CORONA VIRUS, RITORNIAMO AL MUTO DIALOGO TRA NOI E NOI STESSI

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Ritorniamo al dialogo muto tra noi e noi stessi.  Ed ascoltiamo la voce della coscienza che ci aiuterà ad esorcizzare le ansie del nostro tempo. Il caos globale di questi ultimi due mesi, giorno dopo giorno, ci spinge nel ghetto della solitudine dove si respira, da un lato, l’aria del dolore e dell’impotenza e, dall’altro, ci pone davanti ad un orizzonte sempre più incerto.

Rivedere i flashback della nostra vita ci aiuteranno a riacquistare quell’umanità rubataci dal consumismo, dall’individualismo, dalla virtualità e dalla litigiosità.  Invece l’irrequietezza sembra abbia “contagiato” molti nostri connazionali i cui comportamenti appaiono una via di mezzo tra la disobbedienza e l’incoscienza. Non è certo facile ritornare a stili di vita che non ci appartengono più e che, pertanto, non sono omologati ai ritmi frenetici della società globalizzata. 

Forse per questo l’obbligo di restare a casa appare una limitazione delle nostre libertà di cittadini della post modernità. Un ritorno al passato sarebbe un efficace esorcismo per bonificare il cittadino globale da comportamenti asociali.

 Leggere, ascoltare musica, ritornare al dialogo tra tutti i componenti della famiglia appare più pesante delle norme di comportamento imposte dal Governo. Torniamo indietro nel tempo, alle gesta della generazione del primo dopoguerra, quando il dialogo aggregava e aiutava i cittadini a sopportare la presenza di un altro nemico che avanzava usando il fuoco delle contraeree e altre armi da guerra. Eppure l’Italia ce l’ha fatta fino a diventare una grande potenza industriale.

Il collante era rappresentato dalla famiglia di quel tempo, antenata dell’attuale modello tecnologico-digitale. Oggi tutti sembriamo avvolti dalla spirale del tempo sprecato. Come quello trascorso a tavola dove i pasti si consumano con la voracità di un bastardino, dove nessuno guarda in faccia l’altro perché gli occhi, dall’inizio alla fine della convivialità, rimangono fissi sul display di telefonini e tablet. Comportamenti che si consumano nel silenzio assoluto violentato dal bip dei messaggi in arrivo, e dall’uso delle tastiere dei nostri dispositivi mobili. Non siamo più uomini, ma quasi robot. Condizione che prima o poi ci sbarcherà nella post -umanità. 

Ci manca finanche la fantasia di immaginare la bellezza  nell’ascoltare la voce del vero silenzio, alzare lo sguardo da un libro perché distratto dai tocchi della torre della chiesa rionale, uscire sul terrazzino di casa e guardare le strade deserte. Né rassegnazione né paura, ma un ritorno al senso dell’umanità, alla consapevolezza, al …” memento, homo, quia pulvis es, et pulverem reverteris…”, alla religiosità che alberga in ognuno di noi.

Il coronavirus dovrebbe aggregarci, stimolarci a compiere precisi doveri sociali dettati dall’eccezionalità del momento. Invece ci troviamo di fronte a comportamenti tutt’alto che univoci.

  “Stanotte ho fatto la parte che di solito spetta al sacerdote. Ho benedetto le salme con le preghiere per i defunti: l’eterno riposo, il Pater nostro, l’Ave Maria ed ho adottato la giovane figlia di una mamma morta” (la ragazza ha reso l’ultimo saluto con la video chat di WhatsApp). “Mettere una mamma o un papà in un sacco nero senza cura… capisco il contagio… Ho sistemato la salma con un lenzuolo pulito e cuscino pulito per renderla presentabile via gruppo WhatsApp  ai parenti. Non è troppo ma insomma è comunque qualcosa”, ci confida una donna medico che opera in un ospedale della città Metropolitana di Milano. Tutto questo mentre a poco più di mille e cinquecento chilometri di più a Sud – a Crotone, terra di civiltà Magnogreca – la lente d’ingrandimento della Guardia di Finanza focalizza la posizione di 300 (su 1600) dipendenti della locale Asp che da alcune settimane risultano in malattia.

Altro che Italia una e indivisibile. Non basta la norma sanzionatoria, occorre farla rispettare. Ma le maglie dei controlli, statali e regionali, sono cosi larghe da non accorgersi che temerari automobilisti a bordo di una vecchia Renault, partiti dalla Francia, dopo aver attraversato l’intera penisola, sono riusciti a superare anche lo Stretto di Messina e sbarcare in Sicilia. Stop all’attraversamento, mentre a Villa san Giovanni sono rimaste una ottantina di persone sorvegliate dalla polizia in assetto antisommossa. Come non dare ragione al sindaco della città peloritana, Cateno De Luca, che ha assunto provvedimenti drastici?

Nessuna accusa, nessun rilievo. Ma non si riesce a capire come continui la fuga di migliaia di persone dal Nord verso il sud del Paese. Episodi che potrebbero essere la causa di un contagio di massa in quelle zone, Calabria e Sicilia, dove fino ad oggi il Covid- 19, tutto sommato, è stato contenuto. E se dovesse espandersi l’Italia si troverebbe di fronte ad una tragedia più pesante di quella che stanno vivendo le tre regioni che rientrano nella cosiddetta “zona rossa”. Sì, perché in questa parte del Mezzogiorno il pianeta sanità è talmente carente da non poter sopportare eventuali aumenti del contagio.

CHE DIO CI AIUTI

Che Dio ci aiuti.  CH

Il protagonismo del Sindaco di Messina è la prosecuzione di un comportamento di altri sindaci e governatori, i quali possono aggiungere autonomi provvedimenti per rendere più efficaci le misure del Governo centrale. Quello che sta succedendo pone il problema del coordinamento, dell’inefficienza dell’apparato statale.  Manca una vera regia e, soprattutto, l’ unità delle forze politiche che, forse, vorrebbero cogliere l’occasione per far cadere l’Esecutivo in carica. Attenzione a non aumentare le macerie che si stanno accumulando  sul suolo dell’intero Paese.

Antonio Latella – giornalista e sociologo


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