La sofferenza dei bambini come crisi del simbolico: una lettura sociologica e antropologica del dubbio teologico in Dostoevskij
di Anna Cancemi

La sofferenza dei bambini rappresenta uno dei punti più critici nella tenuta simbolica delle società contemporanee. Eventi estremi — come il suicidio–omicidio di una famiglia con una figlia disabile gravissima — non sono soltanto tragedie individuali: sono indicatori sociologici di un collasso del senso. La vulnerabilità infantile, infatti, non è percepita come una semplice condizione biologica, ma come un fondamento antropologico su cui si regge l’ordine morale della comunità.
Secondo Émile Durkheim, le società si mantengono attraverso sistemi di credenze che garantiscono coesione e continuità. Il bambino, nella prospettiva durkheimiana, è un “oggetto sacro”: rappresenta la promessa del futuro e la legittimazione del presente. La sua sofferenza costituisce, dunque, una violazione del sacro, un trauma che destabilizza la fiducia collettiva. Quando un bambino soffre in modo radicale, la società sperimenta un fallimento delle proprie istituzioni: la famiglia, la medicina, la solidarietà, e — per chi crede — la religione. In questo contesto, la riflessione di Fedor Dostoevskij nei Fratelli Karamazov assume una rilevanza straordinaria. Il dialogo tra Ivan e Alesa non è soltanto un confronto teologico: è un’analisi antropologica del ruolo che la figura di Dio ricopre nella costruzione del senso morale. Ivan non mette in discussione l’esistenza di Dio; mette in discussione la sua paternità e la sua maternità. Se Dio è padre, perché non protegge i bambini? Se Dio è madre, perché non consola? La sofferenza infantile, nella prospettiva di Ivan, è incompatibile con l’idea di un Dio che esercita una cura attiva sul mondo.
La critica di Ivan è radicale perché colpisce il cuore della metafora religiosa. Come ha mostrato Mircea Eliade, le religioni proiettano sul divino le funzioni fondamentali della vita umana: protezione, ordine, continuità. Dio è pensato come genitore cosmico, garante dell’armonia. Tuttavia, quando la sofferenza dei bambini diventa estrema, questa proiezione si incrina. Il principio divino non appare più come custode dell’ordine morale. La sua “genitorialità” simbolica viene messa in dubbio. Ivan Karamazov esprime questo dubbio con una lucidità che ha pochi equivalenti nella storia del pensiero: la sofferenza dei bambini è incompatibile con qualsiasi teodicea. Non è possibile giustificare il dolore innocente attraverso un disegno superiore, perché ciò implicherebbe che Dio accetti la sofferenza dei piccoli come mezzo per un fine più grande. Da un punto di vista antropologico, questa posizione rappresenta il rifiuto di una narrazione religiosa che integra il male nel quadro dell’armonia universale. Ivan non rifiuta Dio: rifiuta un Dio che si comporta come un genitore negligente. La tragedia contemporanea della famiglia con figlia disabile riproduce lo stesso schema. Il collasso dei genitori non è soltanto psicologico: è simbolico. Essi percepiscono che il mondo non protegge il loro bambino e che nessuna istituzione — medica, sociale, religiosa — è in grado di garantire una soglia minima di senso. In questo contesto, la figura di Dio, se presente, non appare come padre o madre: appare come assente. La fede, intesa come fiducia antropologica nel mondo, viene meno.
Accanto alla posizione di Ivan, Dostoevskij colloca quella di Alesa, che rappresenta una forma diversa di risposta. Alesa non difende la paternità di Dio: difende la possibilità di mantenere legami umani anche nel luogo del non-senso. La sua postura è sociologicamente rilevante: quando le istituzioni simboliche falliscono, resta la relazione. Resta la cura. Resta la comunità minima. In questo senso, Alesa incarna ciò che Peter Berger definirebbe una “micro-legittimazione del senso”: non una spiegazione cosmica, ma una tenuta locale, relazionale, che permette all’umano di non collassare.In conclusione, la sofferenza dei bambini costituisce un punto critico per ogni società e per ogni religione. Essa mette in crisi la funzione genitoriale attribuita a Dio, perché rivela una discrepanza tra la promessa simbolica di protezione e la realtà del dolore innocente. Dostoevskij, attraverso Ivan, mostra che la paternità e la maternità di Dio non sono categorie teologiche stabili, ma costruzioni antropologiche che possono collassare davanti all’esperienza del male. La risposta di Alesa, indica che, quando il simbolico fallisce, la comunità umana può ancora offrire una forma di tenuta: non una spiegazione, ma una presenza. La sofferenza dei bambini rimane un enigma irrisolto. Ma è l’enigma che obbliga la società a interrogare le proprie narrazioni e la religione a ripensare le proprie metafore.
Dott.ssa Anna Cancemi






