TRA FESSERIE E PANDEMIE: L’AUTOCOMUNICAZIONE DI MASSA

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Il problema delle fake news è ormai risaputo, il dibattito sulla “disinformazione” digitale è all’ordine del giorno, tutti sono consapevoli del problema, ma nessuno mette in atto soluzioni efficaci. Facebook qualche giorno fa ha comunicato di aver chiuso 23 pagine che diffondevano fake news, ma è come trovare un ago in un pagliaio.

Le segnalazioni sono arrivate dalla piattaforma Avaaz, ONG che promuove attivismo sui diritti umani.  L’allarme è scattato per numerose violazioni: cambi di nome che hanno trasformato pagine di informazione in pagine politiche, uso di profili falsi, hate speech (incitamento all’odio), comportamenti non autentici o di spam delle pagine.

Grazie al passaparola dei social, invece, le false notizie si moltiplicano ad una velocità apparentemente incontrollabile ed ingestibile, facendo diminuire anche il peso e l’autorevolezza dei giornalisti. Sui social ognuno può far circolare informazioni senza che vengano anticipate da una opportuna forma di verifica. In sostanza non si evidenzia più una separazione tra chi la notizia la produce e chi ne usufruisce (Alvin Toffler), le due figure sembrano sempre più fondersi, ingenerando sempre più confusione. Ma blog e social consentono una maggiore partecipazione del lettore, quella che il sociologo spagnolo Manuel Castells definisce “autocomunicazione di massa, perché si realizza in un contesto in cui la comunicazione viaggia da molti verso molti, mentre è autocomunicazione perché il mittente elabora in modo autonomo il messaggio e lo trasmette alle sue reti di destinatari”.

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Ma i problemi non giungono, ahinoi, solo dai “giornalisti fai da te”, ma proprio dai professionisti dell’informazione che, senza alcuno scrupolo, sacrificano la veridicità della notizia rispetto alla visibilità che la viralità della stessa porta, al consistente ritorno di immagine, like e seguito, verso sé stesso e la propria testata. Ottenuto il consenso iniziale poco importerà se poi la notizia si rivelerà falsa, l’accertamento è sempre lungo e faticoso e la smentita non avrà mai lo stesso spazio, anzi ci sarà la possibilità di smentire se stessi e fare un altro pieno di “mi piace”.

Una volta c’erano solo i libri che avevano “l’autorità” di certificare le informazioni. Poi sono arrivati anche i giornali che hanno avuto il compito di disseminare notizie, il più veritiere possibile e assolutamente da distinguere dalle opinioni personali. A dare informazioni erano e sono deputati studiosi della materia, storici e professori; a dare notizie erano e sono deputati i giornalisti che hanno il dovere di verificarle, quanto più possibile, con alto senso di deontologia professionale. Sia informazioni che notizie dovrebbero essere scevre da interessi di parte, diverso invece è il discorso della opinione personale. Ognuno ha il diritto di avere una propria opinione personale e confrontarsi con altre persone, l’importante è dare la possibilità al lettore di distinguere tra la notizia e la propria opinione.

Scrivere che le pandemie sono una punizione di un dio è un’opinione, condivisibile o meno; far intendere che la medesima punizione arriva con precisione matematica perché ogni 100 anni si è verificata una pandemia è un falso storico. Circola in queste ore un post che identifica nel 1720 l’avvento della peste nel mondo, il 1820 quello del colera, il 1920 quello della influenza spagnola e il 2020, ovviamente, quello del  coranavirus.  Siccome è più facile trovare fake news su facebook, specie se non proposte da organi di informazione di assoluto prestigio, allora è stato automatico andare a verificare questa sequenza. La cosa che subito emerge nel verificare le date è che non c’è alcuna sequenza perché le epidemie e pandemie si sono susseguite nei tempi più disparati, a cominciare dal 430 a.C. con una febbre tifoide che si diffuse nel Mediterraneo orientale, la peste di Atene; nel 165 un’epidemia di vaiolo uccise 5 milioni di uomini; nel 541 la peste bubbonica che si diffuse sui territori dell’impero bizantino e su Costantinopoli. La peste nera si diffuse nel 1300 e non nel 1720, uccidendo 20 milioni di persone in Europa. Anche in quel caso si parla di importazione della pandemia dalla Cina. Il tifo si sussegui nel 1489, nel 1528 e nel 1811; il colera si è presentato più volte e non nel 1820, ma nel 1816, nel 1829, 1852, 1899, 1960, e l’ultima volta a Napoli nel1973. L’influenza spagnola iniziò nel 1918 e non nel 1920. La pandemia più grave registrata sul nostro pianeta, anche perché sviluppatasi in concomitanza con la prima guerra mondiale. Il virus contagiò mezzo miliardo di persone, uccidendone 25 milioni. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale che contava poco meno di 2 miliardi di persone. Nel secondo dopoguerra si alternarono altri contagi importanti: l’influenza asiatica nel 1957 e dichiarata conclusa nel 1960, grazie ad un vaccino che permise di spegnere la pandemia, ma che causò 2 milioni di morti. Nel 1968 fu la volta dell’influenza di Hong Kong, una influenza aviaria che in 2 anni uccise circa 1 milione di persone e poi l’epidemia di Aids nel 1981. Nel nuovo millennio si è iniziato con la SARS (sindrome acuta respiratoria grave), tra il 2002 e 2004, forma atipica di polmonite apparsa in Cina.In un anno uccise 800 persone.

Poi l’influenza suina, AH1N1, tra il 2008 e 2009. Infine il coronavirus nel 2020, altrimenti detto Covid-19 (dove –Co- indica le iniziali di Corona, -vi- le iniziali di virus, -d- iniziale di disease (malattia), 19 l’anno in cui si è manifestata. Gli effetti li stiamo registrando tutt’oggi e al 24 di marzo 2020 i contagiati nel mondo sono arrivati a superare quota 380 mila e più di 16.500 morti. 200 mila di questi casi sono in Europa, di cui oltre 30 mila in Germania e 144 morti, più di 35 mila in Spagna, con circa 2700 decessi, in Francia 20 mila con 862 deceduti, nel Regno Unito, 6700 con oltre 300 morti, in Italia si è giunti a quasi 64 mila contagiati e più di 6 mila morti, con un tasso di letalità (percentuale di morti rispetto al totale di positivi al tampone) del 9,4%.

Il tasso di mortalità è invece rappresentato dal rapporto il numero di persone decedute con quello dell’intera popolazione interessata. In Cina, dove ha avuto luogo il primo focolaio, oggi si registrano solo casi di ritorno, ossia importati dall’estero, e 1 solo interno dopo 5 giorni a quota zero. Negli usa sono oltre 46 mila i contagiati, in Iran 23 mila.

Quindi sarebbe sempre bene verificare le informazioni, prima per cultura personale, per arricchirsi e non credere ad ogni cosa che ci viene propinata e poi per evitare di diffondere ignoranza.

Davide Franceschiello – sociologo e giornalista


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