CORONAVIRUS ED EPIDEMIE DELL’UOMO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone

 La società del rischio tra mutazioni e ipotesi di complottsonia ASIo

 Il Coronavirus, la cui conoscenza è giunta a noi all’alba del 2020, è l’ennesimo virus che si aggiunge alla categoria delle possibili epidemie causate dall’uomo. Inoltre, esso rende visibili gli effetti della globalizzazione e della società del rischio di cui più sociologi hanno parlato nel corso degli anni.

Prima di illustrare le diverse teorie sociologiche in merito alla società del rischio nel postmodernismo, è opportuno sottolineare come CARESTIE, PESTILENZE E GUERRE siano notevolmente cambiate nel corso dei secoli sia per quanto riguarda le cause sia per quanto concerne le soluzioni. Yuval Noah Harari, storico e filosofo israeliano contemporaneo, sostiene come gli eventi calamitosi si susseguano in frequenza sempre minore ma con caratteristiche differenti rispetto al passato. Ad esempio, le carenze di cibo sono provocate non più come in passato per catastrofi naturali, ma sono causate principalmente da decisioni politiche. In sostanza,  se le persone muoiono di fame è perché alcuni politici vogliono che ciò accada. Attualmente, nella maggior parte dei paesi la sovrabbondanza alimentare (classificata come malnutrizione, soprattutto a discapito delle classi sociali povere che si rimpinzano di zuccheri e grassi a discapito di una alimentazione bilanciata) è diventato un problema più pressante della carenza di cibo. Con dati alla mano, nel 2014 più di 2 miliardi di persone erano sovrappeso contro 850 milioni di persone che soffrivano di denutrizione.

Focalizzandoci su pestilenze e malattie infettive, da sempre i centri più popolosi come le prime città urbane connesse al flusso continuo di mercanti, funzionari di governo e pellegrini, sono stati veicoli di infezioni ed epidemie: luoghi ideali per il diffondersi di agenti patogeni. La Morte Nera della peste, l’Influenza Spagnola hanno fatto più vittime delle guerre. Accanto a questi Tsunami Virali, le popolazioni dovevano fare i conti con ondate minori ma regolari di malattie infettive che causavano milioni di vittime. Fino ai primi del ‘900 un terzo dei bambini non raggiungeva l’età adulta a causa degli effetti congiunti di malnutrizione e malattie.

Ma è durante l’ultimo secolo che il genere umano è diventato più vulnerabile alle pandemie, a causa di due fattori:

  • La crescita demografica
  • E i miglioramenti nei trasporti.

“Una moderna metropoli come Tokyo, o Kinshasa, offre agli agenti patogeni terreni di caccia assai più promettenti di quelli che potevano mettere a disposizione la Firenze del Medioevo del 1520, e la rete globale oggi ancora più efficiente di quella del 1918. Un virus può raggiungere il Congo o Tahiti in meno di 24 ore. Dovremmo pertanto aspettarci di vivere un inferno epidemiologico, assistendo a una successione continua di pestilenze. Al contrario, sia l’incidenza sia l’impatto delle epidemie sono crollati drasticamente nel corso degli ultimi decenni. In particolare, il tasso globale della mortalità infantile è ai suoi minimi: meno del 5% dei bambini muore prima di arrivare all’età adulta. Nel mondo sviluppato il passo si riduce all’1%. Questo miracolo è dovuto ai progressi senza precedenti che la medicina ha compiuto durante il XX secolo, mettendo a nostra disposizione vaccinazioni, antibiotici, norme igieniche più accurate e infrastrutture mediche decisamente più adeguate.” 1

Le rassicuranti scoperte scientifiche, ci mettono al riparo da nuove mortali epidemie agevolate dal carattere globalizzato delle nostre esistenze postmoderne. Tuttavia, capita sovente di essere messi in allarme dall’esplosione di una nuova potenziale pandemia: la SARS nel 2002-2003, l’ INFLUENZA AVIARIA nel 2005,l’INFLUENZA SUINA nel 2009-2010, l’EBOLA nel 2014 e, per finire, il famigerato CORONAVIRUS di questo giovane 2020. Tuttavia, le misure preventive riescono a contenere conseguenze catastrofiche: ad esempio, la SARS che si era presentata come la nuova Morte Nera, si è conclusa col decesso di meno di 1000 persone nel mondo: l’Ebola, descritta nel 2014 dall’OMS come “la più grave emergenza pubblica sanitaria dei tempi moderni”, ha contagiato 30.000 persone provocando 11.000 vittime (numeri esigui rispetto alle grandi epidemie del passato che contavano milioni di morti), ma non ha mai oltrepassato i confini dell’Africa occidentale, al contrario delle violente ondate di ansia che hanno scosso il mondo.

