Un paese di vecchi ha bisogno degli immigrati

di Nausica Sbarra

La pandemia ha sconvolto il nostro modo di vivere: sono crollate tutte le nostre certezze, le aspirazioni, i nostri progetti di vita esponendoci a forme di disperazione anomica. Sono stati persi posti di lavoro, aumentate le diseguaglianze e la rabbia sociale. Le misure, tanto necessarie quanto rigide, per contenere il contagio, soprattutto nella seconda ondata di pandemia, sono state al centro della tensione che ha visto protagonisti cassintegrati, precari, inoccupati, piccoli imprenditori, operatori turistici e del commercio, le partite iva, i servizi alla persona, il mondo della scuola, le forze sociali e imprenditoriali. Il tutto, grazie a Dio, senza scadere in esplosioni di violenze come avvenne in altre epoche storiche del nostro Paese.

<<== Nausica Sbarra

La ripartenza è una necessità globale anche perché il mondo si trova a dover affrontare la pericolosa situazione ambientale che sta provocando gravi e irreversibili danni al nostro pianeta.  In Italia, Governo e Parlamento hanno già predisposto e inviato all’UE il Pnrr che, in sintonia con l’Agenda 2030 dell’ONU, intende affrontare, con azioni specifiche lo stato di salute di Terra-Patria, oltre a un dettagliato piano di riforme, di semplificazione burocratica per attrarre investimenti stranieri. La ripresa non può, assolutamente, avvenire tra distingui, veti e prese di posizione, ma con la consapevole necessità di riprendere il discorso occupazionale/salariale e non certo continuare ad affidarsi a bonus e reddito di cittadinanza; occorre, dunque, programmare interventi di sviluppo in grado di coinvolgere soprattutto i giovani.

Una recente fotografia dell’Istat mette in evidenza l’invecchiamento dell’Italia con la diminuzione delle nascite. Il nostro è un Paese di vecchi che per ripartire a per il raggiungere gli obiettivi di sviluppo indicati nel Pnrr e nell’Agenda 2030 ha un urgente bisogno di guardare in modo diverso al bacino del Mediterraneo. In questa regione della terra le povertà sono aumentale al pari delle illusioni di libertà, di giustizia sociale, di conquiste democratiche sognate durante le “primavere arabe”. Queste popolazioni continuano a guardare all’Occidente come terra di salvezza, ma davanti al dramma di milioni di disperati l’Europa si è chiusa all’interno di egoismi nazionalisti lasciando alla sola Italia il peso dell’accoglienza. Neanche gli effetti nefasti della pandemia hanno contribuito a cambiare la strategia UE sulla distribuzione dei profughi che sbarcano sulle nostre coste. Il pressing di questi giorni del Presidente del Consiglio Mario Draghi è la continuazione di un braccio di ferro che dura ormai da anni.

“E’ il momento della vergogna” ha ammonito Papa Francesco lo scorso 25 aprile dicendosi addolorato per “la tragedia, che ancora una volta si è consumata nel Mediterraneo. Quei 130 migranti morti in mare – ha sottolineato il Pontefice – sono vite umane che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto”. Questo tipo di tragedie, purtroppo, oggi fanno appena notizia: i giornali le trattano con un titolo a piè di pagina e le tv in modo freddo e distaccato e, pertanto, scompaiono dietro fumose barriere di ipocrisia e di indifferenza. Il mondo occidentale guarda i cadaveri che si inabissano nei fondali del Mare Nostrum senza provare più quel sentimento di indignazione che, negli ultimi anni, aveva alimentato la speranza del popolo degli immigrati alla ricerca di libertà, di democrazia e di nuove occasioni di riscatto socio-economico.  L’Europa dalla memoria corta continua a dimenticare che, tra ‘800 e il primo dopoguerra (secondo conflitto mondiale), oltre 50 milioni di persone hanno lasciato il loro territorio di origine per cercare fortuna oltre Oceano.

Oggi l’indifferenza non risparmia il nostro Paese e il suo il Mezzogiorno storico bacino di braccia e orfano anche di cervelli costretti a mettere la loro professionalità a beneficio delle regioni del Nord e di altri centri di eccellenza sparsi nel mondo. Questa indifferenza fa a pugni con i propositi di educazione alla cittadinanza globale: cioè sviluppare un senso di appartenenza ad una comune umanità. E ciò attraverso l’acquisizione di conoscenze, analisi e pensiero critico sulle questioni globali: nazionali, regionali, locali per favorire l’interazione e l’interdipendenza tra popoli di cultura diversa   e di differente condizione socio-economica. In un mondo sempre più globalizzato continuano ad emergere istanze sul senso di appartenenza ad una comunità più ampia, ad un’umanità condivisa: fatta di interdipendenza politica, economica, sociale, culturale e intreccio fra il locale, il nazionale e il globale. La grande rilevanza del progetto UNESCO appare quasi un’utopia in un mondo reale costretto a fare i conti con un sistema economico globalizzato, che – per quanto in affanno -rimane fonte inesauribile di ingiustizie, discriminazioni, nuove povertà, diritti negati.

