RELAZIONI CHE CURANO: QUANDO ASCOLTO E PAROLE DIVENTANO STRUMENTI DI CURA

Il sociologo, in quanto interprete delle trasformazioni culturali e sociali, diviene professionista fondamentale per quella che si definisce umanizzazione delle cure. Dagli ultimi sondaggi, emerge che il cittadino ricerca sempre più percorsi terapeutici in cui la medicina si carica di componenti umane e relazionali. Tale esigenza comporta una radicale revisione dei sistemi sanitari contemporanei, nonché una trasformazione della relazione medico/paziente.

<<=== dott./ssa Sonia Angelisi

Perché il sociologo?

“La sociologia della salute e della medicina ha fra le sue aree applicative la sociologia clinica, l’educazione e la formazione alla salute, la promozione della salute, la comunicazione della salute, la valutazione della qualità dei servizi, la progettazione sociale finalizzata al benessere e ogni altro ambito scientifico, progettuale e operativo che utilizzi gli strumenti e le conoscenze sociologiche per conseguire finalità di prevenzione, formazione, promozione, cura, riabilitazione, intervento territoriale, organizzazione dei servizi e delle prestazioni, programmazione e progettazione del benessere a tutti i livelli.” (Mara Tognetti. Nuovi scenari della salute)

Dalla definizione di cui sopra, appare chiaro come il sociologo possa inserirsi:

sia come figura di intermediazione  tra operatori sanitari e pazienti, incentivando nuove modalità di relazione e formando gli medici, infermieri e OSS secondo i principi dell’ascolto attivo; inoltre, si possono prevedere azioni concertative che seguano una linea di rieducazione della società nei confronti del malato: un’azione sinergica che vede coinvolte istituzioni, ambiente, mondo associativo.  Una sorta di CITTADINANZA SANITARIA definita come quel processo di coinvolgimento dei cittadini nella costruzione del bene salute e nella sensibilizzazione verso chi è meno fortunato di noi – malattie congenite, disabilità, malattie invalidanti.

e sia come professionista della promozione della salute, mettendo in atto nell’ambito della sociologia clinica e della socioterapia, tutte quelle strategie operative in grado di agire in un’ottica salutogenica sia nei confronti del singolo sia all’interno di gruppi, coppie, famiglie. EDUCARE ALLA SALUTE significa insegnare ad apprendere quelle regole necessarie a preservare al meglio il nostro stato di salute, prevendendo tutte quelle situazioni che lo potrebbero alterare. Quindi, stili di vita fatti di corretta alimentazione, attività fisica, sane relazioni sociali. Ma è necessario anche informare sulla eccessiva MEDICALIZZAZIONE E FARMACOLOGIZZAZIONE della vita domestica.

Per umanizzazione delle cure si intende tutto ciò che, pur non guarendo, fa stare meglio perché si basa sull’apertura e sulla comprensione dell’interiorità del paziente, sull’attenzione alla persona come unica e insostituibile, sul malato come essere umano e non numero di posto letto con cui dialogare e apprendere forza e debolezza del trattamento medico. In Italia si parla di umanizzazione in ambito sanitario dal 1992 quando, grazie al Decreto Legislativo n.502, è stato introdotto il principio secondo cui le strutture e le prestazioni devono essere adeguate alle esigenze dei cittadini. 

Un processo di umanizzazione passa in primis attraverso una comprensione della relazione, un riconoscimento dell’altro come entità umana e non solo come sintomo da curare. L’intervento medico, dunque, non si limita alla diagnosi e alla terapia in senso stretto, ma amplia il suo raggio d’azione, il suo sguardo clinico, facendo delle parole uno strumento di cura.

