L’INTERDIZIONE ANCHE DURANTE I MOMENTI DI RELIGIOSITA’ POPOLARE

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LOGOQuesta volta non si è trattato del “solito inchino” della statua del santo protettore di uno dei tanti paesini della Calabria nei confronti dell’abitazione di un boss, ammalato o ospite delle patrie galere, oppure di un suo congiunto. No, domenica scorsa a Zungri, nel vibonese, un uomo (come dicono) con la fedina penale macchiata, alla stregua dei mercanti scacciati dal tempio, è stato allontanato dalla processione della statua della Madonna della neve, patrona del piccolo centro di poco più di duemila anime. Quell’uomo dai bianchi capelli, dall’incedere incerto e dagli abiti dimessi (almeno così abbiamo intuito dalle riprese televisive) si trovava tra i portatori del lato posteriore della vara che portava in processione il quadro della Venerata Vergine.Per nulla impettito, quasi in sordina, assieme a molti suoi compaesani, l’uomo partecipava ad un momento di religiosità popolare.  Nessuno saprà mai quale spirito animasse quel gesto. Di questo, ovviamente, l’interessato dovrà rendere conto alla sua coscienza, prima ancora che ai carabinieri e alle gerarchie ecclesiastiche. Dall’analisi dell’episodio in questione, nonostante la pregressa esperienza professionale sempre finalizzata al disprezzo e alla condanna dell’antistato e maturata come autore di migliaia di reportage per la carta stampata e la televisione, ci pare temerario unirci al coro di quanti considerano il gesto un atto  di sfida o l’occasione per riaffermare l’autorità di un presunto appartenente ad un segmento dell’antistato. Avremmo accreditato questa tesi se l’uomo in questione o presunto boss (come riportano le cronache) fosse stato in prima fila, invece che sul lato posteriore destro dell’immagine portata in processione, quasi nascosto dagli altri portatori della vara.

Nelle manifestazioni pubbliche, anche religiose, i boss sono sempre in prima fila: una posizione strategica che esalta il loro status e ne aumenta il prestigio. Mai in mezzo alla massa: c’è poca visibilità e, ovviamente, un depauperamento della reputazione personale; ma anche altri rischi. Per portare in processione l’effige della Patrona celeste- la fonte è il parroco – occorrono ben sedici portatori: per la pesantezza della vara e del quadro, la resistenza umana è limitata a poco più di cinque minuti. E siccome la processione dura quasi tre ore il turnover interessa oltre cinquecento portatori.  E chi può giurare, men che meno noi, che tra prestatori di braccia e i fedeli in processione non ci fosse qualche “sepolcro imbiancato”? L’evangelista Luca riporta la parabola di Cristo sul “fariseo e il pubblicano”.Abbiamo letto di presunte pretese dell’interessato di portare a spalla il pesante quadro, ma non risulta vi siano state pressioni o, cosa ancora più grave, minacce o violenze esplicite. E allora, almeno che l’attività investigativa non dimostri il contrario, perché tanto clamore per un fatto che, forse, andrebbe letto in modo diverso?  Non è così che si consolida la presenza dello Stato in una terra alle prese con lo strapotere di organizzazioni criminali che, approfittando dei mali atavici del territorio, spesso (molto spesso, ahinoi!), fanno leva sui bisogni della gente per reclutare manodopera malavitosa.IMMAGINE SITO asi

Non neghiamo che in questa regione lo Stato sia presente: dal punto di vista repressivo lo è senza ombra di dubbio. In questa parte di territorio dello Stato italiano non abitano solo boss (per favore, chiamiamoli delinquenti!), picciotti, politici e burocrati corrotti che tuttavia sono una piccola percentuale rispetto alla maggioranza dei calabresi che osserva la legge e paga regolarmente tasse e tributi.Nulla da ridire nei confronti delle forze dell’ordine, i carabinieri in particolare, a cui nell’epoca del giornalismo romantico, per anni, abbiamo riservato la buonanotte in chiusura delle dure giornate alla ricerca della notizia. Il loro compito è difficile in una società che non perde l’occasione per seminare zizzania anche dove gli anticorpi della legalità aiutano il cittadino a separare il grano dal loglio. A Zungri i militari hanno fatto un’operazione preventiva, anche se il fermo della processione forse si sarebbe potuto evitare. Magari con un pizzico di saggezza: chiamare in disparte l’uomo che portava a spalla la vara, con la scusa di identificarlo. Seduti davanti al computer, col senno del poi, è sempre facile scrivere cosa avremmo fatto noi al posto dei carabinieri. Lo stesso discorso vale anche se avessero chiuso uno o entrambi gli occhi. Quello che infastidisce è la spettacolarizzazione della notizia che, anche in questo caso, ha prodotto dei veri e propri danni collaterali all’immagine della comunità teatro del fatto e all’intera Calabria, ostaggio di vecchi e nuovi stereotipi negativi.Il giornalista ha il dovere di riportare i fatti, ma nulla impedisce che gli stessi vengano sottoposti ad una sorta di “TAC”. Il giornalismo di trascrizione è un male per la società e diventa un virus quando la notizia viene confezionata con il sistema del copia – incolla di post pubblicati sui social. Non è il giornalismo messo in discussione, ma il sistema che lo governa, la mancanza di un organico, serio e obbligatorio piano di formazione per giovani e vecchi operatori dell’informazione.

