L’AMORE PER LA MAGLIA? BALLE DA MERCENARI

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latella 14 luglio 2017L’inizio dei ritiri delle squadre di calcio coincide con il dato fornito dall’Istat sulla povertà in Italia. Riguarda lo stato delle famiglie: oltre un milione e mezzo per un totale di quasi 5 milioni di persone in stato di povertà assoluta.In precedenza l’Istituto di statistica aveva pubblicato elementi ancora più drammatici sulla disoccupazione e sul saldo demografico. Una fotografia sociale che, se paragonata a una delle tante istantanee che giungono dalle zone dei bombardamenti siriani, fa rabbrividire, forse, anche quanti rimangono insensibili a scenari da fine del mondo.Chiediamo scusa: i poveri per un giorno possono aspettare, perché le luci della ribalta, “obtorto collo”, li accendiamo su una categoria di ricchi che milioni e milioni di poveri paradossalmente amano. Quella degli abitanti del pianeta calcio che godono di simpatia, tolleranza e ammirazione da parte delle masse sparse sul suolo di “madre terra”.Calciatori, allenatori, presidenti e finanche i magazzinieri: idoli quando fanno parte degli organici della squadra del cuore, nemici se appartengono al sodalizio avversario.  Il calcio è bello perché amato sia dagli abitanti delle società opulente sia da quelle in via di sviluppo o povere. Il fascino di questo sport non si discute, mentre il sistema che lo alimenta sì, in quanto rappresenta la più grande ingiustizia sociale mai esistita dalla creazione del mondo.Quattro, cinque, sei, sette milioni di euro a stagione (con l’aggiunta della carezza del bonus) per realizzare al massimo una ventina di reti, parare qualche rigore, impedire all’avversario di toccare palla, sceneggiare una caduta in area, rifilare qualche “innocente” calcione all’avversario altro non sarebbero che un’elemosina concessa agli officianti di un rito, il gioco del calcio, diventato una sorta di religione universale.Fenomeno in cui, secondo l’antropologo francese Marc Augé, “numerosi individui provano gli stessi sentimenti e li esprimono attraverso il ritmo e il canto”. Gli stadi – dice ancora – “diventano così luoghi di senso e controsenso, simboli di speranza, di errore o di orrore, in cui si compiono ancora i grandi rituali moderni”.

Non è il fenomeno sociale e partecipativo che si vuole mettere in dubbio quanto riflettere su un sistema che alimenta forme spropositate di ricchezza in un mondo strozzato da vecchie e nuove povertà. Potenzialmente, i calciatori fanno parte di quel segmento di popolazione mondiale (meno del 10%) che detiene quasi il 90% della ricchezza del pianeta. C’è chi riesce a far fruttare questa ricchezza e chi, invece, dopo aver appeso le scarpe al chiodo, dilapida tutto sprofondando in uno stato di estrema povertà per diventare ostaggio di alcool, droga e protagonista di piccole e grandi illegalità che lo aiutano a sbarcare il lunario.  Il mondo del calcio genera modelli di riferimento per milioni di adolescenti e giovani che scimmiottano il look, la postura, i comportamenti, il linguaggio di quanti, anche se diventati ricchi tirando calci ad una sfera di cuoio, rimangono ragazzi viziati i cui valori si identificano nell’automobile di grossa cilindrata, nella ragazza prosperosa, nei flirt con new entry del mondo dello spettacolo, nella vita sregolata se non spericolata.Piercing, tatuaggi (secondo una recentissima classifica del Daily Mirror quelli dei calciatori sono i peggiori) che sporcano gran parte del corpo fanno parte di un incomprensibile modo di essere che contagia migliaia di adolescenti.Per non parlare di certi rituali ipocriti: baciare la maglia, sostenere di essere attaccato ai colori sociali, giurare amore eterno alla squadra che li ha resi famosi e ricchi. Balle, ipocrisia da mercenari. Non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio, per carità. Il caso Totti docet: ma per trovare un altro Francesco, grande uomo e grande capitano della Roma, purtroppo bisogna far ricorso alla lanterna di Diogene.Perché l’amore viene cancellato da un ingaggio di un paio di milioni di euro in più in un contratto che magari contribuisce ad allungare di qualche stagione una carriera ormai al tramonto. Al termine della quale la società contemporanea sarà costretta a sopportare i commenti televisivi e giornalistici di un altro ricco con la patente di ignorante.

Antonio Latella – Giornalista e sociologo


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