Un cazzotto ben assestato in pieno volto

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Questo l’effetto che ognuno di noi ha vissuto sulla propria pelle. Un momento surreale, che stiamo vivendo giorno dopo giorno. E non a causa di un cambiamento gradito e su base volontaria, ma per l’applicazione di una misura che, per quanto necessaria, limita drasticamente le libertà del singolo, stravolgendone repentinamente le abitudini.

Così, senza preavviso alcuno, la forsennata frenesia, che caratterizzava le nostre vite fino a ieri, ha dovuto cedere il passo alla lentezza che inevitabilmente costringerà a misurarci con la bellezza della normalità delle piccole cose che torneremo ad apprezzare. Perché è così che va: non ci si rende conto di quanto sia bella la normalità fino a quando questa non ci viene negata o sconvolta. Ci siamo dovuti fermare a beneficio della salute della collettività e siamo stati obbligati a ripensare la nostra dimensione spazio-temporale, con una contrazione della prima e una dilatazione della seconda, in questa imprevedibile dimensione surreale, quasi onirica.

Per giorni e giorni ci ritroviamo costretti a condividere lo spazio 24 ore su 24 con coniugi e figli, e ciò con inevitabili ripercussioni sulle relazioni. L’amore verrà rinvigorito? Le relazioni rinsaldate? Oppure, accadrà l’esatto contrario?

Fare previsioni è azzardato e pure ingiusto; certo, inutile. Piuttosto, si può cogliere l’occasione, visto il tanto tempo disponibile, per una riflessione un po’ più approfondita sulle conseguenze di questa “convivenza al tempo del coronavirus”.

Maxwell Marltz, chirurgo estetico americano, nel suo best seller “Psycho – Cybernetics”, scritto nel 1960, attraverso l’esperienza diretta con i suoi pazienti, arrivò alla conclusione che il cambiamento di una abitudine richiede almeno una quantità minima di tempo pari a 21 giorni.

         Certo, il suo studio, scritto in un’epoca ben lontana dalla attuale (con tutto ciò che ne consegue in termini di conoscenza e di sviluppo tecnologico), si basava sull’applicazione della cybernetica – scienza che studia i fenomeni di autoregolazione e comunicazione negli organismi naturali e nei sistemi artificiali – alla psicologia. In base a quella che poi si rivelerà una fortunata intuizione, sappiamo bene che la natura ci ha dotato di un servo-meccanismo – la mente – che se utilizzato correttamente ci permette di raggiungere qualsiasi obiettivo anche a costo di cambiamenti radicali nel nostro modo di atteggiarci verso la vita.

         Al netto delle trattazioni sull’immagine dell’io, così cara alla psicologia moderna, e sui meccanismi che determinano la nostra autostima, secondo altri studi statistici, tra i quali quello condotto di Philippa Lally – ricercatrice di psicologia della salute presso la University Collage di Londra – e dal suo team, il tempo necessario sarebbe addirittura di 66 giorni.

         Comunque sia, non spariremo come dinosauri colpiti da un meteorite e tutto quel che viviamo oggi, in questo tempo che potrà anche sembrarci lunghissimo, a un certo punto sparirà.

E, allora, come saremo? Cosa sarà rimasto di quel noi che eravamo prima? Prima di questo tempo.

Il paradosso di questa epidemia globale, che pone il divieto alle strette di mano e alla possibilità di qualunque contatto fisico, è che accentua gli effetti collaterali del tipo di vita che già stavamo vivendo.

Noi già sapevamo che oggi si può fare e condividere (to share è divenuta una parola comune) tutto a distanza, con una frequenza tale che si stava trasformando in un problema per gli immancabili studiosi del caso. Perché lo sharing è virtuale, è una condivisione immaginaria, mentre gli essere umani sono fatti di carne e ossa e di conseguenza il contatto non può che essere fisico, oppure la vita reale se ne resta altrove.

Non in questo momento. Nel tempo delle restrizioni, della “convivenza al tempo del coronavirus”, lo sharing assume il compito di una necessità molto, molto umana: poter condividere… rimanere in contatto, anche a distanza.

A questo punto, spetta a noi la scelta: possiamo lasciarci sopraffare questa surreale situazione, oppure possiamo trasformare COVID-19 in un’opportunità, per far sì che il tempo sospeso di questo #iorestoacasa lavori produttivamente per noi stessi.

È un momento di costrizione, vissuto con un senso di oppressione per i troppi divieti imposti. L’eccezionalità del momento invita ad accettare questo momento. Tenendo sempre presente, però, un concetto fondamentale ed inderogabile: anche se a molti può piacere l’esercito e l’uomo forte al comando, l’Italia non è la Cina, per fortuna!

 Lo stato di diritto non si sospende neanche al tempo del coronavirus. I diritti fondamentali non possono essere sacrificati al protagonismo dei singoli dietro il paravento di un’emergenza, che è reale, concreta, preoccupante, ma, proprio perché emergenza, deve essere considerata nella dimensione temporale della momentaneità.

Le regole della democrazia devono essere sempre un punto di riferimento davanti ad ogni decisione, per evitare il rischio di un ribaltamento dei termini in base al quale la politica verrebbe sostituita dal tecnicismo, la scienza con l’elitarismo e l’opinione pubblica con il populismo. Neanche al COVID-19 è permesso di mettere a repentaglio il valore assoluto, il senso storico e civile delle democrazie occidentali.

Stavamo già vivendo quella fase transitoria tipica di una società post-moderna avendone messo a nudo le sue contraddizioni. Non consentiremo che il virus uccida conquiste sociali e politiche frutto di un progresso secolare che l’uomo ha percorso lungo un tragitto difficile e sconnesso, raggiungendo comunque il traguardo prefissato.

Maurizio Bonanno – giornalista e sociologo


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