Le parole sono creature viventi
prigioni sigillate dal mistero
(Hugo von Hofmannsthal)

La citazione di questo scrittore austriaco ci serve per mostrare quella che è la potenza intrinseca delle parole, spesso sottovalutata e ignorata. La parola, come ogni allegoria e metafora, non è mera descrizione, ma è un’entità creativa: scegliendola si sceglie e genera una realtà. Un’azione così potente ha un impatto incredibile sulla vita umana: migliore è il nostro uso delle parole, migliore sarà il nostro potere sulla nostra realtà. Esprimere con le parole è curativo:

“Robert Levy, antropologo statunitense, negli anni ’50 condusse degli studi sullo strano alto tasso di suicidi che affliggeva Thaiti. Così scoprì che nella cultura e nella lingua thaitiana non esisteva la concezione del dolore, fuorché di quello fisico. Davanti al dolore interiore (che ovviamente provavano) i thaitiani non sapevano come reagire, era qualcosa di anormale, non avevano parole per esprimerlo, e reagivano col suicidio.” (https://unaparolaalgiorno.it/significato/parola)

Del resto, parola significa proprio Rivelazione: la parola che apre alla verità, che invita a scoprire.

È  attraverso il linguaggio, da un punto di vista strettamente sociologico, che noi ci mettiamo in relazione con l’altro. Il linguaggio è la prima fonte di socializzazione, il più importante sistema di comunicazione umana e la principale forma di mediazione simbolica. È lo strumento attraverso cui comprendiamo, costruiamo e de-costruiamo la realtà soggettiva. Il contesto sociale ha un’importanza enorme nello sviluppo del linguaggio (Bruner, Vygoskij), poiché tutti i processi mentali, incluso il linguaggio, hanno un fondamento sociale, cioè sono influenzati dalla cultura e si realizzano attraverso le relazioni sociali. Dunque, il linguaggio ha una forte valenza sociale, in grado di organizzare qualitativamente le categorie di pensiero. Il linguaggio determina forme e modi di pensiero, modelli culturali e, quindi, strutture sociali. Dunque, linguaggio come strumento di socializzazione e come  prodotto del contesto sociale di riferimento.

I linguisti Searle e Austin affermano che enunciare una frase significa anche compiere un’azione, quindi abbiamo: atti locutori: l’atto che si compie nel parlare, nel descrivere cose; atti illocutori: corrisponde all’enunciazione performativa, cioè come viene pronunciata la frase: per esempio atti di ordinare, promettere, consigliare; atti perlocutori: descrivono gli effetti più lontani (dalla semplice azione immediata) cioè quelli sui pensieri e sui sentimenti. 

Atti illocutori e perlocutori sono oggetto primario del processo di umanizzazione delle cure, in quanto il come si dicono le cose e i “nervi” che vanno a toccare riguardano proprio la sensibilità di chi parla e di chi ascolta. Le parole, di fatti, sono impegnative per chi le dice e per chi le ascolta. Comunicare una diagnosi infausta non è semplice per il medico il quale cerca di distaccarsi dall’oggetto del suo discorso (la diagnosi in sé) finendo, però, per distaccarsi anche dal soggetto (paziente) a cui è diretto il suo discorso. L’equilibrio empatico da mantenere non è semplice, ma non si può sottovalutare, anche perché le parole hanno un valore curativo, come è stato dimostrato da studi recenti: una ricerca del 2001 ha dimostrato, ad esempio, come le parole del medico concorrano nel modificare la risposta dei pazienti agli stimoli dolorosi e quanto l’aspettativa positiva sull’assunzione di determinati farmaci, migliori l’effetto dei farmaci stessi.

Come attuare una umanizzazione delle cure?

Se tanto è stato fatto in ambito sanitario a livello informativo, riempiendo l’utenza di opuscoli informativi, ponendo attenzione all’ampiezza degli orari di visita giornalieri, e al rapporto tra posti letto e servizi igienici, poco è stato fatto a livello culturale e formativo, come se ancora una volta il problema della umanizzazione delle cure fosse argomento a sé rispetto al rapporto medico/paziente. Eppure, abbiamo visto come è proprio al livello del linguaggio che si deve intervenire in maniera precisa.