Probabilmente, l’unica malattia che ha mietuto più vittime è stata l’AIDS: più di 30 milioni di persone morte e altre decine di milioni con danni fisici e psicologici permanenti. E’ da sottolineare, però, che l’AIDS è una malattia particolarmente subdola: mentre un’infezione da vaiolo porta alla morte in pochi giorni, un paziente positivo al virus dell’HIV può manifestare i sintomi a distanza di mesi, pur essendo in grado di infettare altri inconsapevolmente. Del resto, il virus HIV non è letale di per sé, ma è responsabile della distruzione del sistema immunitario rendendo l’individuo esposto a numerose malattie: infezioni secondarie che portano alla morte i malati di AIDS. Per questa ragione, comprendere cosa fosse l’HIV e le sue conseguenze fu molto complicato per gli scienziati all’insorgere dei primi casi di AIDS. Nonostante ciò, a distanza di anni, oggi si è riusciti ad arginare la diffusione del virus grazie  a misure preventive, e a trasformare l’AIDS da sentenza di morte a condizione cronica grazie allo sviluppo di nuovi farmaci (per quanto le cure siano costosissime). Se così non fosse stato, molto probabilmente l’AIDS avrebbe provocato un numero di vittime uguale o superiore a quello della Morte Nera del 1300.

Tuttavia, l’umanità non  può dirsi al sicuro, così come afferma anche Harari:

Molti temono che si tratti di una vittoria solo temporanea, e che qualche sconosciuto cugino della  Morte Nera stia solo attendendo dietro l’angolo per coglierci di sorpresa. Nessuno può garantire che una pestilenza non si abbatta di nuovo sull’umanità, ma ci sono buone ragioni per pensare che, nella corsa agli armamnti tra dottori e germi, i dottori siano in vantaggio. Le nuove malattie infettive sembrano principalmente il FRUTTO DI MUTAZIONI CASUALI nei genomi degli agenti patogeni. Queste mutazioni permettono agli agenti patogeni di TRASFERIRSI DAGLI ANIMALI AGLI

 UOMINI, di aggirare il sistema immunitario umano o di resistere a medicinali come gli antibiotici.”2

Il Coronavirus rappresenta proprio la mutazione genetica di cui Harari parla nel suo libro: la minaccia patogena che si attrezza per scavalcare le resistenze medico-scientifiche. Il problema è che, nell’era globalizzata in cui tutto si muove velocemente e si trasferisce istantaneamente, queste mutazioni si propagano più in fretta che nel passato. La scienza deve fare l’immane sforzo di non fermare la propria ricerca a seguito di ogni vittoria, ma di procedere nello studio cotante al fine di accumulare conoscenza ed essere pronti ad estirpare sul nascere nuove ondate virali.

Ad esempio, nel 2015 i dottori hanno annunciato la scoperta di una tipo completamente nuovo di antibiotico (il Teixobactin) per il quale i batteri non hanno ancora sviluppato nessuna resistenza. Innovazioni senza precedenti si stanno sviluppando anche nell’ambito della cura a 360°: predatori bionici frutto della ricerca in nanotecnologie potrebbero scorre un domani nel nostro sangue per combattere i 4 miliardi di anni di esperienza di microorganismi patogeni.

Il punto è che né l’Ebola, né la SARS, ne il Coronavirus si sono sviluppati per catastrofi naturali. Al contrario, tutti questi spettri pandemici sono il prodotto del FALLIMENTO UMANO: corruzione, superficialità, sperimentazioni fuori legge, mercati non regolamentati da corrette norme igieniche, tutte queste INCOMPETENZE UMANE sono i presupposti per l’eruzione di epidemie mortali, a cui la scienza cerca di rispondere con la ricerca ininterrotta di cui sopra.

Da quanto detto, risorge prepotentemente il dibattito su etica e scienza: gli stessi strumenti impiegati per curare, potrebbero essere usati da eserciti di terroristi per produrre malattie ancora più terrificanti con scenari apocalittici. Sullo stesso Coronavirus aleggia l’ipotesi del complotto: un biologo ed ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana sostiene che il governo cinese starebbe portando avanti un programma segreto di sviluppo di armi chimiche, mentre l’ipotesi di un rettile come primo vettore, diffusa dai ricercatori dell’università di Pechino, solleva sempre più perplessità nel mondo della ricerca.3

Resta il fatto che, accanto al fallimento umano, aleggia costantemente l’ombra del rischio e del pericolo che ingabbia il nostro vivere sociale anche quando non ne scorgiamo il movente, e di cui molti sociologi ne hanno illustrato i tratti distintivi.

