Soli.!
Abbiamo lasciato i nostri figli soli. Eppure, la quasi totalità di loro era scesa in piazza per fare quello che noi, intendo padri e madri, non abbiamo più il coraggio di fare: far sentire la voce di chi non ha più voce, abbandonato al proprio destino da un capitalismo logoro, ma vieppiù spietato.
Sono andati in piazza per manifestare un disagio che non è altro che quello delle loro famiglie: operai, agricoltori, insegnanti, dipendenti, gli stessi poliziotti, costretti a rinunciare a tutto per dare ai propri figli un futuro.
Questi ragazzi, sì, quelli di Milano, Torino, Roma, sono i più responsabili tra noi. Non sono quelli delle vetrine spaccate, i delinquentelli infiltrati per fare casino, ma quelli che vivono giorno per giorno le difficoltà dei loro genitori nel pagare affitti per buchi chiamati appartamenti, libri e costi per studiare in città lontane dai propri affetti.
Sono andati in piazza per sostenere le proteste degli autotrasportatori, degli agricoltori e dei pescatori contro il caro vita. Sono andati in piazza per gridare: ci siamo anche noi, ascoltate il nostro urlo di dolore, i pianti di chi non vede più il proprio futuro perché non c’è un presente.
Sì, ho visto ragazze piangere, ragazzi inginocchiarsi dinanzi a giovani poliziotti armati di tutto punto, ma nudi dinanzi a loro, perché anch’essi vittime dello stesso sistema.
Sono andati in piazza anche per chi sta al governo, per indicare la strada: quella della pace, non della guerra; quella del finanziamento degli ospedali e delle scuole, non delle armi.
Sono andati in piazza per noi e noi li abbiamo derisi, manganellati, umiliati. Li abbiamo esclusi e c’è anche chi li vorrebbe reclusi.
Eppure, siamo noi adulti ad aver costruito il mondo in cui oggi chiediamo loro di vivere. Siamo noi a lanciare i missili, aver consumato risorse, impoverito diritti, trasformato il lavoro in un privilegio e il futuro in un’incognita. Possiamo meravigliarci della loro rabbia, come se non avessimo alcuna responsabilità, come se il mondo che consegniamo loro fosse un fatto naturale e non il risultato delle nostre scelte, delle nostre rinunce e dei nostri silenzi.
Sono andati in piazza per fare chiarezza, per trovare la luce, e li abbiamo spinti in un tunnel senza via d’uscita, tra lacrimogeni e fiotti d’acqua gelida in faccia.
Sono andati in piazza per cercare di realizzarsi e hanno trovato la frustrazione, la rabbia patologica di chi, dietro una tastiera, non vede l’ora di invocare la violenza, di inneggiare alla repressione di ciò che, da giovane, non ha potuto essere.
Quanta cattiveria, quanta rabbia repressa abbiamo dovuto leggere nella cloaca dei social, riversata contro i giovani. Quanta miseria, quanto accattonaggio morale dobbiamo continuare a registrare. E quanta pena suscitano quei giovani che si immolano sull’altare dell’odio verso il diverso.
Quanta contraddizione esprime la nostra società: pretendiamo dai giovani maturità, sacrificio e responsabilità, ma quando loro ci chiedono conto si risponde con disprezzo e repressione. Li vogliamo obbedienti quando protestano, intraprendenti quando cercano lavoro, autonomi quando devono cavarsela da soli, ma non siamo disposti a riconoscere loro il diritto di mettere in discussione il mondo che abbiamo costruito.
Sono scesi in piazza per orientare il futuro e si ritrovano davanti un passato che ritorna, in tutta la sua tragicità.
Non ho voluto aprire questo articolo con l’incipit del prendere le distanze dalla violenza. È ormai doveroso farlo, ma quando diventa un atto dovuto, il messaggio rischia di perdere purezza.
La violenza non dovrebbe appartenere ai giovani, ma nemmeno agli adulti, che sono arrivati prima di loro e che, semmai, quella violenza l’hanno insegnata.
La violenza non dovrebbe esistere nella società, in nessuna delle sue forme: dalle guerre a ogni altra manifestazione del dominio del più forte sul più debole, del superiore sul sottoposto. La violenza esercitata su chi non ha un posto di lavoro, su chi è costretto a rovistare tra i cassonetti, su chi non può curarsi, su chi non ha un tetto sotto cui ripararsi.
La violenza è la costante con cui ognuno di noi è costretto a confrontarsi ogni giorno, una maledizione dalla quale uomini e donne non riescono a liberarsi.
Ma la violenza non dovrebbe appartenere agli esseri umani.
Liberiamocene.