Agire sul linguaggio, quindi, capendo innanzitutto che bisogna rendersi comprensibili al paziente. La non comprensione, genera confusione e la confusione genera paura, alimentando così uno stato di ansia che rallenta la capacità di ragionamento, causando così un circolo vizioso. Quindi, come prima azione, è importante evitare di utilizzare un linguaggio troppo tecnico e complesso, perchè rischia di dare luogo a fraintendimenti e confusione.  Inoltre, non rendersi comprensibili con un linguaggio tecnico, rischia di metter in imbarazzo il paziente il quale eviterà di fare domande per non apparire sciocco di fronte al suo medico, il quale sbrigativamente (soprattutto nell’ambito pubblico in cui si accumulano file chilometriche di pazienti), non troverà le parole adatte e la pazienza necessaria per spiegare al proprio paziente cosa accade al suo corpo.

Un dialogo così prospettato, non farebbe altro che minare il rapporto di fiducia medico /paziente e caricare i familiari di uno stress improvviso che non sono in grado di gestire a causa di questa asimmetria informativa.

La comunicazione, dunque, dovrebbe:

essere semplice, no al linguaggio tecnicistico; essere completa, senza tralasciare nulla riguardo all’iter di cura; essere attenta al paziente (comunicare guardando negli occhi, non distrattamente dando ad intendere che si è in procinto di fare altro); verificare la comprensione, chiedendo al paziente di riassumere quanto detto; essere continuativa, cioè non risolversi nell’atto della visita medica, ma garantire un’assistenza al  paziente anche quando torna a casa, attraverso app, messaggistica, qualsiasi strumento che possa far sentire il paziente protetto in una rete di ascolto e cura.

Le parole diventano cura. Ma anche questa affermazione non è propriamente corretta. Non sono le parole in sé a curare, ma è l’atteggiamento globale della persona, il suo rapportarsi all’altro. Forse, allora, sarebbe il caso di parlare di “relazioni che curano”, visto che la comunicazione si fonda sulla relazione, sul riconoscimento dell’altro, ed è proprio la relazione medico/paziente ad essere oggetto del processo di UMANIZZAZIONE DELLE CURE.

Del resto, le parole senza ascolto e senza attenzione fisica (lo sguardo e la gestualità accogliente), diventano parole vuote.

Lo psichiatra Borgna, focalizzandosi sull’uso delle parole, scrive quanto sostiene l’oncologo francese David Khayat: “La chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia sono ovviamente strumenti di cura essenziali per i tumori, ma a esse è necessario aggiungere un altro strumento: quello delle parole. Le parole si dicono, come quelle che si ascoltano; le parole che si condividono, che ci uniscono, che confortano, che feriscono. Le parole sono dotate di un immenso potere: sono in grado di aiutare, di indicare un cammino, di recare la speranza o la disperazione nel cuore dei malati che, nel momento in cui scendono nella voragine della sofferenza, hanno un infinito bisogno di dare voce alle loro emozioni e al loro dolore, che è dolore del corpo e dolore dell’anima. Quante persone ferite dalla malattia sono lacerate dalle persone troppo violente, troppo dure, troppo inumane che i medici rivolgono loro. Una diagnosi comunicata in un corridoio o a una segreteria telefonica, un gesto ambivalente che lascia presagire indifferenza o preoccupazione, uno sguardo sfuggente al momento di rispondere a una domanda: tutto può causare angoscia o disperazione. Così bisogna scegliere parole che possono essere subito comprese e che non feriscano. Questo è il compito di cura: creare relazioni umane che consentano al malato di sentirsi capito, accettato nella sua fragilità e nella sua debolezza. (…) Le parole non sono incolori, non sono uniformi. (…) Ma le parole, certo, non bastano: se i pazienti hanno la sensazione che non si sia avuto il tempo di ascoltarli, di comprenderli, di prendere coscienza delle loro sofferenze, penseranno che non tutto sia stato fatto per essere loro d’aiuto.” (da Le parole fragili, Borgna)

Ecco, allora, che prima ancora dell’uso delle parole, viene l’ascolto: quello attento, quello empatico, quello attivo in cui il paziente si sente considerato come persona nella sua interezza. Esistono realtà, come quella del Counseling Sociolistico, che potrebbero attivarsi in tal senso prevedendo percorsi formativi per il personale sanitario in modo da vedere finalmente realizzata la volontà di cooperare sinergicamente per una cura più sensibile alle esigenze interiori del malato.

(Sonia Angelisi – sociologa)


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