Addentrandoci nell’analisi prettamente sociologica, il primo a parlare dei rischi connessi alla globalizzazione è stato il sociologo tedesco Ulrich Beck il quale pubblica nel 1986 “La società del rischio. Verso una seconda modernità”, in cui  presenta la sua originale tesi secondo cui  la società industriale, nel creare ricchezza, produce inevitabilmente anche rischi connessi all’invitabile mancanza di controllo delle grandi tecnologie. La modernizzazione ha causato casualità e insicurezza, con conseguente diffusione della paura e di un bisogno sempre più impellente di sicurezza, che va a collocarsi gerarchicamente al vertice dei valori sociali, scavalcando quelli di libertà e uguaglianza. L’economia della paura si arricchisce, così, con la NEVROSI COLLETTIVA: il cittadino è talmente impaurito da preferire alla non violazione della propria libertà personale, di essere scannerizzato, perquisito, interrogato. Le restrizioni e le forme di controllo diventano, in questo mondo modernizzato, inconciliabili con uno stile di vita autonomo: l’ipotesi della catastrofe sempre dietro l’angolo e diventa la forma del rischio contemporaneo. E’ in questa ottica che la società mondiale del rischio pretende risposte politiche globali improntate sempre più su una linea difensiva eccessiva di interventi preventivi, politiche deformate che danno l’esatta dimensione della differenza tra il rischio percepito e quello reale.

Beck, in una versione rivista della società del rischio a seguito dell’attentato terroristico alle Torri gemelle, cerca di illustrare il concetto di società mondiale del rischio attraverso tre concetti:

  • terrorismo e guerra: la guerra è ora estesa, un concetto globale che annulla i confini fisici tra gli stati, ma anche i confini teorici tra civili, soldati, colpevoli e innocenti. Questo si traduce in una individualizzazione del conflitto: gli stati contro gli individui e gli individui contro gli stati.
  • globalizzazione economica: la liberalizzazione dei mercati si scontra con la necessità della politica di controllare l’economia, un’economia anch’essa senza confini e rappresentata da controtendenze come la glocalizzazione, termine elaborato dal sociologo Zygmunt Bauman per adeguare il panorama della globalizzazione alle realtà locali, e che dà importanza al libero mercato ma ritiene che non potrà mai essere considerato la sola strada percorribile essendo il mercato una delle tante funzioni della persona umana.
  • e stato e sovranità: gli stati nazionali sono costretti a ricorrere sempre più alla cooperazione transnazionale per garantire la sicurezza. Da ciò ne consegue che ai rischi globali gli stati possano reagire in due modi differenti: 1. diventare chiusi alle diversità come stati sorvegliati: 2. Diventare stati aperti alla complessità.

Dalla modernizzazione lineare frutto della crescente industrializzazione, si è passati ad una seconda fase di modernizzazione (la modernizzazione riflessiva 4): mentre in passato ci trovavamo esposti a pericoli provenienti dall’esterno (dagli dei o dalla natura), oggi i rischi derivano da decisioni interne. Questo dipende da una costruzione allo stesso tempo scientifica e sociale, distinguendo due tipi di scientificizzazione:  scientifizzazione primaria (in cui la scienza viene applicata al mondo “dato” della natura) e scientifizzazione riflessiva (in cui le scienze si confrontano con i loro stessi prodotti, i loro difetti e i loro problemi collaterali). Da ciò ne consegue che LA SCIENZA DIVENTA SEMPRE PIÙ NECESSARIA, MA ALLO STESSO TEMPO SEMPRE MENO SUFFICIENTE PER LA DEFINIZIONE DELLA VERITÀ.

Da notare che nella modernizzazione riflessiva,  la latenza dei rischi va ad esaurirsi e le situazioni di rischio sono sempre più universali e non specifiche: da una parte cresce la scientificizzazione del rischio (solo la scienza può aiutarci a comprendere l’astrattezza del pericolo); dall’altra cresce il business del rischio (attraverso le diverse definizioni del rischio si creano nuovi bisogni e nuovi mercati):

“Una crescita della consapevolezza dei rischi non si accompagna a una capacità di controllo altrettanto sviluppata: si moltiplicano le tavole rotonde, le discussioni, i convegni, si assiste a un dibattito senza precedenti in cui opinioni contrastanti vengono messe interminabilmente a confronto, ma le conseguenze pratiche (cioè le iniziative politiche) di tutto questo dibattere sono lente ed esitanti, confermando la difficoltà di inserire nel contesto socioeconomico esistente la nozione aggiornata di rischio. Ne è un esempio il dibattito amplissimo sui cambiamenti climatici, sull’effetto serra e sul riscaldamento globale, che ha faticosamente prodotto alcuni protocolli internazionali cui molti Paesi sono riluttanti ad adeguarsi. A questo proposito, c’è da dire che il diffondersi della consapevolezza, se non è accompagnato da provvedimenti concreti rischia di ingenerare angoscia: allora, paradossalmente, è meglio non sapere e vivere alla giornata.”5