IMG-20161102-WA0002Dicevamo della presenza dello Stato. La settimana in corso ha registrato in Calabria la visita di uomini dell’attuale Governo giallo – verde, che anche i calabresi hanno votato perché si considerano traditi delle vecchie élite dominanti. È ancora presto per capire la vera essenza democratica di populismi e sovranismi. Che Dio ci aiuti.E se il buon giorno si vede dal mattino, con le dichiarazioni che ministri e sottosegretari hanno fatto durante la loro permanenza sul suolo magnogreco, allora non diventa difficile convincerci che l’aumento del Pil sia davvero collegato alle variazioni climatiche che provocano una maggiore vendita di climatizzatori.  Sentirsi dire che la Calabria è povera di infrastrutture di base è il ritornello ricorrente: da Giolitti all’attuale Ministro per il Sud. Alla prossima occasione, altre promesse, altre lusinghe.

Torniamo alla festa della Madonna della neve, per rifiutare di credere che davvero quell’improvvisato portatore di vara abbia rappresentato un problema di ordine pubblico. Anche se ciò fosse stato vero, e francamente non lo crediamo, fermare la processione ci è sembrato quasi esagerato. Sarebbe bastato che un militare della Benemerita si fosse avvicinato al “pericolo” invitandolo a seguirlo fuori dalla processione. Niente scandalo e niente pubblicità negativa per la comunità che, sempre da quanto si apprende dai rendiconti giornalistici, pare non abbia gradito. Al momento il rapporto che i carabinieri hanno inviato all’autorità giudiziaria e alla DDA competente non avrebbe prodotto rilievi penali.

Perplessità, infine, suscita la posizione assunta dalla Chiesa sulla vicenda. Come se non spetti a questa antica e prestigiosa istituzione procedere ad una radicale riforma dei riti della tradizione religiosa che in alcune loro espressioni, alla luce dei cambiamenti epocali, appaiono quasi un residuato di cerimoniale pagano. In un’epoca in cui la dimensione religiosa continua a declinare con il progredire della modernità, come se la profezia positivista stesse avverandosi, la metà dei credenti italiani (secondo una stima CESNUR pubblicata di recente sul quotidiano La Stampa) pratica una religione fai da te. “Milioni di persone costruiscono un percorso spirituale sganciato dalle fedi organizzate e dalle strutture tradizionali. I cristiani – si legge nello speciale del giornale piemontese- restano maggioranza, ma solo il 18,5% va a messa la domenica. Per gli altri è un’identità etnico-culturale”.

“Nelle società occidentali ogni persona crea con sempre maggiore indipendenza quelle narrazioni religiose – il ‘Dio personale’ – che meglio si adattano alla propria vita ‘personale’ e al proprio ‘personale’ orizzonte di esperienza”. Così scriveva quasi dieci anni fa inell’opera ‘Il Dio personale – La nascita della religiosità secolare’ il sociologo tedesco Ulrich Beck secondo il quale: “Al contrario delle Chiese e delle sette, il Dio personale non conosce infedeli, perché non conosce verità assolute, né gerarchie, eretici, pagani o atei. Nel politeismo soggettivo del Dio personale –è ancora Beck – trovano posto molte divinità. In esso viene messo in pratica quello che le religioni e le Chiese, vincolate alla loro pretesa veritativa, ritengono non solo moralmente riprovevole, ma anche logicamente impensabile: nella loro ricerca nomade della trascendenza religiosa, gli individui sono sia credenti sia non credenti”. E Zygmunt Bauman, alcuni anni dopo, in un’intervista all’Osservatore Romano, ha ripreso il concetto di Beck e sui gusti della nuova spiritualità ha parlato di “religione à la carte”. Per il teorico della modernità liquida sono soprattutto i giovani che operano “una selezione tra le diverse fonti, talvolta decisamente esotiche o, in misura minore, di quella anglicana o protestante. Prevale comunque l’attitudine a ibridare elementi diversi, secondo i bisogni particolari e la sensibilità dei singoli: su queste basi, è molto difficile che si costituiscano dei gruppi organizzati, delle comunità di fede in senso proprio”.

Mons. Luigi Renzo (vescovo di Mileto – Nicotera – Tropea) ci perdoni se, per un momento, ci viene in mente il braccio di ferro con la fondazione “Cuore immacolato di Maria rifugio delle anime” di Paravati. Ma questo è un altro discorso.

La Chiesa calabrese dovrebbe oggi domandarsi se le processioni abbiano ancora una portata spirituale o se invece sono  solo una vetrina per apparire.Più volte negli ultimi anni, osservando le processioni di santi protettori, abbiamo riscontrato scarsa spiritualità in una società votata alla religiosità fai da te con molti cristiani che continuano a perdere contatto con la religione d’origine. Più di altre Chiese regionali, quella calabrese è chiamata al guardarsi al suo interno per adeguare i suoi gesti alla modernità, sfrondandoli dai vecchi anacronismi per aiutare le nove generazioni che, pur mantenendo un labile legame con il cattolicesimo, sono esposti al virus dell’ateismo pratico il cui sentimento religioso risiede solo nell’interiorità personale.In un’intervista esclusiva, rilasciata ad una televisione regionale, il protagonista della vicenda ha dichiarato di essere un credente, di aver pagato i suoi debiti con la giustizia e che la sua partecipazione alla processione della Madonna della neve risale alla sua fanciullezza.

Difficile non pensare alla misericordia del Dio dei cristiani.

Antonio Latella

giornalista professionista e sociologo (presidente nazionale dell’Associazione Sociologi Italiani)

 

 

 


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