EROI ED ESEMPI VERI

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“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” (Bertold Brecht)

Le loro gesta, il loro impegno civile, le loro sofferenze e, soprattutto, la loro umanità continuano a restare lontani dai riflettori che illuminano il villaggio globale.  Questi gli eroi dell’Italia di oggi: i medici e gli infermieri in prima linea, il cui destino è legato indissolubilmente a quello dei loro pazienti.

Eroi che combattono una delle tante guerre contro un nemico invisibile e potente che non conosce confini, razze, condizioni sociali, uomini senza Dio, buoni o cattivi. Lavorano in silenzio, muoiono per salvare vite umane: le nostre. Dovremmo essere grati a questi nostri fratelli che continuano a non tradire il “Giuramento di Ippocrate”.

Eroi che solo dopo essere caduti sul campo la società li ricorderà con un necrologio, con un “pezzo” a piè di pagina in uno dei tanti quotidiani, in meno di 30 secondi di un servizio televisivo, con un postumo riconoscimento da parte dello Stato.

” Non sempre si trovano le parole per esprimerLe la nostra gratitudine. Sapere che ci sono persone come lei è confortante. Grazie per l’aiuto che sa dare e mi creda posso dirLe che sono orgogliosa della sua amicizia. Grazie ancora”.  

Messaggi come questo non mancano su WhatsApp. Il grazie è di una donna (a nome di tutta la famiglia) per aver potuto dire addio al papà che stava per rendere l’anima a Dio. In questo caso il telefonino dei medici diventa un medium carico di umanità. Capita che ad esprimere il desiderio di un ultimo contatto con i familiari sia proprio il contagiato. Come rifiutare l’ultimo desiderio di un condannato a morte?  Comportamenti di straordinaria umanità, altro che violazione della privacy.

Eroi che da febbraio sono impegnati, fino allo stremo delle forze fisiche, a combattere non solo contro il Covid-19, ma anche con la burocrazia delle corsie, la politica che gestisce le aziende della sanità pubblica: quelle di eccellenza e quelle dove la gente muore senza rendersene conto.

 Un’Italia divisa in due: con opposti livelli di efficienza sanitaria. Al punto che il semplice trasferimento dal Nord (ormai saturo) al Sud di qualche paziente affetto dalla peste del XXI secolo   scatena reazioni incomprensibili in un Mezzogiorno alle prese con la sua atavica arretratezza e con le sue contraddizioni. Lo squilibrio strutturale sanitario fa scattare il timore che anche un posto di terapia intensiva in meno diventi uno scippo. Anche questo fa parte dei tentativi messi in atto per esorcizzare la paura.

Quel poco di informazione televisiva a cui dedico parte della mia quarantena mi ha permesso di vedere le piaghe provocate dalle mascherine di protezione sul volto di medici e paramedici che operano negli ospedali delle cosiddette “zone rosse”. Un protagonismo che viene annullato dalla babele di voci gestite da un sistema di comunicazione che dovrebbe essere la guida dei comportamenti codificati dalle autorità sanitarie e governative.

Accentrare la comunicazione di crisi nella  sola sfera degli esperti non è certo un attentato alle libertà costituzionali. Affidarsi ai consigli di tutti, anche se utili, rende meno credibili le massime autorità sanitarie. L’accavallarsi di suggerimenti istituzionali con quelli dispensati da  quanti in collegamento remoto fanno il giro delle sette chiese (le televisioni: pubblica e/o commerciali) priva di efficacia la sostanza degli stessi messaggi disorientando l’opinione pubblica.

Ed allora, perché non delegare alle autorità sanitarie (nazionali e mondiali) il compito di informare i cittadini: direttamente, attraverso bollettini o loro portavoce?

Nessuno, men che meno un giornalista, vuole negare il diritto di cronaca, ma il mondo dell’informazione non può dimenticare quanto sia importante comunicare poco e bene in un Paese alle prese con la sofferenza e la paura. Che diventa panico ad ogni telegiornale, ad ogni conferenza stampa fatta di dati  (numero di morti, mascherine, numero di contagiati, persone sorprese fuori dalle loro abitazioni, foto e filmanti di  cittadini in atteggiamenti irresponsabili), di notizie che provocano solo illusioni.

Tutti noi viviamo uno stato di malessere sociale i cui danni collaterali sono aggravati dall’incoscienza di chi non rispetta i divieti imposti dal Governo per contenere la diffusione del virus.

Succede invece che decine di migliaia di cittadini (il numero cresce ogni giorno), senza validi motivi, si ostinino a non rimanere in casa e per questo loro comportamento il nemico infesta nuovi territori. Gente che non ha paura né della sanzione né dal carcere (da tre a 12 anni). Classificare questo fenomeno non è certo facile: il dato è omogeneo e non tiene conto dell’appartenenza sociale, dello status e il ruolo dei protagonisti. L’unica cosa che ci sentiamo di escludere è che il fenomeno possa rientrare nella fattispecie dell’attività criminale. Anche se tra le persone denunciate negli ultimi giorni non mancano soggetti con pendenze giudiziarie.

Al di là del comportamento sociale di ognuno di noi non possiamo non tenere conto della relazione con noi stessi mediata dalla nostra coscienza.

Se il Paese non risponde in modo compatto al codice di comportamento varato dal Governo è la chiara dimostrazione dell’assenza di una regia unica alla quale, nel rispetto della Costituzione, spetti l’attività di varare i provvedimenti e al tempo stesso   il coordinamento dei controlli.

In certi casi è stato sottovaluto il rischio.  Un errore non rinviare partite come Atalanta Valencia, o il torneo di basket di Pesaro: manifestazioni che hanno prodotto pericolosi focolai di contagio.   Tutti gli italiani stiamo combattendo una guerra senza armi e il miglior modo di difenderci sono “gli arresti virali” mentre – ribadiamo- spetta allo Stato decidere quali le priorità e i provvedimenti da assumere e alle Regione il compito di collaborare.

Ritornando agli eroi non si può sottacere che per la composizione della task force di 300 medici abbiano risposto in 8.000: tra rientro dalla pensione e disoccupati.

Antonio Latella – giornalista e sociologo


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