Niklas Luhmann, nella sua opera “Sociologia del rischio”, afferma come il futuro delle società moderne sia legato alle decisioni prese nel passato e tutto ciò può essere descritto con il concetto di rischio. L’autore pone particolare attenzione ad una corretta impostazione metodologica della gestione del rischio e alla formulazione di concetti, terminologie e strumenti appropriati, questo perchè gli stessi concetti di pericolo e rischio, se non correttamente formulati, possono generare informazioni errate. Quindi è opportuno definire la differenza tra pericolo e rischio. Il Pericolo: potenzialità di una determinata entità di causare un danno. Il Rischio: è legato alla probabilità o alla frequenza del verificarsi di un evento dannoso ed alla severità delle sue conseguenze. Inoltre, egli pone l’accento anche sul termine prevenzione, cioè l’insieme delle misure di sicurezza atte ad impedire il verificarsi di eventi dannosi. Queste misure sono adottate solo se si avvia un processo di analisi e valutazione del rischio appropriati. Al contrario di Beck, Luhuman parla di “situazioni di pericolo” nel cui contesto è possibile che si compia una condotta pericolosa. Queste situazioni hanno subito un notevole incremento nella modernità a causa delle innovazioni tecnologiche che rendono sempre più rischiosi determinati comportamenti che si inseriscono nelle attività, intrinsecamente pericolose dell’uomo.

Bauman, invece, analizza come la libertà dell’individuo sia diventata il valore dominante della società e questo porta ad un grande sacrificio, quello della sicurezza e della certezza. Il sociologo polacco denota come la globalizzazione abbia caratterizzato l’attuale società da  Unisicherheit, ovvero INSICUREZZA ESISTENZIALE: incertezza circa il proprio destino, sensazione che la propria persona si trovi costantemente in pericolo. Di fronte a questo scenario, Bauman propone la ricostruzione dell’Agorà: quella dimensione extraterritoriale in cui, tutto ciò che conta nella vita privata delle persone, è connesso all’esistenza di uno spazio comune idoneo a creare una strategia difensiva che contempli l’impegno collettivo. Secondo Bauman la comunità manca perchè manca la sicurezza. L’insicurezza attanaglia tutti ma ciascuno di noi consuma la propria da sola, vivendola come un problema individuale: il risultato dei fallimenti personali è una sfida alle proprie doti e capacità. Le fonti dell’incertezza sono ben nascoste mentre le cause sono fin troppo, inducendoci per così dire a credere che si abbia facoltà di restringerle. Per questa mancanza di chiarezza della situazione si sente parlare poco di “incertezza esistenziale”. Secondo la teoria di Bauman, dunque, per quanto intensi siano gli sforzi, è illusorio credere di poter individuare soluzioni locali a problemi che risultano inevitabilmente globali. Il postmodernismo è caratterizzato da una globalizzazione planetaria, che investe tutti i campi della vita sociale: globalizzazione economica (crisi economiche mondiali), globalizzazione ambientale (global warming), globalizzazione informatica (internet e social media), globalizzazione sanitaria (di cui il coronavirus ne è un esempio lampante).

 Queste sono tutte realtà che condizionano l’uomo in modo totalmente diverso rispetto al passato e il sentimento ormai diffuso è quello di impotenza nei confronti di un mondo nuovo e, allo stesso tempo, IMPREVEDIBILMENTE RISCHIOSO. Che il Coronavirus sia l’inizio di una battaglia batteriologica e la mutazione genomica di un agente patogeno, la bomba della paura è stata innescata.

 

 

 

(Dott.ssa Sonia Angelisi – sociologa, ricercatrice indipendente)

 

NOTE:

[1] Yuval Noah Harari, Homo Deus, Bompiani 2017

2 ibidem

3 econdo alcuni virologi intervistati dalla rivista Nature il coronavirus può trasmettersi solo tramite mammiferi e uccelli, e non ci sono prove che possa infettare altre specie animali.

4   La modernità giunge alla consapevolezza di se stessa a seguito del fatto che si è venuta a creare un modernizzazione non pensata, ma prodotta meccanicamente dalla propria dinamica.

5 U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, 2013

 


Lascia un commento

Anti - Spam *

Cerca

Archivio