. Le metto sedute, le tolgo dal letto, le imbocco. Incredibilmente mangiano tutte e tre di gusto! Questo è un buon segno. O forse è il canto del cigno.

Decido di informare i parenti.

La signora sudamericana Jasmin, ha la figlia Marina che non è facile da contattare, lavora molte ore in RSA ossia in residenza sanitaria assistita come Operatrice Socio-Sanitaria. È stata informata delle severe condizioni, è pronta ad una comunicazione di decesso. Provo ad aumentare il cortisone e le bilancio bene gli elettroliti, è diabetica, abbassiamo un po’ la glicemia con l’insulina.

Informo Marina circa i piccoli miglioramenti della madre: invece di congratularsi si risente: mi avevate detto che non ce l’avrebbe fatta, le ho già disfatto il letto e la camera.

Man mano che migliora diventa sempre più difficile parlare con la figlia, voglio fargliela vedere con video chiamata: impossibile! Le lascio i messaggi in segreteria telefonica ma non richiama. Che desolazione.

Non spetta a noi giudicare.

Jasmim nella sua demenza è simpatica, sorride e parla in sudamericano. Presto si stabilizza, gli esami sono perfetti. Potremmo anche mandarla a casa ma dove???? Ma con chi? La figlia si nega. Resta con noi! Diventa la mascotte del reparto. Tutti le vogliono bene, la coccolano, non ha il cambio, usiamo i camicioni comuni. Le infermiere la pettinano, le tagliano le unghie.

La signora giovane di 59 anni, Mimma, risponde bene al solfato di magnesio ed all’aumento del cortisone. Si risveglia e diventa molto chiacchierona, inizia a raccontare la sua vita alla signora di 87 anni. Si curano a vicenda, si sostengono, si incoraggiano, si congratulano di ogni piccolo miglioramento.

La signora è sposata senza figli, il marito o compagno è ben disposto a riprenderla a casa, di fatto la casa è sua ed è molto grande starà sola in un piccolo appartamento con cucina, bagno e camera. Purché sia autosufficiente: questa è la condizione necessaria alla dimissione imposta dal marito. Le donne per essere dimesse devono farcela da sole, penso a quanto sia più semplice dimettere un uomo.

Moglie, figlie, sorelle, madri tutte disponibili a prendersi cura, ma non ammalatevi, voi ce la dovete fare da sole! La paziente ce la mette tutta, in tre giorni è in grado di camminare ed andare in bagno da sola. Che bello. Il marito però ha paura. Io non verrò a prenderla. Mandatela a casa con l’autoambulanza, e che sia autosufficiente altrimenti ve la rimando!!!

In realtà sono precauzioni inutili perché il marito ha contratto il virus prima della moglie che si è contagiata per assisterlo! Lui è stato trattato in casa, accudito dalla moglie, senza sapere di essere stato contagiato, è più anziano, 69 anni, però è guarito bene, e dopo dieci giorni anche la moglie ha avuto la febbre. Probabilmente il marito si è contagiato in occasione della festa del paese, molti di quelli che hanno assistito alla banda si sono contagiati: due musicanti sono morti.

E Maria? La mia bella ottantasettenne….

Mi chiamano in privato

“Noi la mamma la vogliamo a casa, non importa il contagio, in due l’abbiamo già avuto e ne siamo usciti. Non importa se non è perfetta, non importa se dovesse non farcela, vogliamo che muoia nel suo letto”.

Andrea, il figlio maggiore parla per tutti. Veniamo a prenderla anche di domenica.

Per i farmaci non è un problema mia sorella è farmacista.

Non mi sarei mai aspettata una reazione del genere!

Marianna ha capito perfettamente il racconto del figlio Andrea. È entusiasta, è la prima che torna a casa delle tre, si salutano, si abbracciano. Si scambiano i numeri di telefono.

Fantastico!

SociologiaOnWeb


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