QUANDO IL GIOCO DIVENTA UNA TRISTE REALTA’

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MICHELE MICCOLI STUDIO 3E’ di pochi giorni fa la terribile notizia, diffusa dai media nazionali, secondo cui un gruppo di adolescenti e alcuni adulti sono finiti in carcere per aver traslato nella realtà un gioco virtuale.Sempre più spesso giovani e meno giovani appaiono completamente avulsi dalla realtà: ciò che provano durante i giochi, da cui ormai sono totalmente dipendenti, trova sovente sfogo nell’ambito reale. Lo si legge nelle motivazioni dei provvedimenti di carcerazione cautelare che hanno spalancato le porte del carcere a persone che, immerse nel gioco e nell’universo virtuale, per strada hanno picchiato incolpevoli passanti e clochard, totalmente ignari di quello che stava accadendo. L’uso patologico del gioco e la messa a repentaglio della pubblica incolumità hanno infatti ‘costretto’ il GIP di Monza a disporre provvedimenti cautelari per evitare la reiterazione del reato da parte di soggetti già incorsi in simili reati.Le condotte di abuso di videogiochi trovano collocazione nel DSM 5 ovvero nel dizionario delle c.d. patologie psichiatriche.

Ma come funzionano di fatto queste devianze?

L’internet gaming disorder prevede un uso ossessivo dei giochi di ruolo attraverso l’utilizzo del web e l’interazione con altri soggetti collegati da ogni parte del mondo. Ma vi è ben di più, perché al di là delle classificazioni psichiatriche, spesso bisogna fare i conti con uno scollamento totale dalla realtà e una conseguente avulsione in un mondo solo immaginario.Queste forme di gioco vengono totalmente introitate non solo dagli adolescenti ma in tanti casi anche da un pubblico adulto che, perdendo il senso del reale, comincia a mostrare una ritrosia nei confronti della vita quotidiana, rifugiandosi sempre più spesso in anomale forme di isolamento e perdendo interesse verso qualsiasi forma di relazione.Nei casi più gravi di dipendenza, si è costretti a ricorrere a ricoveri urgenti, come afferma la Dott.ssa Francesca Maisano, psicologa clinica e psicoterapeuta, che lavora a stretto contatto con il servizio psichiatrico.

Ma perché questo distanziamento dalla realtà direttamente proporzionale all’incollamento ai monitor, che rappresentano solo realtà virtuali?Cosa spinge un essere umano a staccarsi completamente dalla vita?Le risposte a una domanda del genere sono molteplici ma, secondo la statistica sociale, tra le prime cause ci sono il timore di non essere all’altezza delle aspettative e la speranza di riuscire a mitigare la solitudine pervasiva.Rivisitando la storia di molti pazienti affetti dall’ormai famigerata sindrome di Hikikomori, il comune denominatore è infatti sempre il medesimo ovvero la convinzione di non riuscire a fronteggiare gli ostacoli reali che, inevitabilmente, la vita quotidianamente ci pone di fronte.Di qui la necessità prima, e la dipendenza poi, di volersi identificare in qualcosa che possa portare una forma di gratificazione, ancorché del tutto virtuale.Termino portando alla luce alcuni comportamenti quotidianamente registrati e in costante ascesa: dal banale autoisolamento al mutismo, dalla totale apatia all’autolesionismo, destinato a sfociare in tanti casi in un consapevole suicidio.Ma come sostiene la dott.ssa Maisano, con una chiosa assolutamente positiva, se si è in grado di riconoscere la sintomatologia che inevitabilmente prelude la drammaticità degli eventi, il ricorso congiunto alla psicoterapia e alla farmacologia può rendere questa patologia solo un triste ricordo.

Prof. Michele Miccoli


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