Tutti noi siamo cittadini di un pianeta svilito e stretto tra interessi locali e poteri globali. Ciò significa che mentre la politica rimane locale, il potere economico non lo è più: con la prima ridotta ormai in stato di subalternità al capitalismo finanziario libero di muoversi a suo piacimento. Si consolida cosi un potere che rimane al di fuori del controllo politico, di quella rete sociale piena di buchi dove diventano liquide le conquiste sociali che si erano solidificate durante gran parte del Secolo breve.   Nella mia quotidianità sindacale sono presenti anche immigrati che operano all’interno della Cisl. Un impegno di grande dignità, il loro: ricco di esperienza e di cultura che li aiuta nel confronto e nello scambio culturale. Vorremmo fare di più per partecipare da attori sociali al dibattito sulle questioni globali contemporanee.  Fino ad oggi le risorse statali sono state esigue, ma confidiamo nel Pnrr per invertire la tendenza.            

L’immigrato è un cittadino del mondo.  Ma non la pensano così molti paesi dell’Ue, i cui egoismi tendono a negare l’amara realtà della crisi migratoria che ci rivela l’attuale stato del mondo e il destino comune dei suoi abitanti. Quali che siano le differenze culturali, sociali ed economiche occorre progettare una via maestra per agevolare una convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti: collaborativa e solidale. Non ci sono alternative praticabili. L’europeizzazione della questione migratoria non sembra avere successo. Di contro, l’Italia continua a subire una vera a propria invasione che ha scatenato la dura reazione di forze politiche dall’anima nazionalista la cui propaganda contro il nemico straniero, quello che “ruba” (tra virgolate) il lavoro agli italiani, ha sferrato un forte attacco ai sentimenti della solidarietà e dell’accoglienza.

Non possiamo sottacere su certe bugie e affermiamo che se molti comparti produttivi – penso all’agricoltura e ai settori meno qualificati dell’edilizia – non si sono fermati solo grazie alla manodopera extracomunitaria. Certo tra quanti sono sbarcati e continuano ad approdare sulle nostre coste, in particolare a Lampedusa, troviamo anche persone poco raccomandabili. Il mantra continua ad essere “la sicurezza dei confini dell’Unione”, come se migliaia di disperati fossero nostri nemici, e i corpi di bambini finiti sulle spiagge piene di turisti l’effetto di un colpo di sole o un incubo notturno.  Quanti gli attacchi di “panico morale” abbiamo subito negli ultimi anni dalla cultura dell’Io che vede nell’altro, quello che fugge da guerre, persecuzione e mancanza di democrazia, un demone da scacciare e non già un nostro simile da accogliere, aiutare.

I migranti – come ho avuto modo di sottolineare in altre circostanze – possono diventare una risorsa. La mia non è un’utopia: basta ritrovare gli anticorpi della tolleranza e della solidarietà. Per questo abbiamo bisogno di laboratori sociali: innanzitutto la scuola, luogo dove noi tutti dobbiamo spenderci per inculcare il concetto di cittadinanza globale. Un traguardo assolutamente da raggiungere, anche con l’aiuto di milioni di immigrati che, nonostante vivono in Italia da decenni, stentano ad integrarsi perché ci limitiamo a guardarli da dietro i vetri delle nostre case; perché noi, assolutamente, riteniamo di non poterci confondere con loro.  

L’Italia della ricostruzione post Covid, lo ribadisco, ha bisogno anche degli immigrati: quelli già residenti e quanti entreranno nel nostro paese con un Piano che l’Europa ha il dovere di varare per non lasciarci soli in balia di immigrazioni non contingentate. Il Pnrr, gli interventi di transizione ecologica, l’agenda 2030 ONU hanno bisogno di particolare manodopera assente sul nostro mercato del lavoro. E per reclutarla potranno rivolgersi agli stati che si affacciano sul Mediterraneo attraverso accordi di cooperazione. Perché se i vecchi aumentano e i giovani lasciano questa terra, il futuro dell’Italia appare irrimediabilmente segnato.


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